Gradimento Medio-alto
ma non lo rileggerei

Venere Privata

scritto da Scerbanenco Giorgio
  • Pubblicato nel 1966
  • Edito da Garzanti
  • 217 pagine
  • Letto in Italiano
  • Finito di leggere il 25 marzo 2020
Duca Lamberti è un medico espulso dall'ordine per avere dato la morte ad una malata terminale; è uscito dal carcere e gli viene proposto un singolare lavoro: liberare dall'alcolismo il giovane rampollo di un grande industriale: Davide Auseri. "Era un dolce viso, da paggio, eppure virile, che l'alcol non aveva ancora toccato.(...) Che espressione aveva quel viso? La cercò, e allora ricordò che espressione era: quella di un ragazzo a un esame importante, che non sa rispondere a una domanda: espressione di angoscia e di timidezza, e qualche misero tentativo di apparire naturale". Anche se perplesso, Lamberti accetta l'incarico perché "è il principe delle imprese di redenzione sociale, il duca, ah, quale humour: liberare l'umanità (...) dal flagello dell'alcolismo; liberare l'umanità dalla paura della morte". C'è pure un secondo motivo, che si annida nel profondo dell'animo, in quel mondo interno dal quale cerchiamo sempre di sfuggire: "l'assalto dei pensieri, dei ricordi, ma quando la marea arrivava, lo sommergeva e lo squassava sempre di più di quanto avesse temuto. E va bene avanti, Aveva sbagliato tutto". La prima parte del romanzo sembra ridondante rispetto ad un "noir", che ci racconta della Milano della prostituzione, del ricatto immorale e della violenza spietata alle quali sono sottoposte ragazze ingenue e fragili. La premessa inquadra la figura di Duca Lamberti, ex medico che si improvvisa investigatore e trova nell'indagine poliziesca la soluzione alle cause dell'alcolismo del giovane Davide e, insieme,  scopre un senso per la propria vita. Nasce un personaggio che si sprofonda nell'abisso della Milano rampante, ricca e apparentemente felice. "Andava tutto sudiciamente male come i paciosi, efficienti ambrosiani (...) non potevano supporre, anche se tutti i giorni leggevano sul Corriere grosse storie del genere, esse appartenevano però, per loro, a una quarta dimensione di un Einstein del crimine, ancora più incomprensibile dell'Einstein della fisica". A questo punto può iniziare il "noir", del quale non racconteremo certo la trama né, tanto meno, la conclusione.

Scerbanenco ricorda Raymond Chandler (si veda la recensione The Long Good- by). Come nel grande scrittore americano il "noir" è un non "noir". Non c' è l'ordine che contraddistingue il giallo, non siamo in presenza di una solida trama che si evolve in un trionfo del bene sul male. Tutto resta opaco. Pensiamo all'eroina del romanzo: Livia Ussaro. Duca ne è attratto ("segni particolari: il modo in cui lo guardava, non era per niente leale"), eppure la espone al punto che la ragazza verrà fregiata dai criminali e Lamberti aspetta, non interviene a salvarla. "Adesso basta, pensava anche lui a Livia, o era un pregare, più che pensare. (...) Dobbiamo stare proprio qui ad aspettare". (...) Sta' zitta, sta' zitta, perché lui doveva mettersi sempre in storie senza via d'uscita, in eterni principi. (...) Quando uno aveva la testa malata come lui non conosceva limiti". Come scrive Luca Doninelli nella prefazione, in Duca Lamberti c' è una malinconia "che nasce da uno sguardo più disincantato (oserei dire persino: più cinico) di quello dei criminali. (...) Egli non è buono, grazie a Dio: solo, vede più lontano e non ha paura di guardare. Vede fin dove c'è da vedere."

Il fascino del romanzo risiede nella scrittura: è sufficiente leggere alcune pagine per lasciarsi avvincere dall'eleganza della lingua e dalla malinconica dolcezza dell'italiano di Scerbanenco. Consiglio vivamente il racconto dell'adescamento della povera ragazza, vittima dell'azione criminale. Come dice il poeta parlando del triste destino di un ragno, adescato da una rondine, "le stelle ornate a festa,/lo chiamano pian piano,/ e fan cadere tracce/visibili al pianto,/ mentre velan l'incanto/nivale delle facce". (Enrico Cavacchioli Il ragno). Con lo stesso tono poetico Scerbanenco crea un'atmosfera soffusa, una tristezza che ci sommerge e ci affascina. (Su questo sito si può leggere la recensione dell'Isola degli Idealisti).

Perché leggerlo? Lasciamoci avvincere dalla scrittura.


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