I racconti di Franz Kafka
I racconti di Kafka sono generalmente brevi scritti, caratterizzati da una trama paradossale, da contenuti criptici e difficilmente comprensibili. Il racconto, senza dubbio, più importante è la Metamorfosi, che si può considerare un capolavoro sia sotto il profilo strettamente letterario che per quanto riguarda i contenuti. Gregor, un impiegato modello, si sveglia trasformato in un grande insetto, probabilmente in uno scarafaggio. Dapprima la famiglia è sbalordita, poi ha nei suoi confronti un moto di pietà e di compassione (in particolare la sorella) e infine subentra l’indifferenza e il disprezzo. Alla fine Gregor si lascia morire e i genitori e la sorella non si interessano neanche di dove è stato gettato il corpo. Il racconto può avere diversi significati. Innanzitutto, qual è la causa di questa trasformazione? È, forse, la rivolta di un ragazzo costretto, ancora giovane, a mantenere la famiglia (il padre, pieno di debiti, che non fa nulla, la sorella che vorrebbe fare la violinista) sotto il rigido e vessatorio controllo di un capo ufficio. Dopo la notte in cui avviene la trasformazione, alla mattina Gregor dovrebbe, come al solito, partire presto e il fatto che continui a restare in camera è considerato da tutti una dimostrazione di pigrizia, già essa una sfida alle regole della società. > Ma signor procuratore, gridò Gregor, abbia pazienza ancora un attimo. Però sto già molto meglio. Come può accadere una cosa simile! . È il tema di una società burocratica e vessatoria, che non accetta in alcun modo la rottura delle regole. Ma c’è, per me, un altro tema ancora più universale. Cosa succede quando una persona si ammala di una grave malattia? All’inizio tutti gli sono vicini, pieni di compassione e di bontà, poi pian piano le persone cominciano a estraniare il malato, a cambiargli le abitudini e l’arredamento, perché non è più necessario, sino a lasciarlo nell’indifferenza. Così succede a Gregor. All’inizio la sorella lo accudisce a differenza del padre, che sin dall’inizio lo respinge sino al punto di ferirlo gravemente. Poi la madre e la sorella decidono di liberare la stanza dai mobili così da rendere più facile per Gregor muoversi lungo le pareti (chiara dimostrazione di una bontà che non tiene conto della volontà del malato). Gregor non vuole, perché significa abbandonare la sua natura di uomo, di persona sana, e reagisce sino al punto di attaccarsi a un quadro per evitare che glielo portino via. Poi un giorno che la sorella suona il violino, Gregor, il grande insetto, è affascinato dal suono e vorrebbe avvicinarsi alla sorella per abbracciarla e farla suonare solo per lui. Viene invece respinto con crudeltà perché è un mostro. Non restano che la solitudine e la morte. Insieme con la trasformazione di Gregor, si attua un cambiamento nei parenti. Il padre riprende a lavorare e gira impettito nella sua divisa, la sorella fa la commessa e si veste con il colletto aperto, anche la madre lavora. Quando Gregor scompare si apre una nuova vita, dimentichi totalmente del congiunto che eppure li aveva così aiutati.
I racconti di Rainwater Pond
Siamo a Wexford, una contea situata nella parte nord-orientale dell'Irlanda e narrata da Billy Roche in numerosi lavori teatrali. Il luogo comune a tutti racconti è lo stagno di Rainwater: > un luogo oscuro e insidioso. Potevi lanciarci una monetina e guardarla entrare nell'acqua torbida, tornare a casa, prendere il tè, andare al cinema, ritornare per la seconda volta a casa, (...) e quella monetina era ancora lì che si inabissava mentre rientravi a casa per la cena . Il fascino oscuro dello stagno faceva sì che il protagonista di una delle storie più suggestive, «Uno non è un numero», un povero storpio emarginato e perseguitato dagli altri ragazzi, era convinto che «quel posto avesse delle proprietà magiche che potessero in qualche modo guarirlo», se avesse immerso il suo povero piede nell'acqua. E sempre soffermandoci su questo splendido racconto, deve essere proprio magico questo stagno se a un certo punto compare un sosia, quello che avrebbe voluto essere l'infelice storpio: > lui era l'altro me, il vero me, quello che mi viveva dentro, (...) bello, forte e in salute, con i capelli color grano e nessuna lentiggine, (...) un'abitudine elegante, pensai, e aveva una voce profonda che non usava mai troppo . Ed Evelyn, la ragazza invano amata dallo storpio, «se ne andò verso casa, fluttuando a un paio di centimetri da terra», e pareva una fata. E' avvenuta la metamorfosi del brutto ranocchio in un bel cigno bianco? Come in tutti i racconti, le vicende individuali si spengono, talvolta senza una chiara conclusione, in una banalità del vivere, come se fossimo tutti imprigionati nel nostro destino, in una quotidinatià prosaica, ristretta e immobile, e lo stagno di Rainwater è ad un tempo un luogo fisico e la metafora della nostra coscienza sofferente e incapace di liberarsi. Come pensa il protagonista nell'ultimo racconto, non a caso intitolato «Un luogo tranquillo», tutto quel agitarsi per avere una propria vita era stato solo > un misterioso scherzo del destino che, alla fine, aveva agito per il suo bene; e in quel momento era tutto finito, gli attori avevano rimesso in valigia i loro costumi ed erano ritornati alla vita di tutti giorni . Nella successione dei racconti emerge uno stacco, che separa la raccolta in due parti. Sino alla storia dello storpio e della sua disparata solitudine, un racconto lungo e articolato, predomina un realismo magico e ancestrale, che richiama Elsa Morante di «Menzogna e Sortilegio» e Anna Maria Ortese di «Il mare non bagna Napoli» e del «Cardillo addolorato» ( si vedano le recensioni in questo sito); talvolta traspare un bisogno di amore che dovrebbe compensare difetti fisici (come per la grassa Maggie) o aiutare a fuggire da una condizione infelice: si pensi allo splendido finale di «Le luci del Nord» dove la protagonista torna a casa e trova il marito deluso di vederla, senza traccia di sospetto né di gelosia: > lei sospirò tra sé e sé. Ora le era tutto più chiaro. Quella notte, dopo il tè, sarebbe salita per dipingere un ritratto di lui: un uomo solo seduto alla finestra, davanti un argenteo cielo notturno . A proposito, è una reazione ben diversa da quella della protagonista di Alba de Céspedes in «Da parte di lei» che uccide il marito perché indifferente e annoiato (si veda la recensione in questo sito). Nella seconda parte il ritmo narrativo diviene incalzante, i personaggi sembrano in un palcoscenico a recitare una commedia; la lettura scorre veloce, intrigante e facile, ma si disperde lentamente l'atmosfera fantastica dei primi racconti, persino lo stagno si dissolve sullo sfondo, perdendo quella presenza inquietante e misteriosa che dava fascino alla narrazione. Siamo distanti da altri scrittori irlandesi, con il loro lessico affascinante e suggestivo, talvolta incomprensibile, caratterizzati da una sintassi articolata spesso difficile: neologismi, suoni che paiono venire da altre lingue, diverse dell'inglese classico, lunghe frasi, digressioni e incisi. In questo caso i periodi sono brevi, con un ampio ricorso alla punteggiatura, come avviene spesso nella narrativa americana contemporanea. La traduzione è efficace nel dare il senso profondo dei racconti, anche se c'è da chiedersi se non abbia semplificato il lessico, come succede spesso. Forse la scrittura e la struttura narrativa risentono della prevalente impronta teatrale dell'autore. Perché leggerlo? Una riflessione sulla condizione umana partendo da un microcosmo.
I ragazzi del massacro
Fa impressione leggere questo romanzo alla luce di un recente fatto di cronaca, in cui un ragazzo ha pugnalato la sua professoressa di francese, scaricando su di lei un odio e una violenza che non vorremmo che albergassero in un adolescente. Siamo negli anni'60, in una >, ma già convulsa da un traffico >. In questa città così diversa dall'attuale si è perpetuato un orrendo delitto: undici ragazzi hanno stuprato, picchiato, seviziato e infine ammazzato un'esile maestrina di una scuola serale. È vero sono già piccoli criminali: alcuni figli di "onesti genitori", altri con padri in carcere e madri prostitute, ma tutti conosciuti dalla polizia per atti di violenza, piccoli furti, abuso dell'alcol. Per il commissario capo è un caso semplice: sono tutti colpevoli e l'importante è liberarsi il prima possibile di questa "marmaglia", passando la questione al giudice istruttore, al riformatorio e al carcere. Non è così per Duca Lamberti, il protagonista dei romanzi polizieschi di Scerbanenco (si veda la recensione di "Venere Privata" in questo sito): uno strano poliziotto cui >. Lo insospettisce che dicano tutti la stessa cosa, >. È una linea di difesa troppo abile e per di più portata avanti da tutti, quasi che fosse stata concordata. >, così conclude Duca Lamberti. Da qui si dipana un'indagine poliziesca che non è fatta di abili e sottili ricostruzioni, che mettono in difficoltà gli indagati, li costringono a confessare; né la ricerca si dissolve in analisi sociologiche o in occasioni per narrare la vita del protagonista. Tutto resta sullo sfondo. Solo talvolta ci sono alcune brevi pennellate di una Milano che avrebbe voluto restare quella di fine ottocento, con le sue osterie, ancora "trani" e non ancora bar, in cui gli ubriachi >. E i sentimenti compaiono di sfuggita, timidi, con piccoli gesti: >. L'approccio di Duca Lamberti nasce dall'empatia che sente per quei ragazzi, per alcuni di essi almeno. Con essi cerca di creare una relazione di "cura" che li spinga ad aprirsi, non per paura della polizia, ma perché comprendano il male che hanno compiuto: un male devastante innanzitutto per loro. Non è che l'operazione gli riesce del tutto: il primo ragazzo, un piccolo e fragile omosessuale, si uccide, distrutto dalla colpa; l'altro, il quattordicenne Carolino Marassi, orfano e ladruncolo, rischia di venire ucciso. Duca Lamberti commette errori, spesso è depresso dinanzi a tante crudeltà, è scoraggiato quando Carolino scappa, tradendo la fiducia riposta in lui. >. Rinchiuso in un genere letterario, quello del Noir, tradizionalmente considerato di secondo livello, Scerbanenco non è tra i grandi scrittori del secondo Novecento. A ciò, forse, ha contribuito pure lo stile asciutto, conciso, senza fronzoli, spesso confuso con povertà letteraria. Tutt'altro, lo stile di Scerbanenco è frutto di una ricerca dell'essenzialità, che si riflette nella trama, mirabilmente priva di ridondanze, e nella scrittura e nel lessico. Non bisogna distrarsi con inutili divagazioni: la storia e i "ragazzi del massacro" parlano da soli. Essi raccontano della nostra società, e dell'abbandono, più di tante analisi sociologiche o moralistiche considerazioni. Allo scrittore spetta solo il compito di narrare la loro disperazione, facendosene carico. Perché leggerlo? Splendido noir, intenso romanzo sociale.
Il Re del Mare
il libro è articolato in due parti. Nella prima parte si narra l’avventura di Yanes che va a salvare Tremal-Naik e sua figlia Darma. L’ambiente è quello del Borneo, ricco di strani animali e di un contesto esotico. I colpi di scena si succedono uno dopo l’altro ma emerge un non so che di artefatto e di ripetitivo, che rende noiosa la lettura. Questa parte del libro si chiude con unʼulteriore sorpresa: il terribile capo dei Tughs ha avuto un figlio e questʼultimo vuole vendicare la morte del padre e per questo si è alleato con gli inglesi per sconfiggere Sandokan. L’isola di Mompracen è stata conquistata e i pirati della Malesia decidono di dichiarare guerra all’Inghilterra. Nella seconda parte compare il vero protagonista, che è l’incrociatore Re del Mare, con il quale i tigrotti scorazzano, combattono e vincono. Ritornano le scene di mare, di un mare tempestoso e di coste inaccessibili. E compare una storia dʼamore impossibile, quella tra Darma e il figlio del terribile Tugh. Il racconto diviene più articolato ed episodi di combattimento si alternano a momenti colloquiali, che conducono pian piano a creare una sorta di amicizia tra il figlio del Terribile Tugh e i capi dei pirati. Come nel Corsaro Nero, ci si aspetterebbe una fine triste; anzi in questo caso si arriva al punto che Sandokan e Yanes potrebbero essere sconfitti, morire o essere fatti prigionieri. In particolare Sandokan è stanco, non è più l’uomo di un tempo, è meno marmoreo di quanto è apparso negli altri romanzi. Ma alla fine c’è il colpo di scena: l’amore trionfa e per amore il figlio del terribile Tugh capisce che non ha senso vendicarsi, anche perché così facendo perderebbe l’amata. I capi dei pirati vengono liberati. A differenza degli altri libri del ciclo della Malesia si è di fronte a una caduta di vigore nel ritmo narrativo (tant’è vero che l’autore utilizza a piene mani le sue tecniche collaudate senza alcuna innovazione) e anche la descrizione del contesto (il mare e la foresta) appare marginale nel racconto. Emerge, tuttavia, un tema che non era presente negli altri romanzi: quello della tecnologia, impersonato dalla potenza dell’incrociatore e dall’ingresso nel racconto di un inventore, che può provocare una esplosione a distanza. La tecnologia rende obsoleti Sandokan e Yanes: il loro ciclo vitale è terminato perché il mondo è cambiato, non è un caso che a sconfiggerli siano quattro incrociatori, anch’essi potenti e veloci. Ma la tecnologia ha le sue fragilità: il Re del Mare naviga con l’incubo di non trovare carbone per alimentare le caldaie e l’inventore muore, colpito da una semplice granata. Il mondo della vela scompare ma le nuove tecnologie danno agli "eroi" minore autonomia e indipendenza.
Reading Lolita in Tehran
Un libro molto bello, soprattutto il primo capitolo, nel quale la scrittrice raggiunge una densità di scrittura e una profondità di concetti che ricorda Nadime Gordimer. Il libro è articolato in quattro momenti della vita della scrittrice: ciascuno è in qualche modo simbolizzato da quattro grandi scrittori della letteratura inglese: Nabokov con Lolita, Fitzgerald con il grande Gatsby, James e Austen. Il racconto non segue un percorso cronologico. Nel primo capitolo la scrittrice ha già abbandonato l’università e ha creato un gruppo di lettura nella propria casa. Le ragazze, sue ex allieve, arrivano alla riunione vestite con il velo e il chador, rese impersonali dal vestito e dalla postura che devono adottare per camminare per strada, si svestono e assumono in tal modo la loro vera personalità. Il personaggio di Lolita, una ragazza di dodici anni che diviene l’amante di un uomo anziano, è al centro della loro conversazione come simbolo della loro condizione esistenziale, costrette a comportarsi e persino a pensare come vogliono gli uomini. Insieme con il tema letterario emergono le loro storie personali e si intrecciano le relazioni reciproche, fatte di rivalità ma anche di una profonda comprensione e tenerezza. La sintesi di questo capitolo, e di tutto il libro, è racchiusa in una frase molto profonda: «non essere il frammento dell’immaginazione di qualcuno». Lolita non ha una sua personalità, ma viene forgiata dal vecchio, che la vuole proprio perché può renderla come vuole lui. Così le donne iraniane dovrebbero comportarsi così come vuole la società religiosa senza poter esprimere realmente la propria personalità e vivere la propria vita. E allora la letteratura non è «un lusso, ma una necessità», il mondo dell’immaginazione permette di riconquistare la libertà che la società vuole opprimere. A questo punto la scrittrice introduce il tema del bello, sottolineando come le nuove generazioni non siano interessate all’ideologia e alle posizioni politiche. > Ancora lo trovo nelle lettere dei miei studenti, quando, a dispetto delle loro paure e ansietà per il futuro senza lavoro e sicurezza e un fragile e incerto presente, essi scrivono intorno alla loro ricerca della bello . > Penso in qualche modo che le nostre letture e discussioni dei romanzi in quella classe divennero il nostro momento di pausa, il nostro collegamento a un altro mondo di tenerezza, lucentezza e bellezza . Nel secondo capitolo il contesto è costituito dalla fase rivoluzionaria, durante la quale non è chiaro chi assumerà il potere, i religiosi o le forze di sinistra. È quindi una fase di transizione, ma è caratterizzata da una generale convinzione, dei fondamentalisti come dei rivoluzionari di sinistra: le libertà individuali e il ruolo della donna devono essere subordinate all’ideologia massificante. La critica della scrittrice è rivolta quindi alla sinistra, che non comprende l’importanza dei diritti civili e ragiona, di fatto, come le forze religiose. L’episodio più interessante, anche sotto il profilo narrativo, è costituito dal processo al Grande Gatsby, da alcuni indicato come un personaggio emblematico dell’individualismo della società occidentale. La dinamica del processo mette in moto una dialettica nella classe e fa comprendere meglio che il vero tema del romanzo di Fitzgerald è il sogno di una propria auto-realizzazione, in una società che tende a uniformare gli individui: > Sogni... sono perfetti ideali, completi in se stessi. Come puoi imporli in una realtà costantemente in cambiamento, imperfetta ed incompleta. Potresti diventare un Humbert, distruggendo l’oggetto del tuo sogno: o un Gatsby, distruggendo te stesso. Quando lasciai la classe quel giorno, non dissi agli studenti ciò che io stessa cominciavo a scoprire: comʼera simile il nostro destino a quello di Gatsby. Egli voleva realizzare un sogno ripercorrendo il passato, e alla fine scoprì che il passato era morto, il presente una vergogna e non c’era futuro. Ciò non era simile alla nostra rivoluzione, che si era imposta nel nome del nostro passato collettivo e aveva distrutto le nostre vita nel nome di un sogno? . Il terzo capitolo è ambientato durante la guerra Iran- Irak. La rivoluzione si è ormai imposta, la libertà delle donne è stata annullata e il paese vive sospeso all’interno di un incubo (le vittime, i bombardamenti ecc. ), di un nazionalismo acceso e senza la speranza che questa guerra possa finire. Sono anni terribili, nei quali non ci può non rinchiudere nel sentimento. La scrittrice cita un passo di James, l’autore dell’ambiguità femminile, > non posso dirti di non affliggerti e di non ribellarti, scrive James, perché ho così l’immaginazione di tutte le cose e perché sono incapace di dirti di non provare dei sentimenti. Provare dei sentimenti, dico, provarli per ciò che vale la pena, e anche se ciò ti uccide, per questo è l’unico modo per vivere, specialmente vivere sotto questa terribile pressione, ed è l’unico modo per celebrare e onorare questo essere ammirabile che sono il nostro orgoglio e la nostra ispirazione . E aggiunge la scrittrice, > provare sentimenti crea empatia e ci ricorda che la vita vale la pena di essere vissuta . È un sentimento profondamente femminile, nasconde quella solidarietà basata sulla cura e sulle relazioni che è alla base del pensiero femminile. Il quarto capitolo ritorna al contesto del primo. La guerra è finita e si capisce sino in fondo che non esiste una reale possibilità di evoluzione in un regime strutturalmente contrario alle libertà civile e alla dimensione femminile. Non resta che la fuga nell’intimità e verso l’estero. In un mondo nel quale la religione è diventata ideologia, sembra non esserci più spazio nella dimensione individuale. In questo senso Austen è odiata dal regime. > le donne di Austen, gentili e belle, sono le ribelli che dicono no alle scelte di stupide madri, padri incompetenti e di una società rigida e ortodossa. Esse rischiano ostracismo e povertà per conquistare amore e amicizia (per conquistare l’importanza dell’amore e della comprensione nel matrimonio, e non l’importanza del matrimonio) per abbracciare quell’irraggiungibile fine della democrazia: il diritto di scegliere . Al di là della società iraniana, il libro affronta alcuni temi universali (la libertà di scelta, la prevalenza degli affetti rispetto agli schemi rigidi, la forza della letteratura e dell’immaginazione ecc. ) che possono essere ricondotti all’affermazione: non essere il frammento dell’immaginazione di qualcuno. Ma come è possibile in una società sempre più oppressiva e massificante, anche se apparentemente democratica? Come difendersi dall’invasione delle immagini, dei luoghi comuni veicolati dalla televisione, dalle urla dei dibattiti e così via? Mi sembra che la prospettiva sia la riscoperta della letteratura e della cultura in generale sia come ritorno alla dimensione individuale ma anche come riscoperta dell’immaginazione e quindi mezzo di resistenza e di riscatto domani: pensare e avere sentimenti sono, forse, le chiavi di volta per progettare e poi realizzare una società migliore.
La regina dei caraibi
Il romanzo è la continuazione del Corsaro Nero. Il pirata è sempre alla ricerca dell’odiato duca Wan Gould e il libro si sviluppa in una serie di combattimenti e di avventure, intervallate da lunghe e affascinanti descrizioni della foresta caraibica. Il duca muore con la sua nave e alla fine il pirata ritrova la sua amata, Honorata, diventata regina dei cannibali. Il libro presenta una struttura molto complessa e si evolve su diversi piani, con l’ingresso di nuovi personaggi. Al centro del romanzo sta il fatalismo del Corsaro Nero, ormai convinto di essere condannato all’infelicità e di portare dolore anche agli altri. In un colloquio con Yara, la giovane indiana che resterà uccisa dagli spagnoli, il pirata confessa la sua convinzione di essere predestinato a portare sventura alle donne: > Non si può amare il Corsaro Nero, fanciulla. Io porto sventura alle donne che mi avvicinano. Tu l’hai veduto! e ancora, dopo la morte di Yara, > io sono fatale a tutti – disse con voce cupa - abbiate cura di questa fanciulla, marchesa . D’altra parte, il sentimento della vendetta sommerge il Corsaro Nero e costituisce un destino al quale non può sfuggire, anche volendo. Nel colloquio con la marchesa di Bermejo (un nuovo e splendido personaggio di Salgari), alla domanda di che cosa farebbe del duca se Honorata fosse viva, il Corsaro Nero risponde > credete voi, signora, che le anime dei miei fratelli siano placate? Quando il mare diventa fosforescente il Corsaro Rosso e il Verde, le vittime del duca, rimontano a galla: essi chiedono vendetta. Quando l’uragano viene dall’Oriente, in mezzo alle urla del vento, io odo una voce che viene dalle spiagge della Fiandra: è quella di mio fratello maggiore, assassinato a tradimento dal duca e quella voce chiede pure vendetta . Anche nel momento in cui incontra Honorata, che finalmente può amare in quanto il duca è morto, il Corsaro Nero vagheggia la morte («Sì la morte, l’oblìo!») e la cupa depressione è tale che gli pare di vedere i morti che lo chiamano ( > Guardali, Honorata, guardali... Ecco il Corsaro Verde... ecco il Rosso... ecco tuo padre... e anche l’altro mio fratello ucciso sulle terre della Fiandra... ) e il pirata vorrebbe raggiungerli («Vengo!... Fratelli!... Vengo!»). Solo l’amore lo salva e alla domanda del Corsaro Nero se scegliere tra la vita e la morte, Honorata risponde con un filo di voce «l’amor tuo». Accanto a questa lotta tra l’odio e l’amore, si muovono i personaggi collaterali al Corsaro Nero ma di fatto centrali nel romanzo: in particolare, i suoi compagni, Carmaux, Wan Stiller e Moko, che curano con un amore fraterno il Corsaro Nero e danno al romanzo un brio abbassandone la drammaticità: espediente estremamente moderno e fondamentale nel dare al libro ritmo e piacere di lettura. Anche la natura emerge come una grande protagonista: una natura rigogliosa, ricca di animali fantastici, in particolare gli uccelli e i rettili, che Salgari descrive con estrema attenzione e con il desiderio di svagarsi e di dimenticare la disperazione dominante nella figura del Corsaro Nero. Dire che si è di fronte a un gusto dell’esotismo significa dimenticare il contrasto tra l’ambiente circostante e i sentimenti del pirata: la descrizione dell’ambiente ha il tono della fuga e del riposo. L’ultimo tema del romanzo è costituito dai combattimenti e in particolare dalle battaglie navali e dai naufragi, il mare è un altro protagonista e splendide sono le pagine che descrivono lo scontro tra la Folgore (l’amata Folgore!) e le navi del duca. Il libro è perfetto, sia sotto il punto di vista del ritmo che dei protagonisti e della trama.
Regina di fiori e di perle
L’io narrante è una bambina, poi adolescente e quindi giovane donna, che racconta come è diventata «cantora» delle vicende del suo popolo (lʼEtiopia) e degli italiani, quando questi ultimi hanno conquistato il suo paese. L’avvio del libro è il racconto da parte del bisnonno della nascita della nonna della bambina durante la resistenza contro gli italiani e della morte cruenta dei genitori, un uomo italiano e una donna etiope. Il libro quindi ha come partenza un atto di grande amore, che lega i due popoli, ma emerge sin dall’inizio la crudeltà delle leggi razziali, che impedivano a un italiano di sposare una donna etiope. Il vecchio si fa promettere dalla bambina che racconterà queste storie cosicchè possa rimanere un ricordo per il futuro. La bambina diventa un adolescente, dimentica la promessa e decide di andare a studiare in Italia, a Bologna. Ormai ventitreenne ritorna in Etiopia alla notizia della morte del vecchio, ma giunge troppo tardi per partecipare al lutto collettivo, che tradizionalmente accompagna i funerali di un defunto. Rimane così sospesa con un dolore interiore, che non riesce a esprimersi, e con un senso di diversità verso gli altri che la percepiscono ormai come una forestiera. Il trisavolo aveva lasciato come un ultimo desiderio che la ragazza andasse a pregare presso un importante Santuario. La parte centrale del libro si svolge, quindi, in sei giorni durante i quali la ragazza va al monastero, incontra un anziano eremita e soprattutto, nella sua attesa, ascolta le storie di donne, storie relative all’incontro, tragico e complesso, tra l’Etiopia e l’Italia. Pian piano la ragazza riesce a elaborare il lutto e a capire che il suo destino è di rispondere a quanto chiedevano i suoi anziani: «sarai la nostra cantora». Uno dei temi centrali del libro è senza dubbio il colonialismo italiano, le sue crudeltà e aberrazioni: particolarmente tragiche sono le pagine che raccontano del massacro effettuato dagli italiani a seguito dell’attentato a Graziani. Sarebbe tuttavia riduttivo ricondurre il libro solo a questo tema. In realtà la struttura narrativa del racconto è molto complessa ed emergono almeno tre tratti distintivi:la coralità, che viene data dalla raccolta di racconti, che costituiscono il cuore del libro. Poco dice la narratrice di se stessa (anche se è l’io narrante), in quanto ciò che interessa non è né l’introspezione dei sentimenti nè l’angoscia esistenziale, ma il libro vuole essere un punto progressivo di accumulo della storia di due popoli;la ricchezza dei temi, che va dall’elaborazione del lutto, alla perdita delle radici di chi è in bilico tra due culture, della contrapposizione dei valori comunitari rispetto alla solitudine dell’uomo moderno. In questo senso il vero contesto del racconto è l’Italia, che viene interpretata secondo un angolo di visuale che è quello di chi viene da unʼaltra cultura: emerge un paese al quale sono propri i colori dell’autunno, il grigiore, il soliloquio e l’abbandono, il rimpianto del passato;lo stile narrativo, asciutto, pur nella ricchezza del vocabolario, che si stacca positivamente rispetto alle verbosità di molti scrittori italiani.
The road to Los Angeles
È il secondo libro della sagra di Bandini. Mentre il primo libro si sviluppa ancora intorno al tema della famiglia italiana, con uno stile realistico e povero di suggestioni, questo romanzo abbandona di fatto i riferimenti etnici e folcloristici per narrare la maturazione di un ragazzo di diciott’anni, che legge molto e vive soprattutto con l’immaginazione e la fantasia. Si è in presenza del contesto familiare italiano (la madre e la sorella profondamente religiose, uno zio che si aspetta che il nipote si assuma le sue responsabilità), ma in realtà le vicende di Arturo sono quelle proprie di un ragazzo della sua età, che è costretto a conciliare il lavoro, spesso duro e alienante, con le proprie aspirazioni e i propri sogni. Il primo tema del libro è la rabbia, il desiderio di rivolta verso una società ingiusta che si esprime spesso in atti di violenza (bellissima la scena di Arturo che fa una strage di granchi credendosi un cavaliere antico), nelle prolusioni contro la religione cattolica e nei riferimenti ai grandi filosofi dell’Ottocento. Il secondo tema è costituito dal mondo erotico, dalla ricerca di un rapporto con le donne, che passa necessariamente attraverso le riviste pornografiche e la solitudine della propria stanza. Veramente incredibile dal punto di vista stilistico è il capitolo nel quale l’autore racconta la distruzione delle fotografie delle donne amate da parte di Arturo! L’ultimo tema, e forse il più importante, è costituito dall’immaginazione, dai sogni e dalle fantasie legate alle aspirazioni di Arturo, al suo desiderio di sentirsi un grande scrittore. Ed è proprio la delusione che deriva dalla lettura del suo primo racconto che spinge Arturo alla fuga dalla famiglia e al viaggio verso Los Angeles e quindi verso la propria indipendenza e maturazione. Fante abbandona lo stile realistico e freddo, che aveva caratterizzato il primo libro, per avviarsi verso espressioni e costruzioni sintattiche sempre più intense e ricche di suggestioni. Al significato della parola si aggiungono «segni» sempre più ricchi e sfumati, che sono prodotti dal ritmo, dalla fonetica e dall’uso degli aggettivi, spesso arricchiti da neologismi.
Le rouge et le noir
Il romanzo racconta le vicende di Julien Sorel: figlio di un carpentiere, riesce con le proprie forze e la propria intelligenza a salire nella scala sociale, prima nella borghesia provinciale e poi presso lʼaristocrazia parigina. Viene chiamato a fare il precettore dei figli del Sindaco, con la moglie del quale allaccia una relazione. Conduce quindi gli studi in seminario e per una serie di vicende fortunose diventa segretario di un potente aristocratico, con la figlia del quale ha un’altra storia d’amore. La giovane nobildonna, altera e orgogliosa, è perdutamente innamorata di Julien, dal quale aspetta un figlio. La moglie del Sindaco, convinta dal proprio confessore, invia al padre della ragazza una lettera nella quale si infanga il nome di Julien. In preda alla rabbia per l’onore offeso e per il tradimento da parte dell’ex amante tenta di ucciderla, viene quindi messo in prigione, processato e condannato a morte. Durante la prigionia si accorge di essere innamorato della prima amante ma è ormai troppo tardi. Sembra che la trama del libro corrisponda ad una vicenda reale; ma al di là della verosimiglianza il racconto può essere letto da tre punti di vista. Sotto il profilo del contesto storico, il romanzo descrive la scalata sociale di un rappresentante del popolo attraverso la borghesia sino all’aristocrazia. In Julien non ci sono né remissività né tanto meno umiltà: è convinto di valere come, se non più, dei rappresentanti della borghesia e dell’aristocrazia che incontra nel suo cammino. Via via che li conosce meglio, dopo una prima fase di ammirazione, ne segue un’altra di disillusione per la ristrettezza della borghesia provinciale e per la vacuità dell’aristocrazia. In questo senso il romanzo di Stendhal assomiglia a quello di Proust, anche se mancano totalmente i riferimenti filosofici che caratterizzano la «Ricerca del Tempo Perduto». Anche il quadro che emerge del clero è profondamente negativo. In questo senso il titolo «Il rosso e il nero» indicherebbe il conflitto tra lo spirito progressista e democratico e la reazione e il conservatorismo delle classi superiori nella prima metà dell’ottocento. Il titolo sembra tuttavia rispecchiare peculiarità e contrasti più profondi e in qualche misura universali. I personaggi del romanzo si muovono tutti in un clima di falsità e di ipocrisia, che caratterizza anche il comportamento di Julien. Basti pensare quali sotterfugi utilizza per conquistare e dominare la bella Matilde o il fatto che sino all’ultimo momento continua a mantenere un comportamento ambiguo nei suoi confronti, dimostrandole dell’affetto nel momento in cui è innamorato della sua ex amante, la moglie del Sindaco. Alla base di questi sentimenti predominano una diffusa superficialità e una logica dettata dalla convenienza. Questa ambiguità scompare solo nell’atto rivoluzionario di Julien, a questo punto un «vero eroe», che cerca di punire le false accuse ricevute ed accetta la morte con coraggio e dignità. Dinanzi all’ingiustizia e alla morte, Julien abbandona l’ipocrisia e la convenienza per comportarsi in modo coerente anche se in maniera inesplicabile per i suoi contemporanei. Il terzo punto di vista è rappresentato dalle due donne, la moglie del Sindaco e Matilde, che costituiscono le vere eroine del romanzo. Sin dallʼinizio i loro sentimenti sono profondamente veri: la moglie del sindaco accetta un matrimonio infelice ed affronta il nuovo amante con stupore ma con un grande coraggio; Matilde, così altera ed aristocratica, ma disponibile a perdere tutto, con slancio, per il suo innamorato. Si pensi alle pagine che raccontano l’avvicinamento di Matilde e di Julien. Da parte della ragazza è in atto un profondo conflitto tra il suo spirito aristocratico e il crescente innamoramento, da parte di Julien predomina solo il timore di essere «preso in giro» e la volontà di predominare anche con l’inganno. Julien non capisce la grandezza delle due donne, pensa che vi siano dei sottointesi, dei tranelli per poi vagheggiarne l’amicizia dopo la sua morte. In realtà la fine delle due donne sarà tragica e profondamente vera, come il loro amore: la moglie del sindaco morirà di crepacuore, Matilde porterà con sè la testa del suoi innamorato, in preda alla pazzia.








