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Vanishing Acts
RecensioneInglese

Vanishing Acts

A Delia il padre ha sempre detto che la madre era morta, tanto che essa è ormai una rimembranza che le affiora continuamente alla mente. > Ero solita immaginare come mia madre sarebbe ritornata. (...) In tutti questi sogni giornalieri, la morte non era assoluta come era supposto che fosse, e noi ci ritrovavamo sempre per caso. In tutti questi sogni giornalieri, mia madre ed io ci riconoscevamo senza una sola parola. La vita di Delia è trascorsa serena, con un padre amoroso e due amici: Fritz e Eric, di cui Delia s'innamora fin da ragazza, e da cui ha avuto una figlia. Gli unici tormenti sono quel senso, sempre presente, di aver perso qualcosa e il fatto che Eric è un alcolista. Quando, all'improvviso, la polizia si presenta a casa ad arrestare il padre, Andrew, accusato di aver rapito la figlia venticinque anni prima. Il romanzo affronta molti temi, anche troppi: la menzogna di Andrew, che ha tenuto nascosto a Delia l'esistenza della madre, Elise; l'alcolismo di Eric, che riemerge per lo stress e la  scoperta che anche Elise è stata dipendente dall'alcol; le  relazioni tra i tre amici, Delia, Eric e Fritz, con quest'ultimo da sempre innamorato dell'amica (nel romanzo è una sorta di angelo protettore); il nuovo ambiente in cui va a vivere Delia con la figlia per seguire il processo e dove incontra Rutham, un miscuglio di sciamana indiana e nonna hippy; la durezza e la violenza del carcere, dove viene rinchiuso Andrew; possibili abusi sessuali subiti da bambina, rimossi da Delia ma riemersi per le accuse del padre a Elise durante il processo (forse un'altra menzogna); infine il processo, narrato con l'usuale approccio poliziesco americano. Per dare ordine a un racconto così dispersivo, la recensione deve scegliere un filone, pur rischiando d'impoverire la ricchezza della trama. Si può partire da una strana domanda che la sciamana indiana rivolge a Delia: > e se l'intera esperienza del rapimento non fosse la storia di Delia? Cosa succede se scomparire non fosse il più catastrofico evento della tua vita? Che cos'altro sarebbe? (chiede Delia). Ruthman alza il viso al sole. «Tornare indietro». dice. E infatti Delia non è felice quando incontra la madre ed Elise, con le lacrime agli occhi, se ne accorge e le dice di averla persa di nuovo, e per sempre. Troppa è la discrepanza tra fantasia e realtà! > Mia madre, mitica, immaginaria, era una divinità e un supereroe e un conforto per me. (...) Ho avuto bisogno di venticinque anni per riuscire ad ammettere che sono contenta di non aver finora conosciuto mia madre. Non perché, come mio padre sospettava, lei avrebbe potuto rovinare la mia vita, ma perché così, io non ho dovuto essere testimone che lei rovinava la sua. Come dice la scrittrice, mediante la voce di Delia, > Importante non è cio che tu hai accumulato negli anni, ma quelle poche cose che puoi portare con te. E' un peccato che un tema così interessante, quale il confronto tra ricordo e realtà, sia rovinato da una trama affollata di filoni narrativi, personaggi inutili ed episodi ridondanti. Perché raccontare la vita del carcere dicendo cose scontate e perché invischiarsi nelle relazioni tra amici d'infanzia che diventano adulti? Sarebbe stato meglio approfondire in termini psicologici  la scoperta della madre da parte di Delia così come i sentimenti della prima, che restano sempre sullo sfondo, sino a svanire. Ad accentuare il profilo da polpettone contribuisce l'ormai diffusa tecnica della narrazione a più voci: ogni capitolo racconta la storia dal punto di vista di ciascun personaggio, creando quella ridondanza dell'io (non ne basta uno?) e rendendo il tutto prolisso, ripetitivo e noioso. Il pregio del romanzo è la scrittura: una struttura sintattica semplice ma non banale, un lessico elegante ma arricchito da modi di dire, aggettivi e verbi propri del linguaggio colloquiale, di forte impronta americana. Lontana dall'intellettualismo newyorkese o dagli esagerati  virtuosismi di autori statunitensi contemporanei (si pensi al celebratissimo McCharty Cormac, si veda la recensione in questo sito di The Road), Picoult ci riporta a una scrittura accessibile al lettore medio.  Perché leggerlo? Piacevole la scrittura, interessante potenzialmente la storia.

Jodi PicoultWashington Square Press
Le vie dell'immaginazione
RecensioneItaliano

Le vie dell'immaginazione

Maja e Klaas si sono conosciuti nella redazione di un quotidiano di provincia; il loro innamoramento fu accompagnato da conversazioni interminabili e da molte letture, > il loro mondo era fatto di carta stampata, di prese di opinioni, analisi, riflessioni scritte e orali . La nascita di tre figli costrinse Maja a dedicarsi alla famiglia, abbandonando il lavoro. Si prospetta una vita prosaica, dal quale trarne un decoroso piacere, un amore che diventi lentamente un'affettuosa amicizia. Quando tre vicende cambiano la vita dei due coniugi. Klaas scopre un poeta sconosciuto, Bernard Mork. Viene in possesso delle sue poesie e ne rimane affascinato, in particolare dalla successione dei temi trattati: nei Canti Mattutini per Eva emerge un prorompere di estasi sensuale, tanto che a Klaas «la sua stessa esistenza gli sembrava ad un tratto arida e sterile»; nei Principi di Ordine si assiste ad un progressivo ritorno ad un autocontrollo; e le Lettere a Bauci sono piene di una serenità austera. E' la storia di una relazione amorosa tra un uomo e una donna, una sorta di Canzoniere, nel quale, durante il lungo cammino attraverso l'esistenza, Petrarca passa dalle fantasie erotiche per la donna amata alla soffusa nostalgia per la dolcezza degli occhi di Laura sino al timoroso raccoglimento per la morte vicina. Ma chi é Bernard Mork?  Se Klaas è impegnato in questa indagine, Maja vive un'altra esperienza, altrettanto integrante e misteriosa. Durante un viaggio di trasferimento verso la Costa Azzurra hanno un incidente d'auto: Klaas deve fermarsi per attendere la riparazione della macchina mentre Maja con i bambini prosegue a bordo di un camion. > Alla luce fioca del cruscotto il camionista accanto a lei era una montagna d'ombra (...), un gigante, una forza sovrumana, li aveva presi sotto la sua protezione . In uno stato di quasi incoscienza, «insignificante ingranaggio di quel colosso su ruote», Maja ascolta le storie del camionista. In tutte compaiono delle donne misteriose, apparizioni o esseri umani, streghe malefiche o creature smarrite: in ogni caso trascinate dal desiderio della morte. Se la ricerca di Klaas ha ancora le sembianze del reale, anche se la poesia alimenta la fantasia, i racconti del camionista appartengono al mondo dell'immaginazione, agli incubi della stessa Maja, forse. E' invece senza dubbio vero, ma indecifrabile, ciò che accade nella splendida casa sulla Costa Azzurra. Di proprietà di una ricca aristocratica russa, assente perché sempre in viaggio, è gestita dal custode, uomo sospettoso e irascibile, più volte sorpreso a vendere i preziosi oggetti della villa. In particolare è proibito ai bambini giocare vicino ad un piccolo deposito: semplicemente di attrezzi o nascondiglio di qualcosa di più inquietante, come, per esempio, il cadavere della ricca dama russa? I tre filoni narrativi si sviluppano in parallelo per concludersi con la scoperta della vera identità del poeta: Bernard Mork è una donna! Ma come una donna scrive di erotismo, narra la sua relazione amorosa? Per Maja la risposta è semplice: > nella sua poesia lei era sia uomo che donna. (...) Ma per non fare torto a sua figlia, Eva, è stata costretta a cambiare. E' stata una scelta consapevole. Questo è un ragionamento da madre, non da poeta > , risponde Klaas, il quale, poi, si sprofonda in una dissertazione letteraria. Non basterebbe farsi raccontare le storie dei camionisti > per capire che il vero tema è la forza della donna che vuole diventare protagonista, almeno nella poesia. Il romanzo resta sospeso, chiudendosi quasi per stanchezza. Se ci sforziamo di dare una interpretazione unitaria ad un racconto frammentato nei suoi tre filoni narrativi, potremmo fare questa considerazione: coesistono in tutti noi tre sfere, il mondo reale, quello ideale e quello interno. Nel mondo reale ci possono essere dei delitti, anche se irrisolti, ci sono personaggi e luoghi, e quindi le descrizioni realiste e l'ordine degli eventi; nel mondo ideale ci sono la letteratura, la filosofia e così via; in quello interno ci sono i sentimenti, gli incubi e i sogni. Dovunque cerchiamo di collocarci (per esempio, Klaas nella letteratura, Maja nei sogni), è difficile difendersi dall'immaginazione perché le sue vie sono molteplici. Per caso mentre tu dormi/per un involontario movimento delle dita/ti faccio il solletico e tu ridi/ridi senza svegliarti/così soddisfatta del tuo corpo ridi/approvi la vita anche nel sonno/come quel giorno che mi hai detto:/lasciami dormire, devo finire un sogno"(Luciano Porta dalla raccolta Invasioni). Grande scrittrice olandese, Haasse sviluppa la storia con una scrittura semplice, elegante ed efficace. Si legge piacevolmente, perdendosi nei dettagli, minuziosi e suggestivi: da soli, tuttavia, non in grado di reggere una trama esile, frastagliata e dispersiva. La relazione tra Maja e Klaas rimane sullo sfondo, non è approfondita dalla sintassi e dalle parole: sta lì immobile, ciascuno dei due coniugi chiusi nel loro io incomunicabile, malgrado l'immaginazione. Ciò che non dà la storia avrebbe potuto offrire lo stile narrativo; non è così. Perché leggerlo? Piacevole

Hella HaasseIperborea
Vita
RecensioneItaliano

Vita

> Quando una cosa è passata, cosa la differenzia, nella realtà del presente, da unʼillusione o da una fantasia? Se pure ha avuto una sua esistenza, poi non ne avrà nessuna, tranne che nella memoria . Lʼautrice ricostruisce la storia americana di suo nonno, Diamante, e del suo amore per una ragazza, Vita. Nei primi anni del novecento, la miseria e la disperazione spingevano gli italiani ad emigrare negli Stati Uniti. Diamante, undicenne, e Vita, ancora bambina, andarono a New York presso il padre di lei. Il viaggio in nave e la vita durissima nel nuovo mondo crearono tra loro un legame indissolubile, che, come spesso succede, non riuscì mai a concretizzarsi in un rapporto duraturo e stabile. Il racconto si articola in tre parti. Nella prima parte, dal titolo «la linea di fuoco», lʼautrice narra lʼarrivo in America dei due fanciulli e descrive, con pagine cupe, dure e talvolta raccapriccianti, lʼambiente italiano dellʼemigrazione. Predominano la miseria e la violenza. Gli italiani lottano per sopravvivere e inviare qualche soldo in Italia. Per Diamante e Vita cʼè anche il contesto nel quale si trovano a vivere: lo squallore e lʼavidità del padre della bambina; lʼamante di lui, unico riferimento materno per Vita, ma per questo odiata perché lʼallontana dalla sua vera madre, rimasta in Italia; i connazionali, che frequentano, abbruttiti dal lavoro, la pensione gestita dal padre di Vita. Potrebbe essere una narrazione alla Dickens così come un romanzo realistico alla Zola: niente di tutto questo. Gli episodi si susseguono come se fossero una serie di incubi, di sogni maledetti, di trasposizioni allʼesterno di angosce esistenziali dellʼautrice. Su tutto incombe la città maledetta, la cui rappresentazione ricorda, per le immagini utilizzate e lo stile enfatico, le «Città terribili» di DʼAnnunzio. Questa parte del romanzo si chiude in modo drammatico: Vita dà fuoco allʼamante del padre cercando di ucciderla. Nella seconda parte, «la strada di casa», il figlio di Vita ripercorre, come soldato americano sul fronte italiano della seconda guerra mondiale, la ricerca di Diamante e della sua famiglia. Poi ci ritroviamo nellʼItalia degli anni cinquanta, quando Vita, ormai ricca vedova e donna affermata, viene a Roma per incontrare Diamante e chiedergli di andare a vivere insieme. Ne riceve un tacito rifiuto: è troppo tardi. Nella terza parte, «il filo dellʼacqua», si ritorna in America con Diamante e Vita, ancora giovani, ma ormai separati. Vita ha dʼaltra parte tradito Diamante e quindi il ragazzo è fuggito per dimenticarla. Quando ritorna a New York per imbarcarsi per lʼItalia le chiede se vuole partire anche lei. Ma ormai i due giovani sono troppo distanti, i loro mondi si sono allontanati: «lʼ America mi piace, ci sto bene» pensa Vita. Ma la storia è una ricostruzione basata su documenti e racconti dei protagonisti o è invece il frutto dellʼimmaginazione dellʼautrice? Ovviamente Diamante è realmente esistito, ma era un uomo taciturno e chiuso, che poco ha raccontato della sua vita. Della ragazza, Vita, la scrittrice non è riuscita a trovare traccia, neanche dopo una minuziosa ricognizione dellʼarchivio parocchiale del suo paese dʼorigine. Ma forse lʼamore tra Diamante e Vita è un ideale, un vagheggiamento, una fotografia confusa, come quella che lʼautrice immagina si siano fatti i due giovani. > I loro visi erano un alone indeciso, sfocato, come se allʼultimo momento avessero preferito non lasciarsi catturare, non consegnare a un ricordo morto lʼattimo irrepetibile che stavano vivendo. Diamante era un lampo nero. Vita una macchia bianca. I loro lineamenti sovrapposti e indistinguibili, come appartenessero a una persona sola . Lʼidea di base del libro è interessante. Narrare lʼemigrazione italiana tramite lʼamore di due personaggi: un amore dʼinfanzia sempre ricercato e mai trovato, senza un vero motivo. È un peccato che questo spunto venga sviluppato senza una vera trama narrativa, risultando alla fine dispersivo e frammentario. Lo stile, ricco di incisi, ridondante di vocaboli e di immagini, non riesce a dare vitalità e fascino alla narrazione, che resta, in tal modo, in mezzo tra molteplici generi letterari: la storia familiare, il romanzo sociale, la ricerca, frutto anche della fantasia, di un proprio percorso esistenziale e sentimentale. Perché non leggerlo? La lettura è noiosa e spesso pesante. Non aiuta la comprensione dellʼemigrazione italiana. Lʼamore tra Diamante e Vita resta sospeso e vago senza coinvolgere il lettore.

G. Melania MazzuccoRCS / Rizzoli
La vita bugiarda degli adulti
RecensioneItaliano

La vita bugiarda degli adulti

Giovanna, l'io narrante, è un' adolescente che vive in un bel quartiere di Napoli con genitori istruiti e di sinistra: il padre professore universitario, la madre insegnante di liceo e traduttrice. Pure la coppia di amici che frequentano ha le stesse caratteristiche: anche lui docente universitario, abituale compagno di accese discussioni con il padre, lei signora della buona società, sempre elegante e spesso con uno splendido braccialetto. Ci sono  poi le loro figlie, amiche e confidenti di Giovanna. Una bella famiglia borghese, quindi! La ragazza comincia a non andare bene a scuola e origlia alla porta una frase del padre. > l'adolescenza non c'entra: sta facendo la faccia di Vittoria. (...) Fu così che a dodici anni appresi dalla voce di mio padre, soffocata dallo sforzo di tenerla bassa, che stavo diventando come sua sorella, una donna nella quale-- gliel'avevo sentito dire fin da quando avevo memoria--combaciavano alla perfezione la bruttezza e la malvagità . Sorge in Giovanna il desiderio irrefrenabile di conoscere zia Vittoria, tanto odiata dal padre che in una foto di famiglia la sua immagine era stata tagliata. Voleva sapere se le brutte parole del padre erano dovute solo ad un dispiacere momentaneo o lui, così accorto, avesse individuato > i tratti di un mio guasto futuro. (...) Volevo capire se mia zia si stesse davvero affacciando attraverso il mio corpo: le sopracciglia foltissime, gli occhi troppo piccoli e di un marrone senza luce, (...) il labbro superiore corto con una disgustosa peluria scura, (...) il mento aguzzo e il naso, ah il naso, come si protendeva senza garbo verso lo specchio, (...) erano già elementi del viso di zia Vittoria, o miei e soltanto miei? (...) Ero io o l'avanguardia di mia zia, lei in tutto il suo orrore? Giovanna non si rende conto che il viaggio che sta intraprendendo, la conoscenza della zia e del suo mondo (i quartieri popolari di Napoli), non sarà solo la conferma o meno delle radici della sua presunta bruttezza: sarà una discesa verso la demolizione dei suoi genitori, la privazione della madre e l'estraneità del padre. Le figure genitoriali, prima viste come un olimpo di perfezione e di esempi da imitare, si sgretolano fino a dissolversi. > Cosa succedeva, insomma, nel mondo degli adulti, nella testa di persone ragionevolissime, nei loro corpi carichi di sapere? Cosa li riduceva ad animali tra i più inaffidabili, peggio dei rettili? Non è la scoperta della torbida relazione che lega i genitori alla coppia di amici: il padre ha da anni come amante la moglie del collega, il quale a sua volta tresca con sua madre; e neanche l'oscura storia del braccialetto indossato con tanta visibilità dall'amante del padre: in modo poco chiaro esso pervenne a zia Vittoria, la quale lo voleva dare in dono a Giovanna ma il padre lo regalò all'amante. Sono le parole a devastare la fine dell'infanzia: il tempo dell'adolescenza sarebbe lento, > fatto di grandi blocchi grigi e improvvise gibbosità di colore verde o rosso o viola. I blocchi non hanno ore, giorni, mesi, anni, e le stagioni sono incerte, fa caldo e freddo, piove e c'è il sole. (...) Appena cerchi le parole, la lentezza si muta in  vortice e i colori si confondono come quelli di frutta diversa in un frullatore .  Ed ecco siamo arrivati al cuore della questione, il tema della cultura. A differenza di Confucio che ritiene la cultura la chiave per cogliere «il senso dell'umanità reciproca», Elena Ferrante pare essere della mia opinione: la buona istruzione scolastica, il possesso del linguaggio, la consuetudine con i libri e con gli ambienti culturalmente impegnati, sono una gabbia che imprigiona i sentimenti, li sommerge sotto l'abile gioco semantico, crea apparenza e non sincerità. Il problema è che Giovanna, pur riconoscendo in zia Vittoria la forza prodigiosa della schiettezza (l'odio espresso senza filtri, l'intimità, le emozioni traboccanti, l'autenticità del vivere), si innamora comunque di un intellettuale, del quale è affascinata dalle parole, oltre che dall'aspetto. Cultura falsa chimera! Non si conosce l'umanità con il pensiero, lo si coglie con l'empatia. Per fortuna irrompe zia Vittoria e la salva. > Hai sentito, Giannì, qua ti chiamano bambina. Ma tu sei una bambina? E' allora perché ti metti tra Giuliana e il fidanzato? Rispondi, invece di rompere il cazzo con il braccialetto. Sei peggio di mio fratello? Dimmelo, ti sto a sentire: sei più presuntuosa di tuo padre? Il libro è un romanzo di formazione. E' intrigante all'inizio e crea nel lettore l'aspettativa di zia Vittoria: è l'attesa di un personaggio caratteriale, viscerale e sanguigno. Ed invece questa figura resta a latere, talvolta richiamata nella trama ma mai protagonista. Il racconto si svolge o meglio rotola lungo una vicenda banale e un sistema fragile di personaggi. Non appoggiandosi alla trama e ai caratteri, alla complessità dei loro legami come nell'Amica Geniale, la scrittua rileva tutti i suoi limiti: scorrevole, ma fiacca, senza tempra, superficiale come la storia. Perché leggerlo? Chi si è innamorato dell'Amica Geniale non può perderlo.

Elena FerranteEdizioni e/o