Gradimento Medio-basso
e non lo rileggerei

Dalla parte di lei

scritto da de Céspedes Alba
  • Pubblicato nel 1949
  • Edito da Mondadori
  • 530 pagine
  • Letto in Italiano
  • Finito di leggere il 25 novembre 2022
 "Dietro il muro sorreggendosi, stringersi tra noi, formare un grumo di sofferenza e di attesa. (...) Le sentivo gemere, implorare, senza essere udite: perché la voce di una donna è solamente povero fiato; e il muro è pietra, cemento, mattoni". Questo romanzo parla della separatezza tra uomo e donna, di due mondi distinti il cui confine è impossibile da valicare. Questo tema è "agghindato da uno straccio di trama", come scrive Melania Mazzucco, e si sviluppa tra due finali inevitabili: il suicidio o l'uccisione dell'uomo amato. Il primo capitolo è ambientato a Roma negli anni'30; in un contesto familiare povero e angusto la giovane Alessandra vede sfibrarsi la madre, tra il desiderio di amore e un "marito piccolo borghese,(...) anche il suo aspetto fisico era privo di qualsiasi spiritualità". Già allora Alessandra coglie la distanza tra il mondo delle donne e quello degli uomini. Percepisce "l'affettuosa indulgenza" che lega le donne, "tutte, rassegnate, accettavano, col nascere di un nuovo giorno, il peso di nuove fatiche". Dall'altra parte gli uomini "non raccontavano niente, non amavano la conversazione, gli scherzi, sorridevano poco, (...) imbrancandola con i figli, la suocera, la serva: gente pigra, dispendiosa e sconoscente. (...) Man mano, sotto una parvenza di rassegnazione, era nato nelle donne un livido rancore per l'inganno nel quale erano state tratte". Alessandra conosce l'amicizia femminile, accogliente e complice; verso i maschi è difesa dal suo fisico magro e angoloso, anche se è oggetto delle attenzioni possessive e rispettose di Claudio, un bravo ragazzo che tuttavia non ama. Dopo il suicidio della madre Alessandra viene inviata dai parenti paterni in Abruzzo, dove è ambientato il secondo capitolo, sicuramente il migliore dell'intero romanzo. Qui viene in contatto con la rassegnata saldezza della Nonna (con la enne maiuscola): "perché una donna non dovrebbe desiderare di morire? Lassù c'è un buon profumo di gigli, (...) qui lavorare, mettere al mondo i figli. (...) E sempre aver paura degli uomini perché sono di cattivo umore, perché hanno l'amica e spendono denaro con l'amica." Per la Nonna ci sono solo due alternative: o piegarsi all'uomo, accettandone i capricci, gli egoismi e i tradimenti, o invece chiudersi imperiose nel proprio mondo, "dire sempre sì si e poi far tutto il contrario". Potrebbe essere questo il futuro di Alessandra se accettasse un bravo giovane del posto, ma come dice la Nonna pure Alessandra è incantata dagli uomini, non perché spinta dal sesso ma perché convinta che sia possibile parlare il linguaggio delle donne con gli uomini, ed essere felice. Quando torna a Roma per assistere il padre ormai cieco, conosce Francesco, un professore universitario. Il terzo capitolo è ambientato a Roma durante la guerra e l'occupazione tedesca. Prima del matrimonio, la relazione con Francesco è fatta di lunghe passeggiate, di colloqui fitti e intensi, di lettere d'amore: Francesco è serio, devoto, colto e bello, con lui, forse, è possibile vivere di sentimenti, di piccole attenzioni, di gesti affettuosi. Ma l'idea che hanno gli uomini del matrimonio (la donna come "angelo del focolare"), e gli impegni politici e intellettuali troppo importanti per essere alla portata della donna, allontanano Francesco; non perché lui la tradisca o le manchi di rispetto e di affetto, ma il legame è diventato una consuetudine che esclude Alessandra. "Perché non mi scrivi più lettere d'amore?, gli dicevo. Egli rimaneva addolorato, perplesso. E' vero", rispondeva, forse  perché ormai posso parlarti quando voglio. Ma non mi parli più d'amore. (...) Accadono molte cose significative, e per me è difficile pensare ad altro. Tu forse non puoi capire perché sei donna". Con una lunga narrazione, che porta il lettore allo sfinimento, l'autrice ci conduce sino all'unico finale possibile per una donna che chiedeva di essere amata come le donne vorrebbero essere amate, affettuosamente ascoltate in ogni gesto. "Francesco, proruppi disperata. aiutami Francesco.  Egli si scosse appena, dormi, mormorò, (...) In me il cane rabbioso ebbe un balzo, si slanciò. M'avventai contro Francesco  e gli scaricai la pistola nella schiena".

La chiave di lettura che propone la stessa autrice nella prefazione del 1994, e che Melania Mazzucco pare accogliere nella sua introduzione, è quella di un romanzo a cavallo tra narrazione di genere e metafora della disillusione di un'Italia ben differente da quella sognata con la Resistenza, alla quale Alba de Céspedes prese parte. Ci sarebbe una cesura con il precedente romanzo, dove si racconta di collegiali che vivono come sospese, protette dalle mura del collegio, e possono dire "è bello stare a discutere tra noi, tutte donne: se ci fosse un uomo, non avremmo osato parlare" (si veda la recensione di "Nessuno torna indietro" in questo sito). Se non ci facciamo influenzare dalla nobilitazione che ne ha voluto dare l'autrice molti anni dopo, ci accorgiamo come ci sia un filo conduttore tra i due romanzi: la ricerca delle donne della propria e peculiarità felicità femminile, a prescindere dagli uomini, e dal sesso. Se però le collegiali perseguono un proprio percorso individuale, non sempre fortunato, ma comunque pieno di speranza, qui invece non c'è una prospettiva al desiderio d'amore. Non si può dire che non ci siano riferimenti a Madame Bovary e persino ad Anna Karenina, soprattutto nelle parole con le quali si chiude la prefazione: "Dalla parte di lei, pur nella sua tragica fine, voleva opporsi a che l'amore fosse un'illusione" (si veda le recensioni di questi due libri su questo sito). A me piace accostare la figura di Alessandra a quella di Murasaki, la quale comprende che la vita non è come la letteratura (pure la Nonna invita la nipote a non leggere i libri), Genij non è un personaggio, maschile e femminile insieme, al quale affidarsi, e la grande poetessa giapponese fa morire la protagonista. (si veda la recensione in questo sito di "The Tale of Murasaki").

Alba de Céspedes è un'autrice elegante, che richiama nella scrittura Alberto Moravia. L'apparente profilo ottocentesco del romanzo, sospeso tra favola e cronaca, ricorda "Menzogna e Sortilegio" di Elsa Morante (si veda la recensione in questo sito). La struttura circolare, che torna sempre su sé stessa senza un reale sviluppo, compromette l'efficacia della narrazione, rendendola prolissa, quasi che l'autrice sia arrivata alla fine per sfinimento, senza un disegno complessivo.

Perché leggerlo? Il tema è attuale ma il racconto è troppo lungo.

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