Age of iron
Il romanzo è ambientato in Sud Africa a metà degli anniʼ 80, nei tempi dellʼapartheid. Una anziana insegnante di materie classiche viene a sapere di avere un tumore incurabile. Decide allora di raccontare gli ultimi giorni della vita alla figlia, che ha lasciato il paese da molti anni: > ti racconto la storia non perché tu abbia compassione per me ma perché tu possa apprendere come sono le cose. Sarebbe più facile, lo so, che la storia venisse da qualcunʼaltro, se fosse una voce di un estraneo a risuonare nelle tue orecchie. Ma il fatto è, non cʼè nessunʼaltro. Io sono sola, la sola a scrivere. Non passarci sopra, non perdonare facilmente. Leggi tutto con un occhio distante . In questa dichiarazione della protagonista si racchiudono i molteplici significati del romanzo: gli avvenimenti, e soprattutto le compagnie, degli ultimi giorni di vita della vecchia signora, la solitudine e la nostalgia del passato, lʼesilio dalla figlia. Un vagabondo alcolizzato e un cane randagio trovano riparo presso la dimora della protagonista, che dapprima diffidente ma poi sempre più fiduciosa li accoglie trovando sostegno e amicizia. Nel frattempo le vicende di due ragazzi di colore coinvolgono lʼanziana insegnante nelle pesanti condizioni di vita della popolazione negra e soprattutto nella crudele repressione della polizia afrikaner. Sconvolta dai fatti che travolgono una vita sino allora tranquilla, la lettera alla figlia cambia di senso: doveva essere un modo per rafforzare il legame e invece la donna si trova trascinata nella confusione e nellʼincertezza: lʼamore verso la figlia diviene più astratto e lontano mentre sono sempre più forti i sentimenti verso chi le è più vicino nel male e dinanzi alla morte: il vagabondo, il cane e i due ragazzi di colore. E una richiesta di amore si eleva dalla vecchia insegnante: > e questa lunga lettera, lo dico adesso, è una richiesta verso il tramonto, verso lʼoccidente ( la figlia vive negli Stati Uniti) per te di ritornare da me. Vieni e nascondi la testa sul mio grembo come fa un bambino, come tu eri solito fare. Non posso vivere senza un bambino, non posso morire senza un bambino. Ciò che io sopporto, in tua assenza, è pena. Io produco dolore. Tu sei il mio dolore. È questa una accusa. Si io ti accuso. Ti accuso di avermi abbandonato . È un romanzo potente ed ancestrale, dominato da temi classici, tipici della tragedia greca, di quella di Eschilo e di Sofocle. Il rapporto tra madre e figlio viene investigato non in termini psicologici ma rimandandolo ad un destino ineluttabile, del distacco della progenie dai genitori. La fuga della figlia dal Sud Africa genera lʼesilio della madre, la sua solitudine ed insieme la consapevolezza che non sarà ricordata dopo la morte > lasciami andare da me stessa, lasciami andare via da te, lasciare andare via da una casa ancora viva di ricordi: è un compito difficile, ma sto imparando . > Non avere paura, dice la protagonista,non ti cercherò. Non è la mia anima che resterà con te ma lo spirito della mia anima, il respiro, il movimento dellʼaria intorno a queste parole, lʼesilissima turbolenza tracciata nellʼaria dal passaggio extra terreno della mia penna sopra la pagina che le tue dita adesso tengono . Perché leggerlo? Non è facile la lettura, anche perché lʼautore apre spesso parentesi filosofiche, ma la profondità cosmica del romanzo e le suggestioni di molte pagine valgono la fatica.
L'alveare
Il romanzo è ambientato a Madrid durante la seconda guerra mondiale: è un periodo di profonda crisi economica, caratterizzato da una diffusa miseria e da un senso di «attesa senza speranza», aspettativa di un generico cambiamento insieme a un rassegnato pessimismo. Dona Visi è felice perché la figlia ha trovato un fidanzato, > uno che studia per il posto di notaio , il marito > si rigira fra le lenzuola, > Bene, aspetta a suonare le campane a festa. (...) Stiamo a vedere come va a finire , e il marito lo sa bene perché ha incontrato la figlia a prostituirsi. Madrid è una città dove tutti > camminano senza alcuna meta, con le mani nelle tasche vuote -- nelle tasche che, a volte, non sono nemmeno calde -- con la testa vuota, con gli occhi vuoti e nel cuore, senza che nessuno se lo spieghi, un vuoto profondo e implacabile. (...) La notte si chiude (...) sullo strano cuore della città. Migliaia di uomini dormono abbracciati alle loro donne, senza pensare al duro, crudele giorno che forse li aspetta in agguato, come un gatto selvatico, tra poche ore. Centinaia e centinaia di studenti cadono nel vizio solitario. E alcune dozzine di ragazze aspettano -- che aspettano, Dio mio? Perché le illudi così? -- con la mente piena di sogni dorati.... Se La famiglia di Pascual Duarte > (si veda la recensione in questo sito) ruota intorno a un personaggio dominato da un'inclinazione sanguinaria, da un destino cui non si può resistere, qui abbiamo una serie di episodi, aneddoti e figure, in una successione disordinata che rende difficile ritrovare un filo unitario. D'altra parte a che serve approfondire la vicenda di Elvira, già stanca prostituta, o quella di Celestino, che parla da solo, o capire meglio chi sia realmente > il poeta del rione, (che) ha i pomelli rossi e qualche volta, quando è in vena, sviene nel Caffè e devono portarlo al gabinetto. Sono tante figure, fisiche e quindi contestualizzate, ma anche allegoriche di una condizione umana; ed è inutile entrarvi dentro, tanto è simile il loro destino. Se si vogliono proprio trovare due riferimenti, questi si possono individuare in Dona Rosa e in Martin. La prima > va e viene tra i tavoli del Caffè, urtando i clienti con il suo enorme sedere , al centro di un caleidoscopio di sconfitti e di rassegnati, > con i gomiti sul vecchio, crostoso marmo dei tavoli, (...) un tempo lapidi mortuarie (immagine stupenda di un mondo nel quale tutto è venuto meno). E lei, la grande ostessa, > si palpa il ventre (...) Vada, vada....Ciascuno al suo posto. (...) I peluzzi dei suoi baffi si agitarono in atto di sfida, solennemente, come i cornetti di un grillo innamorato e orgoglioso. Martin è un giovane intellettuale che vive di qualche articolo sul giornale, dei pasti della sorella, che gli mette da parte qualcosa all'insaputa del marito, e delle generosità di una tenutaria di bordello, che gli permette di dormire in un letto caldo accanto a una giovane prostituta. > Sente i capelli della giovane sulla sua faccia, sente il suo corpo nudo sotto le lenzuola, sente il respiro che, a volte, è un pochino roco, in maniera quasi impercettibile , e le recita una poesia melanconica, sogna di essere assunto all'Istituto di Previdenza Sociale, di andare sulla tomba della madre, e non si accorge neppure che la polizia franchista lo sta ricercando. > Martin, per un vago presentimento, non vuole affrettarsi..... E' vero che siamo nella Spagna degli anni '40, ma questa attesa senza speranza" non è forse il sentimento che ci pervade in questo momento, dinanzi ad annunci di clamorose svolte (la pace in Ucraina, la fine del genocidio a Gaza) per poi ritrovarci sempre nell'immobilismo più feroce? Non siamo noi come i personaggi di questo alveare, metafora della nostra condizione? Non ci sentiremo vicini a quanto racconta Cela se l'autore non si fosse affidato a uno stile asciutto, essenziale e intenso, così distante dalle circonvoluzioni di scrittori spagnoli contemporanei, come Cercas, Marìas e Aramburu (si vedano le numerose recensioni dei loro romanzi in questo sito). La scrittura di Cela, intrisa di crudo realismo magico, ricorda Canne al Vento di Grazia Deledda (si veda la recensione in questo sito). Il limite del romanzo risiede proprio nella dispersione dei tanti aneddoti, nella confusione della narrazione; elementi che rendono difficile orientare la lettura, darle un senso complessivo. Occorre lasciarsi andare senza cercare una trama complessiva. Perché leggerlo? Splendida la scrittura, metafora della condizione attuale
L'amica geniale
Per gran parte del romanzo lʼamica geniale pare essere Lila; è intelligente, capace di apprendere qualsiasi argomento (persino il latino) senza andare a scuola; è coraggiosa, creativa, intraprendente; con lʼadolescenza diviene anche una splendida ragazza. Elena, lʼio narrante ed una delle protagoniste insieme con Lila, ne è soggiogata sin dalle elementari, vorrebbe assomigliarle, nel fisico e nella mente. > Mi fissai con Lila, che aveva gambette magrissime, scattanti, e le muoveva sempre, scalciava anche quando era seduta accanto alla maestra (...) Decisi che dovevo regolarmi su quella bambina, non perderla mai di vista, anche se si fosse infastidita e mi avesse scacciata. (...) Mi addestrai ad accettare di buon grado la superiorità di Lila in tutto, e anche le sue angherie . Attraverso le parole di Elena seguiamo, un pò invidiosi, lʼinfanzia e lʼadolescenza delle due amiche, e dei loro tanti coetanei, in un rione popolare di Napoli, violento, crudele, ma vitale ed autentico. Il romanzo è, quindi, la narrazione di unʼamicizia, tra Lila e Elena, e con essa di un ambiente sociale? Verso la fine del libro ci accorgiamo che il tema è un altro: lʼautrice parla del distacco dal proprio mondo, come effetto dellʼistruzione, dellʼapertura verso altri orizzonti culturali e linguistici. Quando Lila, ancora adolescente, sposa il ricco salumiere del quartiere, conquistandosi una posizione agli occhi della gente del rione, le due amiche hanno un colloquio chiarificatore, per loro ed anche per il lettore. Elena frequenta brillantemente il liceo, e dichiara, con «un risolino nervoso», che abbandonerà gli studi, una volta presa la licenza. Lila le risponde, secca e decisa: > tu sei la mia amica geniale, devi diventare la più brava di tutti, maschi e femmine (...) devi studiare sempre . In quel momento Elena realizza come fossero finite «in due mondi diversi», pur abitando nello stesso rione, pur avendo avuto la stessa infanzia. Elena aveva ricavato da Lila lʼenergia per studiare, ma la scuola era diventata una sua personale ricchezza. > Ero cresciuta con quei ragazzi (i coetanei del rione), ritenevo normali i loro comportamenti, la loro lingua violenta era la mia. Con loro non potevo usare niente di ciò che imparavo ogni giorno, dovevo contenermi, in qualche modo auto degradarmi. (...) Ma proprio quella festa (il matrimonio dellʼamica) ratificava che Lila, lʼunica persona che sentivo ancora necessaria malgrado le nostre vite divergenti, non ci apparteneva più e, venendo meno lei, ogni mediazione tra me e quei giovani (...) si era esaurita. La storia dellʼamicizia di Lila ed Elena è lʼoccasione per una rara riflessione. Nel sentire comune la scuola svolge sempre una funzione positiva, di emancipazione e di elevazione spirituale. Lo è senza dubbio, si spera, ma troppo spesso si trascura come lʼistruzione ci renda estranei al nostro mondo di provenienza, facendoci perdere le radici antropologiche e disperdendo valori ed attitudini non sempre totalmente negativi. Cosa resterà di Napoli in una società che ci vuole tutti omologati? Il cambiamento è, poi, difficile e tormentato per chi lo compie. Elena, infatti, non si sente superiore allʼamica e ai suoi coetanei; tuttʼaltro, vive il distacco con sorpresa e con sofferenza, fa fatica ad acquisire una consapevolezza, che per molto tempo ha negato a sé stessa. Le medesime vicende sentimentali riflettono questo intimo conflitto: è innamorata di Nino, anche lui brillante liceale, ma si è fidanzata con Antonio, un bravo giovane, ma ahimè così ignorante. Perché soprattutto non mi ero fermata per dire a Nino resta, vieni al ricevimento (...) parliamo tra noi, scaviamoci una tana che ci tenga fuori da questo modo di guidare di Pasquale, dalla sua volgarità, dalle tonalità violente di Carmela e di Enzo, anche - sì, anche - di Antonio? " Il tema del distacco non viene affrontato con un approccio falso - narrativo, ma di fatto sociologico - normativo. Lʼautrice sviluppa un articolato sistema di personaggi, ciascuno di essi tratteggiato con efficacia e profondità psicologica. Parimenti, il rione è descritto con vivacità e coinvolgimento, pur non nascondendo la sua natura chiusa, immobile e violenta. Non si esprimono giudizi dallʼalto di una presunta superiorità sociale e culturale né, peraltro, si assumono toni giustificativi e populistici. I pregi letterari, i personaggi, Lila in particolare, lʼambientazione e la scrittura semplice ed elegante, rendono indulgenti verso le debolezze del racconto: un lento ritmo narrativo, a tratti ripetitivo, ed una trama che resta sospesa, forse per preannunciare ulteriori libri. Ma i romanzi a puntate si dovrebbero chiudere con unʼatmosfera di suspense, e non semplicemente con puntini di sospensione. Perché leggerlo? È affascinante la figura di Lila, fine ed elegante la scrittura.
L'amore ucciso
Immaginate qualche cosa di simile al romanzo di Anna Premoli ( «Ti prego lasciati odiare»): una storia dʼamore, delicata, leggermente ironica, fatta di fitti dialoghi e di riflessioni giovanili. Potrebbe essere una tenera favola, se non fosse che siamo in Giordania, per la maggior parte delle donne > unʼopprimente prigione, la cui atmosfera è resa ancora più tesa dal rischio di morire per mano dei propri congiunti. La Giordania è la mia casa. Amo la sua aspra bellezza, la sua storia travolgente. Ma, forse, non potrò farvi mai più ritorno . Non ci può essere lieto fine in una storia dʼamore impossibile, in una società nella quale > alla donna che infrange una qualsiasi delle norme che è tenuta a rispettare non è concesso il lusso del perdono . Noi lettori intravediamo sin dallʼinizio la drammatica conclusione del romanzo. Ciò ci crea unʼansietà crescente, che ci impedisce di perderci e di assaporare fino in fondo la bella amicizia tra Norma e Delia. Pur appartenendo a religioni differenti, sono cresciute insieme con gli stessi sogni di libertà e di emancipazione da una millenaria condizione femminile. > I nostri genitori insinuavano nella vita di tutti i giorni lʼidea che gli uomini fossero superiori alle donne. Non eravamo ridotte in schiavitù con frusta e catene, ma piuttosto persuase da parole e insegnamenti vecchi di secoli a metterci in quella condizione di nostra spontanea volontà . Se le loro madri credevano «nello stile di vita arabo», Norma e Dalia si uniformano agli opprimenti costumi della tradizione per paura. Ma > la paura può essere superata.... per questo, prima o poi, le cose dovranno cambiare . Per costruirsi un proprio spazio di libertà, le due ragazze si inventano unʼattività economica, quella di parrucchiera, un lavoro tipicamente femminile, che non minaccia la tradizione, una sorta di attesa del matrimonio combinato, al quale sono inesorabilmente destinate. Una volta lasciate nel negozio dal fratello «di turno», al quale è stato affidato il compito di sorvegliarle, Norma e Delia si sentono libere, di parlare, di scambiarsi confidenze, di leggere riviste femminili, di sognare. Questo rifugio in un «insidioso mare di norme religiose» viene stravolto dallʼarrivo di un giovane, che le costringe «a comportar(si) come non avremmo dovuto». Dʼaltra parte, > dovevamo affidarci al sotterfugio e al raggiro per ottenere ciò che volevamo, e lasciare che un salone di bellezza di periferia, teatro di pettegolezzi, definisse i confini delle nostre vite, confini che avrebbero potuto essere ben più estesi? Potevamo rischiare la pelle per una storia dʼamore? . Le due ragazze non hanno dubbi, pur sapendo che Delia, di fede mussulmana, non potrà mai sposare il giovane, perché questʼultimo è cattolico. Le regole della società giordana impediscono i matrimoni tra persone di diversa religione. Sanno i rischi che corrono. Frequentando un giovane senza il permesso del padre, la ragazza disonora la famiglia ed è permesso ai congiunti punirla con la morte. Non siamo, tuttavia, dinanzi allʼennesimo racconto di innamorati, ai quali è proibito di amarsi. Norma e Delia rifiutano il loro inesorabile destino. > Sebbene il tutto si fosse limitato a qualche dolce e a un caffè, il gusto di quella normale libertà era troppo delizioso per potervi rinunciare. Ci eravamo spostate di pochi chilometri, ma eravamo entrate in un altro mondo . Man mano che ci si avvicina al tragico epilogo, lʼassassinio di Delia da parte del padre, cambia lo stile narrativo, dapprima in modo impercettibile. I sempre più imprudenti incontri tra Delia e il giovane sono narrati ancora con apparente leggerenza, che non vela tuttavia la paura e lʼangoscia delle due ragazze. Poi improvvisamente il racconto diviene denso e drammatico. Con la morte dellʼamica, Norma é adulta di colpo. Capisce che i suoi legami con la Giordania e con le sue tradizioni sono morti con Delia. Tuttavia, nel momento in cui fugge dal suo paese, coglie, come non le era mai accaduto, il profondo dolore della madre, la barriera > che aveva retto per proteggere la propria anima dalla durezza della vita... i brandelli che ancora sopravvivevano di quella persona, unica e indipendente . Non lasciarsi intrappolare dalla pena per sua madre, pur sentendosi come non mai a lei vicina, rende Norma libera come persona, prima ancora che come donna. Il romanzo può essere letto da tanti punti di vista: una fotografia sociologica ed antropologica della Giordania, paese che sotto una patina di modernità nasconde una crudele ed imperante tradizione tribale; una denuncia appassionata della diffusa accettazione del delitto dʼonore e più in generale della condizione femminile nei paesi arabi; la narrazione di una dolce amicizia, di un legame spezzato; un romanzo di formazione, un doloroso sentiero verso lʼetà adulta. Quando Norma ascolta il saggio suggerimento della madre, ossia di chiedere scusa al padre di Delia, che eppure aveva ucciso lʼamica, la ragazza accetta cinicamente la menzogna, riconosce come solo con il sotterfugio e lʼinganno la donna possa sopravvivere. Rischia, come successe a sua madre, di illudersi, di «intravedere fantasmi di occasioni perdute nel suo cuore», o si apre ad una nuova vita, realmente libera ed autonoma? È sufficiente fuggire dalla Giordania per essere riconosciuta come persona? Perché leggerlo? Un romanzo prima ironico e leggero, poi, nelle ultime pagine, intenso e drammatico. Un libro che fa riflettere sulla condizione femminile.
L'armata dei sonnambuli
Il contesto è la rivoluzione francese. > La rivoluzione è come quei mazzi di carte da gioco dove re, dame e cavalieri sono divisi a metà, una diritta e lʼaltra rovesciata, testa insù e testa dabbasso, giri e rigiri la carta ma cambia un cazzo, il re che sta diritto è sempre insieme a quello capovolto, che è come se gli tirasse il ghignone, come se da sotto gli dicesse: io sono te che vai a finir male! Goditela finché puoi, perché il mondo si ribalta . In questa giravolta il popolo, chiamalo massa, coscienza di classe o «calca pulciosa», è quello che crede in un mondo nuovo, dove pensa di essere protagonista per poi ritrovarsi usato dal potere, come un sonnambulo collettivo. La rivoluzione, insomma, è una «Grande Parodia». Per raccontarla gli autori perseguono quattro filoni narrativi, dapprima distinti e sul finale ricondotti in uno solo. Il primo è costituito dalla storia di Marie, una donna del > popolo famelico e smerdo eppure in piedi, assetato di sangue, enormissimo drago di fremenda bellezza . In questo modo gli autori possono parlare dei sanculotti e nel contempo del ruolo svolto dalle donne nella rivoluzione francese: un ruolo spesso dimenticato ed invece importante per il grande sommovimento e per la storia dellʼemancipazione femminile. Fu la prima volta che furono posti con chiarezza i diritti delle donne. Per narrare il popolo e i suoi protagonisti gli autori si inventano una lingua, mostrando creatività e grande padronanza letteraria. La scrittura è un misto di forme dialettali bolognesi e di strutture sintattiche e linguistiche, che richiamano lo stile di Beppe Fenoglio. È senza dubbio la parte più accattivante e meno scontata del romanzo. Il secondo filone narrativo riguarda le vicende di un attore italiano della commedia dellʼarte: Leo, il quale si accorge che durante la rivoluzione il vero teatro è la realtà. > Come sarebbe stato possibile tornare a recitare un vecchio copione al chiuso di una sala, quando il teatro si era fatto storia sotto il cielo di Francia? . Ed infatti Leo diviene «attore e spettatore al tempo stesso», trasformandosi in Scaramouche, vendicatore e combattente per la libertà. Il terzo percorso parla del magnetismo, una teoria e pratica scientifica largamente diffusa nel settecento. Essa ritiene che ci sia un fluido universale che attraversa tutti gli esseri viventi. Utilizzarlo permetterebbe di curare malattie e disturbi, facendo del bene. Ma il magnetismo può essere usato per perseguire il male? Per soggiogare altri uomini, rendendoli automi, una sorta di «armata di sonnambuli»? È ciò che scopre il terzo protagonista del romanzo, il medico DʼAmblanc. Come tutti gli scienziati «non cerca giustizia, ma la conferma di unʼipotesi» e ciò lo conduce a sacrificare la vita di un ragazzo, di cui si era preso cura, pur di verificare se il magnetismo poteva essere utilizzato con finalità malvagie. Infine cʼè la parte maggiormente intrisa di riferimenti filosofici e psicoanalitici: il manicomio, il mondo rovesciato per definizione. > Il padiglione dei folli era una parodia di rione cittadino... tutto quanto avviene qui dentro è parodia del mondo là fuori... a breve giro, passando di bocca in bocca, le notizie si trasmutavano in dicerie incontrollate, a misura che gli alienati le arricchivano delle loro angosce e le piegavano alla tortuosità dei loro codici indecrittabili... studiare il delirio di chi vive nella Grande Parodia in modo manifesto può aiutare a capire chi, in apparenza più dotato di senno, vi affonda senza esserne conscio . Nello sviluppo delle quattro linee narrative il romanzo procede lento e tortuoso. È faticoso ma stimolante, ricco di scene interessanti e di spunti di riflessione. Ad un certo punto il racconto accelera, diviene avventura, colpi di scena e improvvisi mutamenti di direzione. Si legge più facilmente, ma diviene ovvio, assimilandosi ai tanti romanzi moderni, che mescolano suspense con il paranormale. Spetta al lettore scoprire la conclusione inattesa. Possiamo solo dire che il potere è vinto dallʼ umanità più fragile, una donna ormai rassegnata alla miseria e allʼalcolismo. Il popolo comunque avanza e sarà alla fine vincitore? È un grande romanzo storico, ben documentato, capace di narrare in modo coinvolgente un episodio epocale della nostra storia. Lʼidea di raccontare la rivoluzione francese da differenti punti di vista non è solo un efficace espediente letterario. Permette di affrontare temi universali e contemporanei, quali: la questione di quanto il popolo sia massa e quanto invece forza cosciente della trasformazione, i rapporti tra uomini e donne, che, pur in un momento di grande trasformazione, vengono rapidamente ricondotti al dominio dei primi sulle seconde, la scienza come progresso per il bene dellʼumanità e come strumento per lʼoppressione, la follia come esplicitazione dei paradossi della normalità, la lotta politica e sociale divenuta recitazione, teatro. Il limite del romanzo sono i personaggi: è carente il mondo dei sentimenti e delle relazioni interpersonali, con la conseguenza che i protagonisti risultano degli stereotipi, delle figure emblematiche di una filosofia della storia e non invece personaggi vivi ed autonomi. La creatività, che traspare soprattutto nella scrittura, è messa al servizio di un approccio intellettualistico. Perché leggerlo? Un ottimo romanzo storico, una riflessione sul mondo contemporaneo, una scrittura accattivante. Si legge molto bene.
L'attentatrice
> Come accettare di restare ciechi per essere felici, come voltare le spalle a se stessi senza trovarsi di fronte alla propria negazione?... non si restituisce la grazia alla rosa che si trapianta in un vaso, la si snatura; si crede di abbellire il salotto, in realtà non si fa che sfigurare il proprio giardino . Amin, un arabo israeliano, è un brillante chirurgo, felicemente integrato nella buona società di Tel Aviv. Dopo un devastante attentato ad un ristorante, nel quale muoiono numerosi civili, tra cui molti bambini, Amin scopre che il kamikaze è sua moglie, Sihem, la donna, che > ha cullato i miei anni più teneri, abbellito i miei progetti di ghirlande luccicanti, colmato la mia anima di dolci presenze. Non ritrovo più niente di lei in me e neanche nei miei ricordi . Come è possibile che sua moglie sia una fanatica omicida? Per alcune pagine sembra che il romanzo prenda una piega intimistica: i segreti che si celano nei rapporti di coppia. Poi, il racconto riprende la direzione maggiormente esistenziale e sociale. Amin vuole conoscere chi ha convinto sua moglie, sicuro che Sihem sia stata plagiata da qualcuno. Va nei territori occupati, in mezzo alla guerra tra Palestina ed Israele, dalla quale ha cercato disperatamente di sfuggire. Come gli dice un terrorista, > il signor dottore vive accanto a una guerra, solo che non vuole sentirne parlare. Pensa che nemmeno sua moglie debba preoccuparsene.... Bene, il signor dottore ha torto . I sogni di Amin si infrangono sulla spietata constatazione che sua moglie ha agito per una sua decisione, perché > doveva covare odio dentro di sé da sempre, da prima di conoscermi..... aveva dentro di sé una ferita così brutta e atroce che provava vergogna a confidarmela; il solo modo di liberarsene era distruggersi con quella . Ma forse, molto più razionalmente, la verità sta in ciò che scrive Sihem nella lettera di addio: > a che cosa serve la felicità quando non è condivisa. Nessun bambino è al sicuro senza una patria . Il viaggio nei territori occupati è per Amin anche un ritorno alla infanzia, alla sua gente. Il racconto non ci dice se anche Amin prenda consapevolezza del dramma del suo popolo, sappiamo solo che muore, casualmente o volutamente?, in una carneficina commessa da un drone israeliano per uccidere un leader religioso. Con grande abilità narrativa, il romanzo si apre e si chiude con la carneficina nella quale trova la morte il protagonista. Secondo alcuni critici, la morte di Amin, inesplicabile nella trama del racconto, sarebbe la metafora di un conflitto senza fine e della distruzione di un popolo, quello palestinese. È una chiave di lettura troppo semplice per un romanzo complesso, che non vuole prendere posizione, né contro né a favore dei due popoli in lotta. Conferma questo giudizio la positività di alcuni personaggi israeliani, come la tenera amica di Amin, e lʼalternarsi di un linguaggio familiare con quello poetico e, per lunghi tratti, predicatorio. Il ritmo narrativo è serrato, i dialoghi sono fitti ed efficaci, lʼambiente israeliano e i suoi personaggi sono illustrati in modo convincente. Disturbano invece i soliloqui di carattere politico, come quelli del leader religioso e del capo terrorista, che emergono falsi e convenzionali. Anche lʼambiente palestinese risulta artefatto. È evidente che lʼautore si trovi più a suo agio in un ambiente urbano, di carattere occidentale. Perché leggerlo? La lettura è avvincente.
Le avventure di Héctor Belascoaràn
Il libro raccoglie tre romanzi, che hanno come protagonista Héctor Belascoaràn. Il primo romanzo, Giorni di battaglia del 1986, racconta il cambiamento di vita del protagonista: da ingegnere, sposato e funzionario di una grande azienda a detective alla ricerca di clienti e, di propria iniziativa, alla caccia di uno strangolatore. In realtà, la ricerca dello strangolatore è un modo per trovare sé stesso, per fuggire da una vita che era sprofondata > piano piano nellʼoblio di una corsa accelerata, una corsa automobilistica in cui gareggiava pur senza saperlo, una maratona di coglioni che percorrevano i quarantadue chilometri prescritti lungo strade che non erano neppure asfaltate di recente . Si tratta di un romanzo apparentemente di genere «noir» ma in realtà introspettivo, in qualche modo un percorso di liberazione da una condizione borghese e perbenista diventata ormai troppo stretta. E sullo sfondo compare già il vero soggetto dei romanzi: il Messico ed in particolare città del Messico, una città violenta, che «si nutre di carogne». Nel secondo romanzo, Il Fantasma di Zapata del 1992, lo scrittore, e il protagonista, hanno preso sicurezza. Il ritmo narrativo si è fatto più veloce, le frasi sono diventate secche ed essenziali, e Héctor è ora un detective che combatte una società ingiusta, dove tutti, cominciando dai poliziotti, sono corrotti e violenti. Il protagonista è trascinato suo malgrado in tre vicende: cercare Emiliano Zapata che sarebbe ancora vivo, indagare sullʼomicidio di un importante dirigente dʼazienda in pieno scontro sindacale ed evitare che una adolescente si suicidi. Ed Héctor svolge questi incarichi > con la voglia di credere a tutto, desideroso di vedere Zapata, che doveva avere ormai novantasette anni, irrompere al galoppo nella tangenziale in sella a un cavallo bianco, in mezzo a una raffica di proiettili . Nel terzo romanzo, Qualche nuvola del 1992, Héctor si riposa in un isola caraibica, quando vede sua sorella e capisce che > sarebbero arrivati cambiamenti e lui era stanco, svogliato, arruffato, trasandato, desideroso di birre, di boleri e di rumore dellʼandirivieni delle onde. Voleva la sua palma solitaria, i tramonti e qualche rara nuvola rotonda, bonacciona in cielo . Il suo senso di giustizia è più forte della pigrizia e si trova coinvolto in una storia di mafie, di criminalità e di poliziotti corrotti, contro i quali combattere come un guerriero solitario. Il riferimento è senza dubbio Raymond Chandler, anche se Héctor non è cinico come Marlowe. Soprattutto fa senza pretese, così per caso, il detective solitario e giusto. > Ascolta, vecchio Paco, disse Héctor spegnendo la sua ultima Delicado nel portacenere di latta, io, non sono poi questo gran detective. Lʼunica cosa certa è che non sapendo scrivere storie, mi infilo in quelle degli altri. Io da solo, contro il sistema, figurati! Sono cinque anni che affino la mira, e con la calibro 38 non prendo un elefante a dieci metri. Sono sciancato, quando piove zoppico, ieri mi sono trovato in testa i primi capelli bianchi, sono più solo di un cane randagio. Mi incazzo come te, mi rode il pensiero di come si è ridotta questa nazione. Sono messicano come chiunque altro . Cosa mi dici adesso? Faccio il detective perché mi piace la gente". Perché leggerlo? Il primo romanzo è pesante ma gli altri due si leggono con piacere. E soprattutto piace la passione civile del protagonista, senza retorica, come qualsiasi messicano.






