Gradimento Medio-alto
ma non lo rileggerei

The Grapes of Wrath (Furore)

scritto da Steinbeck John
  • Pubblicato nel 1939
  • Edito da Penguin Books
  • 633 pagine
  • Letto in Italiano
  • Finito di leggere il 13 gennaio 2019

"Nella polvere c'erano piccoli crateri dov'era caduta la pioggia, e c'erano limpide chiazze sul mais, e ciò era tutto. (...) L'aria polverosa sovrastava ogni cosa con un suono più soffuso di quanto facesse la nebbia. (...) Gli uomini tacevano e non si muovevano spesso. E le donne uscivano dalle case per stare accanto ai loro uomini - per vedere se questa volta gli uomini sarebbero crollati". Dinanzi alla distruzione del raccolto i contadini e le loro famiglie sono ammutoliti e rassegnati: è un destino inesorabile contro il quale bisogna combattere, tuttavia. L'avvio, evocativo e intenso, preannuncia i due livelli del romanzo: il manifesto politico che chiama i lavoratori all'unità, all'organizzazione e alla lotta; una famiglia travolta dalla crisi economica e comunque determinata a perseguire un sogno, mettendosi in cammino verso la terra promessa, la California. "Le stelle scomparvero, a poco a poco, verso occidente. Ed ancora la famiglia indugiava come viaggiatori sognanti, gli occhi rivolti al tutto, senza vedere  i dettagli, ma l'alba intera, la terra intera, la completa tessitura della campagna, in un solo sguardo". Nella recensione seguirò l'esodo di questa famiglia, perché è questo il cuore del romanzo.  Possiamo articolare la trama in quattro blocchi: l'abbandono, il viaggio, i campi e il lavoro, la catastrofe finale. Il primo, dal 1 al decimo capitolo, è una sorta di preambolo: con grande efficacia vengono descritte la disperazione, lo sfratto incombente e violento, con i bulldozer a distruggere la casa, la frettolosa decisione di partire, l'affannosa vendita dei pochi beni e l'uccisione del maiale e delle galline, per crearsi le necessarie provviste per il viaggio, ed infine l'attesa della partenza, con sentimenti frammisti di paura e fiducia. "L'abbandono" permette all'autore di presentare i personaggi: i vecchi, testardi e fragili ad un tempo, il capo famiglia, già in difficoltà a assumere pienamente il suo ruolo, lo zio, sempre in procinto di crollare per senso di colpa (ha lasciato morire la moglie), la numerosa figliolanza (quattro maschi e due femmine, una delle quali incinta), uno strano prete che ha deciso di non pregare più perché non serve ("tutta questa santità, tutto ciò che non capii"). Poi c'è la Madre: eroina tragica e possente. "Era pesante, ma non grassa. (...) Le braccia robuste e abbronzate erano nude sino al gomito, e le mani erano rotonde e delicate, come quelle di una bambina paffuta. Il viso pienotto non era dolce; era controllato, con gentilezza. Gli occhi del colore delle foglie sembravano aver vissuto ogni possibile tragedia e di averle sostenute con pena e sofferenza come passaggi verso una infinita serenità e una sovrumana comprensione. Sembrava sapere, accettare, e volentieri assumere il suo ruolo, la cittadella della famiglia, roccaforte inespugnabile." E sarà lei che emergerà come un pilastro durante il "viaggio", il grande esodo (capitoli da 11 a 18). "La gente in movimento, in cerca, erano migranti ora. Queste famiglie che avevano vissuto su un piccolo pezzo di terra, che erano vissuti e morti in quaranta acri, avevano mangiato o erano morti per fame su quaranta acri, avevano adesso l'intero Ovest da percorrere". Sulla strada si compie una trasformazione antropologica: non tutti riescono ad affrontare il cambiamento, un figlio fugge, il marito della figlia incinta abbandona la ragazza, i vecchi muoiono e vengono seppelliti lontano dalla loro terra, miseramente come tutti i poveri che non hanno più patria, i figli più grandi, Tom ed Al, reagiscono in modo differente, il primo agognando la rivolta e il secondo cercando le ragazze, come se niente stesse succedendo. E' sempre più difficile per la Madre tenere insieme la famiglia, ma lei combatte indomita e indistruttibile, anche se spesso è sommersa dai ricordi. "Ritorno alle cose tristi - quella notte che il nonno è morto e noi lo abbiamo seppellito. Ero tutta concentrata sulla strada, e lottando e muovendoci, e non era così male. Ma adesso sono qui. E la nonna - e Noah che si allontana così ! (...) Posso ricordare come erano le montagne, aguzze come denti vecchi accanto al torrente dove Noah se ne andò. Posso ricordare come erano gli sterpi dove giace il nonno. Posso ricordare il ceppo davanti alla porta di casa colla piuma incastrata, tutto attraversato da tagli, e nero per il sangue delle galline ". Finalmente la famiglia è arrivata in California. "I campi e il lavoro" (capitoli da 19 a 29) sono ben differenti da ciò che attendevano i migranti: i campi dove sostare con i carri sono isolati, putridi, invivibili ;  manca il lavoro e i salari sono da fame, tutti i tentativi dei contadini di organizzarsi vengono repressi.  Si muore letteralmente di fame; la Madre lotta disperatamente per sostenere la famiglia e tenerla insieme, è spinta da una convinzione: "la donna tiene tutta la  vita nelle sue braccia. (...) La donna è tutta un unico flusso, come un fiume, qualche roccia, qualche cascata, ma il fiume continua ad andare nella direzione giusta. La donna guarda a ciò in questo modo. Non vogliamo scomparire. La gente continua ad andare avanti - cambiando un poco, forse, ma continua ad andare nella direzione giusta". La determinazione e la pazienza del proletariato si personificano nella Madre, la quale rispecchia nella sua forza tutte le donne. Ed infine siamo alla catastrofe (capitolo 30). Non è più l'uomo ad opprimere, è la natura, che si scatena in tutta la sua violenza, prendendosela con i più deboli, con quelli che vivono in campi esposti all'acqua in piena. Una pioggia torrenziale, una vera e propria alluvione, investe il campo dove si sono stanziati i poveri migranti. Si cerca di fare un argine, viene travolto dai legni trascinati dalla corrente. E' la fine per la famiglia, corrono disperati a cercare salvezza sulla strada e poi a trovare un riparo. Entrano in un fienile, ma quando si inoltrano nel buio si fa avanti un emaciato ragazzino, urla che suo padre sta morendo di fame. Ed allora la figlia, che aveva appena perso il bimbo di cui era in attesa, si avvicina all'uomo morente. "Poi lentamente giacque accanto a lui. (...) Si denudò il seno. (...) Scivolò più vicino e gli avvicinò la testa. Eccomi, disse, eccomi, La mano si mosse dietro la testa dell'uomo per sorreggerla. Le sue dita gli accarezzarono gentilmente i capelli. Lei alzò lo sguardo in alto e sul fienile, e le labbra si unirono in un sorriso misterioso."

Medea, Antigone, Cornelia, tutte le grandi donne della tragedia ritornano alla mente durante la lettura di questo intenso romanzo. Certo, c'è il tema sociale, siano dinanzi ad un affresco di ciò che accadde negli anni '30 negli Stati Uniti, si parla di proletariato e di migrazione, si analizzano molto bene i meccanismi dello sfruttamento di classe: la concentrazione della ricchezza, la meccanizzazione e l'espulsione della manodopera, la creazione di un esercito di riserva di disperati per comprimere i salari e imporre condizioni durissime di lavoro e di vita, la repressione della polizia, il razzismo. Tanti possono essere i punti di vista; io dò la mia particolare interpretazione: la storia drammatica della famiglia riflette un cupo pessimismo di fondo, il quale si riscatta solo perché è la donna a resistere come una "roccia", a combattere senza mai piegarsi. Il finale, così magico e misterioso, nel quale la figlia, piagnucolosa per tutto il racconto,  si fa carico di un uomo morente,  ci indica che il romanzo è "un inno all'eroina femminile". E' ingenua e semplicistica come interpretazione ? E' probabile, per me è questo il fascino del romanzo.

Steinbeck adotta "la lingua dei parlanti", usando un termine di Pasolini. Ciò rende difficile la traduzione perché bisogna calarsi in un linguaggio senza dubbio distante dall'inglese classico. D'altra parte lo scopo dello scrittore era proprio di fare emergere l'America contadina, in contrapposizione alla lingua dell'alta borghesia. E' un romanzo rivoluzionario anche nella scrittura: peccato, quindi, che sia stato appesantito dal filone saggistico e per molti aspetti declamatorio ed inutile. Da alcuni critici è stato detto che la struttura del romanzo è simile a quella di Moby Dick, nel quale le lunghe digressioni sulla vita baleniera completano la storia di Ismael e di Achab. Non sono d'accordo: in Furore il filone saggistico è ridondante, mentre il romanzo sarebbe stato maggiormente efficace se ci si fosse limitato alla storia della famiglia, così da renderlo compatto e meno dispersivo.

Perché leggerlo ? Intenso, magico e realistico ad un tempo, una scrittura innovativa.

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