Cacao
Questo breve romanzo ricorda una novella di Giuseppe Verga: «La Varanisa» (vedi la recensione di «Le novelle» in questo sito). Lo scrittore siciliano sintetizza mirabilmente la condizione contadina descrivendo i piedi di una misera ragazza: > quei piedi abituati ad andare nella neve e sulle rocce infuocate dal sole, a lacerarsi sulle spine, o ad indurirsi sui sassi, avrebbero potuto essere belli . Così Amado sottolinea più volte i grandi piedi prodotti dal lavoro di raccolta e lavorazione del cacao nelle grandi «fazendas» brasiliane. > Il cacao veniva rovesciato nei truogoli a fermentare per tre giorni. (...) Poi, liberato dal miele, il cacao veniva messo a seccare al sole nelle vasche. Anche li ci ballavamo sopra e cantavamo. I nostri piedi si allargavano, le dita divaricate. (...) Jaca! Jaca! I bambini si arrampicavano sugli alberi come tante scimmiette. La jaca cadeva - patapum- e loro si avventavano. (...) I piedi larghi erano come quelli degli adulti, la pancia gonfia, enorme, per la jaca e la terra che mangiavano . Il giovane Amado racconta la vita dei braccianti nelle grandi aziende di coltivazione del cacao: > quel frutto giallo, dai semi dolci, che li rendeva prigionieri di una vita di carne essiccata e di jaca ; «un romanzo proletario» che immagina scritto da un giovane ridotto in povertà dall'avidità di uno zio capitalista; sfruttato e umiliato nel lavoro di fabbrica, persegue un confuso destino di riscatto tra i braccianti, tra gli «affittati», costretti a lavorare come schiavi per i grandi latifondisti. Che cosa lo spinge? Far parte dei dannati della terra, rompere radicalmente con le ambiguità della borghesia per scoprire che il futuro risiede solo nella solidarietà tra i poveri, nella loro disperata e determinata resistenza allo sfruttamento e alle prepotenze. La narrazione ha il timbro da romanzo sociale: una sorta di Emile Zola brasiliano, Amado intende descrivere freddamente, «naturalmente» direbbe Boccaccio, la condizione contadina e la trasformazione del giovane narratore e protagonista in bracciante esperto e miserevole. Le tappe di questo cambiamento, fisico e mentale, sono scandite dai grandi temi dell' uomo: l'ambiente, splendido e violento, la vita in comune, anche con i suoi momenti di festa, le amicizie e gli amori, il disgusto per il padrone, spietato e avido, e per la sua arrogante e amorale famiglia, la progressiva conquista di una coscienza di classe, e infine la definitiva scelta di campo. Il protagonista frequenta la figlia del proprietario, la quale vorrebbe sposarlo. > Faremo l'irrimediabile. (...) Diventerai padrone. Chinai la testa a fissare il suolo. Ammucchiavo foglie con la mano. (...) No Maria. Continuo a lavorare. Se vuoi diventare moglie di un affittato . Non bisogna lasciarsi ingannare dallo stile asciutto, quasi da inchiesta sociale. Aleggia un non so che di fantastico, d' irreale, che si alimenta in un rapporto ambiguo con il cacao, come se in tanta meraviglia sia inevitabile il riscatto sociale. > L'oscurità avvolgeva tutto. Piangevano le chitarre, gli uccelli cinguettavano. I frutto d'oro del cacao e i serpenti. Le stelle brillavano in cielo. Le lanterne per strada sembravano anime levate in volo. La notte in fazenda è triste, cupa, dolorosa. E di notte che la gente pensa...(...) Guardavamo la piantagione di cacao e non trovavamo la soluzione. La domanda che viene spontanea dalla lettura di Cacao è se la condizione umana dei poveri non sia sempre la stessa in tutte le latitudini. Che differenza c'è tra i personaggi di questo romanzo e i protagonisti di Malavoglia di Verga, di Terra e Germinal di Zola, di Furore di Steinbeck (si vedano le recensioni in questo sito)? Sempre la stessa disperata lotta per la sopravvivenza sotto il peso avido e spietato dei ricchi? Pare non esserci speranza e all'intellettuale non resta che un rassegnato distacco, talvolta si assume una retorica socialista (si veda la parte «manifesto» di Furore), in altri casi ci si limita a descrivere adducendo giustificazioni letterarie, come per il verismo di Verga, in altri casi ancora ci si rinchiude in una malinconica ironia, come nei libri successivi di Jorge Amado. E' come se lo scrittore e il poeta abbiano accettato la sconfitta affidando al giornalismo il compito di rammentarci, senza esagerare, che esiste la sofferenza sociale nel mondo, e non solo i tormenti borghesi. Ho letto il libro dopo la grande sbornia lessicale e immaginativa di Grande Sertao (si veda la recensione in questo sito), per cui lo stile essenziale e lineare di Amado è aria fresca, come immergersi in acque limpide su un fondale di sabbia, senza le luci e le ombre dei mari profondi e scogliosi. Le frasi sono brevi, gli aggettivi pochi, il fascino della narrazione si affida alle vicende come se queste parlino di per sé. Certo, quanta nostalgia per la scrittura di Joao Guimares Rosa! Perché leggerlo? un grande romanzo sociale.
Il cappotto del turco
> Vorrei che fosse lei a scrivere di me. A radunare i pensieri su quegli anni lontani secoli. A giustificare la mia vigliaccheria, il mio bisogno di certezze... sono una cercatrice di pepite dʼoro, colleziono frammenti preziosi, intersezioni della mia vita con la sua, pensieri su di lei, emozioni improvvise che interrompevano anni di silenzio del mio cuore, anni di assenza. Dilato il tempo per non arrivare allʼepilogo di cui non so darmi pace . La protagonista e narratrice, Maria, racconta la sua vita, ma soprattutto parla della sorella, lʼindecifrabile Isabella, dalla pelle bianchissima, dai > sottili capelli di un colore indefinito tra il castano e il rosso, occhi verdastri come il fondo di un lago . Le sorelle hanno «opposte nature», ma proprio per questo il legame tra loro è profondo e travagliato, un continuo inseguimento, fatto di parole non dette, di incomprensioni e soprattutto di rimpianti. Lʼinfanzia le vede strettamente unite, con Maria piena di paura per i guai che potrebbe combinare Isabella, la quale si rivela subito avventurosa, incosciente e irrispettosa a fronte della sorella maggiore, prudente, meticolosa e razionale. È naturale che sia Isabella la prima ad interessarsi ai movimenti del sessantotto, trascinando in questa vicenda politica una recalcitrante sorella e Marco, il fidanzato di Maria. Rapidamente le parti si rovesciano. Lʼincostante Isabella abbandona i gruppi rivoluzionari per girare per il mondo, mentre Maria e Marco diventano convinti attivisti.Il giudizio di Maria su quegli anni, così importanti per la storia del nostro paese, è impietoso. > Non hanno cambiato profondamente il corso della mia vita. Mi sembrano lontani, vuote le parole. Volevamo calzare il mondo in unʼidea vecchia di un secolo. Altre in giro non ce nʼerano . Eppure per Maria sono anni importanti: si sposa con Marco, ha un figlio, si separa e va a vivere da sola. Ma allora perché è un periodo insignificante? Pesa lʼassenza della sorella, un vuoto che non riesce a colmare completamente con la cura del bambino, con il lavoro e lo studio. E Isabella si rifà viva in modo singolare, come è nella sua natura imprevedibile. Si presenta a casa di Maria un turco, mandato da Isabella. Mehmet è un uomo, > massiccio come un armadio.. gli occhi neri e i baffi spioventi.. con un soprabito militare di un colore indefinibile . Nasce una storia dʼamore.«Ho parlato con lui come mi succedeva con te», dirà un giorno Maria ad Isabella, che le ha appena confessato che anche lei ha avuto una relazione con il turco. > Solo che Mehmet si era dato a tuttʼe due presentandosi in modo opposto. Con me aveva finto di essere un bravo marito, dicendomi che ero una donna forte.. e a lei, che invece amava tuffarsi, aveva offerto le sue esperienze e le sue fantasie di avventuriero . E quindi il cappotto del turco è la metafora del rapporto tra le due donne, unite ma distanti, sempre alla ricerca reciproca ma incapaci di trovare una serena stabilità nella loro relazione. Basta poco per travolgere un fragile equilibrio e portare le due sorelle a dirsi e farsi cose di cui pentirsi. Isabella torna a casa incinta proprio quando Maria è a sua volta in attesa di una bambina da Marco, con il quale è ritornata insieme. Prima Isabella in un momento di rabbia verso la sorella provoca un incidente automobilistico, che porta Maria ad un parto prematuro. Poi Maria scopre che Isabella e Marco si sono baciati. Lʼindignazione è tale da portare Maria a scrivere una lettera piena di insulti: «Stai lontana da me, puzzi, mi fai schifo». Si pente subito di quello che ha scritto, ma non riesce a raggiungere Isabella, la quale affoga durante una gita in barca. > Piegai in quattro il cappotto di Mehmet e lo infilai in un grande sacco di plastica, insieme agli abiti vecchi... in questa stanza anonima, sul mio tavolo, le sue fotografie si sono moltiplicate. Ora qui vive solo lei, io mi sento morta. Non era quello che volevo . Il romanzo parla di una relazione spesso non investigata: quella tra fratelli. Gli amanti e gli amici in qualche modo si scelgono, i fratelli si trovano «già dati». Eppure è un rapporto che dura per tutta la vita, anche se dallʼintensità dellʼinfanzia poi scema in una relazione più distante, spesso anche molto lontana. «Non ci siamo nascoste niente, almeno fino a un certo punto». Queste parole, che lʼautrice fa pronunciare ad Isabella, sintetizzano molto bene un percorso di vita tra fratelli così come lʼimmagine del cappotto,ripiegato in un sacco di plastica per essere buttato via, simboleggia la conclusione, forse inevitabile, di una «eredità» dellʼinfanzia. La nuova famiglia, creata con un compagno o una compagna, diviene più importante. La scrittura è essenziale ma espressiva, ricca di spunti poetici. La trama narrativa è intensa, appoggiandosi più alla descrizione delle vicende e delle situazioni, che ai dialoghi, quasi ad indicare lʼincomunicabilità che caratterizza le relazioni tra i personaggi, in particolare tra Maria ed Isabella. Le riflessioni sono affidate ai sogni, inserendo saltuarie ma suggestive viste oniriche. Perché leggerlo? Un bellissimo romanzo, breve ma complesso.
Cat on a hot tin roof (la gatta sul tetto che scotta)
Il tema di fondo è la menzogna; lʼautore sviluppa questo argomento nel contesto della famiglia, ossia in quellʼambiente sociale, che più di altri, dovrebbe favorire la fiducia reciproca. Per anni i membri di questa famiglia hanno agito in una apparente concordia; quando, però, si scopre che Big Daddy, il capo famiglia e «padre padrone», è malato di cancro, la morte attesa travolge i protagonisti: da questa sorta di catarsi nasce la verità o una nuova menzogna? Come spiega Tennessee Williams nelle «note per il regista» la scena è la stanza da letto di una grande casa di campagna del Mississippi; in questa camera sono vissuti due scapoli, precedenti proprietari della piantagione, e quindi > la stanza deve evocare dei fantasmi: è stata gentilmente e poeticamente frequentata da una relazione che deve aver avuto una tenerezza non comune . È la scena appropriata per una commedia > che tratta delle emozioni umane più profonde, e ha bisogno di dolcezza come sottofondo . Il lavoro teatrale si sviluppa in tre atti. I protagonisti del primo atto sono Brick, un ex giocatore di football ormai alcolizzato, e la moglie Margaret. Lʼuomo non vuole più avere rapporti con la donna, dopo che lei lo ha tradito con il suo migliore amico: morto, forse suicida, a seguito dellʼadulterio. La perdita dellʼunica persona importante per Brick ha spinto questʼultimo a trovare conforto nellʼalcol. Se Brick persegue vittimisticamente «il fascino dello sconfitto», Margaret non si dà per vinta: è consapevole che la famiglia sta per andare a pezzi, e non vuole che il marito perda la propria posizione sociale ed economica a favore del fratello. Brick, amatissimo dai genitori, è in grande difficoltà in una eventuale successione: è alcolizzato e per di più non ha ancora avuto figli, mentre il fratello ne ha ben sei. Nel lungo colloquio con il marito, di fatto un soliloquio, Margaret si chiede quale sia la vittoria di «una gatta su un sottile tetto che scotta»: «soltanto stare su di esso, penso, per quanto possa....» ma poi aggiunge che il silenzio non funziona, > serrare la porta e chiudersi un una casa che brucia nella speranza di dimenticare che la casa sta bruciando . Nel secondo atto assistiamo al confronto tra Big Daddy e Brick, tra padre e figlio. Anche in questo caso si tratta in gran parte di un soliloquio: parla soprattutto Big Daddy e veniamo a sapere che questʼuomo, apparentemente forte, deciso ed autoritario, è pieno di disgusto. > Per tutte queste maledette bugie e bugiardi con i quali ho dovuto vivere, e per tutta questa maledetta ipocrisia con la quale ho vissuto per tutti questi quarantʼanni ; tale è il disgusto che talvolta pensa che sia molto meglio > un maledetto vuoto (...) che tutta questa porcheria con la quale la natura lo riempie . Dinanzi a questa disperata confessione Brick risponde che la conversazione è > come tutte le altre che noi abbiamo avuto insieme nelle nostre vite! È senza senso, senza senso, è, è dolorosa (...) tu non hai una maledetta cosa da dirmi! La passività di Brick si trasforma improvvisamente in furia, quando il padre solleva il sospetto che nei rapporti tra Brick e lʼamico ci sia stato qualcosa di più intimo di una semplice amicizia; ed allora Brick, vigliacco come tutti i deboli, rivela al padre la verità, che gli è stata fin ora nascosta: ha il cancro e sta per morire. Con lʼurlo disperato di Big Daddy («tutti bugiardi, tutti bugiardi... mentire, morire, bugiardi») si chiude il secondo atto. Nel terzo atto i figli e le nuore informano la moglie di Big Daddy, anchʼessa ignara, della vera malattia del marito; il fratello di Brick cerca di convincere la madre a mettere tutti i beni in un fondo fiduciario, escludendo di fatto Brick dallʼeredità. Brick è indifferente come al solito, mentre Margaret combatte disperatamente, al punto che dice una evidente bugia: dichiara di essere incinta e quindi di poter dare un nipote a Big Daddy. Ci sono due versioni del terzo atto. Nella prima stesura lʼ autore immagina che la storia si concluda con una dichiarazione di amore di Margaret a Brick, alla quale questʼultimo risponde in modo elusivo e crudele ad un tempo: «sarebbe divertente se fosse vero!». Nella seconda stesura, quella che è andata in scena, su consiglio del regista lʼautore prevede che Brick sostenga la bugia della moglie e accetti lʼamore incondizionato di Margaret: «Ti ammiro, Maggie» (dice Brick), e così risponde la donna: > ciò che tu hai bisogno è qualcuno che prenda cura di te, gentilmente, con amore (...) ed io posso! Sono determinata a farlo, e niente è più determinata di una gatta su un sottile tetto che scotta. La morte ha finalmente disperso il velo della menzogna? Con la prima versione Tennessee Williams risponde in modo negativo, neanche la «nera cosa» che arriva «senza invito» ci libera dallʼipocrisia e dalla sfiducia reciproca: sui rapporti umani grava una condizione esistenziale di vuoto, riempito da troppa menzogna, siamo condannati a non comunicare. Di certo, questa visione pessimistica non può essere rimossa dalla conclusione proposta dal regista, troppo stucchevole e banale per essere reale. Tennessee Williams fa una osservazione, particolarmente utile alla comprensione della commedia: > un poʼ di mistero deve essere lasciato alla rivelazione dei caratteri in una commedia, così come un grande mistero è sempre lasciato nellʼespressione di una personalità nella vita, perfino nella conoscenza del proprio animo . E pertanto dobbiamo guardare a come si evolvono i personaggi nella storia, tenendo presente che «gli attori devono muoversi liberi sulla scena». Ed allora è evidente come Brick rimanga chiuso nel suo mondo, al contrario la personalità di Margaret emerge con sempre maggiore forza, quasi che non voglia più essere solo la moglie di un uomo fallito, ma sia invece pronta a prendere in mano le redini della famiglia. La morte rivela i veri caratteri dellʼessere umano. La commedia è pressoché perfetta e ciò spiega il grande successo. Mentre il terzo atto, nella versione finale, è estremamente mosso e ricco di personaggi, i primi due atti peccano di una certa staticità, a stento mitigata dai rumori di sotto fondo, esterni alla scena, e dallʼingresso temporaneo di alcuni personaggi minori. Alla lettura i due atti risultano prolissi e ridondanti; certo il giudizio potrebbe cambiare alla luce della recitazione in teatro. Perché leggerlo? È un grande lavoro teatrale, di grande fascino sono le figure di Brick e di Margaret; per apprezzarlo bisogna andare a teatro.
Le città del mondo
Il viaggio, la fuga, la ricerca del cambiamento costituiscono i temi di questo romanzo, ambientato nell’arido ambiente siciliano e tra mille città, reali nei nomi ma fantasiose e immaginarie nella loro descrizione. Due pastori, padre e figlio, una ragazza in fuga, che trova asilo presso una vecchia prostituta itinerante, due giovani sposi, sempre in viaggio per motivi che non è possibile sapere, un padre, che cerca di abbandonare il figlio presso una città accogliente. A questi personaggi sempre in viaggio si contrappone un contesto apparentemente immobile, ma in realtà in attesa di grandi cambiamenti sociali ed economici: una vecchia signora, in attesa di una morte che si fa attendere, osserva con il cannocchiale la campagna e le città vicine, sperando in un cambiamento che possa stravolgere la società. I personaggi si incrociano lungo il racconto ma non esiste di fatto un filo conduttore se non il viaggio tra le tante città. Si tratta di un romanzo particolare, che lascia il desiderio del cambiamento e un senso di freschezza, che deriva proprio dalla presenza di giovani che cercano, comunque, qualche cosa nel futuro.
Il cuore delle cose
Il romanzo è ambientato nei primi del Novecento alla fine della Restaurazione o Rinnovamento Meiji: il lungo periodo tra il 1867 e il 1912 che era iniziato con l'affermazione del potere imperiale sullo Shogunato Tokugawa. Questo riferimento storico è opportuno non solo per contestualizzare il racconto, centrato sull'ambiguo e complesso rapporto tra due generazioni, ma per renderlo anche attuale; così come oggi, siamo in una fase di transizione negli assetti politici e sociali così come nelle coscienze e nel modo di sentire. Un giovane studente conosce una persona più anziana, identificata solo con il termine di «maestro». Ne è affascinato; è attratto dai modi taciturni e burberi, dal suo stile di vita solitario, distaccato dalla società e dagli altri esseri umani, dalle sue riflessioni, sempre criptiche, sull'amore, l'onestà, il denaro. In modo ambiguo il maestro esercita sul ragazzo una sorta di ricatto, l'attesa di un tradimento. > Sono un solitario, ma in un certo senso non lo sei anche tu? (...) Tu, incontrando me, probabilmente senti una certa solitudine. Ma perché io non ho la forza di aiutarti a liberartene, tu ora ti rivolgerai in qualche altra direzione e non verrai più da me. (...) Lei può pensare che io possa allontanarmi (risponde il ragazzo). (...) Il maestro pareva non ascoltarmi. Eppure dovrai stare attento, perché nell'amore c'è colpa. Se rimarrai con me, non avrai soddisfazione, ma nemmeno correrai pericoli. Pochi indizi fanno intravedere ciò che c'è dietro alla misantropia del maestro: va spesso sulla tomba di un amico, la cui morte avrebbe cambiato il carattere dell'uomo, senza che si voglia spiegare le ragioni e gli antefatti di questo mutamento. Dopo la laurea il ragazzo torna dai genitori, in attesa di trovare un lavoro. Il padre è gravemente malato, ormai è alla fine. > La mia malinconia tendeva a trasformarsi con il trasformarsi del frinire delle cicale, come se il destino che mi avvolgeva si muovesse per gradi dentro un immenso ciclo di diverse esistenze. Il ragazzo è combattuto tra l'affetto e il dovere filiale, che vorrebbe che restasse presso il capezzale del padre, e il desiderio di non interrompere il rapporto con il maestro. > Per me, il maestro era una figura in ombra, e non sarei stato contento fino a quando non mi si fosse rivelato del tutto. Una lunga lettera, preceduta da insistenti telegrammi, spinge il ragazzo a compiere un atto imperdonabile; abbandona il padre morente per correre a Tokyo dal maestro. Che cosa scrive il maestro in questa sorta di testamento morale? E come se il ragazzo avesse svolto una funzione ermeneutica. > Preferirei vedere il mio passato annullato con la mia vita, piuttosto che offrirlo a qualcuno che non lo desidera. In verità, se non ci fosse stata una persona come te, il mio passato non sarebbe mai stato conosciuto da nessuno, nemmeno indirettamente. Solo a te, dunque, fra milioni di giapponesi, intendo raccontare il mio passato, perché tu sei sincero. E' inutile inoltrarsi nella estesa confessione del maestro, che scarica le sue colpe sulle fragili spalle del ragazzo. Possiamo solo dire che si è comportato in modo disonesto, lui che si sentiva pieno di virtù. Ha spinto un amico al suicidio, rendendogli evidenti le contraddizioni tra le aspirazioni spirituali per una vita ascetica e l'attrazione amorosa verso una giovane donna, amata anche dal maestro. > E così, pur desiderando seguire in tutta sincerità la vita dell'onestà, me ne allontanai. Ero uno sciocco, se vuoi, un astuto arrogante. (...) Dentro di me nacque, come in un vortice, la sensazione di aver vinto barando e di essere stato sconfitto come uomo. Nella bella prefazione, dal titolo espressivo «Soseki: la solitudine come arte», Gian Carlo Calza ripercorre la biografia umana e letteraria dell'autore e definisce «Il cuore delle cose» «un resoconto fedele della vita o del destino stesso dell'autore». Se pensiamo come nessuno dei protagonisti del romanzo abbia un nome e che già in un'opera del 1905 («Io sono un gatto» vedi recensione in questo sito) Soseki avesse giocato sui due personaggi (il gatto narratore e il noioso professore d'inglese) per descrivere le diverse facce della stessa personalità, si può suggerire che il giovane studente, il maestro e l'amico, siano differenti punti d'indagine del carattere dell'autore: il ragazzo rappresenta la fragilità della giovinezza ricca di attese, l'amico suicida sta per la ricerca di ancoraggi spirituali in una fase di transizione, e infine il maestro è Soseki orami disilluso, rinchiuso nell'individualismo e in una visione pessimistica della vita e del Giappone. Se ci distacchiamo dalla biografia dell'autore e ci trasferiamo in modo ardito nell'Italia di oggi, ecco che il rapporto tra il ragazzo e il maestro pare ben qualificare la crisi intergenerazionale che caratterizza il nostro Paese. Noi, «baby boomers», siamo i cattivi maestri che distillano pillole di saggezza, belle frasi retoriche, ma come il maestro di Soseki siamo disonesti perché manipolatori, protetti dalle nostre pensioni, con comportamenti ben lontani da quanto pomposamente affermiamo. I giovani sono il ragazzo, ingenui, pieni di aspirazioni, in fuga dai cattivi maestri, ai quali non credono più! Questa trasposizione al presente è suggerita anche dalla rappresentazione teatrale del «Il cuore delle cose» da parte di Kenzaburo Oe ( si veda la recensione di«La foresta d'acqua» ) dove il maestro è visto come un «falso educatore» dai giovani liceali che assistono alla rappresentazione. In modo elegante e nitido l'autore indaga l'intrigo psicologico e morale tra il maestro e il giovane, cosi come tra il primo e l'amico suicida. La narrazione procede lenta e talvolta ripetitiva; la lunga lettera ha troppo i tratti del soliloquio da non essere prolissa. Perché leggerlo? Sollecita numerose riflessioni sul presente.




