Tangenziale dell'ovest da "La Terra Santa" 1984
Tangenziale dell’ovest,
scendi dai tuoi vertici profondi,
squarta questi ponti di rovina,
allunga il passo e rimuovi
le antiche macerie della Porta,
sicché si tendano gli ampi valloni
e la campagna si schiuda.
Tangenziale dell’ovest,
queste acque amare debbono morire,
non vi veleggia alcuno, né lontano
senti il rimbombo del risanamento,
butta questi ponti di squarcio
dove pittori isolati
muoiono un mutamento;
qui la nuda ringhiera che ti afferra
è una parabola d’oriente
accecata dal masochismo,
qui non pullula alcuna scienza,
ma muore tutto putrefatto conciso
con una lama di crimine azzurro
con un bisturi folle
che fa di questi paraggi
la continuazione dell’ovest,
dove germina Villa Fiorita.
Commento del 30 ottobre 2024
Non è solo il manicomio centro di questa poesia; potremmo anche riferirci a una città, all’umanità intera, o, in modo ancora più metaforico, alla nostra coscienza. L’avvio è una tensione verso la libertà, la richiesta disperata di una porta aperta, che renda possibile un ampio orizzonte, almeno con gli occhi. Che senso ha il manicomio, dove non si curano i malati; luoghi di reclusione che non si possono risanare fisicamente e spiritualmente? Continuando nella metafora, noi, non malati di mente, potremmo dire che senso ha aspettare un mutamento da pochi e isolati soggetti: non c’è speranza di pace. Ed ecco un’immagine potente: i matti, noi, l’umanità tutta intera, che ci attacchiamo alle inferriate, ma non è che “parabola d’oriente (un sogno) accecata dal masochismo”; e così andiamo verso la catastrofe come se un demiurgo folle faccia del tutto, la città così come il mondo, un prolungamento del manicomio. Scritta nell’impronta del manicomio, non si poteva esprimere meglio la nostra condizione attuale.
La poesia è articolata in quattro stanze, le prime due si aprono con “Tangenziali dell’ovest”, le altre due con “qui”; il contrasto tra una strada che apre all’orizzonte e un avverbio di luogo che riporta alla condizione umana, dà un’assonanza che caratterizza l’intera poesia, ben esprimendo il conflitto tra libertà e prigione. I versi sono generalmente delimitati da una virgola, indicando una separazione labile delle singole immagini all’interno di ogni stanza. Solo la prima stanza è chiusa da un punto, così da delimitare chiaramente l’avvio del componimento, caratterizzato da un afflato di speranza. Successivamente un punto e virgola chiude la seconda stanza, indicando come il passaggio dalla rassegnazione alla disperazione sia veramente sottile. Si percepisce il ricorso alla rima, in quell’alternanza di vocali similari in termini di “pronunzia”, anche se il ritmo si affida alla ballata, di medioevale memoria.