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L'ombra delle colline
RecensioneItaliano

L'ombra delle colline

Il romanzo si apre con un sogno. Il protagonista, Stefano che è anche lʼio narrante, viene condotto dallʼamico Francesco a caccia, tra le colline del suo Piemonte. Il bosco è un insieme di «cascate e piramidi di usignoli riuniti», un paradiso di felicità; e poi improvvisamente le > chiome degli alberi erano cumuli di minuscoli teschi corrosi, verdastri, che a milioni tintinnavano sinistramente gli uni contro gli altri . Il sogno è premonitore del senso del romanzo, che si sviluppa tra il ricordo e la vita presente, tra la violenza vissuta e immaginata da un lato e il «gomitolo della cose quotidiane» dallʼaltro. > Devo sforzarmi a ricordare. Devo provarmi perché questi ricordi giacciono sepolti, in ispida confusione e separati da me. Sono stato bene, normale e lieto e aggressivo finché mi è riuscito di vivere al di fuori di me . La casa di campagna è un riferimento importante per il protagonista, per la natura che la circonda e per i fatti terribili che gli sono successi nella sua giovinezza: la morte del nonno, lʼuccisione di un soldato tedesco, la partecipazione alla guerra partigiana. Stefano vive ormai a Roma, uomo di successo, ma unʼ inquietudine crescente gli ha impedito di sposarsi e porta avanti una monotona relazione con la sua ormai ex fidanzata. La decisione di compiere insieme una visita nella vecchia casa di campagna, dove vive ancora lʼarcigno padre, sembra poter riaccendere il rapporto tra i due, ma il peso del ricordo è troppo forte. > Sono cresciuto tra i morti, Lu, e ho potuto metterli da parte, collocarli lontano, a furia di sperare nella pace, nella comune e lunga vittoria... E oggi, questi morti è giusto che io torni a scrutarmeli accanto.... Non spaventarti, Lu, tanto tutto andrà avanti come prima, come sempre, persino noi! persino per colpa nostra! . Il ritorno nei luoghi della giovinezza non serve. «Forse, conclude lʼautore, ci toccherà soggiacere a unʼeterna rassegnazione». È un illusione sperare che il ritorno al passato possa liberare dagli incubi che derivano dal ricordo e dalla delusione delle speranze e dei desideri della giovinezza: solo vivere «nellʼumile alba di ogni giorno», senza progetti e senza sogni, può dare un poʼ di pace. È un romanzo profondamente pessimista, dove la scrittura si esprime al meglio proprio quando assume accenti lirici ed evocativi, come nella descrizione delle colline e nella narrazione dei sogni. Sullo sfondo compaiono i grandi fatti del dopoguerra ( lo smarrimento per il crollo del fascismo, la resistenza, il fallimento della mancata attuazione dei cambiamenti attesi), ma ciò che interessa allʼautore è dare il senso di un dolore esistenziale e vi riesce proprio con la lingua, con lʼuso sapiente degli aggettivi e della punteggiatura. Quando, invece, passa a tratteggiare i caratteri e a costruire i dialoghi, si assiste ad una caduta del ritmo narrativo, che diviene monotono e ridondante. Perché non leggerlo? Alcuni brani sono molto belli e trattano di un tema molto attuale: la delusione dellʼItalia di oggi. Ma nel complesso il romanzo risulta noioso e prolisso.

Giovanni ArpinoOscar Mondadori
Open City
RecensioneInglese

Open City

Quando si camminava per le strade di una città > ogni decisione, dove voltare, quanto a lungo rimanere perso nel pensiero dinanzi ad un edificio abbandonato, non era consequenziale, e per questa ragione era un segnale di libertà. Percorrevo i quartieri della città come se li dovessi misurare con il mio passo, e le stazioni della metropolitana servivano come ricorrenti motivi del mio procedere senza fine . Il protagonista e narratore di questo romanzo è un giovane psichiatra di origine nigeriana, figlio di un coppia mista, padre africano e madre europea. Trascorre gran parte del tempo libero vagando per le strade di New York. > Le camminate venivano incontro ad un bisogno: esse erano una fuga dallʼambiente mentale, strettamente regolato, del lavoro e una volta che le scoprii come una terapia esse divennero una cosa normale, ed io dimenticai comʼera stata la vita prima che io iniziassi a camminare . Errare a piedi per la città è una grande metafora. È un percorso toponomastico, una scoperta geografica e come tale «un regime di competenza e di perfezione». Nel contempo è un viaggio nel labirinto della mente. Come la pianta urbanistica di una città, la mente umana è una rete di intersezioni logiche, un modello razionale, allʼinterno del quale, tuttavia, noi ci muoviamo a salti. Sono sufficienti unʼimmagine, uno stralcio di un discorso, un incontro casuale per portarci «lontano», ad altre immagini, a ricordi, alla profondità dellʼinconscio verso un " io > mai compiutamente esplorato e dischiuso. Il romanzo può essere letto su tre livelli. Innanzitutto è un resoconto del vagabondaggio urbanistico del protagonista. Muovendosi senza meta egli incontra dei luoghi, descritti minuziosamente nella loro storia e funzione urbana; essi sono anche, e soprattutto, spartiacque tra quartieri e punti di imprevedibile svolta del percorso a piedi. Camminare permette di travolgere il modello razionale, in quanto non si è costretti a seguire direttrici di traffico, e ciò porta, senza volerlo, a zone inaspettate della città, importanti per la storia ma ormai dimenticate nella coscienza degli abitanti. Lʼimprovvisazione e la lentezza del camminare permettono anche di imbattersi in altre persone. Molti sono incontri occasionali, altri invece riguardano frequentazioni abituali, ma sempre incontrate per caso. Comunque sia, esse danno lʼopportunità di farsi narrare la vita degli altri, i loro ricordi, le loro aspirazioni e le idee che animano la loro esistenza. Il nostro protagonista non ama parlare, preferisce ascoltare, ma lo fa senza curiosità, quasi dovesse assolvere, anche fuori dal lavoro, alla sua professione di psichiatra. La città offre, poi, scoperte inattese, che riportano al secondo livello di lettura del romanzo: i genocidi compiuti dallʼuomo occidentale. È incredibile, ma in Manhattan stessa, nel centro del capitalismo mondiale, ci sono luoghi che rimandano alla strage delle popolazioni autoctone, così come interi quartieri, fatti di grattacieli e di palazzi, sono stati edificati su un cimitero, dove venivano seppelliti gli schiavi, morti nelle traversate dallʼAfrica o deceduti appena giunti in America. Con tutta la sua prosopopea lʼ Occidente non rispetta neanche il culto dei defunti! La città esprime, quindi, una ferita cosmica, un dolore universale, latente e nascosto nella coscienza dellʼuomo contemporaneo. Il vagare senza meta suscita anche rimembranze, portandoci al terzo livello del racconto: lʼinfanzia con la breve ed intensa relazione con la nonna materna, il funerale del padre, lʼaccademia militare dove il giovane protagonista ha compiuto gli studi, prima di trasferirsi negli Stati Uniti. È la Nigeria, che riaffiora, con il suo spiritualismo così lontano dalla cultura occidentale. Ma è soprattutto il rapporto non risolto con la madre, la quale porta con sé una ferita profonda: ella è frutto di uno stupro, del quale fa una colpa alla nonna materna, sua madre, e alla terra natale, il Belgio. Inseguendo il labirinto della mente il protagonista è quindi arrivato ad un punto oscuro, il dolore esistenziale della madre, che le ha impedito di amare veramente il figlio. Siamo giunti alla conclusione del viaggio nellʼinconscio? Cʼè qualche cosʼaltro che il protagonista non vuole riconoscere ed accettare? Nel peregrinare lungo le strade della città il protagonista incontra casualmente la sorella di un amico dʼinfanzia. È lei a riconoscerlo e a parlargli. Si scambiano i classici convenevoli di chi non si vede da molto tempo, tra persone la cui relazione è stata superficiale e poco importante. Lʼamica invita il protagonista ad un party presso la casa del fidanzato. Mentre guardano dal terrazzo le innumerevoli luci di Manhattan, lʼamica prende da parte il protagonista e gli ricorda che, quando ella aveva quindici anni ed io ero di un anno più giovane..... io avevo forzato me stesso dentro di lei... dopo, lei disse, nelle settimane che seguirono, nei mesi ed anni che seguirono, io avevo agito come se non sapessi nulla, lʼavevo persino dimenticata al punto di non riconoscerla quando ci incontrammo nuovamente, e mai cercai di prendere atto di ciò che avevo fatto... ma non è stato così per lei, ella disse, il piacere della negazione non è stato possibile per lei". > Ciascuno di noi deve, a qualche livello, prendere sé stesso come il metro di giudizio per la normalità, deve assumere che la dimora della propria mente non è, non può essere, interamente opaca a lui Per me sono sempre lʼeroe > e così, che cosa vuol dire quando, nella versione di un altro, io sono il cattivo? Il romanzo si conclude con una metafora altamente evocativa. La statua della Libertà è ciò che tutti gli emigranti vedono in arrivo verso New York. Eppure contro questa grande statua si fracassano centinaia di uccelli, spinti dalle correnti e dal vento. Esiste un sistema preciso di statistiche che registrano ciascuna morte: la specie, il numero, la data e le condizioni del tempo. Con una precisione scientifica si vuole dare razionalità ad un fenomeno cosmico ed esistenziale, che racchiude il destino di ciascuno di noi, come popolo emigrante e come individuo alla ricerca di sé stesso. Siamo di fronte ad un libro complesso, difficile nei suoi contenuti, intellettualmente ricco ma poco vigoroso, per certi versi criptico e prolisso. A sorreggere una inesistente trama narrativa ed un altrettanto fragile sistema di personaggi è la scrittura: un inglese elegante, delicato, sofisticato e semplice ad un tempo. Si legge con piacere ma ci si perde nella dispersione della narrazione e nello sforzo ossessivo di dare spazio a troppi argomenti e riflessioni. Perché non leggerlo? Troppo lungo e prolisso. Ci si perde.

Teju ColeRandom House
L'ora di greco
RecensioneItaliano

L'ora di greco

Nel primo canto del Paradiso, Dante indica con la parola «trasumanar» quel superamento dei limiti umani senza di cui non sarebbe possibile contemplare Dio in tutta la sua potenza; poi, leggendo questa cantica, scopriremo che il percorso nei diversi Cieli sarà una trasformazione della vista e dell'udito, così da reggere la luce e i suoni dell'Empireo. E se invece la conciliazione con sé stessi e con gli altri avvenisse secondo una strada inversa, con il silenzio e la cecità? Sin dall'infanzia, per la protagonista di questo romanzo > la frase più banale lasciava intravedere con la trasparenza del cristallo perfezioni e imperfezioni, verità e inganno, bellezza e bruttezza. Lei si vergognava di quelle frasi, che si dipanavano bianche come ragnatele dalle sue mani e dalla sua lingua. Il divorzio e la perdita dell'affidamento del figlio la scaraventano nel silenzio: > è un silenzio freddo e rarefatto, come un'ombra privata del proprio corpo, come il tronco cavo di un albero morto, come lo spazio oscuro tra una meteora e l'altra. Il protagonista, invece, è cresciuto in Germania, gli è stata diagnosticata la perdita graduale e inesorabile della vista; è tornato in Corea dove insegna greco antico a uno sparuto gruppo di studenti, tra cui la nostra protagonista. Con la lingua greca l'autrice pare riferirsi al Mito della Caverna di Platone: in questa famosa allegoria i prigionieri non vedono che ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che sta di loro di fronte, e credono che queste visioni siano oggetti reali così come lo siano gli echi provenienti da eventuali passanti al di fuori della prigione. Se questi prigionieri uscissero dalla caverna scoprirebbero che gli oggetti e le voci non erano che illusioni; siamo condannati ad un eterno offuscamento da parte dei nostri sensi, non sarà la filosofia a salvarci, la conciliazione non si realizzerà tramite la vista e l'udito, con i nobili sensi di Dante. L'incontro avverrà solo quando ci affideremo agli altri sensi, così come paiono fare i nostri protagonisti: > con gli occhi chiusi, strofina la guancia sul viso di lei, (...) le bacia la bocca. I capelli bagnati dietro le orecchie, le sopracciglia. Come una flebile risposta proveniente da lontano, le dita fredde sfiorano le sue sopracciglie e si dileguano. (...) I cuori e labbra che si toccano, uniti ed eternamente separati.  Tante volte ho pensato che il nostro enorme e complesso cervello sia una sovrastruttura che pesa sulle relazioni tra gli esseri umani come un macigno; che siano più felici gli animali nella loro ingenua immediatezza. Forse, è questo che vuol dire questo romanzo, ponendo al centro la lingua di Platone e narrando la strada vicenda di una donna e di un uomo che finiranno per amarsi senza parlare e vedersi. O forse, è troppo difficile per noi occidentali comprendere un romanzo di una cultura e di una lingua così distanti dalla nostra. E' probabile che l'autrice volesse dire dell'altro, ma è questo che mi è parso di capire. Hang Kang sta avendo una grande promozione editoriale da quanto ha vinto il premio Nobel. Leggendo questo breve romanzo, c'è da chiedersi se questa fama sia dovuta ad un'effettiva qualità editoriale o invece ad un gusto esotico, al desiderio di scoprire un paese ancora sconosciuto come la Corea. Questa domanda sorge spontanea dinanzi alla mancata distribuzione dei romanzi di Laszlo Krasznahorkai**, di ben altro spessore e qualità. (si veda la recensione in questo sito di «Melanconia della resistenza»).** **Perché non leggerlo? Di difficilissima comprensione.**

Kang HanAdelphi