Sconsiglio vivamente
e non lo rileggerei

Leone

scritto da Mastrocola Paola
  • Pubblicato nel 2018
  • Edito da Einaudi
  • Letto in Italiano
  • Finito di leggere il 14 febbraio 2019
Le convenzioni sociali vorrebbero che i genitori fossero le solide fondamenta della famiglia e  le fragili pareti i figli, bisognosi di guida e sostegno. In questo strano romanzo non è così. Katia, una madre divorziata, vive nell'incertezza, "si sentiva un po' al confine, tra città e campagna, tra il mondo com'era stato e il nuovo che cominciava. Ci stava bene, così a metà. (...) Non aveva chissà quali desideri o speranze. Era solo l'idea che magari un bel giorno le cose si sarebbero messe a girare in un altro modo per lei". Invece, Leone, un bambino di sei anni, ha una salda certezza: prega, perché crede in Gesù, anche se è una statuina in ceramica. Che c'è di male ? Osservano, un po' incredule e affettuosamente ironiche, le amiche di Katia: ma il bambino va verso una direzione inaspettata, e, diciamolo pure, poco convenzionale nella nostra società falsamente credente. Katia è preoccupata, si sente in colpa; proprio Leone, così spaesato. "Un bambino che sembrava essersi sperduto in mezzo a qualcosa, un bosco di notte nell'era dei dinosauri. (...) A volte gli sembra un angelo, che è finito in quella loro cucina e cerca di svolazzare senza cielo". Da un singolare punto di vista, il bisogno di pregare, l'autrice indaga il legame tra madre e figlio. Lei "si sentiva traboccare di tenerezza, per quel bambino che le era nato così, senza averlo mai deciso. Come un fungo, un fiore. (...) Un fiore può anche non averne, di passanti, se capita in un pezzo di terra dove non va nessuno a camminare. Un fiore può capitare che nasce e non lo vede mai nessuno. E i figli ?" E Leone, che "si muoveva in diagonale invece che dritto", che cercava di "esistere il meno possibile. (...) Esercizi di inesistenza, potremmo dire. (...) Gesù, per piacere, fa' che la smettano di parlare di me". L'autrice evita ogni possibile deviazione psicologica, verso l'analisi delle relazioni tra genitori e figli, non le interessa cogliere la vicenda per offrire spunti di inutile saggezza e di banali considerazioni: descrive dolcemente gli avvenimenti e non giudica la madre né gli altri adulti. E' un pregio, che ci porterebbe ad apprezzare il racconto se l'autrice fosse stata in grado di dare ritmo narrativo alla storia e non si fosse lasciata trascinare da un lento e noioso svolgimento. Forse perché si è accorta, ad un certo punto, che la narrazione si sfilacciava nel nulla,  l'autrice è ricorsa al miracolo e persino ad un nuovo diluvio. La preghiera diviene salvifica delle colpe dell'umanità e Leone un piccolo Gesù moderno. Non è proprio così, perché, peggiorando ancora di più la qualità del racconto, Mastrocola non si espone, mantiene un atteggiamento ipocrita, falsamente laico. Il lettore ne esce amareggiato.

Poteva essere una storia interessante, si è rivelato un racconto stucchevole: se l'intenzione era di mostrare che c'è in noi, sin da bambini, un bisogno di sacro, e che la preghiera è parte intrinseca dell'esistenza, questa questione teologica viene banalizzata con una narrazione troppo inadeguata rispetto alla complessità dell'argomento. A peggiorare il tutto è lo stile letterario: una scrittura ripetitiva, costruita su un periodare piatto, contrassegnato dall'uso eccessivo del "punto", dalle frasi compiute senza verbo, insomma un approccio che scivola volentieri nell'italiano semplicistico  della narrazione giornalistica o televisiva: niente di male se il romanzo fosse sorretto da una trama intensa e da una analisi approfondita e suggestiva dei personaggi e delle situazioni.

Perché non leggerlo ? E' inutile e in fondo stucchevole.


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