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L'idiota di famiglia
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L'idiota di famiglia

Negli ultimi anni della sua vita Emanuel Kant fu malato di demenza: espulso dall'università, isolato dalla società, il grande filosofo scrisse migliaia di pagine nel delirante tentativo di arrivare alla verità del reale, e non fermarsi alla sua interpretazione. Con una felice intuizione, l'autore immagina che ad "Herr Professor", così chiamato dai figli e dai suoi alunni, sia toccata la stessa sorte di Kant: perdere le capacità cognitive e scivolare nella demenza, dopo anni di severo e algido insegnamento di storia e filosofia, sempre all'interno dei rigidi e razionali schemi del marxismo. Per assistere il padre malato, il figlio lascia Roma per tornare a Viareggio; tra le carte del padre scopre un manoscritto che narra in forma di romanzo le "Tre Giornate di Viareggio", una violenta insurrezione popolare del maggio 1920, repressa nel sangue dal governo italiano. Sono appunti scritti in una calligrafia confusa che costringe il figlio ad una faticosa trascrizione. Ciò che è sorprendente, conoscendo il rigido marxismo del padre, sono l'esaltazione dell'anarchismo e il titolo del racconto: "indifeso fervore": un celebre verso di Sandro Penna, un poeta distante nella sua poesia trasgressiva dalla visione morale di "Herr Professor", così come lo aveva conosciuto il figlio. Chi era veramente "Herr Professor"? Questo padre sempre pronto a disapprovare il figlio, da come giocava a tennis (più attento a tenersi in ordine i capelli che muoversi sul campo) alla sua scelta di abbandonare il corso di laurea di Filosofia per divenire traduttore, per di più dall'inglese, lingua disprezzata dal padre. Poteva essere l'occasione per rendere la Demenza, il declino cognitivo e fisico di un uomo, l'occasione per riscoprirne la figura e la vita, per meglio conoscerlo e pure per decifrare finalmente se stessi, in una delle relazioni fondamentali della nostra esistenza. Ed invece, come dice l'autore nella postfazione: >. La malattia del padre, il ritorno a Viareggio e l'abbandono di Roma sono pretesti per arguti dialoghi tra i personaggi, per sottili ironie sulle dinamiche sociali e culturali della nostra società, per digressioni, talvolta interessanti, più delle volte inutili e ridondanti. Un fastidioso schema intellettualistico pervade l'intero racconto, facendogli perdere spessore psicologico e rendendolo prolisso e dispersivo. Il romanzo può essere lo spunto per una riflessione generale sulla letteratura italiana. Spesso assistiamo ad autrici ed autori che hanno una notevole visibilità e incontrano giudizi positivi da parte della critica e dei grandi lettori. "L'idiota di famiglia", per esempio, è stato presentato a "Petrarca", un importante programma televisivo dedicato alla cultura e ai libri in particolare. Si pensi a romanzi molti diversi da loro ma sempre oggetto di riconoscimenti, come, per esempio, "Alma" di Federica Manzon, "Almarina" di Valeria Parrella, "La Ferocia" di Nicola Lagioia, "Con le peggiori intenzioni" di Alessandro Piperno (si vedano in questo sito le recensioni dei libri citati): tutti acclamati ma fragili per la trama e la scrittura, soprattutto rinchiusi all'interno di schemi letterari precostituiti, che non rispecchiano la realtà italiana sotto il profilo sociologico e non approfondiscono veramente i sentimenti e le psicologie dei personaggi. Predomina un oscillare tra nostalgia e pessimismo, le trame sono spesso inconsistenti e i personaggi scivolano facilmente in stereotipi. C'è da chiedersi se nelle valutazioni prevalga l'appartenenza a certi ambienti editoriali rispetto all'effettiva qualità narrativa. A forza di romanzi di “nicchia” c’è il rischio che la nostra letteratura vada verso l’inconsistenza, portandosi con sé anche la lingua. Perché non leggerlo? Questo romanzo è fastidioso.

Dario FerrariSellerio Editore
Il segreto della Hudson Queen
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Il segreto della Hudson Queen

È singolare commentare questo romanzo subito dopo aver letto "La perla sanguinosa" di Emilio Salgari (si veda la recensione in questo sito): una strana coincidenza, quasi che le perle siano portatrici di avventure e disgrazie. Ed infatti quando Sally Jones e il Capo trovano una collana di perle nascosta in uno scomparto segreto nella ruota del timone della loro nave, Sally, con la sua saggezza di scimmia intelligente, prova > una sensazione sgradevole alla bocca dello stomaco. (...) Le perle della collana (...) sembravano emanare dall'interno una luce tenue e misteriosa. A differenza del fantastico ambiente salgariano, qui le perle ci conducono nel "sottosuolo" delle città marinare: bassifondi violenti e pericolosi per la nostra scimmia, apparentemente fragile e indifesa. La storia riprende dal punto in cui l'abbiamo lasciata nel romanzo precedente (si veda la recensione di "La scimmia dell'assassino" in questo sito); ma qui manca la sorpresa perché già conosciamo Sally, e non abbiamo il fascino della Lisbona marinara e piratesca né assaporiamo l'intrigo del Noir. Il racconto si svolge a Glasgow. Sally e il Capo vanno alla ricerca della presunta proprietaria delle perle, l'orfana Rose, abbandonata bambina dal padre e alla quale quest'ultimo voleva donare il gioiello per riscattarsi. Si trovano immersi nella malavita della città inglese: il Capo è costretto a comandare una nave che fa contrabbando di alcol con l'America, Sally è tenuta prigioniera come ostaggio da una banda criminale. Vessazioni, scontri tra gruppi malavitosi, vita notturna con la sua violenza, persino spettacoli di boxe si susseguono, coinvolgendo la povera e impaurita Sally, oggetto di curiosità, irrisione e sfruttamento. Sally è custodita da Bernie il Macellaio: grosso ragazzone un po' stupido, noto per le sue rabbie improvvise e incontrollate, lui stesso vittima delle beffe e delle angherie degli altri criminali, persino della stessa sorella. Ed è l'amicizia tra Sally e Barnie il fulcro della storia. Sally ha molte occasioni per fuggire ma resta per aiutare il povero Bernie, per non lasciarlo solo, per difenderlo e salvarlo. Dinanzi all'incendio della casa dove poteva morire la sorella, Bernie prese lo slancio per gettarsi anche lui nel fuoco, ed allora > lo cinsi con le mie lunghe braccia, (...) lo presi subito per un braccio e lo ricondussi sul ponte, lontano dall'edificio in fiamme. La saggia e buona Sally si riscopre non più fragile, ma madre del grosso Barnie. Quanto siamo distanti dall'atmosfera misteriosa e malinconica de "la scimmia dell'assassino"! Tutto il fascino del precedente romanzo si è dissolto in una trama prolissa, in cui i colpi di scena non riescono a dare ritmo alla narrazione. Si va avanti lentamente, sperando di ritrovare i personaggi, le vicende e la scrittura che ci avevano ammaliato così tanto. È una ricerca vana; solo l'amicizia tra Sally e Bernie ci salva da una completa delusione, ma è un rapporto solo accennato, poco approfondito, che non coinvolge. Perché non leggerlo? È noioso.

Jakob WegeliusIperborea
Il soccombente
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Il soccombente

>. Se si vuole cercare di comprendere questo racconto, per molti versi delirante, conviene andare su YouTube a vedere e ascoltare le "Variazioni di Goldberg" di Bach, suonate al piano dal "leggendario" Glenn Gould. Lo si deve fare perché Bernhard parla del "genio" e di cosa succede a chi incontra una personalità irraggiungibile per qualità artistiche: non si può che essere "soccombenti". >. L'io narratore, Whertheimer e Glenn si ritrovano a Salisburgo, allievi di un noto insegnante di pianoforte. I primi due sono giovani pianisti virtuosi, che potrebbero avere una buona carriera concertistica; ma l'incontro con il genio è fatale perché entrambi comprendono che non potranno mai essere all'altezza del "leggendario" Glenn, mai sarebbero capaci di suonare le "Variazioni di Goldberg", come riesce all'amico. Entrambi, l'io narratore e Whertheimer, abbandonano la musica: il primo regala persino il suo splendido Steinway e si ritira a Madrid a scrivere su Glenn, in un'affannosa e inconcludente revisione dell'opera del grande pianista; il secondo si rinchiude in un solitario casino di caccia, strimpellando un pianoforte scordato. Alla notizia della morte improvvisa di Glenn, Whertheimer si uccide. L'io narratore vuole capire i motivi più profondi del suicidio dell'amico. Era sempre stato un infelice, come quei depressi che si portano dentro di sé "il male di vivere"? È un destino dei "soccombenti", >? O >? Per capire il mistero dietro al suicidio dell'amico, l'io narratore si fa aprire l'ultima dimora di Wertheimer, dove si era rintanato, e scopre un pianoforte a coda di nessun valore, >, su cui c'è lo spartito delle Variazioni di Goldberg"; e l'io narratore, pure lui, vorrebbe riprendere il pianoforte dopo anni, per misurarsi con il genio, e forse anche lui si perderà nel tentativo di emulare il leggendario Glenn. Dopo aver letto questo racconto, potremmo esclamare "viva la mediocrità". Quale sofferenza c'è in ogni artista che non può emulare il genio! Forse, la depressione di Francesco Petrarca nacque dalla gelosia per Dante, come affettuosamente gli fece notare l'amico Boccaccio; e per questo cercò con i "Trionfi" e "Africa" di scrivere due poemi che contendessero il primato con la Divina Commedia, e drammaticamente non ci riuscì. E che dire di Dante che nel Canto XXV dell'Infermo getta un grido contro Ovidio rivendicando una sua superiorità nelle creazioni delle metamorfosi: "Taccia di Cadmo e d'Aretusa Ovidio, /ché se quello in serpente e quella in fonte/ converte poetando, io non lo 'invidio (versi 97-99). Per consolarci, non ci resta che ingabbiare i grandi uomini >. Per il leggendario Glenn la condanna è un video su YouTube, lui, fuggito dai concerti in una isolata casa di campagna, sarà costretto a farsi ascoltare per l'eternità come un pianista "prigioniero" della sua stessa fama; noi, uomini mediocri, saremo veramente liberi perché anonimi. La trama del racconto è inesistente, è come un soliloquio, con un periodare fluido ma in certi tratti senza senso, con un ritmo che richiama il teatro invece che la prosa: tutto si è scomposto, niente ha senso, si può solo riportare il ricorrere dei pensieri e dei ricordi; anche in questo caso con molti dubbi, con la formula retorica "così diceva, pensai". Perché non leggerlo? È tremendamente faticoso. Può stare bene in una libreria per fare bella figura della nostra cultura.

Thomas BernhardLa Repubblica
Iliade
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Iliade

LʼIliade si sviluppa in un periodo breve di tempo ma illustra i fatti più salienti della guerra di Troia. L’incipit è la lite tra Agamennone e Achille per il possesso di una schiava ma in realtà Achille mette in dubbio l’autorità di Agamennone. L’eroe decide di non partecipare più alla guerra e quindi si succedono una serie di scontri, che, pur tra alterne vicende, tendono a concludersi con la sconfitta degli Achei, sino al punto che i Troiani riescono a incendiare una nave dei greci. L’assemblea dei capi Achei invia più volte ambasciate ad Achille perché rientri in battaglia; va invece a combattere Patroclo, l’amico carissimo dell’eroe, che viene ucciso da Ettore. Achille entra in guerra per vendicare Patroclo, compie una strage e uccide Ettore. Priamo riesce, tuttavia, a placare l’ira di Achille e a prendere il cadavere di Ettore per dargli una giusta sepoltura. La storia è relativamente semplice ma è resa più complessa per la presenza di diversi livelli narrativi: ciascuno dei temi viene portato avanti su tre piani: la comunità degli dei, la comunità degli uomini e i sentimenti individuali, che sono sempre subordinati alla volontà e alle ferree regole della comunità, prima ancora che alla volontà della divinità. Il primo tema è lo scontro per il governo della comunità e quindi il potere. Il poema inizia proprio con il conflitto tra Agamennone e Achille, ma la tensione per l’affermazione dell’autorità costituisce una costante. Basti pensare che Ettore decide di non ritirarsi entro le mura di Troia e di combattere su campo aperto solo per affermare la sua autorità nei confronti di Polidamante che lo consigliava in tal senso: > ora, mentre a me diede il figlio di Crono pensiero complesso d’acquistar gloria presso le navi, respingere al mare gli Achei, stolto, tali consigli non devi aprire fra il popolo, nessuno ti obbedirà dei Troiani, io non vorrò . Ma lo stesso scontro per il potere è presente fra gli dei: dice Poseidone a Era preoccupata che Achille possa soccombere a un dio, > andiamo a sederci, piuttosto, in disparte alla vedetta... se poi Ares comincia la lotta o Febo Apollo, o trattengono Achille, subito allora da parte nostra sorgerà lite di guerra; e molto presto, io penso, battuti, torneranno all’Olimpo, in mezzo agli altri numi, vinti sotto le nostre mani per forza . Lo stesso tema del potere emerge in modo evidente nell’assemblea del libro XIX, nella quale Achille vorrebbe rientrare subito in battaglia, per vendicare Patroclo e dargli degna sepoltura, mentre gli altri capi vogliono che Achille accetti ufficialmente i doni di Agamennone, affermandone in tal modo la sua autorità. Il secondo tema è, ovviamente, la guerra: è il tema più scontato e anche il più noioso, se si eccettua la battaglia fra gli dei, che raggiunge elementi evidenti di comicità e di derisione delle divinità. Le vicende militari si frammentano e sembrano finalizzate a esaltare la grandezza degli eroi e degli uccisi. Il terzo tema è costituito dai sentimenti familiari: l’affetto per gli amici, l’amore filiale, il rispetto per gli anziani, il dolore per la perdita dei cari. È questo il tema più vicino alla sensibilità dei moderni e l’epica si traduce in pathos in alcuni passaggi: il colloquio tra Ettore e Andromaca, l’amore di Teti per Achille e il dolore di quest’ultimo per Patroclo: Ettore > mise in braccio alla sposa il figlio suo: ed ella lo strinse al seno odoroso, sorridendo fra il pianto; s’intenerì lo sposo a guardarla, l’accarezzò con la mano ... ma le regole della comunità sono più forti dei sentimenti individuali, > su, torna a casa, e pensa alle opere tue, telaio, e fuso; e alle ancelle comanda di badare al lavoro; alla guerra penseran gli uomini tutti e io sopra tutti, quanti nacquero ad Ilio ( libro VI). A questi temi si inseriscono altri filoni narrativi (parentesi all’interno del poema) come il bellissimo libro XVIII (la fabbricazione delle armi di Achille) e il libro XXI, in particolare la difesa dei Troiani da parte del fiume Xantos e la sua sconfitta da parte del fuoco. In complesso, il poema è noioso e frammentato e non è sicuramente all’altezza dell’Odissea.

Io sono un gatto
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Io sono un gatto

Il protagonista e narratore di questo romanzo è un gatto: un randagio, accolto in casa di un professore, non amato ma sopportato per inerzia. Così si definisce il nostro eroe: > io non ingrasso perché leccornie non ne mangio, ma sono in condizioni passabili e tiro avanti giorno dopo giorno senza zoppicare . Come tutta la sua specie, la fissità e la pigrizia del nostro gatto nascondono una grande saggezza, una profonda capacità di riflessione su quanto avviene nel mondo degli umani. Ed per questo che chi leggesse > il libro distrattamente, convinto che si trattasse di unʼopera di poco valore, di colpo capirà di trovarsi davanti a qualcosa di molto diverso, qualcosa che sembra facile ma è profondo come la dottrina di Buddha, e non si permetterà più di leggerlo sdraiato sul tatami con le gambe scomposte, saltando le righe . Siamo in Giappone allʼinizio del novecento, durante la guerra con la Russia, che si concluderà con la clamorosa vittoria del nascente impero nipponico. È una lunga fase di transizione, dalla cultura tradizionale e chiusa degli shogun allʼapertura al mondo occidentale, alla sua letteratura e alla sua scienza. In casa del professore si riuniscono, in chiacchere senza fine e costrutto, diversi intellettuali: lo scettico, arguto e superficiale, il giovane fisico, perso in ricerche scientifiche delle quali non si capisce il senso, il filosofo zen, vagheggiante una spiritualità non più sentita, ed infine il giovane uomo dʼaffari, bramoso di arricchirsi. Al centro cʼè il professore: misantropo, chiuso come «unʼostrica», egoista, trascorre tutto il suo tempo nello studio, ufficialmente a leggere gli innumerevoli libri che acquista dilapidando il modesto reddito da insegnante > Ma cosa sta facendo, sdraiato bocconi su questa coperta dal lungo passato, il mento appoggiato sulle mani, una sigaretta fra le dita? Niente, se ne sta lì in ozio. È possibile che nella sua testa cosparsa di forfora riflessioni sui massimi sistemi si rigirino come una ruota di fuoco, ma a osservarlo da fuori non si direbbe. Eppure, il gatto è immensamente grato al professore, perché gli permette di assistere ad uno spaccato emblematico della società umana; è vero, una riunione di affabulatori, ma che fornisce al nostro eroe «mille esperienze», e a noi lettori pillole di saggezza. Per esempio, il gatto va a visitare un bagno pubblico, dove gli uomini sembrano tutti uguali nella loro nudità, ed allʼimprovviso emerge un > un gigante. Il superuomo di Nietzsche. Il re dei demoni, Il comandante in capo dei bruti. (...) E strada facendo rifletto. Fra quegli uomini nudi come vermi, che nello sforzo di diventare tutti uguali si sono tolti braghe, haori e hakama, è emerso un eroe altrettanto nudo che ha imposto agli altri la propria autorità. Ne deduco che gli esseri umani si possono denudare quanto vogliono, non raggiungeranno mai lʼuguaglianza . E che dire del narcisismo? Osservando il professore che si guarda allo specchio e si lamenta della sua faccia, così sgradevole, il gatto riflette che > quando si è scontenti di sé, quando si è in preda allo scoraggiamento, non cʼ è rimedio più efficace che guardarsi allo specchio. Si ha unʼimmediata e chiara percezione del bello e del brutto. Ci si meraviglia di aver vissuto fino a quel momento mostrando al mondo una tale faccia. E questʼ improvvisa consapevolezza è un momento prezioso nella vita di una persona. Nulla è più utile allʼessere umano che la percezione della propria stupidità . Tutti sappiamo che i gatti sono molto pazienti; ma ogni cosa ha un limite! Dinanzi al chiacchiericcio senza senso, dinanzi alla vacuità delle parole, alla povertà dei sentimenti, ad un rumore di fondo nel quale si dissolvono le filosofie tradizionali (il buddismo e il confucianesimo), così come il pensiero occidentale, anche un micio non ne può più; e così si ubriaca e si lascia morire. > Ora basta, vada come vuole. Sono stufo di lottare... (...) A poco a poco mi sento meglio. (...) Dove sia. cosa stia facendo, mi è del tutto indifferente. So solo che mi sento bene. (...) Spazzo via sole e luna, polverizzo cielo e terra ed entro nel mistero della pace eterna, Sto morendo, E morendo raggiungo la pace. (...) Rendo grazie. Rendo grazie . Ad un certo punto di questo lungo romanzo sorge un dubbio, affascinante ed inquietante ad un tempo: che il gatto e il professore siano le parti di una stessa persona? Il saggio e lʼottuso? Il partecipe e l indifferente? E che questo racconto, scritto poco prima della morte, sia il testamento spirituale di Soseki? Se così fosse il libro assume una veste estremamente moderna, quasi psicoanalitica, affresco della complessità e dellʼambivalenza dellʼanimo umano, precursore di quei tratti ambigui ed evanescenti che accompagneranno la grande letteratura giapponese. Il libro è decisamente noioso. Non esiste una trama; i personaggi sono stereotipi, i dialoghi sono lunghi e sono solo espedienti per meditazioni, le disgressioni del gatto sono più interessanti, ma per essere colte nella loro pienezza richiederebbero una conoscenza approfondita della storia e della cultura giapponese. Di grande livello è la traduzione, la quale esalta la scrittura, lʼunico lato pregevole del romanzo; le note esplicative sono curate ed esaurienti, contribuiscono ad arricchire la nostra conoscenza della società nipponica e ci invitano a studiarla. Perché non leggerlo? È noioso.

Natsume SosekiNeri Pozza