Tra i migliori che ho letto!
ma non lo rileggerei

I ragazzi del massacro

scritto da Scerbanenco Giorgio
  • Pubblicato nel 1969
  • Edito da La nave di Teseo
  • 270 pagine
  • Letto in Italiano
  • Finito di leggere il 03 maggio 2026
Fa impressione leggere questo romanzo alla luce di un recente fatto di cronaca, in cui un ragazzo ha pugnalato la sua professoressa di francese, scaricando su di lei un odio e una violenza che non vorremmo che albergassero in un adolescente. Siamo negli anni'60, in una <<vecchia e povera Milano>>, ma già convulsa da un traffico <<spiacevole, irritante, i guidatori si guardavano con odio, i semafori erano sempre rossi, (...) e fuori non si vedeva niente, solo la nebbia>>. In questa città così diversa dall'attuale si è perpetuato un orrendo delitto: undici ragazzi hanno stuprato, picchiato, seviziato e infine ammazzato un'esile maestrina di una scuola serale. E' vero sono già piccoli criminali: alcuni figli di "onesti genitori", altri con padri in carcere e madri prostitute, ma tutti conosciuti dalla polizia per atti di violenza, piccoli furti, abuso dell'alcol. Per il commissario capo è un caso semplice: sono tutti colpevoli e l'importante è liberarsi il prima possibile di questa "marmaglia", passando la questione al giudice istruttore, al riformatorio e al carcere. Non è così per Duca Lamberti, il protagonista dei romanzi polizieschi di Scerbanenco (si veda la recensione di "Venere Privata" in questo sito): uno strano poliziotto cui <<la verità è l'unica che interessava (...), anche se poi non serviva a nulla>>. Lo insospettisce che dicano tutti la stessa cosa, <<cioè che loro non hanno fatto niente, che erano stati costretti a mettersi in un angolo, mentre gli altri facevano tutto>>. E' una linea di difesa troppo abile e per di più portata avanti da tutti, quasi che fosse stata concordata. << Questa linea di difesa è stata studiata prima del delitto, e da qualcuno più intelligente e non ubriaco come quei ragazzi>>, così conclude Duca Lamberti. Da qui si dipana un'indagine poliziesca che non è fatta di abili e sottili ricostruzioni, che mettono in difficoltà gli indagati, li costringono a confessare; né la ricerca si dissolve in analisi sociologiche o in occasioni per narrare la vita del protagonista. Tutto resta sullo sfondo. Solo talvolta ci sono alcune brevi pennellate di una Milano che avrebbe voluto restare quella di fine ottocento, con le sue osterie, ancora "trani" e non ancora bar, in cui gli ubriachi <<si addormentavano ancora, come ai tempi del Porta, con la testa appoggiata al braccio, e c'erano le prostitute anziane, (...) e c'era la fioraia stanca e gentile, dolcemente claudicante. (...) La fila di auto che parcheggiavano per tutta la lunghezza della strada non toglieva nulla a questa ingenuità: le intruse erano loro>>.  E i sentimenti compaiono di sfuggita, timidi, con piccoli gesti: <<"Dormi", lei disse, "e scaldami". L'amore lo avrebbero fatto un'altra volta, lei lo sapeva. Egli la scaldò, ma non dormiva, le faceva solletico sul collo con la guancia ispida di barba non rasa, e il suo respiro era un soffio caldo sul seno che le impediva di dormire>>. L'approccio di Duca Lamberti nasce dall'empatia che sente per quei ragazzi, per alcuni di essi almeno.  Con essi cerca di creare una relazione di "cura" che li spinga ad aprirsi, non per paura della polizia, ma perché comprendano il male che hanno compiuto: un male devastante innanzitutto per loro. Non è che l'operazione gli riesce del tutto: il primo ragazzo, un piccolo e fragile omosessuale, si uccide, distrutto dalla colpa; l'altro, il quattordicenne Carolino Marassi, orfano e ladruncolo, rischia di venire ucciso. Duca Lamberti commette errori, spesso è depresso dinanzi a tante crudeltà, è scoraggiato quando Carolino scappa, tradendo la fiducia riposta in lui. << E' un bravo ragazzo, disse Duca, ma tu non sei mai stata in riformatorio o in carcere o in un orfanotrofio, e non puoi capire che cosa significa per un ragazzo come quello la libertà>>.  

Rinchiuso in un genere letterario, quello del Noir, tradizionalmente considerato di secondo livello, Scerbanenco non è tra i grandi scrittori del secondo Novecento. A ciò, forse, ha contribuito pure lo stile asciutto, conciso, senza fronzoli, spesso confuso con povertà letteraria. Tutt'altro, lo stile di Scerbanenco è frutto di una ricerca dell'essenzialità, che si riflette nella trama, mirabilmente priva di ridondanze, e nella scrittura e nel lessico. Non bisogna distrarsi con inutili divagazioni: la storia e i "ragazzi del massacro" parlano da soli. Essi raccontano della nostra società, e dell'abbandono, più di tante analisi sociologiche o moralistiche considerazioni. Allo scrittore spetta solo il compito di narrare la loro disperazione, facendosene carico.

Perché leggerlo? Splendido noir, intenso romanzo sociale.

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