Tra i migliori che ho letto!
ma non lo rileggerei

The God of Small Things

scritto da Arundhati Roy
  • Pubblicato nel 1997
  • Edito da Flamingo Pubs
  • 321 pagine
  • Letto in Inglese
  • Finito di leggere il 25 settembre 2006

Il racconto si sviluppa attorno a una famiglia indiana di religione greco-siriana e si svolge in una dimensione, in qualche modo, atemporale.
Il punto di partenza e anche di arrivo è la morte di una bambina, Sophie Mol, giunta in India con la madre per conoscere il padre e che annega nel fiume in una gita in barca con i cugini, i gemelli Rahel e Estha.
Questo episodio costituisce lo spartiacque tra un ambiente di serenità e la devastazione della famiglia, in particolare la separazione dei due gemelli.
Il legame, quasi simbiotico, tra Rahel ed Estha è uno dei temi del libro, in realtà più apparente che effettivo.
Infatti tutti i personaggi non sono approfonditi e analizzati ma restano in superficie, talvolta anche in una forma quasi esasperata e caricaturale.
I protagonisti del libro sono "le cose", l’ambiente che circonda i personaggi, in particolare il fiume.
L’ultimo capitolo del libro è intitolato "il costo di vivere": l’angoscia e la precarietà che possono essere sostenute solo dall’attaccamento alle piccole cose: "persino più tardi, durante le tredici notti che seguirono questa, istintivamente si attaccarono alle piccole cose.
Le grandi cose sempre si celavano all’interno.
Essi sapevano che non c’era un luogo per loro dove andare.
Non avevano niente.
Nessun futuro.
Così si attaccavano alle piccole cose".
Il fiume, la flora, gli insetti, gli uccelli, una barca, una casa abbandonata sono le piccole cose alle quali attaccarsi e che cambiano forma e colore secondo il proprio umore.
In questo senso le piccole cose non rispecchiano l’animo umano, i suoi sentimenti e le sue sensazioni, ma vivono di vita propria in una dimensione che è estranea alla cultura occidentale, perché figlia della disperazione.
"Era esasperato perché non sapeva che cosa significasse questo sguardo.
Egli lo interpretava come qualche cosa tra l’indifferenza e la disperazione.
Non sapeva che in alcuni posti, come il paese da cui proveniva Rahel, vari tipi di disperazione competono per il primato.
E che la personale disperazione non poteva essere disperata a sufficienza.
Che qualche cosa capitava quando l’inquietudine personale veniva a trovarsi presso l’altare ai bordi della strada della vasta, violenta, crescente, spingente, insana, irrealizzabile, pubblica irrequietudine di una nazione.
Che il Grande Dio ululava come un vento caldo, e domandava obbedienza.
Allora il Piccolo Dio (intimo e contenuto, privato e limitato) veniva fuori cauterizzato, ridendo in modo intontito della sua temerarietà.
Abituato dalla conferma della propria irrilevanza, diveniva flessibile e realmente indifferente".
Lo stile e il ritmo narrativo oscillano tra due angoli estremi: un procedere lento, e talvolta confuso, con una scrittura ricca, in certi momenti analoga a quella di Rushdie (senza mai raggiungere il barocco quasi dannunziano di questo autore); accelerazioni e una struttura della frase più concisa (soprattutto nelle conversazioni) quasi a dare l’idea di una fretta della scrittrice di recuperare il tempo speso nelle pagine precedenti.
È uno stile voluto? È difficile dirlo ma senza dubbio dà l’impressione di una frammentarietà e di una dispersione, che appesantisce il libro e lo rende meno comprensibile, almeno a una prima lettura.
Splendidi sono senza dubbio le descrizioni della natura, soprattutto per l’attenzione alle sue componenti viventi, gli insetti e gli uccelli.

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