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The namesake (il nomignolo)
RecensioneItaliano

The namesake (il nomignolo)

> Trasfòrmati in parole: (...) se correndo intorno a un solo nome è sempre di te e di me che si tratta e sempre le stesse le armi potenti di lutto e afflizione che pure nei sogni a rovina inseguono la mia levigatezza (Cosimo Ortesta da il progetto di un freddo perenne 1988). Nel leggere questo romanzo mi è venuto in mente questo verso di Ortesta: i nomi ci seguono nella nostra esistenza, parlano di noi stessi, del legame che abbiamo con gli altri e di tutti i sentimenti, anche dolorosi, che ci portiamo dietro; come dice Lahiri, «i nomi muoiono nel tempo, periscono con le persone».  Gogol è figlio di una coppia bengalese, che si è trasferita negli Stati Uniti; il nome gli è stato attribuito alla nascita in attesa del "vero > nome che sarebbe dovuto arrivare dall'India, ma non è mai pervenuto: un nomignolo, quindi, scelto dal padre per la sua passione degli scrittori russi. Gogol odia persino segnare il suo nome in fondo ai suoi disegni nella lezione d'arte. Odia che sia ad un tempo assurdo e oscuro, che non abbia niente a che fare con chi è lui, cioè né indiano né americano ma soprattutto non russo > . Chiamarsi Gogol è il segno della sua ambiguità, di una identità sospesa tra due mondi, due differenti culture, storie e tradizioni.  E Gogol cerca di uscire da questa indeterminatezza, di fuggire dal nome, perseguendo con testardaggine la separazione dai genitori e dalla grande, chiassosa e affollata comunità bengalese, con l'abbigliamento, la cucina, gli usi e la lingua, difese strenuamente proprio perché si vive lontano dal proprio paese. E' stanco di tornare a Calcutta per la visita ai parenti, viaggio tanto atteso dai propri genitori. E soprattutto non vuole più sentirsi chiamare Gogol. Va a studiare lontano da casa, si laurea in architettura, trova lavoro in un'altra città, cambia nome in Nikhil.  L'atteggiamento del protagonista non muta anche quando viene a sapere i veri motivi che hanno indotto il padre a dargli quel nomignolo. Una sera il treno che riporta Nikhil a casa ha un forte ritardo. Il padre lo attende alla stazione in uno stato di grande ansietà: gli rivela che l'ha chiamato Gogol perché da giovane fu uno dei pochi superstiti in un grave incidente ferroviario: lo ha protetto il libro del grande scrittore russo. A questo che pensi quando pensi di me, gli chiede Gogol, Ti ricordo di quella notte? Niente affatto, dice suo padre alla fine, con una mano sui fianchi del ragazzo, un gesto abituale che aveva imbarazzato Gogol fino a quel momento. Tu mi ricordi di tutto ciò che è seguito > , ossia della famiglia, del lavoro e del benessere conquistato; e il nome attribuito al figlio racchiude tanti significati, non ultimo ciò che disse Dostoevskij: noi tutti venimmo dal cappotto di Gogol > . L'enigmatica frase non può essere ancora compresa dal giovane Nikhil, il quale riprende la fuga dalle proprie radici. Conosce Maxine, una classica ragazza della buona borghesia liberal > , con belle case, begli oggetti, solidi punti di riferimento. Ospite della dimora dove i genitori di Maxine, così colti e disponibili, trascorrono le vacanze, in riva ad uno splendido lago e tra boschi e verdi prati, Gogol capisce che questo è un luogo che sarà sempre qui per lei. Rende facile immaginare il passato di Maxine, il suo futuro, disegnare nella mente il suo divenire anziana. (...) Attraverso le finestre vede che l'alba sta emergendo lentamente nel cielo, soltanto poche stelle sono ancora visibili, le forme degli alberi circostanti e le costruzioni diventano pian piano distinguibili. Un uccello comincia a cantare. E allora ricorda che i genitori non lo possono raggiungere: non gli ha dato il numero di telefono. (...) E qui accanto a Maxine, in questa accogliente natura selvaggia, si sente libero. > La fuga si interrompe quando improvvisamente muore il padre. La corsa all'obitorio, il riconoscimento, la raccolta dei pochi oggetti che il padre aveva con sé, il ritorno a casa presso la madre, ormai sola, il funerale di rito indiano, con intorno tutta la comunità bengalese, riportano brutalmente Gogol indietro, al suo essere né indiano né americano, e nemmeno russo. Maxine lo invita ad una vacanza insieme (perché ti potrebbe far bene (...) andare via da tutto questo«); Nikhil le risponde:»non voglio andar via > . Ed ecco che è di nuovo Gogol, si lascia guidare da sua madre verso un matrimonio con una ragazza bengalese, in una cerimonia fastosa e affollata che poco tempo prima avrebbe sdegnosamente rifiutato. Non è così semplice ritrovare la propria identità. Non possiamo approfondire la storia della ragazza sposata da Gogol, un racconto dentro il racconto. Possiamo solo riportare alcuni tratti fondamentali: ha un nome impronunciabile in americano e quindi viene chiamata con un nomignolo, anch'essa è fuggita dalla famiglia, è andata a Parigi dove ha appreso una lingua terza (né americana né bengalese), è tornata negli Stati Uniti per insegnare letteratura francese all'Università, si circonda di fini intellettuali (così distanti dalla semplice cultura tecnica di Gogol), ha avuto molti uomini, tradisce Nikhil, torna a Parigi. Gogol è un romantico, e come tale ha una storia d'amore, intensa almeno per lui, crede realmente di avere trovato solide radici in una moderna famiglia anglo-bengalese. Il tradimento e la separazione lo riportano bruscamente ad uno stato di sospensione. Si chiede come hanno fatto i suoi genitori, lasciare indietro le loro rispettive famiglie, vederle così raramente, senza un luogo dove ritrovarsi, in uno stato perenne di attesa, di nostalgia. (...) Gogol sa che i suoi genitori hanno vissuto le loro vite in America a dispetto di ciò che gli mancava con una forza che teme di non possedere«. Cosa c'è in un nome, si chiede Shakespeare in Romeo e Giulietta:»ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo > . Il romanzo non ci dice se ha ragione Giulietta. Nella vecchia casa che la madre sta abbandonando per trasferirsi a Calcutta, Gogol ritrova i racconti del grande scrittore russo: un libro che il padre gli aveva regalato quand'era adolescente e lui aveva abbandonato sullo scaffale, con un misto di indifferenza e fastidio. E trova una dedica: l'uomo che ti diede il suo nome, dall'uomo che ti diede il tuo nome«. Ecco l'enigma di Dostoevskij:»il nome che aveva così detestato, era qui nascosto e preservato. (...) Coloro i quali gli avevano dato e conservato il nome di Gogol  erano lontani da lui, adesso. Uno morto, l'altra, vedova, in procinto di una differente tipo di partenza, per vivere piena di nostalgia, come suo padre, in un mondo separato. (...) Una volta o due alla settimana ascolterà il nome di Gogol, sui fili del telefono, o scritto sullo schermo. (...) Senza la gente nel mondo a chiamarlo Gogol, non importa quanto a lungo lui viva, Gogol Ganguli, una volta e per tutto, svanirà dalle labbra di chi l'ama, e così, cesserà di esistere. E' un romanzo intenso e complesso: una scrittura fluida ed elegante, un'attenzione spasmodica al dettaglio. I luoghi, gli oggetti, il cibo, l'abbigliamento sono descritti minuziosamente, a differenza dei personaggi, non trattati in modo superficiale, ma volutamente sempre in attesa" di qualcos'altro, o con la nostalgia per qualcos'altro. La scrittrice sembra vuol dire: tutto è vacuo tranne i luoghi, naturalisticamente mostrati e pur tuttavia ricchi di miti, di suggestioni, trasmettitori di valori e di mondi. Talvolta si perde il filo della trama, ma che importa? Il fascino risiede nella scrittura e tocca al lettore ricomporre e interpretare il tutto. Perché leggerlo? Un capolavoro, affascinante e denso di significati e di evocazioni.

JhumpaHarperCollins
Nessuno torna indietro
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Nessuno torna indietro

Siamo poco prima della guerra civile in Spagna (1936 - 1939); un gruppo di ragazze si ritrova in un collegio di suore a Roma. Si crea unʼ intima ed intensa amicizia tra giovani donne, pur provenienti da ceti sociali differenti e da diverse esperienze personali. È come se la struttura sociale esterna fosse momentaneamente sospesa e tutte potessero vivere con una libertà ed una sincerità impensabili se fossero in società. > Seguitavano a confidarsi: da principio sembrava avessero un poʼ di pudore delle loro aspirazioni, poi, a poco a poco, mettevano la carne al vivo, perfino sʼavvicinavano, si toccavano per meglio comunicare, finché Silvia osservò: ---però è bello stare a discutere così tra noi, tutte donne: se ci fosse un uomo, non avremmo osato parlare (...). Noi donne siamo sincere soltanto tra donne. Cʼè una solidarietà singolare tra noi. È un mondo femminile, consapevole della sua condizione eccezionale e comunque in attesa del dopo, quando si lascerà il collegio. > Qui ci siamo scelte tra tante, si direbbe, per autentica affinità. Ma è soltanto la familiarità continuata di ogni giorno che ci lega; appena questa cade si scava fra noi unʼincolmabile distanza . Eppure qualcosa resterà. > Chi può dimenticare di essere stata padrona di sé stessa? (...) Quelle che sono rimaste, che sono passate dalle mani della madre alle mani del marito, non ci perdonano di aver visto cose nuove, nuove facce, di aver avuto la chiave della nostra stanza, uscire entrare allʼora che si vuole. E gli uomini non ci perdonano di saperne quanto loro . A scalfire uno stato così ricco di umanità reciproca (come direbbe Confucio) è lʼarrivo di Emanuela. > Io non capisco che sta a fare qui--Silvia osservò dal letto-- non studia, hai visto? e qui si viene per studiare . Emanuela è in collegio a Roma per stare vicino alla figlia, avuta da una relazione extra matrimoniale. La ragazza non intende rivelare alle amiche la sua particolare situazione; finge di essere come loro perché lo vorrebbe essere, senza vincoli, ancora con tutte le possibilità di vita davanti a sé. > Faccio parte del vostro gruppo. Giuramento sul tavolo comune come i moschettieri. Otto per una, una per otto. E adesso io so tutto di loro che con le altre sono così segrete e schive. E loro di me che sanno? Tutte bugie. La perfetta sintonia fra le ragazze viene meno, quasi che una presenza estranea, quella di Emanuela, dia fuoco alle braci dormienti del destino individuale. La prima ad andarsene è Xenia: fugge dal collegio dopo la bocciatura allʼesame di laurea, fa perdere notizie di sé, e va vivere a Milano, diviene una donna cinica, che usa gli uomini per il proprio tornaconto. > A lei, di tutti i piaceri questo solo pareva delizia ineffabile: godere di se stessa, della sua compagnia, della sua immagine . Poi muore Milly, gravemente malata, «Avevano ragione le compagne di chiedersi se mai era stata». È il turno di Anna, figlia di ricchi proprietari terrieri, la quale, appena laureata, va a sposare un coetaneo del suo stesso ceto sociale, mettendo in soffitta gli studi, le amicizie e la libertà, pur di vivere sui propri possedimenti. > Io penso, continuò seria, che sia un errore voler uscire dalla propria classe sociale ed entrare a forza in unʼaltra . Lascia il collegio anche Vinca, una spagnola fuggita da casa per non vivere con la matrigna; va presso compatrioti ad aspettare notizie del fidanzato, andato a combattere per Franco nella guerra civile; lʼamato ha invece sposato unʼaltra donna, lì a Cordoba, e a Vinca non resta che rimanere a Roma, a vivere modestamente dando lezioni di spagnolo. Ed ecco Silvia, brutta ma intelligente, la quale si laurea brillantemente. > E adesso, Silvia? adesso? Niente era mutato solo quel dott. che poteva mettere davanti al suo nome. Bisognava fare tutto da sé . Rimangono Augusta e Valentina, destinate allo zitellaggio e per questo legate da una particolare amicizia, protetta dalle mura del collegio. E sono loro, depositarie di una utopia di comunanza femminile, a cacciare Emanuela, finalmente. > Il busto piegato, il viso accanto al viso di lei, anelante, Augusta le diceva con voce soffocata e torbida: Ladra! (...) Neppure lʼaltro giorno, quandʼeri a letto, hai parlato. (...) Te stessa, sempre avanti a tutto. (...) Devi andartene adesso. (...) Io volevo stasera, avanti a tutte, dirti: Vattene!, poi ho pensato che non è colpa tua: ci sono esseri che nascono come te mancati, indifferenti . Siamo dinanzi ad un grande romanzo femminile, il primo, forse, della letteratura italiana. Le protagoniste sono donne nella loro complessità: i sentimenti, i sogni erotici e le aspirazioni. Mancano totalmente gli uomini e quando compaiono (si pensi alle vicende di Xenia) sono solo funzionali al raggiungimento di obiettivi maturati dalla protagonista in solitudine, senza il contributo dellʼaltro sesso. Siamo negli anniʼ30 e possiamo immaginare lʼimpatto rivoluzionario del racconto, pur allʼinterno di uno schema narrativo apparentemente tradizionale. Le vicende delle ragazze, una volta lasciato il collegio, sono storie differenti e tutte plausibili: esse in qualche modo rispecchiano anche le diverse sfaccettature dellʼanimo femminile, una coesistenza di idee, emozioni e desideri che lʼautrice probabilmente sentiva nella propria coscienza di giovane donna, con ancora innanzi tanti possibili destini. Nessuna delle protagoniste si realizzerà pienamente, tutte in qualche modo tradiranno la pienezza e la molteplicità della natura femminile, si rassegneranno in qualche modo ad una via, tradizionale, trasgressiva o vacua, ma sempre unʼ unica via, necessariamente riduttiva della complessità dellʼanimo umano. Ma quanti di noi, uomini o donne, abbandoniamo la ricchezza poliedrica della giovinezza? Forse perché, come dice Silvia, «vivere gli avvenimenti è molto più facile che immaginarli». Riguardo lo stile narrativo cʼè poco da dire: perfetta la scrittura, eleganti i vocaboli, raffinata lʼintera costruzione letteraria. È uno splendido contributo alla lingua italiana, è la dimostrazione di come sia possibile scrivere ad un tempo in modo colto e semplice. Perché leggerlo? Grande libro della letteratura femminile.

Alba de CéspedesOscar Mondadori
Niente di nuovo sul fronte occidentale
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Niente di nuovo sul fronte occidentale

Il romanzo, reso famoso da un film, è un diario di guerra. Ambientato nel primo conflitto mondiale, narra di un gruppo di ventenni tedeschi: «la gioventù di ferro», come la chiamavano i loro insegnanti. Tutto è confuso, i ricordi della vita precedente sono > visioni mute, (...) una enorme sconsolata malinconia. (..) Finché eravamo in caserma destavano in noi una selvaggia e ribelle bramosia. (...) Ma qui in trincea quel mondo si è perduto. Il ricordo non sorge più; noi siamo morti, ed esso ci appare lontano all'orizzonte come un fantasma, come un enigmatico riflesso, che ci tormenta e che temiamo e che amiamo senza speranza. (...) E se anche ce lo restituissero, questo paesaggio della nostra gioventù, non sapremmo più bene che farne . E' una discesa agli inferi quella che racconta Paolo, l'io narratore; e lo fa senza retorica, vittimismo ed autocompiacimento. > I nostri pensieri sono come creta molle che viene plasmata secondo la varia vicenda dei giorni; sono buoni quando siamo tranquilli, morti quando ci troviamo sotto il fuoco. Terreno sconvolto, dentro di noi e fuori di noi . Il libro ripercorre i diversi aspetti della vita militare nella grande mattanza che fu la prima guerra mondiale: l'agonia di un commilitone ( > Questi è Franz Kemmerich, diciannove anni e mezzo; non vuol morire, Non lasciatelo morire! ), al quale sul letto di morte ci si appropria degli ottimi stivali; la dura e vessatoria disciplina della caserma, le piccole rivincite del fante ai danni del sotto ufficiale ottuso e malvagio; l'importanza del rancio, le ruberie per migliorare il magro cibo; le visite a giovani prostitute sognando che siano le ragazze della propaganda; l'ambiente dell'ospedale, dove si amputano braccia e gambe tra le urla del poveretto, e non si vede l'ora che un moribondo liberi il letto; la licenza a casa, fastidiosa perché costretti a subire i discorsi guerrafondai dei «borghesi»; l'amicizia, un legame così forte da farci sopportare la durezza della vita del soldato e così labile perché i compagni facilmente muoiono; ed infine la trincea. Chi si aspetta un tono epico, una sorta di Iliade, resterà deluso. I combattimenti sono in realtà una carneficina: corpi crivellati di colpi e polverizzati dalle bombe, rantoli di feriti con ventri sventrati, sangue e cadaveri dappertutto, persino urla di cavalli agonizzanti; ciò che importa per il fante è sopravvivere. > Siamo diventati belve pericolose, non combattiamo più, ci difendiamo dall'annientamento. (...) Deliriamo di rabbia, non siamo più legati impotenti al patibolo, possiamo distruggere, uccidere a nostra volta, per salvarci, per salvarci e per vendicarci . Il libro è un atto di accusa contro la guerra, non solo perché è assurda e crudele, ma perché trasforma gli uomini, li priva dell'umanità: > questa vita ci ha ridotti ad animali appena pensanti, (...) ci ha impastati di insensibilità, per farci resistere all'orrore che ci schiaccerebbe; (...) ci ha dato l'indifferenza dei selvaggi per farci sentire, ad onta di tutto, ogni momento della realtà. (...) Così meniamo un'esistenza chiusa e dura, tutta in superficie . Non c'è una trama vera e propria, i personaggi agiscono come chi vive «empiricamente», giorno per giorno, senza apparenti sentimenti, peraltro inutili da manifestare. Sorregge il racconto una scrittura essenziale, fatta di frasi brevi, quasi concitate, capaci di dare un ritmo incalzante alla narrazione. Talvolta sopraggiungono momenti di calma, come la vita in caserma o la licenza a casa (e qui emerge la debolezza stilistica dell'autore); è momentaneo, le immagini della grande mattanza ritornano, evocative di quella morte crudele che è la guerra, la disperazione ci sovrasta e ci rendiamo conto che la vita è una miseranda parvenza. Ci sono solo monconi di vita: > papaveri rossi sui prati intorno ai nostri baraccamenti, lucidi insetti sui fili d'erba, calde serate nelle camere semibuie e fresche, alberi neri e misteriosi nel crepuscolo, stelle e fluire di acque, sogni e lunghi sonni . Perché leggerlo? Ci ricorda che cos'è la guerra.

Erich M. RemarqueOscar Mondadori
La nuova vita
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La nuova vita

Il protagonista del romanzo è il libro: un libro ma anche tutti i libri. > Il colpevole non è solo quel libro, il libro che ha ingannato mio figlio, ma tutti i libri, che escono dalle tipografie, sono tutti nemici del nostro tempo, della nostra vita . Così disse minaccioso il padre di Mehmet, uno dei protagonisti del romanzo, che per primo ha letto il libro ed è fuggito. Gli altri due protagonisti sono Osman, un giovane studente che si innamora di Canan, la ragazza di Mehmet. È la ragazza che fa leggere il libro a Osman e i due ragazzi iniziano un vorticoso viaggio per la Turchia alla ricerca, apparentemente, di Mehmet, ma in realtà essi sono mossi da unʼinquietudine, da un male di vivere, che la lettura del libro ha fatto esplodere: > passeggeri dei pullman notturni, infelici fratelli, so che anche voi cercate quel momento privo di forza di gravità. Non volete essere né lì né qui, diventare altro e vagare nel piacevole giardino che c’è tra i due mondi . Ma quali sono questi due mondi? La vita attuale e la nuova vita, o la ricerca dell’angelo, la morte. Il romanzo è quindi un susseguirsi di viaggi in pullman, di incidenti mortali, di televisori accesi, di viaggiatori e di paesaggi surreali. La ricerca di Mehmet si conclude con la sua uccisione da parte di Osman, nella speranza di liberarsi del suo rivale in amore, ma a questo punto la ricerca non è conclusa perché Osman non ha raggiunto un suo equilibrio. Riprende i viaggi sapendo benissimo che la vera uscita verso una nuova vita è la morte. > L’angelo si vede in quel magico momento di uscita e proprio allora percepiamo il vero significato della confusione che chiamiamo vita. Solo allora possiamo tornare a casa . E Osman muore proprio in un incidente stradale, come ne aveva visti durante i suoi viaggi in pullman. Qual è il vero significato di questo romanzo? Innanzitutto la lettura di un libro rappresenta un momento di rottura dell’equilibrio umano, > un buon libro è un pezzo di scrittura in cui si spiegano cose che non esistono, una specie di assenza, una specie di morte. Ma è inutile cercare fuori dal libro il paese che si trova al di là delle parole . Quindi il libro è un’altra realtà rispetto al vivere effettivo: sono altri mondi che vengono alimentati dal testo e dall’immaginazione. Il loro ruolo è tuttavia dirompente sul vivere umano, che percepisce e comprende l’unidimensionalità della vita. L’altro tema è il viaggio, il continuo movimento, che costituisce l’unico punto di stabilità del romanzo e del suo protagonista. Quando Osman capisce che Mehmet era anche lui partito dal libro e > dopo ricerche, viaggi e avventure in cui aveva incontrato morte, amore e disgrazie, aveva ottenuto quello che io non ero riuscito ad ottenere, la pace interiore , decide di ucciderlo, preso dall’invidia e dal rancore. Il terzo tema è sicuramente la morte, l’angelo tanto cercato: il viaggio, la vita, finisce inevitabilmente con la morte, con > gli occhi abbagliati e pieni di paura, come una volta guardavo l’incredibile luce che zampillava dal libro sarei passato immediatamente a una nuova vita . La nuova vita, tanto cercata, è la morte. È un romanzo ermetico, del quale è difficile percepire il senso vero. Ciascuno può trovare dal romanzo una sua interpretazione: legata al contesto sociale tra la modernità e la tradizione, una storia dʼamore infelice, l’idea del complotto come motore della storia. A me piace pensare che il libro parli delle tante dimensioni della vita, della continua ricerca della nuova vita, che anima sempre l’uomo. L’autore cita anche la nuova vita di Dante, la rinascita, la scoperta di una spiritualità più vera.

Orhan PamukGiulio Einaudi