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Manoscritto trovato a Saragozza
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Manoscritto trovato a Saragozza

La migliore introduzione a questo strano libro è la figura del suo autore: il conte Potocki, vissuto tra il 1761 e il 1815, quando morì suicida. Grande viaggiatore, etnografo, archeologo, geografo, filologo, Potocki fu il tipico esponente dellʼilluminismo settecentesco: la sua curiosità e la sua enorme erudizione furono al servizio di un approccio razionale alla realtà. Osservatore attento delle religioni e dei costumi, Potocki fu pure attratto dallʼesoterismo, dallo spiritualismo e in generale dal mondo fantastico. La complessa interrelazione tra ragione e mistero è il filone conduttore del manoscritto, le cui vicende sono anchʼesse oscure ed incredibili: scritto in francese, andò perduto, comparve in una traduzione da una presunta versione in polacco ed infine fu ritrovato il testo forse originale in francese. Costruito nella forma del Decamerone, una serie di novelle suddivise in giornate, il romanzo racconta le avventure di Alfonso, che deve attraversare la Sierra Morena per recarsi a Madrid. Di fatto il giovane protagonista, e narratore, non fa molta strada, in quanto si trova risucchiato in un ricircolo infernale e misterioso tra le forche di due impiccati e una locanda abbandonata: al mattino si risveglia tra i corpi in decomposizione, di giorno è in viaggio verso la locanda e di notte viene visitato da due splendide donne, che si dicono sue cugine. In questo continuo avanti e indietro incontra altri personaggi, che gli raccontano le loro storie, piene di apparizioni, di scheletri e di castighi soprannaturali. Malgrado situazioni ossessivamente inspiegabili razionalmente, Alfonso cerca continuamente di trovarne una ragione e di non accettare lʼesistenza del mistero. > Forse alla locanda mi era stata data una bevanda per addormentarmi, dopodiché niente era più facile che trasportarmi durante il sonno sotto la forca fatale. Pacheco ( un pazzo o indemoniato nel quale si imbatte Alfonso) poteva aver perso un occhio per tuttʼaltro incidente che per il suo legame amoroso con i due impiccati, e la sua storia spaventosa poteva essere una favola.... Ma lentamente viene preso da una sorta di «annientamento di tutte le mie facoltà».....( comincia a rendersi conto di una potente associazione) > che sembra non avere altro fine che quello di nascondere non so quale segreto, o quello di incantarmi con magie che qualche volta riesco in parte a penetrare ma che poi, per altre circostanze, non tardano a farmi piombare nel dubbio. È chiaro che anchʼio faccio parte di questa catena invisibile . La ragione vacilla dinanzi allʼinspiegabile e la vasta erudizione può essere al massimo «una compagnia gradevole» ma rischia di finire come i cento volumi di un altro personaggio del romanzo: rosicchiati e distrutti dai topi. La struttura narrativa è fondata sulla singolare ripetizione della stessa profezia: una situazione sempre identica, riprodotta e moltiplicata con una serie di combinazioni fantastiche che sembrano avere una sola finalità: aggredire la stabilità dellʼinterpretazione razionale. La ripetitività, che potrebbe rendere noiosa la lettura, è sorretta da unʼesplosione di invenzioni narrative e da una forma piacevole, immaginosa e spesso ironica. Avido di esperienze e di sapere, Potocki ci ha voluto dire, con questo romanzo incompiuto, che la vita è meravigliosa. Perché leggerlo? È un libro piacevole e fantastico.

Jan PotockiAdelphi
Il marchese di Roccaverdina
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Il marchese di Roccaverdina

Lʼambiente è la campagna siciliana della seconda metà dellʼottocento. Rabbàto è una piccola città, in attesa ormai da tempo della pioggia, che ponga fine alla siccità, che sta portando lʼintero paese alla miseria e alla fame. Il marchese di Roccaverdina è un ricco possidente, che vive come se il mondo fosse immutabile e riconoscesse un suo potere senza limiti, sulle cose e sulle persone. Da tempo aveva come amante una contadina, Agrippina Solmo. Per salvare le apparenze, decide di darla sposa al suo fattore con lʼimpegno che il matrimonio non si sarebbe dovuto consumare. La gelosia lo spinge ad uccidere il fattore e poi ad agire per fare condannare un povero contadino, che morirà in carcere. Non sente un vero e proprio rimorso di queste infamie ( lʼabbandono dellʼamante, lʼuccisione del fattore e la condanna di un innocente), in quanto, in fondo, sono povera gente e al marchese di Roccaverdina è permesso tutto. Percepisce, piuttosto, un senso di paura, «la solita apprensione di pericoli appiattiti nellʼombra». Lʼamante abbandonata e il fattore ucciso «apparivano improvvisamente e allo stesso modo sparivano» ed > egli provava la strana sensazione di camminare su un terreno poco solido, che avrebbe potuto da un momento allʼaltro sprofondarglisi sotto i piedi . È la viltà la molla che porta il marchese, prima così sicuro di sé stesso e del suo ruolo sociale, a dubitare, a riflettere sulla stessa esistenza di Dio e sulla validità della religione, sugli uomini e su sé stesso. Invano, cerca di trovare conforto in unʼattività febbrile, gettandosi nella politica, avviando un progetto di sviluppo della lavorazione del vino, sposandosi con una nobildonna locale. Solo la vista della campagna, bagnata dalla pioggia, gli dà un pò di serenità: > lasciamo, per ora, questo discorso. Guardate. Le campagne sembrano un giardino! Unʼimmensa stesa di verde, di mille toni di verde, dal tenero al cupo che sembrava quasi nero; un trionfo, una follia di vegetazione fin nei terreni più ingrati, che non avevano mai prodotto un filo dʼerba! Il suicidio di un contadino, al quale aveva tolto la terra con le minacce e le prepotenze, scatena la follia, che porta il marchese alla demenza e poi alla morte. Nel momento della malattia, solo lʼamante è al suo capezzale ad assisterlo, a dimostrazione di un amore che supera i ruoli sociali. Ma le apparenze sono più forti degli affetti: la povera donna non può restare al momento del trapasso del marchese ed essa > si lasciò trascinare via, senza opporre resistenza, umile, rassegnata comʼera stata sempre, convinta anche lei che non poteva restare più là, perchè il suo destino aveva voluto così! È un romanzo complesso: da un lato, un contesto sociale rigido e immutabile allʼinterno del quale i protagonisti si muovono secondo schemi predefiniti, dallʼaltro lato la figura del marchese di Roccaverdina, che vorrebbe rompere questi schemi sociali, sia dal punto di vista economico ( nuove colture, modalità di lavorazione moderne, innovazione tecnica, forme associative tra i produttori), che da quello degli affetti e dei sentimenti. Non ama, il marchese, il suo ambiente sociale, mentre si trova più a suo agio con i contadini, con la vecchia serva che lo ha allevato, con lʼamante, per la quale ha ammazzato. La follia trova proprio origine nella contraddizione tra la volontà senza limiti, quasi da «superuomo», e lʼincapacità di liberarsi dei condizionamenti culturali e sociali, delle superstizioni e della paura della punizione divina. Perché leggerlo? Si legge con piacere e si tratta di un romanzo molto moderno. La figura del marchese di Roccaverdina è emblematica di un conflitto interiore, tipico della nostra epoca.

Luigi CapuanaSelino's srl
Mastro Don Gesualdo
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Mastro Don Gesualdo

Il romanzo è ambientato in Sicilia, nella prima metà dellʼOttocento: una terra ancestrale ed arida, > una landa bruciata dal sole, colline su colline, accavallate, nude, arsicce, sassose, sparse di olivi rari e magri, di fichidindia polverosi . Mastro Don Gesualdo sin da ragazzo ha lavorato duramente per arricchirsi e > difendere la sua roba contro tutti, per fare il suo interesse, nel paese non un solo che non gli fosse nemico, o alleato pericoloso e temuto . Dʼaltra parte è un popolano, fuori dal giro dei possidenti locali, è quindi deve > celare sempre la febbre dei guadagni, la botta di una mala notizia, lʼimpeto di una contentezza; e aver sempre la faccia chiusa, lʼocchio vigilante, la bocca seria! Ha la possibilità di uscire dallʼemarginazione alla quale lo condanna la nascita contadina: può sposare Bianca, appartenente allʼantica ma decaduta stirpe aristocratica dei Trao. In un ricevimento offerto da unʼesponente della nobiltà locale, Don Gesualdo ( > raso di fresco, vestito di panno fine, con un cappello nuovo fiammante fra le mani mangiate di calcina ) fa il suo ingresso fra i pezzi grossi del paese per accorgersi che non sarà il matrimonio a permettergli di abbassare la guardia. Ed è proprio per vendicarsi dellʼaccoglienza algida e sprezzante del suo matrimonio da parte dei parenti della moglie che Mastro Don Gesualdo rompe tutte le tradizioni locali prendendo in gestione da solo, e ad un canone altissimo, le terre comunali. La descrizione dellʼasta è una delle pagine migliori del romanzo, con i possidenti che cercano di respingere lʼassalto di Don Gesualdo, poi di fare invalidare lʼasta ed infine di cercare un accordo, facendo pressione anche su Bianca e quindi sui legami di parentela, prima ripudiati. Ma il nostro protagonista va avanti per la sua strada, fermo nella sua posizione > con il suo risolino sciocco, lʼunico che non perdesse la testa in quella baraonda . La vittoria, innanzitutto sociale, di Don Gesualdo conclude la prima parte del romanzo, senza dubbio la più riuscita, per il distacco con la quale Verga narra, con dialoghi serrati e rapidi, le dinamiche, di denaro e di relazioni, della piccola aristocrazia locale. I protagonisti sembrano dei burattini rinchiusi nel proprio ruolo sociale: non cʼè introspezione psicologica ma sono i freddi fatti che parlano da soli. In seguito, si attua un cambiamento ideologico e stilistico: il romanzo decade in un sentimentalismo zuccheroso assumendo le caratteristiche di un romanzo di appendice. Bianca si rivela una sposa ubbidiente ma distante, che non dà affetto e confidenza a Don Gesualdo, confermando in tal modo le differenze di origine sociale. Lʼunica figlia, Isabella, forse frutto di una precedente relazione di Bianca, cresce viziata e sprezzante verso il padre, che considera anche lei un rozzo contadino e di cui non comprende i sacrifici e le fatiche. Don Gesualdo, ormai vecchio e malato, vede dissipato dalla figlia e dal genero il patrimonio così faticosamente accumulato e muore nellʼindifferenza e nella solitudine. Eppure, anche nel punto di morte, raccomanda a sua figlia > la sua roba, di proteggerla, di difenderla.... Spiegava quel che gli erano costati i suoi poderi... li passava tutti in rassegna amorosamente.... li descriveva minutamente, zolla per zolla, gli tremava la voce, gli tremavano le mani, gli si accendeva tuttora il sangue in viso, gli spuntavano le lacrime agli occhi . Solo per scrupolo di coscienza implora la figlia di dare qualche cosa («farai conto di essere una regalìa») ai figli illegittimi che ha avuto da una serva, lʼunica persona che lo ha veramente amato. Numerosi critici ritengono che il romanzo sia la > demistificazione dellʼarrampicatore sociale.... implicitamente rivolta a colpire i valori dellʼessenza stessa della società borghese ( Romano Luperini 1968) e la narrazione > delle lacerazioni indotte nel tessuto di unʼeconomia arcaica e di una società contadina da unʼeconomia e da una società capitalistico - borghesi, rette da un brutale esclusivo codice economico, dalla logica alienante della ricchezza e del possesso ( Vitilio Masiello 1972). Questa chiave di lettura è superficiale e riduttiva rispetto alla complessità del pessimismo di Verga. Se è vero che lo scrittore fa dire al suo personaggio che «ciascuno al mondo cerca il suo interesse, e va per la sua via», è pure vero che lʼaccumulazione della roba è percepita da Don Gesualdo come una missione, di cui può solo lamentarsi ma dalla quale non può sfuggire. E così gli altri personaggi sono tutti fissati in un destino sociale, che li costringe a vivere in unʼinfelicità esistenziale e talvolta fisica. Si pensi alla stessa figura di Bianca, ma ce ne sono altre nel romanzo, che deve sposare un uomo che non ama e vive tutta la sua vita debole e malata. Ed allora, forse, la vera chiave di lettura del romanzo è lʼeffetto sulla personalità umana di una struttura sociale immobile, statica, che non permette né lʼascesa né la fuga. Uno dei primi commentatori del romanzo notò come Verga non mostri mai > i suoi personaggi nelle ragioni interne dellʼanimo loro: li fa agire, non li mostra in atto di pensare (Guido Mazzoni 1890). Questo approccio dellʼautore scivola nella superficialità e nellʼoscurità nella seconda parte del romanzo, quando il ritmo narrativo diviene disteso, fluido ma tradizionale. Nella prima parte, sino alla magnifica scena dellʼasta per la gestione delle terre comunali, il soverchiare del dialogo sulla narrazione e il ricorso a brevi ritratti sono espedienti letterari estremamente originali per allontanare lo scrittore e fotografare i protagonisti, mettendo in risalto il loro abbandonarsi al ruolo sociale e facendo scomparire il lavorio interno del pensiero: non sono soggetti coscienti ma marionette della società. Perché leggerlo? Talvolta è faticoso alla lettura, ma la prima parte del romanzo vale la fatica.

Giovanni VergaGarzanti
Il meccanico delle rose
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Il meccanico delle rose

Il romanzo, scritto in italiano, è ambientato in un paese mai nominato, ma facilmente identificabile con lʼIran, prima e dopo la rivoluzione khomeinista. Cʼè forse un protagonista, Reza, ma è una figura solamente «sfiorata», di cui sappiamo poco perché il suo carattere e il suo destino sono determinati dalle vicende e dalle personalità degli altri personaggi. O forse non ha bisogno di esprimersi perché " lui > è ben saldo, con la giusta dose di opportunismo e di egoismo per sopravvivere, mentre chi gli è intorno è troppo fragile per resistere in un mondo difficile e crudele. Il romanzo è strutturato in cinque capitoli, che corrispondono ai personaggi che determinano il destino di Reza. Nel primo capitolo Akbar approfitta della credulità della gente per sostituire il figlio nato morto con un neonato, Khodadad, abbandonato sulle scale di casa. Per fare questo deve, però, gridare al miracolo, offendendo in tal modo la fede e determinando il destino di Khodadad, che da quel momento verrà segnato come un prediletto da Dio, come colui che può risuscitare i morti. Akbar compie poi un altro peccato: fa lʼamore con la cognata, che darà poi alla luce Reza. Lʼintero racconto prende, quindi, le mosse da un duplice inganno ed è come se incombesse una maledizione su tutte le vicende successive. Nel secondo capitolo, Khodadad, non sopportando più il ruolo di miracolato > , fugge insieme con Reza, per cercare una nuova vita nella grande città. Per convincere lʼamico a seguirlo Khodadad lo conduce al cimitero, dove cʼè una fossa vuota, già scavata per non essere impreparati dallʼinevitabile chiamata di Dio. Andare in città, dice il ragazzo, è lʼunica maniera che abbiamo per salvarci da quella fine lì«. Ma il pratico e prosaico Reza gli risponde giustamente,» se non è lì, sarà altrove > . La vita in città risulta ben più difficile di come se lʼaspettavano, anche se bisogna dire che Reza riesce ad adattarsi molto meglio di Khodadad. Durante una lite con il padrone che non li vuole pagare, Khodadad viene colpito mortalmente mentre Reza uccide lʼuomo. I due ragazzi scappano decidendo di separarsi. E così Khodadad si spegne da solo, con lʼunica consolazione dellʼangelo della morte, Ezrail, che lo dondolò, cantandogli nellʼorecchio, in un bisbiglio,la ninna nanna dellʼoblio, lʼunica che conoscesse > . Nel terzo capitolo, il romanzo narra la triste storia di Donya, che, bisogna dire, ricalca un poʼ troppo la vicende di tanti romanzi strappa lacrime dellʼottocento. Dopo una misera adolescenza a causa di una crudele matrigna, la ragazza si innamora del classico signorino > di buona famiglia ed è obbligata a sposarsi con un uomo che non ama, appunto Reza, nel frattempo diventato un abile e fortunato meccanico. Tra i due non cʼè amore né tanto meno passione, ma mentre Donya soffre profondamente per una vita coniugale incompleta, agiata, rallegrata da una figlia, ma affettivamente deludente, Reza sembra trovarsi bene, accettando, forse con troppa remissività, la freddezza della moglie. Lʼunico momento di relativa felicità per Donya è costituito dalla visita al cimitero di un vicino santuario, dove la donna immagina di pregare sulla tomba della madre morta: si siede per terra, e con un sassolino batte per tre colpi per richiamare lʼattenzione di sua madre e avvertirla che è lì a pregare per la sua anima > . La vita di Donya potrebbe concludersi prosaicamente in un matrimonio rassegnato ma sereno ( in fondo Reza è un bravʼuomo), quando a sconvolgerla, portandola al suicidio, è la tragica fine di Mathab, lʼamata figlia. Il quarto capitolo è senza dubbio il più drammatico, per molti aspetti sconvolgente. La ragazza viene arrestata dalla polizia khomeinista, torturata e strangolata. La sua unica colpa è di essere fidanzata con un avvocato, che difende i suoi clienti, spesso povere prostitute, con troppo fervore. E nel momento della morte Mathab si rifugia nei meravigliosi ricordi dellʼinfanzia, immaginando di ascoltare le parole del padre. Il buio e il silenzio privo di crepe la cullarono. Una voce calda e dolce le coccolò i timpani con parole che le giungevano liquide, leggere > . Nellʼultimo capitolo scopriamo che Reza ha avuto una lunga relazione con una prostituta, Laleh. È lei anzi che ha finanziato lʼattività di Reza, permettendogli di diventare un ricco meccanico. Sul punto di morte vorrebbe che Reza venisse a salutarla, lei che lo aveva sempre aiutato. Ma lui non viene. Se guarisce, lui viene e la porta via, così le ha detto. Tanto dolore? Lui non viene. Ma non si rassegna. La notte sembra ancora molto lunga. Il sonno non la culla. Ma arriverà mai la fine? > Per molti commentatori il significato di questo libro sta nella citazione dei versi di un grande poeta iraniano, che dicono abbiamo giocato qui in mezzo per un poʼ, poi siamo finite, una dopo lʼaltra, nella cesta dellʼoblio > . Non siamo noi a fare il nostro destino, che per altro è poca cosa rispetto a Dio. Senza dubbio il romanzo è intriso di una profonda religiosità, di una sorta di rassegnazione esistenziale, che trova pace solo nellʼidea che tutta la vita è volontà di Dio. Ma si percepisce anche, lungo tutto il libro, un costante desiderio di fuga dalla prosaicità dellʼesistenza: una fuga che alla fine non si può realizzare che con la morte. Resuscitare più leggera e con le ali, si dice. Deve diventare più leggera, con le ali, e volare lontano. Lontano da lì. Lassù. Ma poi? Come orientarsi? Quale bussola guardare? Di quale ghebleh fidarsi? E se poi si perde di nuovo? Il pregio principale del libro è la scrittura: semplice, elegante, delicata. I numerosi dialoghi non impoveriscono la narrazione, anzi permettono di approfondire i personaggi. Emerge molto bene la complessità della società iraniana, tra una profonda religiosità e moderne aspirazioni. Soffermarsi troppo nel dettaglio, prolungando le storie dei diversi personaggi, fa cadere la tensione e non favorisce la focalizzazione sui temi fondamentali, non facilmente individuabili e non totalmente sviluppati. Perché leggerlo? Splendida scrittura, storia interessante e in alcuni momenti avvincente.

Hamid ZiaratiGiulio Einaudi
La Mennulara
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La Mennulara

> Sappiamo poco e niente su di lei, e così è. Il fatto è che era brava nel suo lavoro e le piaceva comandare, e da lì sono nati i problemi di tutti. Ai padroni piace avere gli impiegati bravi, ma non piace essere comandati. Se lʼavessero sentita, sarebbero ancora più ricchi assai, ma noi rimaniamo sempre poveri e offesi anche da morti . Così sintetizza Don Paolino, già autista della famiglia Alfallipe, il destino di Maria Rosalia Inzerillo, detta la Mennulara, deceduta allʼetà di 55 anni. Il romanzo si apre con la morte della donna e dipana lentamente il mistero di questa «criata» (serva): nata da una famiglia poverissima, fu costretta fin da bambina a lavorare alla raccolta delle mandorle (da qui il soprannome); presa al servizio in casa Alfallipe, divenne accorta amministratrice di un patrimonio in dissesto; assunse, infine, la direzione della famiglia, garantendone il sostentamento economico. Così la descrive Orazio Alfallipe, ricordando il giorno in cui si innamorò perdutamente di lei. > La vidi, sottile e minuta. (...) Indossava una sottoveste chiara, bagnata dagli schizzi dʼacqua. Le puntai addosso il binocolo, ammaliato dal ritmico movimento del corpo, dai seni piccoli e pizzuti e dalle giovani braccia armoniose. Era bella. (...) Mi osservava circospetta, ma senza timore. Cosʼè?, disse, indicando il binocolo. (...) Insegnami come si guarda, disse. (...) Mi cresceva in petto un senso di meraviglia che mi annientava... La morte della Mennulara sconvolge la cittadina di Roccacolomba, in una Sicilia senza tempo: la gente commenta, spesso con giudizi fortemente critici, la vita della donna, spettegola sul funerale ed in particolare sul comportamento degli Alfallipe. Questi sono convinti che la Mennulara tenesse nascosto una notevole disponibilità finanziaria; si aspettano una ricca eredità, ma non trovano disposizioni testamentarie in questo senso. Sempre più indispettiti, non si attengono alle direttive della donna in merito al necrologio e al funerale. Ma anche nella tomba, la donna continua a dirigere la famiglia, costringendola a fare come dice lei; in particolare, dà istruzioni precise per recuperare antiche ceramiche greche e farle valutare da un esperto. Poiché questi manufatti erano stati acquistati da tombaroli, e pertanto non potevano essere messi in commercio, la Mennulara ne aveva fatto fare delle copie, ed erano queste oggetto della perizia, così da avere un attestato che certificasse la falsità delle ceramiche e quindi permettesse di portarle allʼestero, per essere vendute. Nella loro avidità e dabbenaggine gli Alfallipe non immaginano un espediente così abile; il disprezzo per la Mennulara, una «criata», li porta a intravedere chi sa quale inganno. Ma se gli aveva serviti per tutta la vita, salvando il loro patrimonio? Era comunque una serva. Quando leggono la perizia, pensano di essere stati beffati, sono sopraffatti dalla rabbia e dallʼodio per la donna,con furia distruggono le copie false ed anche gli originali autentici. Dinanzi al paese sbalordito e divertito, si privano dellʼ eredità tanto attesa e dissipano gli ultimi rimasugli di onorabilità. Con la devastazione delle ceramiche annientano pure «il muto testimone» della relazione tra Orazio e la Mennulara, e della loro comune passione per lʼarte e la storia. Si devono rispettare i sentimenti di una «criata» in una Sicilia senza tempo? No di certo. La domanda è se la Mennulara sia una figura positiva, trainante del cambiamento sociale, o la sua storia sia, una volta ancora, la testimonianza di una sconfitta, lʼaccettazione di un destino inevitabile ed immutabile. Ebbene, la Mennulara ha creduto di potersi elevare («si era estraniata dalla gente sua pari») senza cambiare le gerarchie sociali; ha rinunziato a tutto, ha subìto una relazione nascosta con il padrone, ha sopportato il disprezzo degli Anfallipe, dei quali era il fondamentale sostegno, alla fine non è riuscita a preservare il suo lascito spirituale, la collezione di ceramiche, la testimonianza di unʼesistenza. La Mennulara è una sconfitta. Ma lo sono pure i tanti personaggi di Roccacolomba: spettegolano, talvolta sembrano ribellarsi, altre volte esprimono sagge e benevoli riflessioni, ma sempre si piegano al potere e allʼimmobilità sociale. Questo è il senso profondo del romanzo, così come della figura della Mennulara: non cʼè futuro civile per la Sicilia. Il romanzo é pressoché perfetto sino a pagina 152, fino alla scena della distruzione delle ceramiche. Poi, non si sa bene per quale ragione, lʼautrice ha sentito il bisogno di svelare la vita della Mennulara, ricorrendo, tra lʼaltro, a lunghe spiegazioni e non alla trama e al sistema dei personaggi. È stato inutile, dannoso per il ritmo complessivo della narrazione. È stato un peccato, perché ha fatto perdere tensione al racconto. Perché leggerlo? È piacevole, interessante, «un divertimento maestoso» (Aldo Busi)

Hornby Simonetta AgnelloFeltrinelli Editore
Menzogna e sortilegio
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Menzogna e sortilegio

Elisa si aggira per le stanze, nel silenzio e nella solitudine, e quando si imbatte a tradimento nella sua immagine, le sembra di vedere > una forma muoversi in queste funebri acque solitarie, (...) come una medusa , non una santa: «piuttosto una strega». È proprio per spiegare il sortilegio, che lʼha portata a rinchiudersi in poche camere, Elisa ci offre il racconto della sua famiglia: ed è «unʼapparenza di ombre», un «morbo fantastico», che parla di amore e di morte, come nei libri di fiabe: «di te Finzione, mi cingo, fatua veste». Il romanzo si può articolare in due parti. Nella prima Elisa non ha conosciuto i fatti e i personaggi, dei quali narra: tutto è filtrato da reminiscenze di chi era ancora vivente quando lei era bambina, o da indizi, carte e luoghi. Dʼ altra parte, > il passato e il futuro sono due campi di nebbia e di vertigini, che i vivi non possono esplorare se non con la fantasia e con la memoria. (...) A che serve sondare questa reggia della morte? Il solo tentativo di sondarla produce angoscia e nausea, come quando ci si affaccia ad un precipizio . Non sapremo mai se ciò che ci racconta sia vero, anche perché sembra la narrazione di un grande inganno, di menzogne, che vogliono rivestire di «fuoco e splendore» la persona amata. Così il nonno materno è un furfante ed un ignavo, ma avvince la figlia Anna con storie meravigliose, di viaggi, gioielli, onori e gloria; ed Anna dimentica di vivere in povertà e scarica la sua rabbia sulla madre Cesira, donna gretta e disperata. I nonni paterni sono laboriosi contadini e potrebbero essere unʼancora di solida concretezza: il figlio Francesco è però nato da una relazione fugace della madre con un malandrino, anche lui affabulatore e venditore di "fumo > . Non ci si deve stupire se Francesco, andando a studiare in città, si presenta come un barone, per di più con idee rivoluzionarie. E che dire di Edoardo, il ricco cugino della misera Anna: affascinante, di lineamenti femminei, vacuamente intelligente, innamorato di sé stesso, pronto ad amare, illudere e tradire chiunque, solo per lʼambiguo piacere di divertirsi. Troppo ingenui Anna e Francesco per non cadere nelle sue spire tentatrici: Anna si innamora del cugino, sognando un legame, che non potrà mai concretizzarsi per la differenza di censo e soprattutto per il carattere di Edoardo, troppo superficiale per un rapporto duraturo e responsabile; Francesco crede di aver trovato un amico sincero in Edoardo, e non si accorge che è condotto per mano da un amore vero (quello della prostituta Rosaria) ad uno vagheggiato e idealizzato, la passione per Anna. E così Anna e Francesco si trovano sposati, come in un sortilegio: Anna ama Edoardo e si unisce a Francesco per disperazione, questʼultimo ha ingannato la donna, spacciandosi per ricco proprietario e giovane in carriera. A questo punto entra in scena Elisa, non più solo narratrice. Finito è dʼora innanzi il mio privilegio dʼassistere, sola spettatrice, a una commedia di spiriti. (...) Una lucida insonnia sʼimpadronisce di me, e io, nella camera taciturna e spopolata, altro non potrò interrogare dʼora innanzi che la mia vera memoria. Altro non potrò raccontare, cioè, se non le cose che vidi coi miei occhi, udii coi miei propri orecchi, e di cui mio padre e mia madre, nella loro diversa insania, mi fecero confidente e testimone > . Essere protagonisti è un atto di maturità, e nel contempo di dolore, perché non ci si può difendere con la rimembranza immaginaria. I ricordi, come animali giaciuti in letargo, si scuotono al mio richiamo, e si avvicinano a me con passi vellutati e funebri > . Lʼesperienza dellʼElisa adolescente è veramente straordinaria; non è solo partecipe di una relazione cattiva e perversa, causa del declino psicofisico dei suoi genitori; la ragazza è inghiottita in una sorta di triangolazione che vede da un lato Francesco ed Anna e dallʼaltro il fantasma di Edoardo, morto di tisi. Per compiacere Concetta, la madre ormai pazza di Edoardo, ma in realtà per appagare sé stessa, Anna inventa un epistolario di lettere del cugino. Che virtù aveva questa finta corrispondenza? Vi abitava, piena di festa e di fuoco, un Pensiero: (...) aveva movenze ispirate, costume cavalleresco, e una civetteria gettata, in guisa di spavalda e leggera armatura, sullʼamara sua voluttà. Inoltre, la sua bellezza ombrosa, sventolava come orifiamma la fatuità adolescente, la cara, veniale fatuità > . Ma chi era veramente lʼautore di questo carteggio? Il Cugino nella sua forma eterea di fantasma, o Satana, come potrebbe risultare dai timbri infernali > delle lettere, o Anna stessa, come avrebbe detto qualsiasi medico, ibrido frutto dʼuna povera mente morbosa«. Se così fosse,»il finto Epistolario si trasforma in me in uno specchio, in cui lʼamato viso di Anna mi appare così imbruttito e stravolto, che memoria, volontà e fantasia mi suggeriscono di scegliere una menzogna in luogo di questa diagnosi. (...) Di Anna, di questo duplice mio idolo, della mia dormiente, preziosa Fenice, fa un oggetto di miseria e di pietà. E infine, sullʼEpistolario fantastico, sul nostro carteggio famoso, sparge il triste pallore dellʼinsania, e lʼinforme noia della morte > . Ed allora lʼEpistolario fantastico, così come tutto il romanzo, viene ad essere una strofa dʼamore«, un modo disperato con il quale»lo spirito che presiede alle fanciullaggini«cerca di vincere la morte,»almeno per gioco. Il romanzo ha un impianto ottocentesco: trama complessa, meticolosa descrizione degli ambienti, analisi approfondita dei personaggi, scrittura riccamente vaporosa, di una eleganza raffinata. Non bisogna, tuttavia, lasciarsi ingannare; se amore e morte sono tra loro strettamente intrecciati, perché appena si ama si sa già che la persona amata si estinguerà, solo sognare, fantasticare, mentire agli altri e a sé stessi, ci permettono di sopravvivere, di limitare la sofferenza. Il sortilegio sta in questo: Elisa preferisce chiudersi nelle stanze solitarie, ad inseguire le proprie ombre, invece di misurarsi con la realtà e ripercorrere le insane aspirazioni di chi lʼha preceduta. Il romanzo non parla forse della coscienza di Elisa? Esso non può essere frutto della sua mente malata? Lo sa solo il Gatto Alvaro, compagno fedele di Elisa. Quando ogni luce è spenta, accendi al nero le tue pupille, o doppiero del mio dormiveglia, e sʼincrina la tregua solenne, ardono effimere mille torce, tigri infantili sʼinseguono nei dolci deliri". Nel leggere Menzogna e Sortilegio la mente corre a Thomas Mann. Siamo nel Meridione dʼItalia, i colori e i personaggi sono quelli del nostro Sud; eppure cʼè la stessa demolizione del romanzo tradizionale e si respira la medesima aria di decadimento, di lento declino verso la morte. Dispiace lʼeccessiva lunghezza: siamo dinanzi ad unʼopera di grande originalità, che meriterebbe di essere nuovamente scoperta e letta. Perché leggerlo? Una splendida scrittura e viva la fantasia!

Elsa MoranteGiulio Einaudi
RecensioneFrancese

Michel Strogoff

Michel Strogoff > era alto, vigoroso, spalle larghe, ampio petto...poteva sopportare fino allʼestremo il freddo, la fame, la sete e la fatica : un corpo di ferro e un cuore dʼoro. In questo modo Verne presenta sin dallʼinizio il protagonista. Siamo nella Russia zarista probabilmente nella seconda metà dellʼottocento. Unʼarmata di tartari sta conquistando la Siberia orientale e minaccia di conquistarne la capitale, dove risiede il gran duca, fratello dellʼimperatore. A capo di questa orda di «barbari» cʼè un traditore,che vuole presentarsi dal gran duca, conquistarne la fiducia e quindi catturarlo. A Michel Strogoff viene affidata la missione di avvisare in tempo il gran duca attraverso la Siberia in guerra. Si tratta di unʼepopea, di una missione unica. Questa impresa avventurosa si può dividere in tre parti. Nella prima, piuttosto noiosa e scontata, Strogoff viaggia in incognito, come un mercante, attraversa la Russia europea, gli Urali e quindi le prime steppe della Siberia.Sin dallʼinizio del viaggio incontra una giovane, Nadia, che deve compiere lo stesso percorso per raggiungere il padre. Strogoff decide di accompagnare la giovane perché ritiene che sia più facile in tal modo non alimentare i sospetti in merito alla sua vera missione. Emerge una caratteristica del protagonista, la dissimulazione, che contrasta con la lealtà e la sincerità degli altri personaggi, che gli saranno vicini, in particolare Nadia. In una scena drammatica si opera una svolta che imprime ritmo e interesse al racconto: Strogoff e la giovane vengono catturati dai tartari, il protagonista deve assistere alla scena della madre che sta per essere bastonata a morte, si rivela come corriere dello zar e quindi viene accecato. Dal quel momento Strogoff diviene dipendente da Nadia, che gli fa da guida. Questa parte del romanzo è la più efficace, in quanto la debolezza del protagonista lo rende umano, meno super eroe, e nelle vicende, sempre avventurose e drammatiche, compaiono altri personaggi, generosi e pronti a dare un aiuto. Infine, la terza parte è dominata da grandi scene, nelle quali si sovrappongono le avversità naturali con la drammaticità delle battaglie. Strogoff e Nadia, insieme con altri rifugiati, scendono con una zattera in un fiume, già coperto di ghiacci. Riescono ad arrivare fortunosamente nella capitale, sotto assedio dai tartari, dove già il traditore si era infiltrato ma viene ucciso da Strogoff. La storia sarebbe perfetta, se non si scoprisse alla fine che Strogoff non era affatto cieco ma aveva dissimulato per essere lasciato libero di muoversi, in quanto i tartari lo avrebbero creduto ormai inoffensivo. Ma come è possibile mentire anche ai suoi amici e soprattutto a Nadia, che lo ha aiutato senza chiedere nulla in cambio, solo per amore? Nella prefazione il commentatore vede questo romanzo come «una corsa ad ostacoli» nella quale «un eroe al di sopra di ogni sospetto» supera tutte le prove pur di raggiungere il suo obiettivo. E da qui che nasce un senso di freddezza, di artificioso, di deterministico, dove non hanno posto i sentimenti, perché vengono messi in secondo piano rispetto al dovere e allʼaffermazione della propria forza e volontà. Sono gli altri personaggi a offrire alcuni spunti di ricchezza umana, dai quali lʼautore sembra sfuggire rapidamente per rinchiudersi in stereotipi. La severa e arcigna natura siberiana costituisce lo sfondo del romanzo, in qualche modo la vera nemica del super eroe, Michel Strogoff. Peccato che anche in questo caso non ci sia immaginazione, è mera geografia senza che la descrizione della Siberia alimenti la fantasia del lettore. Perché leggerlo? La storia è avvincente soprattutto nella seconda parte. Affascinano alcune scene, come la festa dei tartari con le danze esotiche, la grande discesa nel fiume ghiacciato, la battaglia finale.

Jules VernePocket
Midnight's Children
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Midnight's Children

Può «la vita di una persona essere lo specchio di un paese»? A questa questione Rushdie non risponde con un romanzo storico - biografico (la classica storia di una famiglia intrecciata con quella di una nazione), ma con un racconto fantastico, immaginifico e stupefacente. Il protagonista è nato a Bombay a mezzanotte del 15 agosto 1947, giorno dellʼindipendenza dellʼIndia, ma anche della separazione del Pakistan: la così detta «partition». E per questa coincidenza è stato misteriosamente «legato alla storia» sia letteralmente che metaforicamente, sia attivamente che passivamente. La dualità è il filone conduttore della narrazione, della vita del protagonista così come del grande continente indiano, caratterizzato appunto da interdipendenza e diversità ad un tempo. Lʼautore immagina che il protagonista, Saleem Sinai, narri le vicende della sua famiglia e le sue sino al 1984, quando venne uccisa Indira Gandhi. I nonni di Saleem sono mussulmani e hanno origine nel Kashmir, la «madre» dellʼislamismo indiano. Il nonno, un medico occidentalizzato, era stato chiamato a curare la futura moglie potendo visitare solo parti del suo corpo, che per pudore restava coperto. Si era quindi innamorato «a pezzi». È una prima metafora, che ritornerà spesso lungo la narrazione: quella della frammentazione. Così come il > fantasma di quel lenzuolo perforato mi condannò a vedere la mia propria vita, i suoi significati e le sue strutture, pure in frammenti , sulla nuova nazione ha pesato come una maledizione il distacco del Pakistan, che porterà ad un eterno conflitto con lʼIndia. I nonni di Saleem hanno una figlia che dopo il matrimonio si è trasferita con il marito in India a Bombay, dove è nato Saleem. Al momento del parto, lʼostetrica sostitusce il vero figlio della coppia con Saleem, il quale quindi usurpa il suo ruolo di bambino agiato, mentre lʼaltro é destinato alla povertà. Ma allora lʼindipendenza porta con sé il marchio del tradimento? Il giorno della nascita di Saleem un migliaio di bambini erano nati in India. Tutti hanno poteri straordinari e Saleem ha lʼincredibile facoltà di mettersi in contatto telepaticamente con tutti: riesce cioè a creare con la mente una interdipendenza tra bambini lontani, con lingue e usi totalmente differenti. Si realizza metaforicamente il mistero di questo grande paese, costituito al momento dellʼindipendenza da oltre 500 stati e da una religione, quella indù, fatta di migliaia di divinità locali. Come può stare unito un paese così grande e così frammentario? Nel 1966 moriva Nehru ed iniziava lʼera di Indira Gandhi, che introdusse una gestione autoritaria del governo sino alla fase della così detta emergenza, quando instaurò una vera e propria dittatura. La famiglia di Saleem si trasferisce in Pakistan dove spera di essere più sicura rispetto alle discriminazioni e alle violenze contro i mussulmani. Qui, stranamente, Saleem perde i poteri telepatici (Indira ha distrutto lʼunità del paese?). Si arruola nellʼesercito pakistano e va a combattere in Bangladesh contro lʼesercito indiano. Scappato dallʼesercito, ormai in piena disfatta, e dopo essersi nascosto nella giungla (la metafora dellʼabisso in cui è caduta lʼIndia?) fugge in India dove si sposa, vive in un villaggio di saltimbanchi e di musici e si dà allʼattività politica, peraltro insieme con un incantatore di serpenti. Sembra, forse, aver trovato la sua strada, quando irrompe la repressione di Indira Gandhi e Saleem scopre di essere uno dei pochi superstiti dei bambini nati il 15 agosto 1947, > perché è il privilegio e la maledizione dei bambini della mezzanotte di essere sia padroni che vittime dei loro tempi, di non avere una propria vita privata e di essere risucchiati nel calderone delle moltitudini, e di non poter vivere e morire in pace . Assieme al legame tra vita personale e storia del paese, il romanzo affronta anche temi più intimi: la bruttezza di Saleem (angustiato da un naso enorme), il suo amore incestuoso con la sorellastra, e la nostalgia dellʼ infanzia, che, tuttavia, «scompare, o piuttosto, viene uccisa». Ed è proprio lʼorgoglio dellʼinfanzia uno dei temi più intriganti ed universali del libro: la possibilità di nascondersi e di viaggiare con la mente, con la propria immaginazione, crea una unità che non cʼè nella realtà: > Meravigliosa ironia; la Vedova (Indira Gandhi) portandoci qui per separarci ci ha di fatto portati insieme! Bambini, qualche cosa sta nascendo qui, in questo oscuro tempo della nostra prigionia; lasciamo che le Vedove facciano il peggio; unità è invincibilità! Bambini: noi abbiamo vinto ! Come troppo spesso succede con Rushdie, la ricerca di una scrittura barocca e meravigliosa prende il sopravvento sulla narrazione, che sembra diventare, soprattutto nellʼultimo parte del libro, solo lʼoccasione per «effetti speciali». Già lungo di per sé, difficile da seguire, anche per i riferimenti alla storia indiana, via via che si va avanti nella lettura ci si perde completamente in una moltitudine di parole, di neologismi, di strutture sintattiche retoriche e complesse. Bisogna lascarsi prendere dalla scrittura ma talvolta si fa fatica a proseguire nella lettura. Perché leggerlo? Lʼidea di fondo è veramente notevole così come é per noi italiani un libro particolarmente attuale: la dualità tra interdipendenza e diversità, tra unità e frammentazione costituisce un tratto caratteristico di ogni italiano. Averlo saputo descrivere in termini immaginifici rappresenta il pregio fondamentale del libro. Come ha scritto Paolo Bertinetti nel quotidiano La Stampa del 12 agosto 2017, il pregio maggiore del romanzo, > oltre a un finissimo sense of humour e una pirotecnica capacità di invenzione linguistica, sta nello scardinare i criteri della verosimiglianza ponendo sullo stesso piano realtà e sogno, narrazione realistica e invenzione mitica .

Salman RushdieVintage
La miglior vita
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La miglior vita

Il romanzo è ambientato in un piccolo villaggio dellʼIstria, in un arco di tempo che va dallʼinizio del novecento agli anniʼ70. Il racconto attraversa le grandi vicende del secolo appena trascorso: gli ultimi anni dellʼimpero austriaco, la prima guerra mondiale, lʼannessione allʼItalia, la guerra partigiana ed infine la collocazione nella Jugoslavia, a seguito del trattato di pace del 1947. Sono avvenimenti storici di grande impatto per una comunità ai confini, composta di croati e di italiani: i primi in maggioranza e generalmente poveri contadini, i secondi una minoranza di ricchi proprietari. Ma non è il tema sociale che interessa lʼautore, anche se, ovviamente, traspare continuamente lungo la narrazione, soprattutto nel frequente ricorso alla mescolanza linguistica di croato e di italiano, uno dei tratti più attraenti del libro. Il tema del racconto è tutto interiore e può essere ricondotto ad un argomento: la religione e la sua funzione per lʼindividuo e per una piccola comunità. Tomizza immagina che un anziano sagrestano narri la sua vita, e quella dei suoi compaesani, attraverso la storia dei parroci, che si sono succeduti nel corso degli anni. > Con quanti preti non avevo avuto a che fare: preti con madri, con sorelle, con perpetue, e preti soli. Nelle ore insonni mi giravano davanti agli occhi come una giostra che specchiava me e al tempo stesso la situazione politica del loro periodo. Arzigogolavo nel buio che ognuno avrebbe potuto mostrarmisi migliore e ognuno peggiore, a seconda dei tempi ma anche in virtù di un mio diverso modo di essere e di valutarli. (...) Perché rimanevo? Difficile rispondere oggi, perché difficile è trovar credito. Sentivo di servire la chiesa e con essa di servire la comunità, non i preti destinati tutti a passare. Mi ero sposato con quel servizio, con quel dovere, prima ancora che con Palmira, e tutto il resto veniva dopo, Palmira compresa. Ma intendevo assolutamente aprire unʼaltra strada a nostro figlio, e questo impegno anche agli occhi di lei in parte mi riscattava . Questa citazione sintetizza il lungo percorso del protagonista - narratore, che lo porta ad allontanarsi dalla religione, mentre assiste alla decadenza della parrocchia, che serve per tutta la vita. > La chiesa è un edificio come un altro, finirà comʼè prevedibile, senza destare grandi impressioni: in cima alle colline si vedono ancora muri di chiesette dei secoli passati, avvolte dai rovi. Ma da allora ci fu una ripresa, e la gente ritornò anche nei campi. Succederà ancora? Ne dubito. Nato da un sagrestano, lo diviene ancora giovane. I preti che si susseguono sono profondamente diversi tra loro: alcuni ignoranti e rozzi, altri prepotenti ed arroganti, altri ancora fragili individui, pronti a peccare con il vino e le donne. Solo uno, un giovane prete croato, sembrò rispecchiare ciò che ci si aspetta da un sacerdote. Ma poi, quando lo rivedrà vescovo, si accorgerà che anche lui è diventato falso ed ipocrita. > Da lui mi sarei aspettato di sentire, o perlomeno di leggergli in volto, il disinganno, le ulcerazioni che non potevano non essersi prodotte. (...) In altri tempi non sarebbe stato più fiero, se non più pietoso? . Ed allora al vecchio sagrestano, senza più un parroco da servire, non rimane che essere il cronista della sua gente. Nelle ultime pagine del libro, estremamente suggestive, il protagonista racconta le vicende di alcun suoi compaesani, come la gnagna Zvana Zuncolin, «donnetta curva e nera», o Michelin, un tempo «un bellʼuomo scuro con gli occhi da zingaro», che ha trascorso una vita da ubriacone per dimenticare la donna amata: è rimasto famoso per una frase, «per lʼuomo non ci sono pezzi di ricambio». Lo stile narrativo non è sempre facile, ma la lettura è spedita perché si rimane avvinti dalla storia di una comunità, prima isolata e nascosta, poi sempre più coinvolta dai grandi avvenimenti. Nel racconto di Tomizza, mai folcloristico e nostalgico, la religione si mescola con le ancestrali usanze pagane e con i nuovi costumi, apparentemente laici ed anticlericali. È la chiesa è sempre lì, «in qualche modo presente e basta», con i suoi registri, di nati e di morti, scritti un poʼ in croato e un poʼ in italiano, con calligrafie chiare ed oscure: una presenza, dalla quale il protagonista vorrebbe sfuggire, ma non può, perché > aderiva perfettamente a quella che da sempre avevo imparato a conoscere e per comodità uso chiamare (vita) ordinaria, ma non vi combaciava del tutto pur incantandomi, pur aiutandomi a scoprire tratti nascosti o non rilevati della vita vera . Ma in questo accontentandosi del «proprio pieno potere», la religione non risolve il mistero della morte, lasciando lʼindividuo solo e dubbioso nel momento più grave della vita. > Scende sulla terra il vuoto dei cieli o su di noi si spalanca la miglior vita? Questo non sapevo, che il mondo muore a ogni morte di un uomo . Perché leggerlo? Lasciatevi incantare dalla storia di una vita ordinaria, in un piccolo villaggio dellʼIstria, tra Croazia ed Italia.

Fulvio TomizzaClub degli Editori
Moby Dick
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Moby Dick

> Oh straordinaria vecchia Balena, tra vento e tempesta, lʼoceano sarà la tua dimora, un gigante potente, di una forza giusta, Regina del mare infinito . Questo inno chiude un ampio preambolo, nel quale Melville, come «un comune e scrupoloso topo di biblioteca» riporta un lungo elenco di citazioni della Balena, dalla Bibbia alla letteratura. Autodidatta e grande lettore, Melville vuole premunirsi dallʼessere accusato di essere un semplice scrittore del mondo marinaresco. Non dobbiamo cadere in questa trappola. Moby Dick è il più grande romanzo di mare che sia mai stato scritto; e lo è perché Melville ha vissuto veramente le vicende che racconta. > Io, Ismaele, ero uno di quellʼequipaggio. (...) Con avide orecchie imparai la storia di quel mostro assassino contro il quale io e gli altri avevamo prestato giuramento di violenza e vendetta . Ciò che trae in inganno è la diffusa ed intensa atmosfera religiosa; ma non può che essere così. Per Melville, come per la maggior parte dei suoi contemporanei, la Bibbia permea qualsiasi aspetto della vita: da qui le metafore, le riflessioni ed anche le angosce che caratterizzano il romanzo. La storia può essere suddivisa in quattro parti. Nella prima il narratore e protagonista è Ismaele: ancora ragazzo intende imbarcarsi su una baleniera per un vago desiderio di avventura e di conoscenza. Alla metà dellʼottocento Nantucket era uno dei principali porti americani delle flotte dedicate alla caccia dei capidogli; con uno stile narrativo tra Charles Dickens e Edgar Poe, Melville ne dà un ritratto realistico e suggestivo ad un tempo. Si rimane affascinati dalla figura di Quiqueg, un cannibale con il quale Ismaele stringe una profonda amicizia. Il momento centrale è il sermone dedicato allʼepisodio biblico del profeta Giona, ingoiato dalla balena per volontà di Dio e solo da Dio salvato. Non è un mito, è la verità, gridata ai credenti (marinai e vedove di marinai morti in mare), perché sappiano che la salvezza verrà solo dalla fede, dalla lettura letterale e devota della Bibbia. Chi non rispetta le parole del Signore è condannato ad annientarsi e a dannarsi. > Il mondo è una nave nel suo passaggio verso qualcosʼaltro; e non un viaggio con ritorno; e il pulpito è la sua prora . Finalmente, la nave salpa per una lunga navigazione. > Noi ci trovammo quasi indifesi sullʼoceano ostile. (...) Considerate lʼastuzia del mare; come le più crudeli creature scivolano sottʼacqua, invisibili per la maggior parte, e slealmente nascoste sotto le più incantevoli tinte dellʼazzurro. (...) Considerate ancora lʼuniversale cannibalismo del mare; come tutte le sue creature si predano a vicenda, portando avanti una guerra eterna da quando ebbe inizio il mondo . (...) Come questo spaventoso oceano circonda la terra verdeggiante, così nellʼanima dellʼuomo giace lʼisola di Tahiti, piena di pace e di gioia, ma circondata dagli orrori della vita non pienamente compresa. Dio ti salvi! Non allontanarti dalla tua isola, potresti non tornare mai più. > La seconda parte introduce i personaggi del romanzo: gli ufficiali e gli arpionieri, descritti in capitoli da titoli evocativi: Cavalieri e scudieri > . È una rappresentazione efficace perché è un sistema feudale quello che ruota intorno al capitano Achab, il monomaniaco«protagonista.»Sembrava come un uomo modellato dal metallo. (...) Lʼintera sua ampia ed alta forma sembrava fatta di solido bronzo, e plasmata in una creta inalterabile come il Perseo di Cellini > . Ma non è la sembianza fisica il tratto distintivo di Achab; è la sua anima, serrata nel tronco vuoto del suo corpo, vi si nutriva delle cupe zampe della sua disperazione > . Una scena di grande fascino conclude la descrizione dei personaggi e costituisce uno spartiacque dellʼintera storia. Achab comunica allʼequipaggio che il vero fine del viaggio è la balena bianca: Moby Dick. In un crescendo di collettiva esaltazione, soltanto il primo ufficiale, il pio Starbuck, reagisce, anche perché è a conoscenza che fu Moby Dick a privare Achab di una gamba. Vendetta su un bruto senza parola, che semplicemente ti colpì mosso dal più cieco istinto! Follia! Prendersela con una cosa senza volontà, Capitan Achab, mi sembra un atto blasfemo > . Ha ragione il pio Starbuck, tanto più che ciò che Achab cerca non è la vendetta, il capitano rifiuta il proprio destino, anche contro la volontà di Dio. Mi credono pazzo; io sono demoniaco, sono la pazzia impazzita.(...) la profezia era che io dovessi essere un mutilato, e - Si! Persi la gamba, io adesso profetizzo che io mutilerò il mio mutilatore. Ora sarò il profeta e lʼesecutore ad un tempo. > La terza parte narra la navigazione per gli oceani del mondo e la caccia, uccisione e lavorazione delle balene. È un grande trattato di zoologia marina, di uno scienziato ammirato, se non persino innamorato, dei grandi cetacei. Solo a tratti riemerge la storia, raccontata ormai in terza persona, perché non sia lʼimpressione di un ragazzo, sia invece il resoconto di un cronista. Alcune scene restano impresse nellʼimmaginazione: gli squali assettati di sangue mentre viene squartata la balena, il valoroso Quiqueg che si getta sottʼacqua, tra i pescecani, a salvare un compagno caduto, come il profeta Giona, nellʼantro oscuro dellʼenorme testa della Balena; e come un divino ostetrico, lui, il cannibale, riporta lʼamico a nuova vita prelevandolo dalla testa. E che dire dellʼaffascinante capitolo 87, intitolato La grande armada > , nel quale le lance baleniere inseguono un branco di cetacei, con le madri allattanti e i loro piccoli. Così di grande impatto sono gli incontri con le altri navi, anchʼesse da anni in navigazione, e nelle quali spesso ci si imbatte nel fanatismo e nella pazzia collettiva. Dʼaltra parte non cʼè follia delle bestie della terra che non venga superata allʼinfinito dalla pazzia degli uomini. (...) Poiché, mentre il tumultuoso mostro ti scaraventa sempre più in profondità nel branco terrorizzato, tu dici addio ad una esistenza disciplinata e vivi solo in un sussulto delirante > . Infine si giunge alla parte finale, un vero capolavoro. Finalmente è stata avvistata la Balena Bianca: la caccia disperata ha inizio. Una gioia serena, una gagliarda dolcezza di riposo nella rapidità, rivestiva la balena nuotante. (...) Da ciascun morbido fianco, (...) da ciascun fianco smagliante la balena spargeva seduzioni > . Con la stessa eleganza, ma in un turbine terrorizzante, Moby Dick si scaglia sulle lance baleniere, ed in particolare su Achab. Oh Achab, gridò (il pio) Starbuck, non è troppo tardi (...) per desistere. Guarda! Moby Dick non ti cerca. Sei tu, tu, che lo cerchi da invasato > . Cosa hai fatto Achab? Come hai potuto contendere il grande Leviatano? Come hai potuto andare contro la volontà di Dio, e non affidarti a lui come fece il profeta? Senza dimenticare mai la vera finalità di Melville (mettere in luce la marina baleniera, poco conosciuta e non apprezzata), Moby Dick può essere letto con diverse chiavi interpretative, e qui sta la sua modernità. Un modo per vedere il romanzo è guardarlo dal punto di vista di come noi esseri umani abbiamo raffigurato gli animali nella letteratura e nellʼarte. Un bel libro di Gianni Valente ( Dallʼarca di Noè a Moby Dick > , Edizioni Blu 2004) dà spunti di riflessioni per commentare il romanzo. Sin dalla Bibbia il nostro rapporto con gli animali è stato controverso: simboli di vizi e virtù > . Tutti conosciamo le caratteristiche malefiche del serpente biblico, tuttavia in numerosi altri passi del Vecchio Testamento gli animali hanno unʼimmagine positiva: come una cerva anela verso rivi di acqua, così lʼanima mia anela verso di te, o Dio > (Salmi 42,2). Gli animali sono espressione di una vita meravigliosa, così vengono descritti da Marco Polo, nellʼOrlando Furioso e così vengono rappresentati nei resoconti e nelle mappe che accompagnano le grandi scoperte geografiche. Gli animali sono anche oggetto di una passione scientifica, artistica e morale (si veda Leonardo da Vinci). Ebbene, tutti questi aspetti (simboli di vizi e virtù, vita meravigliosa, scienza e morale) sono presenti in Moby Dick. La balena bianca è un mostro straordinario, il più grande animale del creato, simbolo di perenne coraggio ed anche eterna solitudine, un essere crudele e terrorizzante, trascinato da una furia demoniaca. Inoltre, il grande capidoglio è sezionato, analizzato con un dettaglio scrupoloso, oggetto di fredda ricerca. Dallʼangolo di visuale del nostro rapporto con il mondo animale, Moby Dick è un libro incompiuto, ci dice che per noi è difficile trovare il giusto passo verso le altre creature e nei confronti della natura in generale. Trasferiamo sullʼanimale la nostra razionalità, così come le nostre fobie, non lo vediamo come un altro > , dotato di una propria identità. È un testo difficile e in molte parti noioso. La struttura è complessa, in quanto cʼè un continuo cambio di narratore (Ismaele, la terza persona, lo scienziato > , Melville declamatore, Achab la coscienza tormentata di Melville), e perché si è in presenza di una continua sovrapposizione di stili narrativi, asettici, evocativi, simbolici, avventurosi. Le numerose citazioni,delle quali è spesso difficile rintracciare le fonti, non aiutano la comprensione del testo. La scrittura è, ovviamente, densa di riferimenti linguistici della marina baleniera; ma non è questo a rendere impegnativa la lettura: è soprattutto la sintassi, sovente involuta e caratterizzata da una punteggiatura che ostacola lo scorrere del discorso. Va anche detto che bisogna lasciarsi andare": evitare di voler capire tutto e perdersi nel fascino evocativo delle parole e della frasi, rincorrere la musicalità dellʼincedere. Ed infine, le disgressioni scientifiche ed anatomiche della balena sono così frequenti e prolisse da far diventare realmente pesante la lettura; suggerimento: come si faceva da ragazzi con Guerra e Pace ed Anna Karenina, saltare a piè pari le pagine, senza sensi di colpa. Perché leggerlo? È affascinante, non preoccuparsi di leggere tutto, seguire il proprio istinto.

Herman MelvilleWordsworth Editions
Il Mulino del Po
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Il Mulino del Po

Il Mulino del Po è definito dallʼautore come un romanzo storico, che racconta le vicende di una famiglia di mugnai ferraresi tra il 1815 e la prima guerra mondiale. Il fine di Bacchelli è di narrare la storia dʼItalia dal punto di vista degli umili, > acquisire alla poesia un secolo, un momento della possente umiltà del popolo minuto, civile in Italia dʼuna sua civiltà a volte evasiva e segreta e sempre inconfondibile e non mai soppressa da tanto e sì illustre e anche greve carico di storia . Nel primo volume, «Dio ti salvi», Lazzaro Scacerni si é trovato, suo malgrado, nella grande disfatta dellʼesercito napoleonico in Russia. Durante la disastrosa ritirata, un ufficiale italiano svela, in punto di morte, come recuperare un tesoro di preziosi oggetti religiosi, rubati dalle chiese ferraresi durante il periodo giacobino. Scacerni, ritornato in Italia, con i soldi ricavati dalla vendita degli oggetti si fa costruire un Mulino ad acqua, il San Michele, e diventa così un mugnaio o molinaro del Po. Sino al 1860 il Po faceva da confine tra lo Stato Pontificio e lʼAustria ed era luogo di contrabbando e frequentato da ladri e furfanti. Scacerni viene ricattato da un ricettatore e capo banda, il Raguseo, al quale aveva venduto gli oggetti preziosi. Proprio quando ha deciso di uccidere il Raguseo, questo viene assassinato. Scacerni salva sé stesso e la propria anima. > La domanda, nelle lunghe ore pensierose accanto alle macine della bianca e della gialla, sorgeva esplicita, ripensando quanto aveva operato Iddio per salvarlo: e perché lʼha fatto? Ma capiva non esservi risposta, se non in un atto di grazia . Il secondo volume, «La miseria viene in barca», ha come protagonisti Giuseppe, detto Coniglio Mannaro, figlio di Lazzaro e Cecilia, figlia del Matto di Paneparso, un mugnaio del Po. In una giornata di tempesta il mulino di Cecilia è trascinato dalla corrente tumultuosa e viene salvato da Lazzaro, che in qualche modo adotta la ragazza come figlia. Coniglio Mannaro rifiuta il lavoro del padre e, avido di denaro, intraprende lʼattività di sensale, spesso in modo disonesto e spregiudicato. Cecilia, invece, è rude, selvaggia e integra, ama i mulini e il Po. Coniglio Mannaro riesce con lʼinganno a sposare Cecilia dalla quale avrà 7 figli. I due coniugi resteranno sempre distanti perché troppo lontani nei valori e nei legami, Cecilia legata al fiume e ai figli, Giuseppe alla terra e al denaro. Soprattutto la disgusta la disonestà del marito nei rapporti personali e negli affari. Ma il castigo > sarebbe venuto dal fiume; della cosa lei era certa, da nata in una terra dove tutto, e la terra stessa, e il bene e il male, dal fiume era dato e ritolto, sì che fiume e fortuna vʼerano una cosa sola . Infatti nella grande piena del 1872 ( alcune delle pagine più sconvolgenti del libro), Coniglio Mannaro perde le sue terre, sommerse per sempre dalle acque del grande fiume. In una scena drammatica, Cecilia salva in piena tempesta il marito, che, ormai impazzito, era rimasto sullʼargine e stava per essere travolto dalla furia della acque. Nel terzo volume, «Mondo vecchio sempre nuovo», Cecilia, che combatte contro la miseria e la fame, è costretta a mandare due figlie a servizio. Una di queste, la bella ed onesta Berta, va presso una famiglia di contadini, dove un giovane, Orbino, é da sempre innamorato della ragazza. In uno splendido capitolo, «I giorni della ghirlanda», che andrebbe letto in tutte le scuole, Bacchelli ripercorre il ciclo della vita agreste durante lʼanno, sino alla festa del raccolto. Si manifesta in queste pagine il grande amore dellʼautore per la campagna e per la vita dei contadini. Ma insieme con il tempo delle stagioni progredisce lʼamore tra Berta e Orbino, un amore pudico e ben difeso, perché i due giovani hanno deciso di «fare la prova» ( come si diceva allora quando si faceva lʼamore prima del matrimonio) solo quando il loro legame fosse stato approvato dalle famiglie. Sul destino dei Scacerni grava una maledizione, che deriva dallʼoriginario peccato. È tempo di lotte nella campagna ferrarese tra i padroni e la lega dei contadini. Cecilia è con i padroni, solo perché è donna del fiume, legata alle tradizioni e non accetta ordini dai contadini. Non solo i due giovani si devono dividere, ma lʼodio per i Scacerni porta a sparlare di Berta a tal punto che in un momento di pazzia il fratello uccide Orbino. Come in una tragedia greca si assiste, sulle rive del Po, alla purificazione del cadavere del povero giovane da parte della mancata e casta sposa. Per Bacchelli ciò è una metafora della vita e della morte. > Il mondo non é più se non disgrazia, contro cui ribellarsi é più inutile che soffrire. Nascere non é altro che un venirci a morire, vano come lʼandar del fiume.... simile al fiume che rende salme, lʼora dellʼuomo sʼannulla nel tempo che la reca. Vi cade la speranza, la carità vi muore, é perduta la fede . Così come si chiude tragicamente la vicenda della famiglia Scacerni, così anche la storia dei Mulini del Po finisce, soppiantati dai mulini a vapore. E con loro si dissolve la speranza dellʼuomo Bacchelli e del suo mondo, quello contadino. > Una famiglia, una gente, una terra, non li inventai, li invenni.... chi lʼha narrata, sente dʼun tratto il vuoto . È un grande libro, che può avere molte chiavi di lettura. Innanzitutto ci sono il grande fiume e lʼambiente ferrarese. È questa la parte più interessante non solo come testimonianza storica ma anche per la capacità dellʼautore di rappresentare il mondo delle acque e quello contadino. In secondo luogo, Bacchelli compie un grande affresco storico della storia italiana, basato sulla contrapposizione tra il declino dei valori del risorgimento e la forza del popolo italiano, forza che lʼautore riconduce alla fede cattolica. E qui emerge evidente la nostalgia di Bacchelli per un mondo che la modernità ha indebolito, travolto e mutato radicalmente: quel regno temporale dei papi, che era forse ipocrita, pieno di privilegi e vecchio, ma che permetteva alla povera gente di sopravvivere e di non essere schiacciata da un padrone troppo esoso, dalle tasse e dalle stesse leghe sindacali, fortemente criticate dallʼautore. Infine cʼè il tema religioso: la misericordia di Dio é misteriosa ma opera sempre per dare ai giusti quello che gli spetta. Perché leggerlo? La lettura completa del libro è molto pesante, in quanto Bacchelli non riesce a tenere il ritmo narrativo, ma alcune parti, soprattutto quelle legate allʼambiente, sono molto belle e interessanti. Va letta una raccolta di alcuni brani.

Murder for the wrong reason
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Murder for the wrong reason

Si tratta di un breve racconto, che è suddiviso in tre capitoli. Nel primo viene scoperto il cadavere e come nei classici racconti polizieschi arriva lʼispettore con il suo assistente. Lʼautore sembra divertirsi a ricostruire le dinamiche ormai collaudate dalla letteratura gialla tra il capo esperto e il giovane poliziotto. Emergono, tuttavia, sin dallʼinizio alcune singolarità. Lʼispettore dichiara di essere arrivato troppo tardi per salvare la vittima ( ma allora sapeva che stava per essere ucciso?), la quale si meritava, sempre per lʼispettore, di essere uccisa, in quanto era un ricattatore e aveva numerose storie con le donne. È difficile risolvere il caso, poi aggiunge, «in quanto ci sono cinquecento uomini, ed altre donne, con un motivo». Bisogna dire che il lettore rimane disorientato dal primo capitolo, sospettando qualche cosa di particolare ma non riuscendo ancora a capire il senso del racconto. Il secondo capitolo si apre aperto a qualsiasi sviluppo. Lʼispettore va a casa del presunto assassino ( e guarda caso ci va da solo senza lʼassistente) e qui il racconto diventa un continuo oscillare tra il passato e il presente. Lʼispettore parla al sospettato, il quale non risponde, e gli ricorda avvenimenti trascorsi: la persona era stata innamorata di una donna, che gli ha poi preferito la vittima, perchè ricca e potente. Il racconto abbandona ormai lʼordine e la razionalità di una storia poliziesca e diviene sempre più una serie di immagini della mente dellʼispettore. Il ricordo della sua vita ritorna alla superficie: > una sequela di immagini gli oscillarono nella mente, di giorni e di notti di una grande passione, tenerezza e continuamente di pace. Dimenticò i giorni durante i quali aveva osservato la lenta disintegrazione della propria personalità e la corruzione, dimenticò persino di essere lʼispettore investigativo Mason di Scotland Yard . Ma il legame tra passato e presente è come uno specchio di fronte al quale ci si riflette e attraverso il quale si può vedere il presente dal passato e viceversa. A questo punto il mistero avvince il lettore e come in tutti romanzi polizieschi la soluzione è semplice: lʼispettore è lʼassassino. Si capisce che il secondo capitolo ha riportato i pensieri dellʼispettore e il tutto è durato pochi minuti. Il terzo capitolo descrive la dinamica del delitto nonché le prove che inchiodano lʼassassino. Un racconto breve ma affascinante, anche se di difficile lettura. Innanzitutto emerge il tema dellʼambiguità del reale,che solo con la morte trova una consistenza al di là dellʼimmaginazione: «dopotutto ogni cosa si riduceva ad un fatto biologico». In secondo luogo il racconto è un virtuosismo, sia dal punto di vista della struttura narrativa, capace di creare disorientamento ed attesa nel lettore, che per quanto riguarda la tecnica di scrittura. Lʼautore ricorre volentieri a modi di dire e ad un vocabolario che appartengono alla lingua colloquiale, rendendo non sempre il testo di immediata comprensione: ciò contribuisce al fascino misterioso del racconto. Perché leggerlo? Per apprezzare la tecnica narrativa dallʼautore.

Graham GreeneL'Espresso