Gradimento Medio-alto
ma non lo rileggerei

Moby Dick

scritto da Melville Herman
  • Pubblicato nel 1851
  • Edito da Wordsworth Editions
  • 469 pagine
  • Letto in Inglese
  • Finito di leggere il 31 dicembre 2017

"Oh straordinaria vecchia Balena, tra vento e tempesta, lʼoceano sarà la tua dimora, un gigante potente, di una forza giusta, Regina del mare infinito".
Questo inno chiude un ampio preambolo, nel quale Melville, come "un comune e scrupoloso topo di biblioteca" riporta un lungo elenco di citazioni della Balena, dalla Bibbia alla letteratura.
Autodidatta e grande lettore, Melville vuole premunirsi dallʼessere accusato di essere un semplice scrittore del mondo marinaresco.
Non dobbiamo cadere in questa trappola.
Moby Dick è il più grande romanzo di mare che sia mai stato scritto; e lo è perché Melville ha vissuto veramente le vicende che racconta.
"Io, Ismaele, ero uno di quellʼequipaggio.
(...) Con avide orecchie imparai la storia di quel mostro assassino contro il quale io e gli altri avevamo prestato giuramento di violenza e vendetta".
Ciò che trae in inganno è la diffusa ed intensa atmosfera religiosa; ma non può che essere così.
Per Melville, come per la maggior parte dei suoi contemporanei, la Bibbia permea qualsiasi aspetto della vita: da qui le metafore, le riflessioni ed anche le angosce che caratterizzano il romanzo.
La storia può essere suddivisa in quattro parti.
Nella prima il narratore e protagonista è Ismaele: ancora ragazzo intende imbarcarsi su una baleniera per un vago desiderio di avventura e di conoscenza.
Alla metà dellʼottocento Nantucket era uno dei principali porti americani delle flotte dedicate alla caccia dei capidogli; con uno stile narrativo tra Charles Dickens e Edgar Poe, Melville ne dà un ritratto realistico e suggestivo ad un tempo.
Si rimane affascinati dalla figura di Quiqueg, un cannibale con il quale Ismaele stringe una profonda amicizia.
Il momento centrale è il sermone dedicato allʼepisodio biblico del profeta Giona, ingoiato dalla balena per volontà di Dio e solo da Dio salvato.
Non è un mito, è la verità, gridata ai credenti (marinai e vedove di marinai morti in mare), perché sappiano che la salvezza verrà solo dalla fede, dalla lettura letterale e devota della Bibbia.
Chi non rispetta le parole del Signore è condannato ad annientarsi e a dannarsi.
"Il mondo è una nave nel suo passaggio verso qualcosʼaltro; e non un viaggio con ritorno; e il pulpito è la sua prora".
Finalmente, la nave salpa per una lunga navigazione.
"Noi ci trovammo quasi indifesi sullʼoceano ostile.
(...) Considerate lʼastuzia del mare; come le più crudeli creature scivolano sottʼacqua, invisibili per la maggior parte, e slealmente nascoste sotto le più incantevoli tinte dellʼazzurro.
(...) Considerate ancora lʼuniversale cannibalismo del mare; come tutte le sue creature si predano a vicenda, portando avanti una guerra eterna da quando ebbe inizio il mondo".
(...) Come questo spaventoso oceano circonda la terra verdeggiante, così nellʼanima dellʼuomo giace lʼisola di Tahiti, piena di pace e di gioia, ma circondata dagli orrori della vita non pienamente compresa.
Dio ti salvi ! Non allontanarti dalla tua isola, potresti non tornare mai più." La seconda parte introduce i personaggi del romanzo: gli ufficiali e gli arpionieri, descritti in capitoli da titoli evocativi: "Cavalieri e scudieri".
È una rappresentazione efficace perché è un sistema feudale quello che ruota intorno al capitano Achab, il "monomaniaco" protagonista.
"Sembrava come un uomo modellato dal metallo.
(...) Lʼintera sua ampia ed alta forma sembrava fatta di solido bronzo, e plasmata in una creta inalterabile come il Perseo di Cellini".
Ma non è la sembianza fisica il tratto distintivo di Achab; è "la sua anima, serrata nel tronco vuoto del suo corpo, vi si nutriva delle cupe zampe della sua disperazione".
Una scena di grande fascino conclude la descrizione dei personaggi e costituisce uno spartiacque dellʼintera storia.
Achab comunica allʼequipaggio che il vero fine del viaggio è la balena bianca: Moby Dick.
In un crescendo di collettiva esaltazione, soltanto il primo ufficiale, il pio Starbuck, reagisce, anche perché è a conoscenza che fu Moby Dick a privare Achab di una gamba.
"Vendetta su un bruto senza parola, che semplicemente ti colpì mosso dal più cieco istinto ! Follia ! Prendersela con una cosa senza volontà, Capitan Achab, mi sembra un atto blasfemo".
Ha ragione il pio Starbuck, tanto più che ciò che Achab cerca non è la vendetta, il capitano rifiuta il proprio destino, anche contro la volontà di Dio.
"Mi credono pazzo; io sono demoniaco, sono la pazzia impazzita.(...) la profezia era che io dovessi essere un mutilato, e - Si ! Persi la gamba, io adesso profetizzo che io mutilerò il mio mutilatore.
Ora sarò il profeta e lʼesecutore ad un tempo." La terza parte narra la navigazione per gli oceani del mondo e la caccia, uccisione e lavorazione delle balene.
È un grande trattato di zoologia marina, di uno scienziato ammirato, se non persino innamorato, dei grandi cetacei.
Solo a tratti riemerge la storia, raccontata ormai in terza persona, perché non sia lʼimpressione di un ragazzo, sia invece il resoconto di un cronista.
Alcune scene restano impresse nellʼimmaginazione: gli squali assettati di sangue mentre viene squartata la balena, il valoroso Quiqueg che si getta sottʼacqua, tra i pescecani, a salvare un compagno caduto, come il profeta Giona, nellʼantro oscuro dellʼenorme testa della Balena; e come un divino ostetrico, lui, il cannibale, riporta lʼamico a nuova vita prelevandolo dalla testa.
E che dire dellʼaffascinante capitolo 87, intitolato "La grande armada", nel quale le lance baleniere inseguono un branco di cetacei, con le madri allattanti e i loro piccoli.
Così di grande impatto sono gli incontri con le altri navi, anchʼesse da anni in navigazione, e nelle quali spesso ci si imbatte nel fanatismo e nella pazzia collettiva.
Dʼaltra parte "non cʼè follia delle bestie della terra che non venga superata allʼinfinito dalla pazzia degli uomini.
(...) Poiché, mentre il tumultuoso mostro ti scaraventa sempre più in profondità nel branco terrorizzato, tu dici addio ad una esistenza disciplinata e vivi solo in un sussulto delirante".
Infine si giunge alla parte finale, un vero capolavoro.
Finalmente è stata avvistata la Balena Bianca: la caccia disperata ha inizio.
"Una gioia serena, una gagliarda dolcezza di riposo nella rapidità, rivestiva la balena nuotante.
(...) Da ciascun morbido fianco, (...) da ciascun fianco smagliante la balena spargeva seduzioni".
Con la stessa eleganza, ma in un turbine terrorizzante, Moby Dick si scaglia sulle lance baleniere, ed in particolare su Achab.
"Oh Achab, gridò (il pio) Starbuck, non è troppo tardi (...) per desistere.
Guarda ! Moby Dick non ti cerca.
Sei tu, tu, che lo cerchi da invasato".
Cosa hai fatto Achab ? Come hai potuto contendere il grande Leviatano ? Come hai potuto andare contro la volontà di Dio, e non affidarti a lui come fece il profeta ?

Senza dimenticare mai la vera finalità di Melville (mettere in luce la marina baleniera, poco conosciuta e non apprezzata), Moby Dick può essere letto con diverse chiavi interpretative, e qui sta la sua modernità.
Un modo per vedere il romanzo è guardarlo dal punto di vista di come noi esseri umani abbiamo raffigurato gli animali nella letteratura e nellʼarte.
Un bel libro di Gianni Valente ("Dallʼarca di Noè a Moby Dick", Edizioni Blu 2004) dà spunti di riflessioni per commentare il romanzo.
Sin dalla Bibbia il nostro rapporto con gli animali è stato controverso: "simboli di vizi e virtù".
Tutti conosciamo le caratteristiche malefiche del serpente biblico, tuttavia in numerosi altri passi del Vecchio Testamento gli animali hanno unʼimmagine positiva: "come una cerva anela verso rivi di acqua, così lʼanima mia anela verso di te, o Dio" (Salmi 42,2).
Gli animali sono espressione di una vita meravigliosa, così vengono descritti da Marco Polo, nellʼOrlando Furioso e così vengono rappresentati nei resoconti e nelle mappe che accompagnano le grandi scoperte geografiche.
Gli animali sono anche oggetto di una passione scientifica, artistica e morale (si veda Leonardo da Vinci).
Ebbene, tutti questi aspetti (simboli di vizi e virtù, vita meravigliosa, scienza e morale) sono presenti in Moby Dick.
La balena bianca è un mostro straordinario, il più grande animale del creato, simbolo di perenne coraggio ed anche eterna solitudine, un essere crudele e terrorizzante, trascinato da una furia demoniaca.
Inoltre, il grande capidoglio è sezionato, analizzato con un dettaglio scrupoloso, oggetto di fredda ricerca.
Dallʼangolo di visuale del nostro rapporto con il mondo animale, Moby Dick è un libro incompiuto, ci dice che per noi è difficile trovare il giusto passo verso le altre creature e nei confronti della natura in generale.
Trasferiamo sullʼanimale la nostra razionalità, così come le nostre fobie, non lo vediamo come un "altro", dotato di una propria identità.

È un testo difficile e in molte parti noioso.
La struttura è complessa, in quanto cʼè un continuo cambio di narratore (Ismaele, la terza persona, lo "scienziato", Melville declamatore, Achab la coscienza tormentata di Melville), e perché si è in presenza di una continua sovrapposizione di stili narrativi, asettici, evocativi, simbolici, avventurosi.
Le numerose citazioni,delle quali è spesso difficile rintracciare le fonti, non aiutano la comprensione del testo.
La scrittura è, ovviamente, densa di riferimenti linguistici della marina baleniera; ma non è questo a rendere impegnativa la lettura: è soprattutto la sintassi, sovente involuta e caratterizzata da una punteggiatura che ostacola lo scorrere del discorso.
Va anche detto che bisogna "lasciarsi andare": evitare di voler capire tutto e perdersi nel fascino evocativo delle parole e della frasi, rincorrere la musicalità dellʼincedere.
Ed infine, le disgressioni scientifiche ed anatomiche della balena sono così frequenti e prolisse da far diventare realmente pesante la lettura; suggerimento: come si faceva da ragazzi con Guerra e Pace ed Anna Karenina, saltare a piè pari le pagine, senza sensi di colpa.

Perché leggerlo ? È affascinante, non preoccuparsi di leggere tutto, seguire il proprio istinto.

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