Archivio Libri

Memorie del sottosuolo
RecensioneItaliano

Memorie del sottosuolo

Nel preambolo è lo stesso autore a dividere il racconto in due parti. Nella prima, intitolata "Il sottosuolo", > il personaggio presenta sé stesso, le sue convinzioni, e pare voler chiarire le cause per cui è comparso, e doveva comparire nel nostro ambiente, ossia come nell'era del positivismo, della ragione dominante, fosse necessario riconoscere nell'uomo una forza primordiale, che viene dal sottosuolo, che ti spinge ad essere malvagio, ad avvilirti nell'abbiezione, che ti fa gridare con compiacimento: > sono un uomo malato... Sono cattivo. È quindi un manifesto filosofico, un punto di arrivo nichilista sulla natura umana. Nella seconda parte, "A proposito della neve bagnata" (un titolo che ci si aspetterebbe da un romanzo giapponese), il protagonista narra un episodio della sua vita che dovrebbe spiegare le idee e le suggestioni espresse nella prima parte. È come se il protagonista, quarantenne nel momento in cui illustra le sue teorie, ritornasse con la memoria a quando era ventenne e a un incontro che gli aveva cambiato la vita. Se ci liberiamo dallo schema subdolamente proposto dall'autore, ci accorgiamo come il racconto abbia al centro la Donna. Un chiaro suggerimento è già nei versi citati da Dostoevskij in avvio della seconda parte: "quando, dalle tenebre dell'errore, /(...) mi raccontavi la storia di quanto era stato prima di me/e all'improvviso, coprendoti il viso con le mani,/sopraffatta dal dolore e dalla vergogna,/indignata e sconvolta,/ tu piangevi..." (Nikolàj Nekràsov 1846). Qui è una giovane prostituta, Liza, che il protagonista incontra in un postribolo e che invita a cambiare vita, offrendole il suo aiuto. L'aveva affascinato il suo > volto fresco, giovane, palliduccio, con le sopracciglia diritte e scure e uno sguardo severo, come un po' stupito. Nel farle l'avventata promessa di redenzione, il nostro protagonista non è mosso da una vera empatia. > Un pensiero sordido nacque nella mia mente e serpeggiò per tutto il mio corpo come una sensazione sgradevole, simile a una discesa in un sotterraneo umido e muffoso. (...) Ora invece mi si chiarì l'dea assurda, disgustosa come un ragno, della depravazione, che senza amore, in modo brutale e volgare, comincia proprio da quello il coronamento dell'amore vero. C'è come un lieve confine tra la sopraffazione, il piacere di umiliare, e l'affetto sincero e puro per una Donna, tra l'amore come voluttà e l'Amore senza sé e senza ma. E quando Liza si presenta a casa del protagonista, quest'ultimo porta avanti un gioco crudele, di offese e di ripicche, quasi che fosse colpa della povera ragazza se lo avesse sorpreso con una vestaglietta > sudicio, misero, disgustoso, (...) una canaglia, un farabutto, un fannullone, non più l'eroe del loro incontro al postribolo. Ed allora *accadde un caso strano*. Umiliata, offesa, dinanzi all'avvilimento, Liza > aveva capito, fra tutto, quello che una donna intuisce sempre prima di ogni altra cosa, se è veramente innamorata, e cioè che ero infelice. (...) Non immaginavo neppure che non era venuta per avere parole pietose, ma per amarmi, perché per una donna solo nell'amore risiede ogni resurrezione, ogni salvezza, da qualunque rovina e ogni rinascita, che non può manifestarsi se non nell'amore. Purtroppo > siamo nati morti, e già da tempo non nasciamo più da padri vivi, e ci piace sempre di più. Non sappiamo riconoscere ed accettare l'Amore. Il racconto è un'analisi esistenziale, introspettiva e filosofica di un anti eroe, o meglio di una scissione dell'Io, tra la nostra autorappresentazione nella fantasia e nella letteratura, e la vita concreta, in cui non siamo più grandi uomini, ma esseri meschini e malvagi. Non so se D'Annunzio abbia mai letto "Memorie del sottosuolo", ma senza dubbio il protagonista del racconto pare preannunciare i personaggi dei romanzi e delle opere teatrali del nostro scrittore: superuomini nell'arte e abbietti nella vita. Non è il protagonista-narratore che ci rimane scolpito nella nostra immaginazione, anzi alla fine ci annoia il fluire ridondante delle parole, dietro cui si rifugia; è Liza ad emergere pian piano, da misera prostituta a donna ferita nel suo amore tradito, nel suo orgoglioso rifiuto di un compenso, che brutalmente le viene elargito. È una figura dinamica, non stereotipata, l'unica figura ad evolversi all'interno di una narrazione statica, in cui le situazioni e i personaggi sembrano inchiodati nelle loro funzioni, a cominciare dal protagonista. Non è un caso che "Memorie del sottosuolo" non abbia avuto un successo di pubblico e di critica, proprio perché mancano la trama e l'evolversi delle figure umane, nella loro dimensione psicologica e spirituale. Perché leggerlo? E' interessante per conoscere la "filosofia" dAi Dostoevskij

Memorie di una principessa etiope
RecensioneItaliano

Memorie di una principessa etiope

> Quando avevo quattro anni, nella casa di mio padre, la vita aveva il sapore della vera felicità e davanti a me e ai miei fratelli si apriva un'esistenza fiabesca . Ricordi, nostalgia e senso del proprio rango sono i tratti distintivi di questo romanzo autobiografico, ambientato in Etiopia e in Italia negli anni tra il 1925 e il 1946. L'autrice è la figlia del degiac Nasibù Zamanuel, importante esponente dell'aristocrazia feudale, eroe della resistenza contro l'Italia e ucciso avvelenato dall'iprite, della quale fece largo uso l'esercito italiano nell'invasione del 1935.  A scrivere il romanzo Martha fu spinta «da un senso del dovere»: far conoscere gli avvenimenti che sconvolsero la sua famiglia e  trasmettere la > stupefacente atmosfera che scaturisce dal mio Paese, richiamandone i colori, i sapori e le usanze e la vitalità di un popolo raffinato, generoso e profondamente rispettoso dei dettami dei valori cristiani sui quali ha fondato la sua esistenza stessa (presentazione del libro Roma 17 luglio 2006). Il libro si divide in due parti. La prima narra l'infanzia dell'autrice tramite le storie della madre e gli occhi meravigliati di una bambina. Emerge un mondo abbagliante, sontuoso, magico, lontano dal nostro tempo e dalla realtà stessa dell'Etiopia. Sono quadri di vita che hanno al centro la figura del padre. In un grande raduno mondano dell'aristocrazia feudale, alla presenza dell'imperatore, il degiac Nasibù si presenta > avvolto in un vaporoso sciamma con alti bordi di seta rossi, le larghe spalle dalla cappa di velluto blu arricchita da guarnizioni dorate, (...) in sella del suo magnifico cavallo bianco bardato di ricchi finimenti luccicanti di fregi dorati. (...) Nella nuvola di polvere sollevata dalla corsa tumultuosa lo affiancò una ragazza che cavalcava all'amazzone . E' la futura madre di Martha, figlia di un principe russo, e l'amore pare scaturire dallo splendore dei due principi e dell'alta società etiope. E' inutile farsi domande inopportune, come indagare quale sfruttamento bestiale ci fosse dietro a tanta magnificenza; anche noi, come Martha, siamo catturati da «lontanissimi ricordi» ,quando ci si sente protetti dall'amore dei genitori e i giochi si possono protrarre senza fine e > nessuno avrebbe mai previsto che qualcosa potesse disturbare il corso della nostra vita . Il 3 ottobre del 1935 l'Italia invase l'Etiopia con un esercito di 350.000 uomini, bene armato e sostenuto dall'aviazione. Dopo una gloriosa ma vana resistenza, sfiancata dall'irrorazione di gas nervino, l'Etiopia si arrese. Si dissolve la magia. > La memoria, come cancellata, non mi aiuta a far emergere neppure il più debole ricordo di quei momenti. Di ciò che seguì non mi è rimasto altro che una sensazione di stordimento . Augusto Graziani, nominato viceré dell'Etiopia, accondiscende a salvare l'odiata famiglia del degiac Nasibù, ma la esilia in Italia. Siamo alla seconda parte del libro. Il racconto perde i connotati di fiaba per divenire la dolorosa cronaca di una peregrinazione: dopo un soggiorno a Napoli vengono inviati a Tripoli, poi in un'oasi nel deserto libico, dove, forse, Graziani spera che muoiano di fame e malattia. Riportati a Tripoli vengono mandati a Rodi, successivamente in val di Fassa e quindi a Firenze, dove vivono sino alla liberazione della città, in mezzo a traversie, bombardamenti e stretta sorveglianza della polizia. Ci aspetteremmo un odio verso gli italiani; nient'affatto, non solo il popolo italiano ma gli stessi fascisti, i federali e i funzionari, sembrano mostrare una singolare tolleranza verso la famiglia di Nasibù: insomma, «italiani brava gente!». Non riusciamo a capire se sia l'occhio ottimista della Martha adolescente a vivere gli avvenimenti sotto una luce positiva, o invece  l'atteggiamento di benevolenza fosse reale, forse dovuto al rango principesco della famiglia. Poco importa: ciò che manca è  il vissuto di Martha, la quale diviene adolescente durante l'esilio; ci sono episodi gustosi (come lo sfollamento a San Giustino e la comunella con i bambini del piccolo borgo), immagini pittoriche della natura, dense di colori, tramite le quali capiamo come la giovane Martha sia stata catturata dalle bellezze dell'Italia. Il nostro Paese deve aver lasciato il segno nella maturazione della giovane principessa, se ella, tornata in Etiopia, ripartirà per un nuovo esilio, perché il paese natale, tanto amato, le sta stretto in fondo.  D'altra parte «la vita è una storia»: ricordiamo solo quello che contribuisce alla rappresentazione di noi stessi. Estraniamoci  un momento dall'Etiopia, dai crimini del colonialismo italiano, giustamente ricordati da Angelo Dal Boca nella sua appassionata prefazione al libro: soffermiamoci invece sul tema del ricordo. Salvatore Satta in un romanzo purtroppo dimenticato (Il Giorno del Giudizio > , recensito in questo sito) avvicinandosi alla morte, ripercorre la Nuoro della sua adolescenza con una serie di ritratti, e volti remoti ricompaiono (...) e forse mentre penso alla loro vita, perché scrivo la loro vita,  mi sentono come un ridicolo dio, che li ha chiamati a raccolta nel giorno del giudizio, per liberarli in eterno della loro memoria > . Ben diverso è il libro di ricordi di Martha: pur fra tante calamità, del paese e della famiglia, i personaggi e le vicende ritornano in superficie come se illuminate da un luminoso cielo sereno, sotto un firmamento di stelle, tra vivaci colori azzurro-vivo. Quant'è bello questo mondo, mamma, (...) Mi sembra un paradiso!." Esclama la Martha bambina alla vista di Napoli dal mare. Dispiace veramente che il racconto non abbia conservato nella seconda parte la vivezza e la magia della prima. La caduta di tensione, non essere stato in grado, o non aver voluto, evolvere la narrazione verso una romanzo di formazione e, perché no?, di riflessione sociale e politica, sono tutti fattori che pregiudicano la qualità complessiva del racconto, lo rendono alla fine prolisso, banale e noioso. Perché leggerlo? La prima parte è uno splendido affresco della società etiope, una carrellata fantastica di ricordi.

Martha NasibùNeri Pozza
Il mercante di libri maledetti
RecensioneItaliano

Il mercante di libri maledetti

La terza di copertina accosta il libro al Nome della Rosa di Umberto Eco e ai Pilastri della terra di Ken Follett. Niente di tutto questo: se si vuole proprio trovare un riferimento letterario, si può parlare del Codice da Vinci. Siamo nel medioevo. Un mercante giunge in un monastero del Polesine. È alla ricerca di un libro misterioso, ma anche di un giovane novizio, che è cresciuto tra i monaci. Da qui inizia una sorta di caccia al tesoro per i principali monasteri dʼEuropa ( non poteva ovviamente mancare Santiago di Compostela) per recuperare parti del misterioso libro e comporre così, con diversi indizi, un puzzle di accezioni e formule magiche. In questa ricerca il mercante e i suoi compagni ( il giovane novizio e un valoroso cavaliere francese) sono inseguiti dai cavalieri di Sainte - Vehme, un misterioso e potente ordine cavalleresco. Si assiste a numerosi agguati, a sorprese e colpi di scena. Ovviamente, il racconto ha un lieto fine, ma lascia il lettore deluso perché non capisce cosa abbia di importante il libro così a lungo cercato: che sia lʼennesima fandonia? Il romanzo è chiaramente un thriller, che manca, tuttavia, di tutti gli ingredienti che possono dargli spessore e caratteristiche distintive. La collocazione nel medioevo è inutile. Al di là del susseguirsi di monasteri, non cʼè una approfondita e suggestiva ambientazione, che sia il frutto di una reale conoscenza dei costumi e della cultura di quel periodo storico. I personaggi sono piatti e la stessa figura del mercante, che potrebbe avere qualche fascino, risulta fredda, incomprensibile e superficiale. Il libro è ricco di colpi di scena, che tuttavia non sono introdotti da una atmosfera di suspense, per cui sono prevedibili, sia nel succedersi che nelle conclusioni. Sembra quasi lʼautore abbia lavorato soltanto sulla trama, andandosi ad ingarbugliare in una successione di episodi e circostanze. Perché non leggerlo? A meno che uno non sia molto stanco e abbia bisogno di una lettura che richieda poca concentrazione, è inutile perderci del tempo.

Marcello SimoniNewton Compton
I minatori dell'Alaska
RecensioneItaliano

I minatori dell'Alaska

Il vero titolo dei «Minatori dell'Alaska» dovrebbe essere «la grande attraversata delle pianure e delle Montagne Rocciose sino all'Alaska»; infatti la ricerca dell'oro è marginale rispetto all'intera storia, occasione per Salgari per narrare l'ambiente nord americano così come veniva raccontato nell'Ottocento. Per avvicinarsi alla vera storia dell'West, e degli Stati Uniti, consiglio il libro di Massimiliano Galanti «La questione indiana» Odoya 2016. Lo schema è quello tipico di Salgari. C'è il protagonista, Bennie il Grande Cacciatore, così descritto: > alto, muscoloso, dalle braccia poderose, il petto ampio, con una testa energica, coperta da una lunga capigliatura nera, inanellata, che cominciava già a brizzolarsi, con occhi penetranti e una barbetta tagliata a punte . Insomma Buffalo Bill! A fare da spalla, secondo il tradizionale modello salgariano, ci sono: un messicano compagno di Bennie ( > molto bruno, paffuto, (...) con gli occhi nerissimi, il vero tipo ispano-americano ) e due italiani, superstiti di una scorreria indiana. Falcone è stato scotennato e miracolosamente sopravvissuto, conosce a fondo le miniere dell'Alaska, ricca d'oro, ed è in possesso di uno strumento fondamentale per la ricerca del metallo prezioso:  un particolare setaccio per permetteva di non immergersi nell'acqua per pulire l'oro dalla terra. Armando, nipote di Falcone, è da poco in America ma si rivelerà un abile tiratore ed ottimo compagno di Bennie nella caccia e nello scontro con gli indiani. Questo gruppo decide di andare in Alaska così da approfittare delle conoscenze di Falcone e del suo utile strumento. Il lungo viaggio è un susseguirsi di avventure: non solo salvarsi dagli infidi indiani ma pure misurarsi con una natura selvaggia ed affascinante. Lo schema si ripete in modo monotono: Bennie ed Armando si allontano dall'accampamento per esplorare le zone circostanti e trovare selvaggina, s'imbattono in luoghi insidiosi e devono lottare con animali spaventosi, come il grande orso bruno, branchi di lupi e mandrie impazzite di bisonti. C'è di tutto: dalle misteriose piante danzanti (sorte di cespugli trascinati dal vento) a testimonianze di cannibalismo sino al ritrovamento di resti di animali prestorici. E' facile sorridere dei resoconti di viaggio degli esploratori dell'Ottocento, relazioni alle quali ha attinto largamente Salgari, aggiungendovi ovviamente la sua fervida ed inesauribile immaginazione.  Dobbiamo lasciarci trasportare da un secolo favoloso, pieno di pregiudizi e ricco di suggestioni: leggiamo con gusto le descrizioni della natura del nostro amato scrittore. > La luna era allora tramontata, e una fitta oscurità era piombata nell'immensa pianura. (...) Bennie (...) guardava dovunque, seguendo con lo sguardo le capricciose linee di fuoco delle lucciole, e porgendo ascolto alle strida monotone dei grilli in festa, alle lontane urla dei coyotes, ai muggiti del bestiame . Se ci ricorda troppo un nostro paesaggio, che dire dei > prati formati da piccoli muschi di uno splendido color smeraldo (...) le radure erano coperte da distese di lichene pietroso, tenacissimo, simile ai funghi secchi, o da muschi alti, nerissimi, pregni di umidità .  E da chi ha attinto Salgari questa cruda rappresentazione dei minatori dell'Alaska? > Più che esseri umani, parevano bestie abbruttite dal duro lavoro e dalle privazioni. Erano tutti cenciosi, luridi, con le camicie annerite dal fumo degli accampamenti o lorde dal fango dei pozzi, i pantaloni rattoppati in mille modi, gli stivali sfondati che lasciavano uscire le dita, cappelli impossibili a descriversi o cappucci che ormai avevano perduto il pelo: tutti però avevano le cinture armate di rivoltelle e di bowie-knife luccicanti . Se non fossero armati potrebbero essere dei nostri minatori del Monte Amiata o delle miniere di Porto Empedocle. Quale diverso atteggiamento di Salgari verso i pellerossa e quello verso i poveracci alla ricerca dell'oro! I primi infidi, crudeli e superstiziosi, i secondi avidi e disperati, e pure non privi di una sorta di giustizia. Figlio dell'Ottocento non poteva non esserci un po' di razzismo nel nostro amato scrittore! Nella grande produzione salgariana siamo dinanzi ad un romanzo minore, benché sostenuto dal ritmo incalzante delle avventure e dalla ricerca del meraviglioso. Mancano i colpi di scena e i cambi di marcia: i nemici sono destinati a soccombere, un po' tutti nello stesso modo, che siano indiani, malfattori e lupi affamati: un tiro con il fucile, una mossa rocambolesca e inaspettata, una prudente ed accorta strategia. Non c'è poi la dinamica dei personaggi: Bonnie è un eroe senza passione ( ha avuto una innamorata? ha subito ingiustizie?) e chi li dovrebbe fare da spalla sono figure sbiadite, senza quella vivacità ed ironia che contraddistinguono molti personaggi minori di Salgari. Perché leggerlo? E' pieno di avventure, suggerisco il capitolo che racconta l'assalto dei lupi.

Emilio SalgariAntonio Donath