Il sosia poema pietroburghese
Jakov Petrovic Goljadkin è un rispettato funzionario pubblico. Dostoevskij lo presenta nella sua ordinata e modesta dimora in una mattina ricca di attese per il nostro "eroe": > lo guardarono con familiarità le pareti verde sporco affumicate della sua stanzetta, il comò di mogano, il divano alla turca d'incerata rossa a fiorellini verdognoli. Dinanzi allo specchio, in questa giornata per lui eccezionale, > sarebbe davvero un bell'affare, "disse a mezza voce Goljadkin", sarebbe davvero un bell'affare se proprio oggi non fossi in piena regola, se, mettiamo, mi fosse venuta fuori qualche novità, un bel foruncolo assolutamente inopportuno, ad esempio. Deve essere perfetto il nostro eroe, è invitato, o pensa di esserlo, al compleanno dell'unica figlia del consigliere di Stato Berendeev. Pur in una prevalente euforia, Dostoevskij ci dà subito alcuni segnali di qualcosa che non va: mentre sale su *una carrozza di nolo azzurra*, il suo servo scambia > occhiate d'intesa col vetturino e alcuni sfaccendati, (...) trattenendo a stento le risate più sguaiate; salito sulla vettura, il nostro eroe > sussultò (...) e si rintanò in fretta e quasi spaventato nell'angolo più buio della carrozza; infine, scopriamo che Goljadkin, il compassato funzionario, è in cura presso un dottore, che lo invita a non evitare la vita spensierata, a non essere *nemico della bottiglia*. E quindi non restiamo stupiti quando il nostro eroe viene respinto dal portiere e non può accedere al compleanno della figlia del potente consigliere. Non è gradito ospite! Con un sotterfugio, Goljadkin riesce a infilarsi nel ricevimento e qui in uno stato di delirio si comporta in modo sconveniente, tanto da essere messo alla porta. Ma è realtà o un'allucinazione in una mente già malata? Questo è il preambolo all'ingresso di un nuovo personaggio: il sosia, il viscido, disgustoso, astuto Goljadkin numero due. Dapprima, il sosia manifesta un atteggiamento umile verso il "numero uno", *attaccandosi a ogni suo sguardo*, poi si farà sempre più arrogante, conquistandosi la benevolenza dei superiori del nostro eroe. Non solo, lo irride davanti ai colleghi più giovani. > Dopo avergli fatto un po' di solletico, (...) provocando un gran divertimento nella gioventù che li circondava, il signor Goljadkin numero due, con una sfacciataggine disgustosa, assestò definitivamente un colpetto sulla pancetta debordante del signor Goljadkin numero uno, e accompagnò il gesto col più velenoso e allusivo dei sorrisi dicendo: "tu te la spassi, fratellino". A cosa si riferisce il sosia? Come Dostoevskij espliciterà in "Memorie del sottosuolo" (si veda la recensione in questo sito) c'è in noi, nel profondo del nostro animo, una malvagità che ci porta a compiere atti cattivi, che ci può condurre anche alla pazzia. Solo nel sogno il nostro eroe riesce a intravedere un atto meschino, > una vigliaccheria vista, sentita oppure da lui stesso compiuta non molto tempo prima, un comportamento sconveniente: > una ben nota signorina, (...) una tedeschina, alla quale il sosia può tranquillamente alludere, > circuendo Goljadkin, sorridendogli con affabilità, e mostrando, in quel modo, falsa cordialità verso di lui. Per il nostro eroe è un sollievo quando vede arrivare il dottore: > dagli occhi del signor Goljadkin scesero le lacrime. "in questo caso sono pronto... mi rimetto completamente e affido il mio destino (al dottore)", (...) un tremendo e assordante grido di gioia scaturì dal petto di tutti coloro che lo circondavano e con la più crudele risonanza serpeggiò tra la folla in attesa. (...) Il viscido gemello del signor Goljadkin (...) mandava piccoli baci al signor Goljadkin; ma poi cominciò a dare segni di cedimento e ad apparire sempre più raramente, fino a scomparire del tutto. Uno psichiatra potrebbe dire che ci troviamo dinanzi a una personalità schizofrenica, in uno stato di crescente alterazione, con una scissione della personalità. Uno psicoanalista, molto prima di Freud, potrebbe intravedere la paura dell'io d'incontrare il suo doppio, di svelare il male che ha dentro di sé, dietro la parvenza di una rispettabilità borghese, rifiuto dell'ingranaggio dell'opprimente burocrazia dell'Impero Russo. Ed allora la pazzia di Goljadkin, la creazione di un suo sosia disgustoso e viscido, non è altro che un disperato atto di rivolta, che non può che portare al manicomio, perché deviante rispetto alle regole dominanti. E Dostoevskij è il cantore della società pietroburghese. > Oh, se io fossi un poeta! Poeta naturalmente all'altezza di Omero e di Puskin, perché con un talento meno sublime è impossibile farsi avanti. Non sarà che pure a noi contemporanei non ci resti che la follia, dinanzi ad un mondo così asfissiante, ma dov'è un Dostoevskij? Il ritmo è incalzante e brioso, rimandando il lettore allo splendido "Il villaggio di Stepàncikovo e i suoi abitanti" (si veda la recensione in questo sito). Già grande scrittore, Dostoevskij ci porta per mano nel racconto della pazzia del protagonista, dapprima increduli, con cenni lievi e ironici, poi in modo sempre più evidente. Certo, la narrazione della follia si attorciglia su sé stessa, e come potrebbe essere diversamente visto che solo con la ripetizione degli avvenimenti e degli stati d'animo si può scavare in profondità. L'idea del sosia è geniale perché crea un altro punto di vista, una prospettiva esterna e interna ad un tempo, un espediente narrativo veramente innovativo, che si ritrova in pochi romanzi, come, per esempio, in "Io sono un gatto" di Natsume Soseki (si veda la recensione in questo sito), ma senza dubbio con un ritmo ben diverso. Perché leggerlo? Intenso e inquietante ad un tempo.
Il Villaggio di Stepàncikovo e i suoi abitanti
L'io narrante è un giovane che vive a Pietroburgo > senza nulla da fare, (...) convinto che in breve tempo (avrebbe) fatto cose davvero notevoli, addirittura grandiose. È mantenuto da uno zio, un ricco proprietario terriero nella lontana Stepàncikovo. I loro rapporti epistolari sono radi, ma negli ultimi tempi il giovane è sollecitato ad andare dallo zio con lettere sconclusionate e senza senso, da cui traspare la preghiera di sposare la giovane governante, una ragazza infelice, bella e istruita. Il nostro giovane decide di accondiscendere alle richieste, per un misto di curiosità ed affetto. Si ritrova in una > stramba collezione di personaggi, una ristretta comunità che ruota intorno a un abile e carismatico manipolatore, ciò che oggi chiameremo un "guru"; e da cui la modernità del racconto. Foma Fomic > era basso, biondo e coi capelli brizzolati, con una gobba sul naso e piccole rughe su tutto il volto. (...) Leggeva ad alta voce libri sulla salvezza dell'anima, discorreva con lacrime eloquenti delle varie virtù cristiane, (...) raccontava la sua vita e le sue imprese, (...) ed era un maestro nel giudicare il prossimo. Vissuto nella miseria, per tutta la vita aveva dovuto girare per le case dei proprietari terrieri, facendo "il giullare". A Stepàncikovo, finalmente, aveva potuto esercitare le sue arti di affabulatore, soddisfare la sua vanità, riscattarsi dalle umiliazioni così a lungo subìte. La sua tecnica è di approfittare delle debolezze altrui, passando da un vittimismo offeso e orgoglioso a sermoni esaltanti le sue virtù, e le depravazioni degli altri. Diciamo che si trova in un terreno fertile. Lo zio, ex colonnello degli ussari, è buono, onesto e fiducioso, ma porta avanti una tresca con la giovane e povera governante: vorrebbe farla sposare al nipote per continuare la relazione. Il padre della ragazza manifesta una dignitosa indifferenza ma in realtà mira a un matrimonio della figlia con l'anziano e ricco proprietario. C'è poi Tatiana, una ricca zitella, un po' ninfomane; a casa si spera che sposi lo zio, per unire i patrimoni, ma ci sono dei bellimbusti che progettano di rapirla per mettere le mani sul suo denaro. C'è poi la generalessa, con il suo entourage di devote e perfide signorine: le crisi isteriche, i malori e gli svenimenti avvengono tutte le volte che il ruolo di Foma viene messo in dubbio, e offeso dichiara di andare via, in esilio. È chiaro che non lo farà mai. > Foma occupa due grandi e splendide stanze. (...) La comodità assoluta circondava il grande uomo. Le carte da parati nuove e colorate, le tende di seta cangiante alle finestre, i tappetti, la specchiera, (...) tutto testimoniava la tenera attenzione dei padroni di casa nei confronti di Foma Fomic. E il nostro giovane, che fa? Si comporta da "scienziato", "filosofo", "sapientone": osserva la dinamica degli esseri umani, solo a tratti indignandosi quando vede lo zio calpestato dal lestofante. La narrazione procede veloce, con il ritmo tipico di una "pièce" teatrale: dialoghi serrati, umorismo, macchiette, "maschere" stereotipali della meschinità dell'animo umano. Si percepisce un disprezzo per la provincia e per il mondo contadino in particolare; come quel povero servo, sempre maltrattato da Foma perché continua a sognare "un toro bianco" e non "eleganti signore e signori che prendono il tè". In un crescendo di "commedia degli equivoci", Foma pare perdere il suo dominio, ma con un colpo di scena il furbo e abile manipolatore riafferma il suo potere sugli abitanti di Stepàncikovo. E' un destino dei grandi autori che la loro opera sia offuscata dai capolavori che hanno scritto. Quando si parla di Dostoevskij, si va subito a libri quali "Delitto e Castigo", "L'Idiota" e "I Fratelli Karamazov" (si veda la recensione de "L'Idiota" in questo sito). Nella vasta produzione dello scrittore russo c'è molto altro di valore. Si pensi a "L'Adolescente", così attuale per l'analisi del rapporto del protagonista con la figura del padre (si veda la recensione in questo sito). "Il villaggio di Stepàncikovo e i suoi abitanti" è definito in modo unanime un'opera comica, in tal modo non cogliendo gli elementi peculiari del romanzo. Esso parla del Potere, e di quali sono le motivazioni profonde che ne sono alla base: non è il denaro (Foma rifiuta un'offerta generosa per lasciare la casa), non è neanche il gusto del dominio, o il ruolo di prendere le decisioni che contano (anzi il Potere fugge dalle decisioni). Ciò che spinge Foma è la vanità, un narcisistico desiderio di essere al centro, potersi compiacere delle proprie parole, essere riverito e lusingato. Ne è evidente l'attualità dinanzi a un Potere cui basta far parlare di sé stesso, in un'orgia mediatica. Gli abitanti di Stepàncikovo sono un'isolata comunità della campagna russa ma molto ci dicono sul servilismo e la vacuità dell'animo umano. La scrittura e la trama sono spumeggianti, distaccandosi dal punto di vista stilistico dai grandi romanzi: non c'è introspezione psicologica né si approfondiscono le relazioni tra i personaggi. È senza dubbio un romanzo di formazione, in cui il grande scrittore si esercita nella costruzione dei dialoghi, con poca attenzione al contesto, e in particolare trascurando il narratore, dietro il quale si nasconde lo stesso Dostoevskij. Perché leggerlo? E' divertente e profondo.
In culo al mondo
Sono passati otto anni dalla fine della guerra coloniale portoghese, che devastò lʼAngola tra il 1961 e il 1975: da un lato il Portogallo di Salazar e dallʼaltro i movimenti di liberazione angolana. Il protagonista, ed io narrante, incontra una donna in un locale, come tante altre volte, > quando il bar è un Titanic che fa naufragio, (...) un galeone spagnolo sommerso, popolato dai cadaveri alla deriva della ciurma illuminati di sbieco da un chiarore sottolunare, cadaveri che fluttuano senza aderire alle sedie, fra due acque, e dimenano le braccia prive di ossa in una calma di alghe . Sappiamo poco di questa donna, ma senza dubbio sa ascoltare, perché il nostro protagonista comincia a raccontare i suoi ventisette mesi di guerra,in «culo al mondo», a morire > non della morte della guerra, che ci priva allʼimprovviso delle cervella con uno scoppio fulmineo e lascia intorno a sé un deserto disarticolato di gemiti e una confusione di panico e di spari, ma della lenta, afflitta, torturante agonia dellʼattesa, lʼattesa dei mesi, lʼattesa delle mine sulla pista, lʼattesa del paludismo, (...) lʼattesa della jeep della Polizia politica che ogni settimana passava, (...) portando con sé tre o quattro prigionieri che scavavano la loro fossa, vi si rattrappivano, chiudevano gli occhi e si afflosciavano sotto le pallottole come un soufflé si affloscia sul forno, con un fiore rosso i cui petali si schiudevano sulla fronte ; una guerra che faceva vomitare e rispondere con > una voce dolce di bambino Non perdere tempo con me perché io sono così stanco di questa guerra che neanche con le bombe mi toglierete di qui ; una guerra che non si può dimenticare, tanto che > nel momento in cui le sue ginocchia si divaricheranno dolcemente, i suoi gomiti mi stringeranno le costole e il suo pube rossiccio schiuderà i suoi petali carnosi con lʼumida consegna di valve calde e morbide, entrerò in lei, capisce?, come un umile e tignoso cagnetto insonnolito in un vano di scala, alla ricerca di un conforto impossibile sul legno duro degli scalini, perché il soldato di Mangando e tutti i soldati di Mangando e Marimbanguengo e Cessa e Musuma e Ninda e Chiume balzeranno in piedi dentro di me nelle loro bare di piombo, avvolti in bende sanguinanti che svolazzano, per esigere da me, con i rassegnati lamenti dei morti, ciò che per paura non ho dato loro: il grido di rivolta... Il protagonista narra, quindi, la sua esperienza, ma non dobbiamo aspettarci un resoconto o una denuncia: la crudele e vigliacca devastazione della guerra disvela la povertà del nostro animo, la sua pavidità, il suo vuoto ideale e sentimentale, ma nel contempo rivela lʼinutilità della tante parole, di chi non ha mai provato sulla pelle «la furiosa e pungente paura di morire», di chi si può permettere di > essere competente, serio, saggio, socialdemocratico, sardonico, trasportando con i libri nella valigia la furbizia facile dellʼultima verità di carta . Lʼesperienza di guerra è una cesura tra il prima e il dopo, è una discesa nella profondità dellʼanimo, è una morte spirituale, che ci toglie la possibilità di amare. Non restano che fugaci momenti di tenerezza, con i quali due esseri soli si inventano «una diafana pace di infanzia». Per essere apprezzato sino in fondo questo libro andrebbe letto ad alta voce, come un lungo poema. Se si avesse la pazienza di farlo si scoprirebbero lʼabile scansione delle parole e le loro capacità evocative, e ci si troverebbe in un mondo onirico, anche se terribilmente reale, nel quale sensualità, nostalgia, disperazione e morte si mescolano insieme, riportando alla luce i mostri della nostra infanzia, e la nostra solitudine esistenziale. > Se fossimo, per esempio, dei formichieri, lei e io, (...) forse ci potremmo capire in una complicità di proboscidi inquiete che annusano insieme sul cemento nostalgie di insetti inesistenti; forse ci uniremmo, col favore del buio, in coiti tristi come le notti di Lisbona. (...) Forse, dopo essermi palpato, scoprirò di essere allʼimprovviso un unicorno, forse lʼabbraccerò, e forse lei agiterà le sue braccia attonite di farfalla conficcata in uno spillo, pastosa di tenerezza. (...) E avremmo recuperato in questo modo qualcosa dellʼinfanzia che non appartiene a nessuno di noi e insiste a scendere lungo lo scivolo in un riso del quale giunge fino a noi, ogni tanto, e in una specie di rabbia, lʼeco attutita . Perché leggerlo? È un grande libro, sulla guerra e sulla solitudine umana.
Io non ho paura
Il romanzo riprende il tema del libro precedente: lo squallore dell’ambiente e della famiglia a confronto con l’innocenza dell’infanzia. Michele vive in un piccolo borgo e durante un giro con gli amici scopre un bambino che è stato rapito e imprigionato da un gruppo, del quale fa parte anche il padre. Si sviluppa quindi un percorso spirituale e psicologico durante il quale Michele si rende autonomo rispetto ai genitori sino al punto di correre a salvare il bambino rapito, che potrebbe essere ucciso dai rapitori. Riesce a salvarlo ma viene colpito dal padre e «ora c’era di nuovo buio e c’era papà e c’ero io». A differenza di quanto avveniva nel libro precedente, è più evidente la contraddizione tra i sentimenti familiari e di clan (sempre improntati ad affetto e protezione) e l’immoralità del rapimento, che costituisce un atto collettivo, dell’intero paese. È un ragazzo, Michele, che deve rimettere in ordine la scala dei valori, anche a scapito dei legami familiari. È quindi un quadro della società italiana, che travalica il contesto ambientale (il piccolo paese) ma è invece emblematico di un clima più generale. La solarità del paesaggio, la vastità degli orizzonti insieme con la limitatezza degli spazi (splendidamente descritti dall’autore) sono parte integrante della narrazione, esprimendo un contrasto tra un mondo chiuso e desolato e l’aspirazione verso una maggiore libertà e limpidezza di sentimenti e di valori. Rispecchia bene una società, e degli individui, in bilico tra un presente vacuo e un futuro più ricco di contenuti. Lo scrittore ha raggiunto con questo romanzo una maggiore compattezza nello stile e nel ritmo narrativo, che lo rende un libro molto suggestivo oltre che bello da leggere. Si tratta senza dubbio di un romanzo di grande livello narrativo e contenutistico.



