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Balzac e la piccola sarta cinese
RecensioneItaliano

Balzac e la piccola sarta cinese

Siamo nel 1971 in Cina durante la rivoluzione culturale di Mao. Due ragazzi vengono inviati a rieducarsi in uno sperduto villaggio di montagna. Uno dei due è il narratore mentre l'altro è il suo amico Luo. Di certo, attraversa l'intero romanzo una critica al regime comunista; critica condotta con ironia e leggerezza ma non per questo meno graffiante. Se si limitasse al racconto di come due simpatici e sfortunati ragazzi di città siano sopravvissuti in un ambiente così distante dalla loro provenienza sociale e culturale, il libro resterebbe rinchiuso nella sua dimensione storicamente datata; in realtà l'autore affronta il tema universale del libro come scoperta di se stessi e strumento di emancipazione.  I due amici si imbattono in una ragazza, figlia del sarto locale. > Quando si chinava sopra la macchina da cucire, la risplendente base di metallo rispecchiava la scollatura della sua blusa bianca, del viso ovale e lo scintillio negli occhi, senza dubbio i più belli nel distretto . Sofisticata ed elegante, «in un posto dove quasi tutti andavano a piedi nudi», la piccola sarta affascina i ragazzi, dando un senso allo loro misera vita. Un altro fatto sopraggiunge a cambiare il destino dei due amici, e della piccola sarta: la scoperta di un baule che contiene i grandi romanzi della letteratura francese, da Balzac a Flaubert. Vengono in possesso dei libri e li leggono avidamente. > Sfogliarli con le punte delle dita mi faceva sentire come se le mie fragili mani fossero in contatto con le vite umane .  E' una sensazione meravigliosa ma insidiosa perché immergersi nella natura umana tramite la penna dei grandi scrittori dell'Ottocento travolgerà i ragazzi e trasformerà la piccola sarta cinese. «Non sarà più una semplice ragazza di campagna». In Luo, ormai amante, c'è come un delirio di onnipotenza: poter governare la crescita culturale della piccola sarta. E' possibile? > Vuole andare in città, disse (il padre). Menzionò Balzac. (...) Disse che ha imparato una cosa da Balzac che la bellezza di una donna è un tesoro al di là di qualsiasi prezzo . Era forse meglio lasciarla ignorante? In larga parte il romanzo ha una trama lineare, ricca di episodi gustosi, sorprendenti e gioiosi. E' come se i due amici si divertissero: si travestono, per esempio, da Mao per carpire i testi di canzoni popolari da un vecchio selvatico montanaro  e così darli al proprietario dei libri in cambio di alcuni romanzi: progetto riuscito ma che fallisce perché le canzoni sono fortemente erotiche e quindi in contrasto con la morale socialista. Ad un certo punto la narrazione muta di segno e diviene cupa e opprimente. Subentrano due metafore, quelle del precipizio e del corvo, presagi del disastro verso il quale si stanno dirigendo i due amici (secondo la cultura cinese gli oracoli hanno un'importanza fondamentale perché ci dicono quale sia «la via del Cielo»). Successivamente, il narratore si ritrae per lasciare spazio al racconto degli altri personaggi: il vecchio montanaro, Luo e la piccola sarta. E' un momento lirico, distante dall'approccio narrativo seguito sino al quel punto. E' come se il narratore accettasse definitivamente di essere messo in un ruolo ancillare; tuttavia, capiamo come stia percorrendo pure lui un suo percorso, verso la comprensione della femminilità. Ed infine assistiamo al racconto, rassegnato e disperato, dell'aborto della piccola sarta, la quale compie le sue scelte all'insaputa di Luo che l'ha messa incinta. E' come se la libertà della donna richieda sempre un atto doloroso. La scrittura è elegante, in grado di orchestrare con differenti registri lessicali e sintattici. Fluido, brioso, effervescente, l' autore riesce a non disperdere la narrazione pur affrontando numerosi temi, molti dei quali in sovrapposizione e persino in contrasto. Può mantenere la barra dritta sul finale, sorprendente e inquietante, perché la storia ruota intorno al fascino misterioso del libro. Perché leggerlo? E' un gioiello!

Dai SijieVintage
Between the assassinations
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Between the assassinations

Il libro è una raccolta di racconti ambientati in una città dellʼIndia Sud Occidentale, Kittur. Lʼautore ripercorre i vari luoghi della città, la gente e la vita sociale, come un nuovo Guy de Maupassant. Ma in realtà, come dice un editore respingendo i racconti, > i tuoi personaggi non vogliono assolutamente nulla. Semplicemente camminano tra situazioni descritte accuratamente e pensano profondamente. Camminano tra le mucche, gli alberi, i galli, e pensano, e poi camminano tra galli, alberi e mucche e pensano un pò di più. Ciò è tutto. La narrazione, infatti, si sviluppa tra la descrizione realistica, cruda e spesso ripetitiva, della moderna società indiana, e la cronaca pessimistica di una immodificabile dimensione sociale ed esistenziale. Malgrado lʼ intenso dinamismo economico dellʼIndia, non cʼè un reale cambiamento nella struttura sociale, nei rapporti tra le caste, nei meccanismi di governo, sempre dominati dalla corruzione e dal sopruso, e nella vita dei personaggi, che tutte le volte che vorrebbero avere o credono di aver raggiunto un minimo di mobilità sociale vengono ricacciati nellʼinvariabilità dei ruoli di una società stratificata. Tutti i racconti sono particolarmente belli, ma quello più emblematico dellʼintera raccolta è «Market and Maiden». Keshaya é un ragazzo proveniente dalla campagna in cerca di lavoro in città: «è piccolo, magro, di pelle scura, con enormi occhi che vagano sognanti». Pieno di energia ma ad un tempo «capace di guardare al soffitto per ore», il ragazzo non sa bene cosa vuole ma resta affascinato dalla vita del conduttore del tram, che lavora allʼesterno, attaccato pericolosamente al mezzo. Riesce a conquistarsi questo lavoro e ed è felice perché va a lavorare con la bicicletta che gli ha dato il padrone. Era di un precedente conduttore di tram, che oggi chiede lʼelemosina per la strada perché azzoppato dopo un incidente. Un giorno, Keshaya cade, picchia la testa, viene licenziato e si trova a vagare per il mercato, come un pazzo, come un uomo selvaggio. E tutti fanno finta di non riconoscerlo ma «era il re del tram numero 5», urla lo zoppo, lʼunico che gli sta vicino, per la solidarietà che cʼè tra i poveri e gli infelici. «Ciò è come va il mondo», dice il protagonista di un altro racconto, «ed allora è un mondo schifoso». E che cosa può fare lo scrittore? Se non vuole impazzire, come un altro personaggio del libro, deve convincersi che > ogni vera parola, appena è stata scritta, è come la luna piena, in un giorno svanisce e passa interamente nellʼoscurità. E questo è il modo di tutte le cose . Ciò che è veramente notevole nei racconti è la scrittura di Adiga. Essa riesce a trasfigurare il realismo sociale nellʼattesa, o nella possibilità, di una fuga, tutta contemplativa ed interiore, dalle forze deterministiche ed inesorabili dellʼeconomia e della sociologia. In «The Bunder», Abasi è un piccolo imprenditore, oppresso dalla corruzione dei funzionari pubblici, che vive un profondo conflitto interiore, tra lʼesigenza di dare sicurezza alla sua famiglia e la consapevolezza che le lavorazioni che svolge nella sua fabbrica porteranno le lavoranti inesorabilmente alla cecità. Che fare? Sale sul tetto della sua fabbrica: > da qui un uomo può vedere i limiti di Kittur... e vedere il mare dʼArabia che si estende da Kittur. Il sole al tramonto sta brillando sopra di esso. Una nave sta lasciando lentamente il porto, navigando laddove le acque blu del mare cambiano colore e diventano di uno scuro profondo. E sta per incontrare un larga fetta del brillante sole al tramonto, unʼoasi di pura luce Abisa si getterà dal tetto o accetterà le inesorabili leggi dellʼeconomia? Restiamo in uno stato di sospensione, di attesa, che è la conclusione della maggior parte dei racconti. Perché leggerlo? Sono racconti splendidi, una scrittura meravigliosa e vicende sociali e umane di grande impatto.

Aravind AdigaAtlantic Books
Bilal
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Bilal

Il libro fa parte di un genere letterario, che ha la sua maggiore espressione in Gomorra e che può costituire un occasione di rinascita per una letteratura esangue, quale quella italiana. Si tratta di un mix tra il romanzo e lʼinchiesta sociale. Fabrizio Gatti è un giornalista che compie le sue indagini sullʼimmigrazione, fingendosi un immigrato e quindi vivendone le condizioni di vita. Il romanzo nasce di per sé, in quanto lʼautore vive in prima persona le vicende narrate e le persone incontrate. Nella prima parte del libro lʼautore ha percorso il cammino tra Dakar e il confine della Libia descrivendo le condizioni disumane e soprattutto la violenza che caratterizza questi viaggi. Di fatto, le persone sono in mano ad organizzazioni criminali, colluse con le polizie locali, che colgono tutte le occasioni per taglieggiare i disperati. Il trasporto avviene con mezzi di fortuna ( vecchi camion, fuori strada), che spesso si rompono lungo il percorso, abbandonando i passeggeri ad una morte certa, nel deserto. La mancanza di soldi per proseguire il viaggio riduce gli immigranti in una sorta di schiavitù nelle zone di passaggio, costretti a lavorare per avere almeno qualche cosa da mangiare. Si tratta della parte più bella del libro, sia per le descrizioni dei luoghi (in certi momenti diviene quasi un racconto di viaggi), sia, soprattutto, per le amicizie che lʼautore stringe con alcuni dei compagni. E qui emerge in modo chiaro la spinta dellʼautore a compiere queste esperienze, ricerca dellʼavventura e nel contempo delle ragioni di una delle più grandi disperazioni del nostro tempo: > e stanotte mentre sto aggiornando il diario, chiuso nel sacco a pelo con la mini torcia elettrica stretta tra il collo e la spalla, sento che sono in balìa dellʼimmenso fiume di braccia. Mi accordo che non esistono approdi. Non sono più io a fare questo viaggio. È il viaggio, nella sua crudeltà infinita, a plasmare me . Nella seconda parte del libro, lʼautore riporta la corrispondenza via e-mail con due amici, conosciuti nel precedente viaggio, che sono rimasti bloccati in Libia. È la parte meno valida del romanzo, ma fornisce comunque una visione della Libia e della condizione degli immigranti in questo paese, che non è solo di transito, come pensiamo in Italia, ma è già spesso una destinazione di lavoro. Sotto la pressione dellʼItalia, la Libia porta avanti una vera e propria persecuzione degli immigranti, spesso concentrati in campi ai margini del deserto e poi abbandonati ad una morte certa. Ci sono poi due parti del libro, che non ci permettono di stare lontani dal problema, pensando che si tratti di questioni di altri paesi. Innanzitutto, Fabrizio Gatti riesce a farsi accettare come un curdo e si fa «imprigionare» nel campo di accoglienza di Lampedusa. Emerge un quadro vergognoso delle condizioni materiali di vita e del comportamento della polizia italiana, in evidente contrasto con i principi della nostra costituzione. Poi, il giornalista descrive la sua inchiesta, sempre fingendosi un immigrante, sulle condizioni di lavoro e di vita della raccolta dei pomodori in Puglia. La sintesi dellʼimpatto sul lettore è data da una riflessione dellʼautore: > li avresti lasciati ammazzare? La risposta è uno spartiacque. Non esiste via di mezzo. Non cʼè possibilità di mediazione tra un mondo di battaglie civili e i suoi surrogati di violenza . Infine nella parte finale, lʼautore ripercorre il viaggio «a ritroso» dalla Libia a Dakar, in parte per descrivere la cacciata degli immigranti dalla Libia e in parte alla ricerca degli amici dispersi. È una parte confusa, nella quale emergono in modo evidente i limiti della scrittura di Fabrizio Gatti, troppo giornalistica per reggere un libro così lungo e complesso. La domanda che ci si deve porre è come mai un libro così «forte» abbia avuto una risonanza così modesta. Una prima risposta può derivare, certo, dai limiti dello stile e del ritmo narrativo, il primo troppo frammentato per essere scorrevole, il secondo spesso ripetitivo e prolisso. Una seconda ragione è da ricondurre al modesto coinvolgimento degli italiani verso le condizioni dellʼimmigrazione. Siamo di fronte ad una generale indifferenza verso il «mercato dei nuovi schiavi». Purtroppo, caro Fabrizio Gatti, esiste una possibilità di mediazione tra un mondo di battaglie civili e i suoi surrogati di violenza: mettere la testa sotto la sabbia e rinchiudersi nel proprio condominio.

Fabrizio GattiRizzoli
Biliardo alle nove e mezzo
RecensioneItaliano

Biliardo alle nove e mezzo

Il romanzo si avvia in un'atmosfera kafkiana: l'ingegner Robert Fahmel, esperto di calcoli strutturali, si lamenta con la segreteria per aver disubbidito a un suo preciso ordine: non dire mai dove si trova, se non alla madre e al padre, ai figli, e a un certo Schrella, che scopriremo poi essere suo cognato e amico di liceo, quando entrambi non aderirono alla gioventù nazista. Siamo nel 1958, nella Germania dell'immediato dopoguerra, quando > tutto era come affondato nel passato, eppure presente. Nella regolare, persino liturgica, organizzazione della sua vita l'illustre ingegner Fahmel si reca ogni giorno, dalle nove e trenta alle undici, a giocare a biliardo in un grande albergo, e lo fa alla sola presenza di un fattorino, cui racconta gli anni del liceo quando i compagni avevano mangiato «il sacramento del bufalo» (un chiaro riferimento al nazismo che non viene mai citato) e picchiavano gli «agnelli di dio», quelli che si rifiutavano di aderire all'ideologia nazista. > Colpiva una palla con un colpo ora dolce ora duro, in apparenza senza ragione e senza scopo; (...) cinque volte, sei volte, quando la palla colpita urtava la sponda o le altre palle. (...) La giostra delle linee era sempre ancorata agli angoli, docile alle leggi della geometria e della fisica. Il quotidiano e solitario gioco del biliardo è il divertimento di un uomo amante delle leggi della statica o nasconde un qualche mistero che l'ingegner Robert Fahmel si porta con sé? Per un po' la domanda non trova risposta, in un romanzo caratterizzato da un continuo cambio di narratore, dalla terza persona all'io, e da sempre nuove finestre sul passato e sul presente, come vogliono le leggi della rimembranza. Per lunghe pagine seguiamo il racconto del padre di Robert; di quando, nel 1909, arrivò in città dalla campagna per partecipare a un importante concorso: la costruzione dell'Abbazia di Sant'Antonio. La descrizione delle ore trascorse in un café a preparare gli elaborati progettuali, mangiando formaggio allo zenzero, è una parentesi leggera e divertente in un romanzo cupo e senza speranza. D'altra parte il padre di Robert ha grandi aspettative, confermate dall'aggiudicazione della costruzione dell'Abbazia, che gli aprirà un futuro di successo e di fama come grande architetto, e che gli permetterà un matrimonio importante, con la promessa di una grande famiglia, di figli, nipoti e pronipoti. Ma proprio nel momento in cui consegnava gli elaborati il padre di Robert percepì un presagio del futuro: > socchiudendo gli occhi mi sembrava di avere davanti, già reale, l'intera massiccia costruzione, come se la guardassi da una finestra: i monaci chini al lavoro, i pellegrini che si dissetavano e le lavoranti che già sotto cantavano, attendendo trepide la fine del lavoro, con voci chiare e cupe, che mi giungevano quassù come un canto di morte. Allora chiusi gli occhi e già provai quel senso di gelo che solo cinquant'anni più tardi avrei sentito, uomo maturo, in mezzo al brulicare di vita. Le malattie, il nazismo e la seconda guerra mondiale gli porteranno via molti dei figli e la giovane nuora, sino alla pazzia della moglie; pure l'Abbazia sarà distrutta, demolita dai tedeschi stessi per fare terra bruciata agli alleati. Dal passato torniamo al presente, nel 1958, con una scena apparentemente marginale. Joseph, il figlio di Robert, è insieme alla fidanzata, ma è taciturno, chiuso in sé stesso, non vuole parlare e non vorrebbe andare a un pranzo di famiglia. Pure lui architetto, Joseph lavora alla costruzione della nuova Abbazia e ha scoperto alcuni numeri scritti dal padre in diversi punti dei resti del vecchio edificio: sono le indicazioni dove collocare la dinamite per demolire l'Abbazia. E' stato quindi Robert, ufficiale dei genieri, a distruggere quel capolavoro, che tanto rappresentava nella vita del nonno. Le palle, > rosse sul verde, bianche sul verde, la musica monotona delle palle, come un ritmo di un canto gregoriano, (...) quasi segni di una severa poesia , sono la metafora della ricerca di un ordine che sani, nella sua quotidiana liturgia, le ferite inguaribili di una Germania, in cui le colpe di un popolo si intrecciano a quelle dei singoli, i destini familiari lacerati al delirio di potenza di una nazione. «Perché perché perché», questa espressione interrogativa torna spesso nel romanzo. Come è possibile che un popolo intelligente e colto abbia generato tanta morte? Ed è possibile una conciliazione con il passato? Attraverso una storia familiare, che ruota attorno alla razionalità meticolosa dell'ingegneria nella costruzione così come nella demolizione, Boll riesce a trasmetterci il dolore e la confusione, il disorientamento e la disperazione di un popolo.  In «Non disse nemmeno una parola» del 1952 Boll ha narrato la condizione di un popolo ridotto alla fame, tra le macerie della Germania postbellica; più avanti nel 1963, in «Opinioni di un clown», Boll  disegnerà i guasti morali del miracolo economico (si vedano le recensioni in questo sito); in questo romanzo lo scrittore pare voler prendere le distanze dalla follia nazista, ma senza riuscirvi: il passato riaffiora di continuo e i personaggi sono come  comparse, che brancolano tra la pazzia e l'indifferenza, forse l'unico modo per metabolizzare il lutto. Quali che siano i risultati, Boll fa i conti con la storia, senza nascondersi dietro una facile autoassoluzione. Noi italiani abbiamo fatto altrettanto? I Moravia, i Calvino e gli altri scrittori del dopoguerra hanno scritto delle nostre colpe, o si sono rinchiusi nel familismo, nell'astrattismo o nel vittimismo, come nella «Storia» di Elsa Morante (si veda la recensione di questo romanzo in questo sito)? Non dobbiamo aspettarci una trama lineare, per apprezzare il romanzo bisogna lasciarci avvincere dalla scrittura, dal fascino di una prosa che ricorda a tratti Thomas Mann (si veda la recensione dei «I Buddenbrook» in questo sito) e in altri la musicalità di Laszlò Krasznahorkai (si veda la recensione di «Melanconia della resistenza» in questo sito). Peccato che alla fine il romanzo si sia perso in uno scivolamento delirante verso il nulla. Perché leggerlo? Un capolavoro sofferente, su cui noi italiani dovremmo riflettere.

Heinrich BollOscar Mondadori
Blood and Thunder
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Blood and Thunder

Il sotto titolo del libro è «l’epica storia di Kit Carson e la conquista del West». Il libro copre, infatti, un periodo molto lungo, dal 1809, anno di nascita di Kit Carson, alla sua morte nel 1868. Anche se la grande guida è al centro del libro, in realtà ci sono tutti i protagonisti di quegli anni, che hanno contribuito a una vicenda estremamente complessa e articolata, nella quale si inseriscono diverse aspirazioni: il sogno imperiale degli Stati Uniti finalizzato a conquistare tutto il continente, dall’Est all’Ovest, a spese di un paese più debole, quale il Messico; l’espansione economica verso territori, la cui ricchezza era anche sopravvalutata; la guerra civile americana con il ruolo svolto dalle popolazioni indiane; lo scontro di culture (nord-americani, messicani e indiani) e infine la forte impronta di una visione metodista che vuole imporre le proprie regole senza riconoscere le peculiarità e le caratteristiche specifiche. Alla base del libro c’è quindi il sogno americano, l’idea di essere nel giusto e quindi l’incapacità di comprendere le popolazioni indigene. Queste ultime, abituate a una società nomade e basata sulla razzia, non si rendono conto di trovarsi di fronte a un nuovo avversario, diverso dagli spagnoli e dai messicani, dotato di mezzi tecnologici e soprattutto di unʼostinazione tale da arrivare sino in fondo. A pagare il prezzo più caro sono i Navajios, che peraltro costituivano una nazione indiana tra le più forti e le più ricche. Essi vengono distrutti: prima dalla fame, poi dalla lunga marcia verso una località che doveva rappresentare un esperimento di civilizzazione e si rivela invece una zona inospitale, dove le malattie, lo scarso raccolto e le condizioni insalubri dell’acqua danno un colpo mortale ai Navajios. È un libro di scontri e di battaglie, di saccheggi e crudeltà, nel quale emerge una società violenta, dall’una e dall’altra parte. Uno strano codice di condotta unisce di fatto americani e indiani: dente per dente, occhio per occhio. In questo contesto Kit Carson, già leggendario in vita, rappresenta una figura emblematica: grande guida, dotato di doti diplomatiche e nel contempo guerriere, condottiero, è alla fine un esecutivo, che, malgrado la sua volontà, è portato, per ubbidienza e riconoscenza verso altre persone, ad affrontare guerre e condizioni che lui stesso non condivide. È un debole in fondo, una fragilità evidente anche nel fisico e nella voce al punto che i visitatori, che avevano letto i racconti sulla sua vita e sulle sue imprese, non lo riconoscono al momento dell’incontro. Si tratta di un eroe, che diviene tale nonostante se stesso, quasi una figura costruita ad arte nell’immaginario collettivo degli Stati Uniti. Questa figura è servita ad aprire la conquista del West al popolo americano e a giustificare gli eccidi verso gli indiani. Come tutti gli eroi è anche un anti eroe. Il libro è molto bello. Sembra ben documentato sotto il profilo storico e pur non essendo un romanzo vero e proprio, la narrazione ne ha tutte le caratteristiche. Anche il sovrapporsi degli episodi, che si sviluppano in parallelo per poi confluire in una vicenda centrale, crea un clima di suspense, tipico di un racconto poliziesco o di una moderna fiction. L’approccio è cinematografico. La parte più interessante è il largo ricorso ai diari stessi delle persone che hanno partecipato agli avvenimenti. Per esempio, una donna che ha seguito la carovana verso la conquista di Santa Fè, capitale del New Messico, racconta scandalizzata un ballo in onore dei conquistatori dove le donne messicane si presentano con vestiti scollati e provocanti.

Sides HamptonDoubleday
Un bosco di pecore e acciaio
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Un bosco di pecore e acciaio

Chi ascolta la musica spesso non si rende conto quanto la qualità del suono dipenda dall'accordatura dello strumento. Tra musicista e accordatore c'è un complesso legame, raffigurato dall'autrice con l'immagine delle gazze. In un'antica leggenda cinese le gazze formano un ponte sulla Via Lattea tra le stelle Vega e Altair nel settimo giorno del settimo mese lunare: amanti celesti infelici perché separate, in quel giorno potranno finalmente unirsi, a compimento di un grande amore. Il suono, inesplicabile e affascinante creazione della natura e dell'uomo, è al centro di questo romanzo. Tomura è un liceale e vive in un' isolata cittadina di montagna; gli bastava > proseguire la scuola in qualche modo fino al diploma, trovare un lavoro qualsiasi, e continuare a vivere . Gli sarebbe stato sufficiente contemplare ogni anno il miracolo della primavera sulle montagne, quando «gli alberi spogli germogliano tutti insieme.» (...) > Tutta la montagna pareva emettere luce, per l'enorme quantità di rami debolmente soffusi nel rossore. Sopraffatto dalla visione di quelle fiamme illusorie che bruciavano i monti, rimanevo incantato senza riuscire a fare nulla. E ne ero felice . La sua vita cambia quando arriva un accordatore a sistemare il modesto pianoforte della scuola. Guardando l'uomo lavorare Tomura sceglie questo mestiere. S'iscrive a una scuola professionale, e poi viene assunto da una ditta di strumenti musicali. Dapprima è un apprendista, che segue colleghi più esperti presso i clienti, poi, gradualmente e subendo anche insuccessi, gli viene concesso di lavorare da solo. > Io non ho talento (si diceva Tomura). (...) Non dovevo nascondermi dietro la parola talento: non dovevo usarlo come pretesto per arrendermi. L'esperienza, l'esercizio, lo sforzo, la saggezza, la presenza di spirito, la perseveranza, e poi la passione: se il talento non fosse bastato, l'avrei sostituito con quelli. (...) Aggrapparsi a qualcosa, e usarlo come un bastone al quale appoggiarsi per tirarsi su. Ancora una volta la svolta irrompe dall'esterno. Assiste all'esecuzione al pianoforte della giovanissima Kazune e ne rimane incantato, ammaliato dalla musica e dal modo di suonare della ragazza. > Il pianoforte di Kazune era una sorgente connessa con il mondo, che non si prosciugava mai, anzi, avrebbe continuato a sgorgare senza posa, anche se non ci fosse stato nessuno ad ascoltarla . E gli torna alla mente un episodio della sua infanzia. Bambino camminava nel bosco quando vide delle luci che > si affollavano sui rami sottili di un olmo e brillavano sfolgoranti. Non so che fenomeno fosse. Però era bellissimo. Quasi da far paura. Ascoltando la musica di Kazune, Tomura è certo che in montagna, in un luogo che non conosceva, un albero stesse brillando. L'Amore, senza se e senza ma, quel sentimento che non si attende un ritorno, spinge Tomura a superare le sue incertezze e a divenire un accordatore per concerti, al servizio di Kazune, del pianoforte e della musica. E' senza dubbio un romanzo di formazione. Tomura impara un mestiere divenendo adulto nello stesso tempo. Aiutato da un ambiente di lavoro benevolo, forse oltre al plausibile, il ragazzo comprende che le origini povere e montanare non sono un limite; anzi, gli danno una caparbietà che sarà la sua forza. Fin qui sarebbe un racconto ovvio, fatto di lunghi dialoghi con i colleghi, che profondono «pillole di saggezza», e appesantito da dettagli tecnici sull'arte dell'accordatura, curiosità interessanti ma ridondanti. A dare un tratto originale e attraente al romanzo é quel senso di magico che deriva dall'accostamento del suono del pianoforte con le luci e i rumori del bosco: un tocco scintoista tipico della cultura giapponese perché non ha nulla di romantico né di banalmente panteista. Se il pianoforte è un'invenzione dell'Ottocento europeo, la melodia dolce e l'aere luminoso sono sensazioni del bosco che la nostra cultura positivistica e idealistica ha smarrito da secoli. Sotto l'apparente impronta realistica, il racconto ci invita a trovare un'armonia con l'Universo, aiutati dalla musica. Lo stile narrativo è essenziale, quasi minimalista: frasi brevi, poco aggettivate, d'altra parte il narratore è un giovane ventenne, non particolarmente bravo a scuola. La ricorrente citazione di Hara Tamiki, laddove il poeta dell'Olocausto definisce la complessa ambiguità dello stile, sta a indicare come la semplicità della scrittura sia una scelta voluta dell'autrice, operazione perfettamente riuscita. Possiamo dire parafrasando Tamiki: > uno stile che paia dolce, fino a un certo punto, ma sia invece pieno di severità e profondità; uno stile bello come il sogno, ma certo come la realtà . Perché leggerlo? Luminoso, quieto, carico di amore e nostalgia.

Natsu MiyashitaOscar Mondadori
The brotherhood of the grape
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The brotherhood of the grape

Henry Molise è figlio di un padre tirannico e ubriacone. Chiamato dai fratelli perché sembra che i genitori vogliano divorziare, dopo un’ennesima prepotenza del padre, Henry si trova coinvolto ad aiutare proprio il padre a costruire un piccolo magazzino in pietra, presso un motel fuori città. Durante il viaggio in compagnia dei vecchi amici del padre e lavorando insieme, Henry riscopre con orrore la propria matrice familiare e l’affetto per il padre. Il magazzino, appena finito, viene distrutto da una tempesta di vento dimostrando chiaramente come il vecchio padre, un tempo famoso e abile artigiano, non sia più in grado, fisicamente e intellettualmente di compiere un lavoro, anche se semplice. A questo punto, la storia precipita: il padre si sente male, viene ricoverato e quindi fugge dall’ospedale per morire presso un vecchio amico, che ha un vigneto e produce un ottimo vino. I fili conduttori del libro sono fondamentalmente due:il contesto familiare, dal quale Henry ha cercato di fuggire per poi riscoprire con questo ritorno a casa di farne parte in modo indelebile. Il contesto familiare non è solo composto dai personaggi (la madre, i fratelli, gli amici del padre e i frequentatori del bar, i vicini che sopportano le intemperanze del padre), ma ne fanno parte anche gli oggetti (innanzitutto, il vino e la cucina) e i ricordi di un’infanzia, fortemente plasmata dall’origine italiana. «La fratellanza dell’uva» è l’ambiente di una serie di relazioni primordiali, che creano legami profondi tra gli uomini. È emblematica da questo punto di vista la figura di Angelo Musso, sublime produttore di vino e privo della parola, che costituisce per i partecipanti della fratellanza un «dio greco», che quando Henry viene a prendere il padre per riportarlo in ospedale sentenzia con una saggia fatalità «è meglio morire bevendo che morire di sete» e «è meglio morire tra gli amici che tra i dottori». È evidente la nostalgia per un tempo antico, nel quale il ritmo della vita e i legami tra gli uomini erano determinati da una saggezza autentica; i rapporti con il padre, che ha condizionato la vita di tutti i figli senza riuscire peraltro a conseguire il desiderio di trasmettere le proprie capacità di artigiano. Non si tratta tanto dei tradizionali legami, fatti di conflitto e di affetto con la figura paterna; l’oggetto del racconto è soprattutto costituito dall’attività di cavatore e posatore di pietre , che è stata tramandata al padre dai suoi genitori. I figli rifiutano questa attività, che ha condizionato pesantemente la loro vita. Il fallimento del padre nella sua ultima opera ne rileva tutta la fragilità e debolezza e riapre quindi il rapporto con il figlio, che riscopre un affetto e un legame con il genitore ma anche con il suo lavoro, che si era perso nel tempo a causa della presunta onnipotenza della figura paterna. Lo stile ricorda quello dei grandi scrittori americani, come Faulkner e Chandler, ma è basato sull’uso delle parole, sul loro accostamento attento così da esprimere un ritmo poetico e musicale. Il significato del racconto non emerge tanto dalla trama né dallo studio dei personaggi e dalla descrizione degli ambiente, ma soprattutto dalle sensazioni che emergono dal susseguirsi delle parole e dei suoni.

John FanteBlack Sparrow Press