Gradimento Medio-alto
ma non lo rileggerei

Menzogna e sortilegio

scritto da Morante Elsa
  • Pubblicato nel 1948
  • Edito da Einaudi
  • 706 pagine
  • Letto in Italiano
  • Finito di leggere il 11 febbraio 2018

Elisa si aggira per le stanze, nel silenzio e nella solitudine, e quando si imbatte a tradimento nella sua immagine, le sembra di vedere "una forma muoversi in queste funebri acque solitarie, (...) come una medusa", non una santa: "piuttosto una strega".
È proprio per spiegare il sortilegio, che lʼha portata a rinchiudersi in poche camere, Elisa ci offre il racconto della sua famiglia: ed è "unʼapparenza di ombre", un "morbo fantastico", che parla di amore e di morte, come nei libri di fiabe: "di te Finzione, mi cingo, fatua veste".
Il romanzo si può articolare in due parti.
Nella prima Elisa non ha conosciuto i fatti e i personaggi, dei quali narra: tutto è filtrato da reminiscenze di chi era ancora vivente quando lei era bambina, o da indizi, carte e luoghi.
Dʼ altra parte, "il passato e il futuro sono due campi di nebbia e di vertigini, che i vivi non possono esplorare se non con la fantasia e con la memoria.
(...) A che serve sondare questa reggia della morte ? Il solo tentativo di sondarla produce angoscia e nausea, come quando ci si affaccia ad un precipizio".
Non sapremo mai se ciò che ci racconta sia vero, anche perché sembra la narrazione di un grande inganno, di menzogne, che vogliono rivestire di "fuoco e splendore" la persona amata.
Così il nonno materno è un furfante ed un ignavo, ma avvince la figlia Anna con storie meravigliose, di viaggi, gioielli, onori e gloria; ed Anna dimentica di vivere in povertà e scarica la sua rabbia sulla madre Cesira, donna gretta e disperata.
I nonni paterni sono laboriosi contadini e potrebbero essere unʼancora di solida concretezza: il figlio Francesco è però nato da una relazione fugace della madre con un malandrino, anche lui affabulatore e venditore di "fumo".
Non ci si deve stupire se Francesco, andando a studiare in città, si presenta come un barone, per di più con idee rivoluzionarie.
E che dire di Edoardo, il ricco cugino della misera Anna: affascinante, di lineamenti femminei, vacuamente intelligente, innamorato di sé stesso, pronto ad amare, illudere e tradire chiunque, solo per lʼambiguo piacere di divertirsi.
Troppo ingenui Anna e Francesco per non cadere nelle sue spire tentatrici: Anna si innamora del cugino, sognando un legame, che non potrà mai concretizzarsi per la differenza di censo e soprattutto per il carattere di Edoardo, troppo superficiale per un rapporto duraturo e responsabile; Francesco crede di aver trovato un amico sincero in Edoardo, e non si accorge che è condotto per mano da un amore vero (quello della prostituta Rosaria) ad uno vagheggiato e idealizzato, la passione per Anna.
E così Anna e Francesco si trovano sposati, come in un sortilegio: Anna ama Edoardo e si unisce a Francesco per disperazione, questʼultimo ha ingannato la donna, spacciandosi per ricco proprietario e giovane in carriera.
A questo punto entra in scena Elisa, non più solo narratrice.
"Finito è dʼora innanzi il mio privilegio dʼassistere, sola spettatrice, a una commedia di spiriti.
(...) Una lucida insonnia sʼimpadronisce di me, e io, nella camera taciturna e spopolata, altro non potrò interrogare dʼora innanzi che la mia vera memoria.
Altro non potrò raccontare, cioè, se non le cose che vidi coi miei occhi, udii coi miei propri orecchi, e di cui mio padre e mia madre, nella loro diversa insania, mi fecero confidente e testimone".
Essere protagonisti è un atto di maturità, e nel contempo di dolore, perché non ci si può difendere con la rimembranza immaginaria.
"I ricordi, come animali giaciuti in letargo, si scuotono al mio richiamo, e si avvicinano a me con passi vellutati e funebri".
Lʼesperienza dellʼElisa adolescente è veramente straordinaria; non è solo partecipe di una relazione cattiva e perversa, causa del declino psicofisico dei suoi genitori; la ragazza è inghiottita in una sorta di triangolazione che vede da un lato Francesco ed Anna e dallʼaltro il fantasma di Edoardo, morto di tisi.
Per compiacere Concetta, la madre ormai pazza di Edoardo, ma in realtà per appagare sé stessa, Anna inventa un epistolario di lettere del cugino.
Che virtù aveva questa finta corrispondenza ? "Vi abitava, piena di festa e di fuoco, un Pensiero: (...) aveva movenze ispirate, costume cavalleresco, e una civetteria gettata, in guisa di spavalda e leggera armatura, sullʼamara sua voluttà.
Inoltre, la sua bellezza ombrosa, sventolava come orifiamma la fatuità adolescente, la cara, veniale fatuità".
Ma chi era veramente lʼautore di questo carteggio ? Il Cugino nella sua forma eterea di fantasma, o Satana, come potrebbe risultare dai "timbri infernali" delle lettere, o Anna stessa, come avrebbe detto qualsiasi medico, "ibrido frutto dʼuna povera mente morbosa".
Se così fosse, "il finto Epistolario si trasforma in me in uno specchio, in cui lʼamato viso di Anna mi appare così imbruttito e stravolto, che memoria, volontà e fantasia mi suggeriscono di scegliere una menzogna in luogo di questa diagnosi.
(...) Di Anna, di questo duplice mio idolo, della mia dormiente, preziosa Fenice, fa un oggetto di miseria e di pietà.
E infine, sullʼEpistolario fantastico, sul nostro carteggio famoso, sparge il triste pallore dellʼinsania, e lʼinforme noia della morte".
Ed allora lʼEpistolario fantastico, così come tutto il romanzo, viene ad essere una "strofa dʼamore", un modo disperato con il quale "lo spirito che presiede alle fanciullaggini" cerca di vincere la morte, "almeno per gioco".

Il romanzo ha un impianto ottocentesco: trama complessa, meticolosa descrizione degli ambienti, analisi approfondita dei personaggi, scrittura riccamente vaporosa, di una eleganza raffinata.
Non bisogna, tuttavia, lasciarsi ingannare; se amore e morte sono tra loro strettamente intrecciati, perché appena si ama si sa già che la persona amata si estinguerà, solo sognare, fantasticare, mentire agli altri e a sé stessi, ci permettono di sopravvivere, di limitare la sofferenza.
Il sortilegio sta in questo: Elisa preferisce chiudersi nelle stanze solitarie, ad inseguire le proprie ombre, invece di misurarsi con la realtà e ripercorrere le insane aspirazioni di chi lʼha preceduta.
Il romanzo non parla forse della coscienza di Elisa ? Esso non può essere frutto della sua mente malata ? Lo sa solo il Gatto Alvaro, compagno fedele di Elisa.
"Quando ogni luce è spenta, accendi al nero le tue pupille, o doppiero del mio dormiveglia, e sʼincrina la tregua solenne, ardono effimere mille torce, tigri infantili sʼinseguono nei dolci deliri".

Nel leggere Menzogna e Sortilegio la mente corre a Thomas Mann.
Siamo nel Meridione dʼItalia, i colori e i personaggi sono quelli del nostro Sud; eppure cʼè la stessa demolizione del romanzo tradizionale e si respira la medesima aria di decadimento, di lento declino verso la morte.
Dispiace lʼeccessiva lunghezza: siamo dinanzi ad unʼopera di grande originalità, che meriterebbe di essere nuovamente scoperta e letta.

Perché leggerlo ? Una splendida scrittura e viva la fantasia !

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