The Da Vinci Code
Il romanzo è ambientato in Francia e narra la ricerca del Santo Graal che indicherebbe l’esistenza di un apostolo donna, e di una setta che ha nascosto e difeso il segreto nei secoli e della quale avrebbe fatto parte anche Leonardo da Vinci. Dopo l’uccisione del sovrintendente del Louvre che era il depositario del segreto, la nipote e uno studioso di simbologia medievale ricercano il Santo Graal, mentre un alto prelato dell’Opus Dei, a sua volta, è alla ricerca del segreto nascosto. Il romanzo ha avuto un enorme successo ma è sinceramente molto brutto, da tutti i punti di vista: la trama è noiosa e inverosimile, non esiste un ritmo narrativo e lo stile è piatto, poco chiaro senza essere ricco e articolato. È un mistero del perché possa avere avuto un successo così ampio. Malgrado gli sforzi non sono riuscito a finirlo.
Dear Life (Uscirne vivi)
Il libro raccoglie quindici racconti, dei quali gli ultimi quatto > formano una parte separata, autobiografica nei sentimenti, talvolta anche nella realtà . Per dare un senso complessivo a storie, che altrimenti potrebbero essere viste come episodi di una condizione femminile senza evoluzione e senza sbocchi ( > troppo tardi per fare qualcosʼ altro. Quando potrebbe essere peggio, molto peggio ), bisogna forse partire dallʼultimo racconto, «Dear Life», che dà peraltro il titolo allʼintera raccolta. > Vivevo quando ero giovane alla fine di una lunga strada, o una strada che a me sembrava lunga. Dietro di me, come io tornavo dalla scuola primaria, (...) cʼera la reale città con le sue attività e i suoi marciapiedi e i suoi lampioni per quando veniva buio. (...) A marcare la fine della città cʼerano due ponti..... la strada si divideva, una parte di essa andando a sud verso una collina (...) per diventare una vera autostrada, e lʼaltra correva intorno ai vecchi campi abbandonati per volgere verso ovest. Questa strada ad ovest era la mia strada . Nel leggere questa efficace descrizione di unʼinfanzia tra città e campagna, in quel nulla urbano e sociale che contraddistingue ormai i nostri spazi, la mente non può che andare ad una poesia di Pasolini: > povero come un gatto del Colosseo, vivevo in una borgata tutta calce e polverone, lontano dalla città e dalla campagna...quel borgo nudo al vento, non romano, non meridionale, non operaio, era la vita nella sua luce più attuale.... osso dellʼesistenza quotidiana, pura, per essere fin troppo prossima, assoluta per essere fin troppo miseramente umana (Pier Paolo Pasolini Il pianto della scavatrice). Munro disegna un ritratto chiaro e vivido di come strana, pericolosa e importante possa essere la nostra vita, a noi così cara; tutto ciò, però, non in astratto né in una prevalente dimensione di genere (la sensibilità femminile contrapposta allʼindifferenza maschile), ma nello specifico contesto sociale e quasi antropologico, nel quale noi tutti viviamo. Prendiamo ad esempio alcuni racconti. In «Amudsen» la protagonista arriva in un piccolo centro ad insegnare in un sanatorio per bambini ed adolescenti, malati di tubercolosi. «Il mondo oltre il lago e la foresta era svanito», si vive isolati dalla realtà esterna; prevalgono le piccole cose: il freddo delle case, la stretta strada che corre attraverso il bosco e vicino alla segheria, il bar frequentato da boscaioli in attesa di essere richiamati alle armi. La relazione tra la protagonista e il direttore del sanatorio è scontata e prosaica, si sviluppa senza clamore ed entusiasmo, in ambienti piatti, modesti, squallidamente piccoli borghesi, si conclude in modo ovvio, senza un vero perché. Ma sono proprio la banalità della vicenda e il contesto angusto della piccola città a far dire alla protagonista: «niente cambia realmente quando si tratta di amore». In «Corrie», nel tran tran di un matrimonio apparentemente solido irrompe una vecchia fiamma del marito. La protagonista reagisce con la fuga, prende la macchina e si rifugia nellʼanonimato della grande città, in uno squallido motel, a mangiare e bere in un ristorante, dove si chiede se «qualche uomo, qualche vecchio, avrebbe pensato di abbordarla». Ritorna a casa per sentirsi dire dal marito: > non è tanto la persona. È come una sorta di atmosfera. È un profumo , un desiderio di trasgressione. > Quale mix di rabbia e ammirazione potevo sentire, dinanzi alla sua volontà di farlo. Ebbe fine tutta la nostra vita insieme . Anche qui non si capirebbe tutta la vicenda se la storia non partisse da > una non vita, ma sopravvivenza (...) nel cui arcano orgasmo non ci sia altra passione che per lʼoperare quotidiano (Pasolini Ceneri di Gramsci). Nel racconto «In vista del lago» una donna malata di Alzheimer va alla ricerca di uno specialista. Le è stato indicato un indirizzo in un piccolo centro; la donna, incerta, fragile, vaga per il paese, perdendosi e chiedendo a passanti a loro volta insicuri di dove possa essere lo studio medico. Arriva in una clinica, deserta e isolata: cerca di uscire, di scappare, ma la porta è diventata pesantissima. > Apre la bocca per chiamare aiuto ma sembra che nessun grido potrà esserci . Dʼ improvviso è salva. È la storia di una donna che sente di perdere la memoria, ma perché lo svanire della coscienza avviene in uno squallido paesaggio urbano, e non tra grattacieli scintillanti e pieni di vita o in un dolce e meraviglioso prato pieno di fiori? Scrittrice raffinata e elegante, Munro si perde purtroppo in storie esili e inconcludenti. I personaggi sono apparentemente descritti ma è pura tecnica letteraria, non cʼè un reale approfondimento: tutto resta sospeso. Prevale unʼimpressione generale di stanchezza, di storie già scritte, riscritte con uno stile magistrale, ma senza passione, Solo negli ultimi racconti riemerge la forza narrativa, ma è troppo tardi. Perché non leggerlo? È esile, inconcludente e noioso.
Death at la fenice
Il libro è ambientato a Venezia e si tratta di un giallo. Un noto direttore dʼorchestra muore nel suo camerino durante la rappresentazione di un’opera. Un commissario indaga pensando, ovviamente, a un omicidio. Alla fine risulta che si tratta di un suicidio. Il direttore aveva abusato della figlia della moglie, che facendogli delle iniezioni di antibiotici lo rende progressivamente sordo. Per disperazione il direttore si è ucciso. Come giallo si sviluppa in modo lento e anche noioso. L’autrice cerca di dare unʼillustrazione della vita a Venezia e delle dinamiche all’interno della famiglia del commissario: il tutto si svolge tuttavia in modo superficiale e con molti stereotipi rivelandosi alla fine falso.
Desert
È un libro che si sviluppa su due percorsi narrativi apparentemente differenti, ma tra di loro collegati da un legame ideale. Da un lato viene narrata la storia di una popolazione del deserto, seguace di uno sceicco, ritenuto un santo, che intende resistere alla conquista da parte dei francesi dellʼAfrica sahariana. La marcia disperata di questo popolo è vista dal punto di vista di un ragazzo, che forse costituisce il nonno di Lalla, la protagonista del romanzo. Da un altro lato, infatti, viene descritta la storia di Lalla, nata tra i cespugli e accolta dalla zia in un piccolo villaggio ai bordi del mare. Lalla vive selvaggia, nel vento e tra le dune, amante della solitudine e del deserto. Nelle sue lunghe passeggiate solitarie si accompagna ad un pastore, Hartani, un ragazzo che non parla la sua lingua ma che conosce profondamente il senso della natura, degli uccelli, della vegetazione, del mare e del deserto. Hartani fa parte degli «uomini blu», degli uomini del deserto, della stessa popolazione che ha partecipato alla grande e disastrosa marcia, narrata nellʼaltra parte del romanzo. Lella dovrebbe andare in sposa ad un ricco mercante ed allora fugge con Hartani verso il deserto. La storia riprende poi con Lella che arriva su una piccola imbarcazione a Marsiglia per trovare accoglienza presso la zia, che lì si è trasferita. Lalla è incinta, ma nasconde la sua gravidanza e vive una vita altrettanto selvaggia nella grande città francese: ma ciò che nel villaggio erano luce e simbiosi con tutti gli esseri viventi, a Marsiglia diventano invece oscurità e solitudine. Lalla vive presso un albergo che ospita tanti emigranti, che disperati vengono a lavorare in Francia. La ragazza conosce poi anche un ragazzo, che vive rubando e mendicando. Lalla è scesa agli inferi, ma trova con i disperati una forte solidarietà e un aiuto. Casualmente conosce un fotografo che la rende una famosa modella, ma alla fine Lella decide di ritornare in Africa e di partorire il bambino tra le dune, nella freschezza e nella dolcezza dellʼombra di un albero. Il vero soggetto è il contrasto tra la civiltà occidentale e quella nord africana. Questo contrasto è sintetizzato non tanto nei personaggi, troppo stereotipi e senza profondità e complessità, né nella trama, di fatto inesistente e per certi aspetti inverosimile ( come la vicenda del fotografo che rende famosa Lalla), ma nei paesaggi e nella capacità di dare densità e cromatura alle descrizioni. Sulle dune di sabbia «Lalla spalanca gli occhi, lascia il cielo entrare in essa» e sente la presenza di Dio: > dove sta la strada? Lalla non sa dove sta andando, alla deriva, trascinata dal vento del deserto che soffia, vendicativo e crudele, il vento che trascina gli uomini e fa franare le rocce ai piedi delle montagne. È il vento che va verso lʼinfinito, al di là dellʼorizzonte, al di là del cielo sino alle fredde costellazioni, la Via Lattea, al sole . Se il deserto é luce, infinito e felicità, la città é morte. > Lella guarda quelli che se vanno verso altre città, verso la fame, il freddo, la disgrazia, quelli che vanno ad essere umiliati, che vanno a vivere nella solitudine. Essi vanno verso le città oscure, verso i cieli bassi, verso il vapore,verso le malattie che distruggono il petto . Ma Lalla ha un sogno, é il sogno di libertà degli uomini del deserto, di vivere liberi nel sole e nel vento. Èscritto in un francese splendido, con uno stile fortemente lirico, pieno di suggestioni e di vibrazioni musicali, che riesce a tradurre nellle parole le sensazioni di una natura e di un ambiente. Al di là delle singole pagine, questa visione di una società «buona» in contrapposizione alla società occidentale sembra un pò falsa, una forma intellettuale estetizzante più che una volontà di narrare veramente la complessità e la sofferenza di una società oppressa, distrutta e migrante. È un pò la ricerca dellʼuomo occidentale della presunta purezza delle altre società.
Dirty Love
La sintesi è molto semplice: un talento sprecato. Una grande abilità stilistica è al servizio di racconti noiosi, privi di sviluppo narrativo, inconcludenti e ciniche storie di coppia: insomma, un libro insopportabile. In «Listen carefully as our options have changed» Mark si è accorto che sua moglie Laura lo tradisce: lo sa perché ha incaricato un detective di seguirla e ne ha le prove in un video, che guarda in modo ossessivo. È un project manager di successo e quindi vorrebbe affrontare il problema secondo i canoni razionali del project management. > No, il progetto di salvare il suo matrimonio sembra che sia fallito ed egli ha dinanzi un nuovo obiettivo. Ciò non è inusuale. Alcuni progetti collassano per diversi motivi. (...) In questo caso, cʼè stato semplicemente un cambiamento di cuore. O, più correttamente, uno spostamento dal nascondere i problemi dʼamore a mostrarli, benché Mark fu costretto a riconoscerli, non è vero? (...) Cʼera la fredda gentilezza verso sua madre. (...) Cʼera lʼabitudine di Laura di sbagliare le indicazioni di cosa acquistare che le dava Mark in modo dettagliato, (...) tanto che lui doveva lasciare ogni cosa e andare personalmente al supermercato. (...) Cʼera lʼabitudine di Laura di guardare di notte banali telefilm gialli, gli occhi fissi allo schermo, imbambolati come quelli di un bambino. Cʼera la sua cucina mediocre, la sua preferenza per i cibi surgelati, con molto sale, e insignificanti pietanze che non si vergognava di servire con il ketchup. Ed ora lo ingannava, lo prendeva in giro e lo tradiva. Sradicava la loro casa dalle fondamenta e gettava scaglie di vetro bollente nel sangue di Mark, nel suo cervello e nel suo cuore: e questo dolore intenso per che cosa? Per lei? Guardala; che cosa sta perdendo in ogni caso? Ma questa era una domanda che moriva prima ancora di essere pienamente pensata, perché lui lʼamava . Mark non comprende le cause del fallimento del suo matrimonio, anche quando numerosi segnali dovrebbero dirgli che è proprio il suo freddo approccio razionale ad avergli allontanato Laura. La sua abitudine a giudicare, a valutare, a trattare le persone che gli sono intorno come se lavorassero per lui. Non capisce, ma è un uomo caparbio: > non avrebbe gettato fuori sua moglie dalla sua casa. (...) Si sarebbe tirato indietro, non avrebbe agito e avrebbe lasciato che le cose andassero per il loro verso. Avrebbe lasciato che lʼerrore di sua moglie si risolvesse da solo . Lʼattesa ipocrita è lʼunico mezzo per far sopravvivere un rapporto di coppia. È lʼesito di un altro racconto: «Marla». È una donna non più giovane, molto grassa, una opaca impiegata di banca, destinata a restare zitella. Sembra essere un destino ineluttabile, quando incontra Dennis, un uomo altrettanto obeso, affettuoso e gentile. È lʼamore inaspettato. I due vanno a vivere insieme e la convivenza rivela tratti dellʼuomo che non piacciono a Marla: la fissazione estrema dellʼordine, la preferenza per una vita ripetitiva e banale, il rischio di scivolare in una barbosa quotidianità. Lʼuomo, poi, non vuole avere figli. Lasciarlo? Ma questo è il matrimonio, cara, le dicono le amiche; poi i figli verranno, anche se il marito non li vuole (basta ingannarlo sui giorni fertili così che non si metta il preservativo!). Ormai in cammino verso lo squallore, Dubus affronta la terza storia («The Bartender»): due giovani si sposano pieni di entusiasmo, lei resta incinta, lui non si trattiene a fare sesso con una formosa collega, anche un poʼ stronza al dire il vero. Al settimo mese, la moglie scopre la tresca, rischia di abortire, lei e la bambina si salvano miracolosamente. > Camminò accanto al suo letto e stette immobile. (...) Presto lei avrebbe aperto gli occhi, (...) occhi che lui non si meritava ma sperava di conquistare, occhi di nera speranza . A questo punto avrei dovuto affrontare «Dirty Love». Confesso: non me la sono sentita tanto la lettura si preannunciava fastidiosa. Del racconto è utile riportare una frase per dare il senso della grande capacità di Dubus di reggere lunghi periodi con un uso sapiente delle parole, un succedersi di impressioni che non sono sorretti dalla punteggiatura o dallo svolgersi dei contenuti (vicende, descrizione di personaggi, sentimenti), ma si basano sulla sintassi, attentamente e abilmente calibrata. In italiano si perde senza dubbio molto di questa scrittura e sarebbe necessario un grande traduttore, comunque ci provo. > Ora ogni cosa è messa in fila, i suoi sentimenti e la musica in testa e tutto ciò la fa sentire sempre come se stesse muovendosi in avanti, scivolando silenziosamente su un tapis roulant in aeroporto, quella volta che era su uno, indietro nel passato quando era piccola e sua madre e suo padre sembravano felici, o almeno ridevano molto insieme, sua madre ancora carina o almeno sembrava perché si curava, grossa ma ancora sexy, benché Devon non pensava mai a queste cose, soltanto le percepiva, come se stesse stesa in un soffice letto circondata da freschi, profondi cuscini e il profumo di qualcosa di dolce fosse in aria, e quel giorno loro tre stavano salendo su un aereo per Disney World dove ogni cosa era più reale che reale potesse mai essere . Perché non leggerlo? Monotono, pesante, anche superficiale a tratti.
Disguises
Disguises, in italiano «travestimenti», è un breve racconto focalizzato sul tema del travestimento, come gioco ambiguo che porta al travisamento della realtà e di sé stessi. Henry, un bambino di dieci anni, rimane orfano e va a vivere con la zia, una ex attrice. Il bambino deve sottoporsi ad un rito serale, nel quale i due si travestono e recitano i ruoli connaturati alle sembianze assunte. È un gioco che diviene qualche cosa di inquietante quando la zia impone al bambino di travestirsi da ragazza e, di fronte alle resistenze del nipote, manifesta un carattere autoritario e aggressivo. Come cʼera da aspettarsi, il bambino si fa degli amici e conosce una coetanea che lo invita a casa sua. Henry non è più un bambino, sta diventano un adolescente e i gusti della zia diventano sempre più insopportabili. La zia organizza una festa in maschera e il racconto si conclude in un crescendo di illusioni, mascheramenti, scene reali o solo immaginate, in un party dove è difficile capire chi fa che cosa: > adesso gli ritornava in mente, se si è vestiti come qualcunʼaltro pretendendo di essere loro, ti prendi la colpa di quel che loro hanno fatto, o di ciò che fai tu in quanto loro... o che hai fatto? È un racconto confuso, nel quale si mescolano più temi, dal travestimento come gioco, alla definizione della personalità nellʼadolescenza sino ad una concezione della realtà come illusione, come impressione creata dai propri sensi piuttosto che mondo effettivamente esistente. Troppi sono gli argomenti psicologici e filosofici per rendere comprensibile il racconto, che sembra essere solo lʼoccasione per sperimentare nuovi soggetti e consolidare virtuosismi stilistici. Perché non leggerlo? È difficile da leggere, inconcludente e troppo ricco di preziosismi letterari.
Divieto di soggiorno
Il libro è un racconto-inchiesta e si tratta di una serie di interviste a immigrati. Si passa dalla prostituta proveniente dell’Est Europa a persone che hanno avuto successo, nel campo economico e in quello sociale e politico. Ne emerge una visione molto variegata, da cui risulta che, paradossalmente, sia stato più facile integrarsi e salire nella scala sociale per gli immigrati arrivati nell’Italia degli anni ’70 rispetto a quelli di più recente provenienza. In realtà l’immigrazione rispecchia il deterioramento della società italiana: una crescente chiusura verso l’esterno, l’indifferenza verso la novità e quindi la tendenza alla politica dello «struzzo», che non vuole vedere che l’Italia sta cambiando. Ci sono due aspetti del libro di notevole interesse:il primo è sintetizzato nella citazione al libro stesso: «volevamo braccia, sono arrivate persone» (Max Frisch). Come dice l’autrice, è l’impianto culturale e ideologico alla base della normativa italiana, che non funziona: > è ancora l’utilità economica del lavoro del migrante a sancirne il diritto a vivere nel nostro Paese . O come dice con altre parole una colf somala: sono trattata > sostanzialmente bene, anche se quando raccontavo la mia storia sentivo una generale indifferenza. È un rapporto di affari: io garantisco un servizio e loro mi pagano . In termini politici, Jean-Léonard Touadi, assessore al Comune di Roma, > uscire dalla logica del sociale, smetterla di accostarsi alla categoria degli immigrati, per quanto fragile sia, con l’ottica dell’intervento sociale di emergenza. Ognuno di noi ha bisogno invece di pari opportunità, di accesso alla cultura, accesso alla casa, agevolazioni di accesso al credito . Ma questi non sono problemi anche degli italiani?il secondo aspetto riguarda la visione degli italiani vista dagli immigrati. Si tratta di una prospettiva interessante, che fa emergere un mondo triste, nel quale, per esempio, gli anziani hanno perso molto della propria autorità e prevale invece l’abitudine a viziare i bambini, una separazione di ruoli tra l’uomo e la donna, lo squallore della vita affettiva, una generale indifferenza. «C’è molta cura individuale e poca, anzi nessuna, per lo spazio di tutti». > Mi è capitato di raccontare che cosa si mangia nel mio Paese, e il più delle volte mi hanno guardato con una faccia schifata . Prevale l’arte di arrangiarsi, in quanto si scelgono i lavoratori in base alle indicazioni dei parenti e amici e quindi > il lavoratore non viene scelto in base alla qualifica e alla preparazione professionale, ma in quanto membro di una categoria di simili per provenienza . Il libro è interessante, ma si affida troppo a interviste a persone di successo e a esponenti ufficiali del mondo dell’immigrazione, trascurando l’impegno di scavare sul campo, cioè tra la gente. All’interno di uno stile pulito e di una buona costruzione del racconto, emergono una debolezza giornalistica e una fragilità dell’inchiesta, che danno l’impressione di artificiosità a quanto viene raccontato.
Dove sei stanotte
> Ha scarponi vecchi, uno aperto sulla punta, che sembra un sorriso sdentato. (...) Ma in fondo non lo vede nessuno, perché a Milano, anche se c'è l'Esposizione Universale ed è il centro del mondo, un senza-tetto che spinge un carrello con dentro la sua vita fa parte del panorama e quindi è invisibile . Con questa immagine di comune indifferenza sociale, il romanzo faceva sperare di essere un Noir d' intensa impronta sociale; in particolare, se accompagnata da un altro luogo tipico di Milano «capitale del mondo»: il mondo della televisione e delle grandi fiere annuali, come il Salone del Mobile. Il protagonista, Carlo Monterossi, è un famoso produttore di un programma che fa schifo pure a lui, vive in uno splendido appartamento con una governante efficiente e protettiva: è una vita finta e superficiale che potrebbe durare per sempre, agiata, tra feste, fugaci relazioni e auto commiserazioni. Quando tutto viene sconvolto. Alla fine di un party si ritrova in casa un giapponese, stordito e spaventato. Chi è? E cosa ci fa in casa sua? E perché viene ucciso e la sua bella dimora messa a soqquadro? E' da qui che prende le mosse un Noir con una trama ingarbugliata e ridondante dove c'è di tutto tranne l'ingrediente fondamentale: la suspense. Come in un grande mélange di Simenon e De Cataldo (si veda la citazione di Romanzo Criminale in questo sito) abbiamo l'intrigo poliziesco, i servizi segreti, il commissario emarginato ma intelligente, lo sfondo sociale cinico e affaristico della Milano «da bere», l'emarginazione e l'immigrazione clandestina, e infine, perché no?, anche l'amore. E' uno zibaldone insomma, condito per fortuna da frequenti citazioni di Bob Dylan, di un romanticismo malinconico come in questa poesia: > Nella pioggia del primo mattino con un dollaro in mano/ E' una fitta al cuore e le tasche piene di sabbia/Sono molto lontano da casa e mi manca tanto il mio unico amore . Lo stile narrativo è mosso, fatto di un alternarsi di efficaci descrizioni e di colloqui serrati; sulla fluidità del discorso disturbano la continua entrata e uscita di scena dei vari personaggi, stancante e confusa nel suo ripetersi, e la ricorrente introspezione psicologica sull'uomo Carlo, che lentamente evolve da cicisbeo a uomo "vero". E', forse, un tentativo di introdurre un cambiamento interiore nel personaggio: mutamento che rimane in sospeso perché non approfondito, riducendosi ad essere un espediente letterario. La scrittura è elegantemente semplice, avrebbe meritata una storia robusta e meglio costruita. Perché non leggerlo? E' prolisso, la cosa peggiore per un Noir.







