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Patria
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Patria

In una sera di pioggia un piccolo imprenditore basco è ucciso da un comando dell'ETA, un'organizzazione terroristica che insanguinò la Spagna dal 1968 al 2011, provocando oltre 800 morti, di cui 240 civili (fonte Wikipedia). Txato, questo è il nome della vittima, si era rifiutato di pagare il pizzo e il suo assassinio fu preceduto da una serie d' insulti e da un crescente isolamento da parte del paesino, dove viveva da anni l'imprenditore e la sua famiglia. Joxe Mari, il figlio del migliore amico di Txato, è affiliato all'ETA e opera in clandestinità; in una delle sere precedenti all'attentato è stato mandato in ricognizione presso la casa della vittima, > non appena aveva cominciato a camminare, mi aveva visto. La Browning impugnata nella tasca e il Txato, cosa fa, cosa accidenti fa, attraversa la strada e viene dritto verso di me. La scena non era prevista dal copione. «Ehi, Joxe Mari. Sei tornato? Sono contento». Quegli occhi, quelle orecchie enormi, quell'aria amichevole. L'amico di suo padre che gli comprava i gelati quando lui era bambino. (...) Non farlo. Non ucciderlo. Erano rimasti muti uno di fronte all'altro. (...) Sono un membro dell'ETA e sono venuto a giustiziarti. Ma non glielo aveva detto. Non gli era venuto. Là in alto la campana aveva suonato un no. Questa scena, descritta a pagina 445, poteva essere un possibile avvio del romanzo, dando unità, secondo me, all'esplorazione delle conseguenze, non sociali e politiche ma psicologiche ed esistenziali, di una guerra civile che ha lacerato un'intera comunità. E invece Aramburu narra le storie individuali in modo disordinato, con avanti e indietro, inseguendo le vicende dei singoli personaggi come queste fossero storie specifiche, banali e scontate, vitalizzate solo dal legame con quell'unico fatto terribile. L'uccisione di Txato distrugge i consolidati rapporti di amicizia, determina la vita di tutti, degli affetti così come delle condizioni materiali di esistenza, immobilizza in ruoli definiti dall'odio e dal dolore. Joxe Mari finirà all'ergastolo, condannato a essere un eroe della liberazione dei paesi Baschi. Sua madre, Miren, assume le parti della protettrice, orgogliosa e inflessibile, del figlio perseguitato > fanatizzata per istinto materno. Il marito di Miren e il migliore amico di Txato si richiude in se stesso, vigliacco, nasconde il  lutto per la morte di Txato e la disapprovazione per le scelte di Joxe Mari. Gli altri figli sono in fuga da quella terra maledetta, così come lo sono i figli di Txato. Sono tutti > satelliti di un uomo assassinato. Lo volessero o no, le loro rispettive vite ruotavano da lunghi anni intorno a quel delitto, a quel fuoco incessante di, di cosa?, cazzo, ma di pena, di dolore, e questa storia deve finire e non so più come. A rompere l'immobilismo della sofferenza è Bittori, la vedova di Txato, con la sua decisione di tornare al paesino e di riaprire la vecchia casa: > una strana atmosfera avvolgeva i soprammobili, le pareti, i mobili, un odore caratteristico che, senza essere stomachevole, era tutt'altro che accogliente. Ed era lo stesso odore che emanano i vestiti di mia madre quando la abbraccio. Siamo dopo il 2011, la guerra civile è finita e tutti vorrebbero dimenticare. Il parroco ferma Bittori per strada per invitarla a non tornare in paese, > a non riaprire le vecchie ferite. La risposta della donna è lapidaria: è qui > per tirare fuori tutto il pus che c'é ancora dentro. Altrimenti, non si chiuderà mai. Caparbia, Bittori otterrà che Ioxi Mira le chieda perdono, perché solo così ci può essere una vera riconciliazione, e non invece un pavido oblio omertoso. La determinazione di Bittori smuoverà tutti gli altri protagonisti della storia, che usciranno dalla loro sofferenza per ritrovare di nuovo se stessi, metabolizzando finalmente il lutto e accettando il proprio destino. Gli argomenti fondamentali del libro sono la lacerazione e la riconciliazione: la violenza frutto dell'odio e la volontà di ricostruire la fratellanza. L'autore evita la retorica e il moralismo, scava, invece, all'interno delle coscienze. I personaggi sono sempre in bilico tra immobilismo doloroso e possibilità di liberazione dal destino; per riuscirci hanno bisogno di una forza esterna, costituita da Bittori, che abbandona le vesti della vedova sconsolata per assumere quelle di un' eroina tragica, portatrice, suo malgrado, di un compito universale ed eterno: quello di portare il carnefice a riconoscere le proprie colpe, a dichiararle e in tal modo liberarsi dal rimorso. Si è già accennato al disordine della narrazione. Con una tendenziale scansione di tre capitoli per volta l'autore approfondisce i diversi personaggi del romanzo, senza creare una gerarchia d'importanza, quasi che non ci sia un protagonista. Quest' approccio lascia al lettore la libertà di scegliere la figura chiave del racconto (per me Bittori), ma annebbia la focalizzazione, ostacola la ricomposizione delle storie, che restano inconcludenti. L'alternarsi della prima e della terza persona come voce narratrice intriga dapprima, creando un effetto di spiazzamento. E' una bravura stilistica che alla lunga confonde la narrazione: ogni frase è interessante ma il tutto diviene dispersivo. Infine il romanzo è molto lungo, prolisso e ripetitivo. Perché leggerlo? Interessanti gli argomenti affrontati.

Piccolo Mondo Antico
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Piccolo Mondo Antico

L’ambiente è il Lago di Lugano, ed in particolare la Valsolda. Siamo tra le due guerre d’indipendenza. Franco è il nipote di una potente marchesa ed è innamorato di Luisa, una giovane di famiglia seria ed onorata, ma modesta. Tra la marchesa e Franco il contrasto non si limita all’amore del giovane per Luisa ma anche alle diverse idee politiche, la donna legata alla dinastia austriaca, l’uomo convinto patriota. Franco sposa, all’insaputa della marchesa, Luisa e quindi la giovane coppia deve vivere in ristrettezze economiche, aggravate, ad un certo punto, dal licenziamento dello zio di Luisa, un funzionario onesto e serio dell’amministrazione lombardo-veneto: licenziamento dovuto alla volontà della potente marchesa. La vita scorre serena e gravita intorno alla figlia della coppia, la piccola Maria. L’unico contrasto tra gli sposi ha origine nelle differenti convinzioni religiose: Franco devoto e cattolico osservante, Luisa di fatto indifferente e atea nella sua coscienza. Ci sono poi le idee politiche, comuni ai due sposi e al loro piccolo entourage, che, insieme con le difficoltà economiche, inducono Franco a trasferirsi a Torino. Ed infine, a turbare l’andamento familiare e creare contrasti tra gli sposi si inserisce la scoperta di un documento con il quale il nonno di Franco, marito della marchesa, avrebbe lasciato l’eredità al nipote. Franco, per orgoglio, non intende far valere il documento, che è stato nascosto dalla marchesa, e questo fatto indigna Luisa, non tanto per motivi economici quanto per l’ingiustizia subita. Sulla vita della coppia, «sul piccolo mondo antico», irrompe la tragedia della morte di Maria, annegata nel lago. Luisa si chiude in un dolore tragico anche perché si sente colpevole della morte della bambina. Luisa si sente arida e fredda, si crea tra i due sposi una barriera, che rischia di distruggere il loro rapporto. Scoppia la seconda guerra d’indipendenza, Franco, che nel frattempo è ritornato a lavorare a Torino, invita la moglie ad un incontro all’Isola Bella prima della sua partenza per il fronte. Luisa è molto incerta, poi viene convinta dallo zio e andando verso l’isola, sul battello, vede un gruppo di soldati che va alla guerra e capisce che ci sono sofferenze e dolori più grandi dei suoi. L’incontro con Franco è dapprima freddo, poi via via si scioglie e i due si ritrovano, dando alla luce una nuova creatura. Come in tutte le belle storie, l’amore alla fine trionfa. Si tratta, quindi, di una storia romantica, che creò clamore a suo tempo per le idee religiose che vi erano espresse. Era portata avanti, nella figura Luisa, una forte critica alla religione, soprattutto a quella ufficiale e bigotta, sino al punto che la donna affermava che «Dio è cattivo» o persino, che Dio non esiste. Se la guardiamo con gli occhi del nostro tempo, ciò che rimane di pregevole del romanzo è, invece, il contrasto tra l’intimità del mondo familiare e la partecipazione ai grandi eventi. Alla base c’è la rappresentazione del «piccolo mondo antico», che, come dice l’autore, > era ancora più segregato dal mondo grande che al presente, era più che al presente un mondo di silenzio e di pace, dove i funzionari dello Stato e della Chiesa,e, dietro al loro venerabile esempio, anche alquanti sudditi fedeli dedicavano parecchie ore ad una edificante contemplazione . Questo mondo è costituito dalla Valsolda, di cui l’autore descrive sia la natura che la comunità. Ed è proprio questa la parte più debole del romanzo: la natura viene affrontata con uno spirito romantico, tendente al «meraviglioso», all’immagine propria di un«turista», risultando in definitiva falsa e distante; i personaggi, innumerevoli, sono descritti soprattutto nelle loro relazioni reciproche, ma risultano, in definitiva, come caricature di figure tipiche di un piccolo paese ( la servetta infedele, il curato, il professore, lo spione e così via), senza, però, riuscire ad darne una rappresentazione ironica. Lo stesso ricorso al dialetto non dà vivacità e veridicità ai dialoghi, risultando infine fastidioso ed inutile. La figura di Franco è piatta, anche inverosimile, se si pensa che subisce una disgrazia terribile, che sembra superare con facilità. L’unico personaggio che risulta contradditorio e complesso è quello di Luisa: essa è consapevole della fragilità del marito, della vacuità della religione, ma accetta il ruolo sociale di moglie e di madre. Solo la morte della figlia rompe questo difficile equilibrio trascinandola quasi alla follia. Ma, alla fine, si salva riprendendo il ruolo che le è stato affidato dalla società. Piccolo Mondo Antico è il romanzo di un ricco e colto borghese dell’ottocento italiano, che ritiene che solo nell’assumersi le proprie responsabilità sociali ci si possa salvare e crescere come personalità. La tradizione pre-industriale è quindi qualche cosa da superare, così come la chiusura nei problemi personali, nelle piccole relazioni interpersonali, nella ricerca di soluzioni metafisiche e irrazionali ( la religione, lo spiritismo). Il tema della responsabilità e del superamento della dimensione familiare e localistica è particolarmente attuale nella società italiana: forse proprio la superficialità di come è stato affrontato nel romanzo ha fatto sì, così come è avvenuto, che familismo e localismo siano rimasti ancora oggi i punti deboli della società italiana.

Antonio FogazzaroGulliver
Un pinguino a Trieste
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Un pinguino a Trieste

Il "Giornale di Trieste" del maggio 1953 riporta la notizia dell'arrivo a Trieste del pinguino "Marco". > Giunto dalle lontane terre del Capo di Buona Speranza ove un singolare destino lo aveva condotto, (...) Marco è stato sedotto dall'affettuose premure di un lupo di mare, il nostromo di coperta della motonave Europa Prendendo spunto da una vicenda reale, Carminati ha scritto un romanzo di formazione che dà un tocco di lievità a un momento difficile della storia di Trieste, tra il 1950 e i tumulti del novembre 1953, quando terminò con morti e feriti una protesta per l'accordo segreto tra Stati Uniti e la Jugoslavia, con l'assegnazione della città all'Italia e dell'Istria alla Jugoslavia. Niccolò è ancora bambino nel 1950, > con pochi pensieri e molta libertà, quando fugge da Lussino per Trieste, dove va a vivere da uno zio. In una scatola tenuta nascosta scopre casualmente un telegramma che comunicava come suo padre risultasse disperso, presumibilmente annegato, in seguito all'affondamento del piroscafo su cui era imbarcato. Perché lo zio non gliela aveva mai mostrato? Forse > perché voleva che rimanessi bambino il più a lungo possibile, voleva che io credessi al topolino dei denti, a San Nicolò che porta i regali, alla Befana, alle stelle cadenti, a mio padre vivo da qualche parte in Africa. Ho guardato verso il mare aperto. Le onde hanno avuto un brivido: (...) dieci anni prima il mio papà era morto in mare, e da dieci anni viveva solo nella mia fantasia. Dal ritaglio di un giornale (il "Tempo" del gennaio 1953) Niccolò viene a sapere che quattro marinai del piroscafo affondato si sono salvati in una scialuppa, e se fra questi ci fosse suo padre? Se fosse ancora vivo da qualche parte sulle coste dell'Oceano Indiano, dove si era inabissata la nave? Con un atto che mescola speranza, coraggio e spirito d'avventura, Niccolò s'imbarca come marinaio su un piroscafo diretto a Città del Capo, lui ancora adolescente e che per di più soffre il mal di mare. Forse la ricerca del padre è solo un'occasione per divenire adulto, come Jim nell'Isola del Tesoro (si veda la recensione di "Treasure Island" in questo sito). > Sarei tornato a casa, ammette Niccolò, > con una nuova mappa: quella tracciata dai miei piedi e dai miei occhi. Il romanzo è costruito con grande maestria ed eleganza, riuscendo a mettere insieme i sentimenti di un adolescente, le sue curiosità e le sue scoperte, con una trama piacevole, con le sue brave sorprese, forse un po' scontate. Non ci sono i cattivi! Ci invade una sorta di speranzosa letizia, abituati a storie dispotiche pure nei romanzi per adolescenti: si pensi a "Borders no Borders" o alla grande saga di "Berlin" (si vedano le recensioni in questo sito). Il tutto è eccessivo, troppo facile si potrebbe dire, così distante dalle vicende triestine così come dalla realtà di oggi. Dobbiamo dare una prospettiva positiva, ma lo dobbiamo fare riconoscendo i problemi attuali, per non cadere nel rischio di una "bella favola". Il pregio del romanzo è la scrittura: elegante, perfetta sul piano sintattico, lessicalmente ricca. Carminati recupera la parte migliore della nostra lingua, con un uso sapiente della punteggiatura, senza cadere nelle trappole stilistiche oggi così frequenti: dall'abuso del "punto" con la conseguenza di frammentare il discorso, come nell'acclamata "La Ferocia" di Nicola Lagioia, al periodare disordinato in cui il flusso delle parole non si affida alla punteggiatura ma ai suoni, come nella troppo apprezzata "Alma" di Federica Manzon (si vedano le recensioni in questo sito). Perché leggerlo? È piacevole ed è una bella storia. Apprezzamento medio basso.

Chiara CarminatiBompiani
Il porto dei sogni incrociati
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Il porto dei sogni incrociati

Secondo il Buddhismo la sofferenza nasce dal fatto che ci si oppone al fluire della vita e ci si attacca a forme illusoriamente permanenti, siano esse cose, eventi, persone o idee. Ed invece lʼuomo è come un volo di un uccello o il passaggio di un pesce nellʼacqua, che non lasciano traccia di sé; è come andare in barca a vela, facendosi guidare dai venti. E chi meglio di un marinaio personifica questa condizione di transitorietà? Siamo in un pub di una città irlandese, dove si ritrovano quattro persone; non si conoscono ma tutte vivono in una città portuale e hanno incrociato il capitano di una nave mercantile: Marcel. Rosa Moreno ha il sorriso di Ingrid Bergman, rischia di passare tutta la vita nello stesso bar di un piccolo porto della costa atlantica della Spagna: ed allora > tutto le appariva nero, come se non valesse la pena di vivere . Una notte trascorsa con Marcel le ha regalato sogni di libertà, possibilità di una nuova vita, ma anche unʼeredità tangibile, un bambino. Madame Le Grand è una vedova ancora piacente, trascorre la vita ad archiviare le storie di tutti i marinai che transitano nella sua città portuale, > per provvedere a che tutte le persone che incontrava lasciassero una traccia dietro di sé, invece di sparire nel nulla, come se non fossero mai esistite . Invita a cena Marcel con la sua ciurma e rimane affascinata di un uomo al quale > non gli importava di sapere cosa cʼè dopo, (...) massimo desiderio: nessuno perché rende infelici . Peter Sympson è un gioielliere, al quale Marcel affida per la vendita una pietra preziosa di grande valore, ed insieme pure gli dice il senso profondo della sua vita: > il suo hobby sono le pietre preziose. Il mio sono le conoscenze passeggere e i loro sogni della vita. Jacob Nielsen è un informatico, vive nel mondo di internet, talvolta è colto dallʼirrequietezza, è poi sufficiente > una folata di vento dal mare per spazzar via il suo desiderio di altrove . Incontra Marcel, è conquistato dallʼidea di una rete di «porti incrociati», della quale il capitano occasionalmente conosciuto potesse essere il fulcro inconsapevole. > E se in quel modo fossero riusciti a dimostrare che il mondo non è un caos impenetrabile, un gorgo di anonimi esseri umani che annegano e si perdono nella loro stessa profusione e diversità? . Rosa Moreno, Madame Le Grand, Peter Sympson e Jacob Nielsen sono lì, casualmente nello stesso pub, per rivedere lʼuomo, che li ha tolti dalla monotona esistenza quotidiana e li ha proiettati in una incertezza piena di speranza. Tutti e quattro si illudono. Per Marcel > legarsi ad altri esseri umani sarebbe stato come correre un pericolo mortale. Perché chi meglio di lui poteva sapere che tutti i legami di quel genere possono essere spezzati? Essere solo e libero di danzare era diventato il suo destino da questo lato della fossa . Marcel fugge con la sua barca a vela, anche dopo che viene a sapere che Rosa porta in grembo suo figlio. > Strano è il cuore del marinaio: spera, ha paura, si spinge più vicino e vira al largo della costa, infine raddobba la vela lacerata, e volge la prua spaccata verso lʼoceano, inverte la rotta sconsolato ( Robert Louis Stevenson, Underwoods da Poesie, Oscar Classici Mondadori 1997). La bella citazione di Stevenson non è appropriata. Il grande scrittore inglese si riferisce alla vita del marinaio, al suo desiderio irrefrenabile di solitudine. Larsson non parla di questo: il mare lontano, romanticamente descritto, resta ai margini; né si parla veramente dei personaggi. Anche quando veniamo a sapere dellʼ infanzia di Marcel, nella quale il capitano ha sofferto la perdita di tutti i suoi parenti, ci rendiamo conto che non sia questa terribile ferita del passato a spingerlo continuamente alla fuga. Pure gli altri personaggi hanno sofferto; nondimeno cercano disperatamente qualcosa di solido, certezze e relazioni alle quali ancorarsi e per le quali vivere. Il romanzo è una narrazione filosofica. Il vero tema è la contraddizione tra permanenza e transitorietà: la non permanenza non è una condizione instabile da cui liberarsi, è la modalità della realtà, è il segno che non lascia testimonianza, è la «vacuità» come dato essenziale dellʼessere umano. Che nostalgia per la scrittura della «La vera storia del pirata Long John Silver». Tanto in quello splendido romanzo lo stile narrativo è vivace e suggestivo, quanto qui l ʼesposizione è piatta, prosaica, fredda. Le vicende scorrono senza slancio, sviluppate in modo burocratico e ripetitivo. Perché non leggerlo? Scontato, piatto e prosaico.

Bjorn LarssonIperborea
Una primavera di fuoco
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Una primavera di fuoco

Nel conflitto tra israeliani e palestinesi gli avvenimenti tra il 2000 e il 2002 costituiscono uno spartiacque fondamentale. Prima del settembre 2000, data di inizio della così detta seconda Intifada, vigeva in Palestina > un ordine imposto da unʼoccupazione che durava da anni e da generazioni, che era diventato unʼabitudine, anzi, una routine, uno stile di vita, eppure la farfalla continuava a dibattersi, poteva prender fuoco, poteva esplodere e farlo vacillare . E quando la visita di Ariel Sharon, allora leader del Likud e poi premier di Israele, provocò il sentimento religioso dei palestinesi pregando sulla spianata delle Moschee a Gerusalemme, scoppiò unʼondata di violenze che portò alla reazione militare di Israele, allʼassedio di Arafat e alla successiva occupazione dei territori palestinesi da parte degli israeliani. Il romanzo vorrebbe narrare queste drammatiche vicende dal punto di vista di due fratelli, Magid e Ahmad, e della loro amica, Suʼad. Il racconto è diviso in due parti. Nella prima, senza dubbio la più suggestiva e meglio strutturata, il tema di fondo è costituito dai sogni in tempo di guerra, da un famoso verso di Mahmud Darwish: «lasciatemi stare, lasciatemi andare là dove voglio andare». Magid è uno splendido ragazzo, che sogna di diventare un famoso cantante. Ahmad è ancora un bambino timido, introverso, solitario e sensibile. Stringe unʼamicizia segreta con una bambina israeliana, con la quale comunica, con poche parole e soprattutto con gesti, attraverso il filo spinato che divide i territori dei coloni da quello dei palestinesi. Ma i sogni sono pieni di speranze menzognere! Il caso trascina i due ragazzi nella realtà drammatica che attanaglia la loro società. Magid viene accusato, malgrado sia innocente, dellʼassassinio di un importante esponente del governo palestinese, odiato in quanto considerato un collaborazionista. Costretto a fuggire, entra nella resistenza. La vicenda di Ahmad è paradossale. Per riprendersi la gatta adorata, che era stata inconsapevolmente presa dallʼamichetta israeliana, viene sorpreso nella colonia e tradotto in carcere, in quanto sospettato di essere, lui ancora bambino, un terrorista. Nella seconda parte il romanzo cambia di prospettiva. Da un lato lʼautrice porta avanti una riflessione politica sul ruolo dellʼAutorità palestinese. Sono più le domande che le risposte. Dinanzi a dirigenti che sembrano preferire la carriera e la visibilità al compimento delle speranze del proprio popolo lʼautrice si chiede se > non è la Causa come una trama dʼamore, che inizia dolce, forte e travolgente, e poi con il tempo appassisce, muore e decade? Dallʼaltro lato emerge la prospettiva femminile. Diviene Suʼad la protagonista, che ama Magid ma lo vede trasformarsi in un uomo elegante, in giacca e cravatta. > Svaniti lʼartista e il rivoluzionario, non resta che lʼarrivista che progetta la scalata al potere... È così che il potere riduce un ragazzo di belle promesse?.... E noi donne? Cosa ne sappiamo, cosa proviamo, cosa facciamo? Non un granché, per loro noi siamo di contorno, non di più . Le donne sono quindi sole, ma in loro si compendiano tutti i problemi di un popolo in guerra. > Assedi interiori, assedi esterni, lʼassedio della società e quello di Israele; gli uomini ne conoscono uno solo. Lei, invece, li subiva tutti insieme . Ed allora solo la donna può esclamare: > Palestina, pezzo di cielo, il tuo nome sulle mie labbra è una preghiera.... una sorta di azzurra preghiera estesa quanto lʼorizzonte . Il dramma del popolo palestinese va di pari passo con lʼinaridirsi e il dissolversi dei sentimenti dellʼadolescenza e della giovinezza. Il libro è una narrazione elegiaca, in certi momenti epica, della distruzione di una patria, dalla quale non si salva il mondo interiore, quello degli affetti intimi. > Corri, corri. Scalzi, svestiti, in pantofole e in ciabatte, con i bambini, senza i bambini. Anziani, vecchi e feriti che passavano sopra le macerie, le pietre, i vetri, gli incendi, la spazzatura sparsa dovunque. E cadaveri. E feriti con lesioni di ogni genere e gravità, chi alla mano, chi al piede, chi accecato dalle vampate di calore, chi ammutolito e incapace di articolare verbo. E urla. Non resta che la mortificazione per le proprie lacrime e lʼumiliazione per una vita consumata da un destino avverso. Il vero limite del romanzo è la trama narrativa. Nella prima parte riesce a mantenere una sua logica, la quale, tuttavia, si sminuzza nelle pagine successive, con un susseguirsi confuso e disordinato di eventi: la descrizione epica dellʼassalto al palazzo presidenziale di Arafat e della fuga dei palestinesi sotto lʼaggressione militare, le meditazioni e le delusioni di Suʼad, che diviene talvolta narratrice ( disorientando ulteriormente il lettore), le riflessioni politiche dellʼautrice, spesso vagamente accennate e quindi incomprensibili per chi non conosce gli avvenimenti, gli intermezzi elegiaci sul dolore e sulla disperazione del popolo palestinese, talvolta retorici e ripetitivi. È come se unʼondata di pensieri sommergesse lʼautrice, e tutto ciò a danno dei personaggi e della storia. Il frequente ricorso alle interrogative retoriche contribuisce ad appesantire la lettura, non chiudendo mai fino in fondo il ragionamento e la narrazione. Perché non leggerlo? Dopo un inizio accattivante la lettura diviene man mano più frammentaria, spesso ridondante e noiosa.

Sahar KhalifahGiunti
Il profumo delle foglie di limone
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Il profumo delle foglie di limone

Juliàn è un ex internato di un campo di concentramento nazista, > ossessionato da un passato che ormai non importava più a nessuno ma del quale non riusciva a dimenticare neppure un giorno . Al limite della vecchiaia va in Spagna perché ha saputo che un gruppo di criminali nazisti si è rifugiato sulla Costa Blanca. Lo anima un odio profondo per questi «mostri moribondi», il desiderio di incutere la paura e la sofferenza che ha visto e subito nel lager: > ero rimasto indietro, intrappolato nel mio mondo, con i miei odi, i miei amici e i miei nemici . La sua vicenda si intreccia con quella di Sandra, una ventenne rimasta incinta, incerta e confusa su quale direzione dare alla sua vita. Sandra appare al vecchio Juliàn come lʼicona del presente e del futuro, che lui non ha mai conosciuto sino in fondo perché concentrato in un sentimento più forte: lʼodio e quindi il passato. > Aveva i capelli di varie sfumature che andavano dal rosso al nero, lunghi da una parte e più corti dallʼaltra. Portava anche un anellino al naso. Aveva gli occhi di un colore tra il verde e il marrone e il naso aquilino. La luce del sole, colpendole il volto, faceva sembrare il suo sguardo leggermente ironico . Un incontro tra due vite così differenti è potuto accadere perché Sandra era stata accolta da una coppia di ottuagenari nazisti, che in fondo erano rimasti affascinati dagli stessi sentimenti di Juliàn per la ragazza. Sandra aiuta, in modo sempre più convinto, Juliàn nella sua indagine su questo gruppo di criminali.In realtà via via emerge come questi ex nazisti siano alla loro volta dei vecchi infelici, chiusi nei propri sogni di potenza e di giovinezza, imprigionati in un insieme di relazioni dove predomina la sopraffazione e persino la truffa. Lʼinutilità dellʼodio diviene sempre più evidente in Juliàn, anche perché si rende conto che la sua ossessione può mettere gravemente in pericolo la ragazza. Capisce finalmente che ci sono cose più importanti che ritornare costantemente al passato. Si pacifica finalmente con lʼesperienza del lager, al punto che decide di fermarsi in una casa di riposo dove hanno trovato rifugio anche due vecchi nazisti. Per Sandra, invece, le vicende nelle quali si è trovata coinvolta la rendono adulta, le fanno capire che la sua missione di vita è quella di dare una vita serena al figlio che porta con sé. Le resta solo il ricordo di un amore per un giovane, presunto nazista, che le ha salvato la vita. Cʼè in qualche modo un mistero, qualcosa di incompiuto che non sappiamo se si porterà con sé, aprendo nuovamente quel destino di continuo ritorno al passato che era stato di Juliàn. Il tema del nazismo, visto sia dal punto di vista dellʼaguzzino che da quello della vittima, è lʼoccasione per parlare dei rapporti tra il passato e il presente, delle difficoltà di comunicazione tra le generazioni, che si possono superare solo sul «fare» ( Juliàn e Sandra si trovano insieme nella loro indagine sul gruppo di criminali) e non sul «dire», ossia la narrazione delle esperienze. Cʼè, tuttavia, qualche cosa di più in questo romanzo. Cʼè il senso di una contrapposizione tra la certezza dei vecchi e lʼincertezza dei giovani ( Juliàn è così monotono nel suo odio così come Sandra è così fresca nella sua ingenuità), conflitto rappresentativo di un passaggio epocale, quale è il nostro momento storico. È emblematico in questo senso che lʼetà della maturità per Sandra inizi in un stato di sospensione, che non chiude il romanzo: cosa ne sarà di Sandra e della sua vita? Il racconto è a due voci ( Juliàn e Sandra), espediente letterario che rende ridondante e ripetitiva la narrazione. La trama, che vorrebbe essere quella di una indagine poliziesca, è povera di avvenimenti e di colpi di scena. Lʼambientazione è scarna al punto che ci si potrebbe trovare in qualsiasi località turistica così come i personaggi sono poco approfonditi, pur affrontando temi complessi sotto il profilo etico ed esistenziale. Perché non leggerlo? È noioso e banale.

Clara SanchezGarzanti