Abito da sera
Il romanzo è ambientato in Giappone negli anniʼ 60, quando lʼalta e media borghesia si americanizza, civetta con i costumi occidentali, protesa ad allacciare relazioni internazionali. Ayako è la figlia di un piccolo ma rampante imprenditore farmaceutico: ha dei lineamenti «amabili». > Su quei lineamenti, anche con un trucco alla moda, aleggiavano armonia e freschezza, e il suo viso, in alcun modo paffuto, dava lʼimpressione che vi affiorasse qualcosa dʼinteriore Ha un carattere pacato, composto e razionale, > ma Ayako non era affatto ottusa, era solo che le mancava lʼinclinazione a entusiasmi momentanei e a enfatizzare le passioni . La giovane frequenta un circolo ippico alla moda, dove conosce Donna Takigawa, vedova di un esponente dellʼalta burocrazia giapponese. Con un espediente la donna le fa conoscere il figlio, Toshio, che lei stessa descrive come > egocentrico, egoista, caparbio, caustico, insomma un giovane leone . Ed invece Toshio ha una rappresentazione di sé totalmente differente, una sorta di robot, rigido e in qualche modo eterodiretto dalla madre. Si combina il matrimonio, accettato di buon grado dai due ragazzi, in parte perché si piacciono ed in parte per ubbidire al desiderio dei genitori. La luna di miele rafforza il loro legame, che si evolve da semplice simpatia a passione, vero e proprio innamoramento. Sembrerebbe quindi una bella favola, sulla quale irrompe Donna Takigawa, insinuando un presunto tradimento di Toshio: insinuazione che sconvolge Ayako. Ma chi è Donna Takigawa?. È quella che veniva chiamata una vedova «allegra», ricca e potente, ama smisuratamente il bel mondo, i ricevimenti e le relazioni sociali. Dietro un volto tenero ed affettuoso si nasconde un «innocente malanimo, (...) una donna sgradevole», una doppia personalità. Una sera i due ragazzi sono invitati ad un ricevimento da Donna Takigawa. Ma proprio sulla porta di casa Toshio scopre lʼincredibile menzogna e decide di ribellarsi e di non andare dalla madre; Ayako cerca di opporsi, poi ubbidisce al marito e lo segue a mangiare in una modesta trattoria. È uno scandalo; offesa, umiliata e piena di rabbia, Donna Takigawa pretende che divorzino, accusando la nuora di mancanza di rispetto nei suoi confronti. Come si risolve la questione? Non certo mandando a quel paese lʼintrigante suocera né facendo spallucce e continuando per la propria strada. Siamo in un mondo di convenzioni ed anche di interessi, Donna Takigawa è ricca e potente. Toshio va da una principessa della Corte Imperiale, chiedendole se si può fare accompagnare dalla madre in un viaggio alʼestero. > In quel tipo di conversazioni, Toshio giocava in casa, un gioco che i giovani di oggi non saprebbero mai imitare La principessa sa benissimo i motivi della visita, ma > il suo sembiante rimase imperturbabile, tinto di una tenera comprensione, incantevole come un cielo allʼalba, poi con tono chiaro e deciso , accondiscende alla richiesta del giovane, ad una sola condizione: i due ragazzi debbono mostrare verso Donna Takigawa > una tenerezza sincera, (...) chiedendo perdono con garbo, anche se sua madre lo reputasse inaccettabile . Insomma le convenzioni vanno sempre rispettate, anche se si è usato lʼinganno per aggirarle. Il racconto si presta a molte interpretazioni. Quello che è chiaro è che i due giovani subiscono una trasformazione: pur appartenendo entrambi ad una classe sociale dominata dalla forma, prima del matrimonio erano due giovani schietti e sinceri; per sopravvivere diventano anchʼessi due «sembianti» e a cambiarli sono le inquietudini e la paura. > Forse il matrimonio era una scuola dove si insegna la menzogna della vita , perché bisogna > prevedere le reazioni del mondo esterno da ogni angolazione, come se le porte su tutti i lati di una stanza, prima ermeticamente chiusa, si fossero spalancate . Dʼaltra parte non cʼè alternativa per la povera Ayako, > avrebbe potuto diventare un uccellino che vola via, affidando la sua ombra a quella pianura, Ma lì cʼera il vuoto e le faceva paura, neanche un ramo dʼalbero su cui far riposare le ali . Il racconto è elegante e sottile, ma superficiale: si aprono molte finestre sui protagonisti, che piacerebbe approfondire, ma restano soltanto spiragli; lʼautore corre subito via verso qualche cosʼaltro. Preso dalla critica alla società giapponese, alla sua esasperata americanizzazione, lʼautore trascura quelli parti del romanzo, che più attirano il lettore: come le convenzioni sociali facciano perdere lʼautenticità e la gioia spensierata di vivere. Perché leggerlo? Si legge con grande piacere, per lo stile narrativo e perché ci si affeziona subito ad Ayako.
Accabadora
Maria é una fillus de anima, > è così che li chiamano i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna ( che li cede) e dalla sterilità di unʼaltra ( che li accoglie e li alleva). Nel nostro caso Maria è stata «adottata» da Tzia Bonaria, una anziana vedova. La prima parte del romanzo, la più riuscita, narra lʼinfanzia e lʼadolescenza di Maria, ed in particolare la graduale conoscenza con la madre adottiva, una donna sempre vestita di nero, severa, chiusa, che apparentemente svolge lʼattività di sarta. Tzia Bonaria offre una relativa agiatezza alla bambina, la fa studiare e soprattutto costruisce intorno a Maria una fragile normalità, comportandosi «come se la creatura le fosse nata in grembo». Per Maria il rapporto filiale e lʼaccettazione della doppia appartenenza a due famiglie sono una graduale conquista, che lʼabitua ad essere al centro dellʼattenzione della gente, ad accettare situazioni anomale e a modellare, da sola e in modo autonomo, la propria vita. La capacità di affrontare lʼindicibilità del mondo e della natura umana si scontra, tuttavia, con una scoperta sconcertante ed inquietante. Tzia Bonaria è una accadabora, ossia una donna che dà la dolce morte (lʼeutanasia) a chi glielo chiede. In un drammatico colloquio, Maria, «con un singhiozzo senza pianto di una bestia strozzata» vorrebbe che lʼanziana vedova le spiegasse «questa cosa necessaria», dare la dolce morte. E la giustificazione di Tzia Bonaria è incredibile, al di là della comprensione di Maria. > Ho imparato da sola, dice la Tzia Bonaria, che ai figli bisogna dare lo schiaffo e la carezza, e il seno, e il vino della festa, e tutto quello che serve, quando gli serve. Anche io avevo la mia parte da fare, e lʼho fatta.... Io sono stata lʼultima madre che alcuni hanno visto....Quando verrà il momento, Maria, scoprirai cose di te che non conosci ancora . La ragazza non regge lʼidea di vivere con una donna che dà la morte e fugge lontano dalla Sardegna, trovando un lavoro presso una famiglia di Torino. È la seconda parte del romanzo, un interludio, che è anche uno snodo, non chiarissimo peraltro, della vicenda. Uno dei ragazzi, che le sono stati affidati nella sua funzione di governante, è un adolescente taciturno, ostile, autoritario, ma lʼabitudine di Maria a misurarsi con lʼindescrivibile permette alla ragazza di farsi aprire lʼanimo del giovane e di scoprire un terribile segreto: il ragazzo ha subìto un abuso sessuale quando era piccolo. La condivisione di un fatto così orribile porta allʼamore, perché il legame tra le persone è tanto più forte quanto più si appoggia sui misteri profondi dellʼanimo umano. Nella terza parte del romanzo, Maria ritorna in Sardegna ad assistere Tzia Bonaria nella sua lenta agonia. Si va gradualmente, ma anche stancamente, allʼepilogo, senza, tuttavia, che ci sia la conclusione che dovremmo aspettarci. Perché Tzia Bonaria muore un momento prima che Maria stia per compiere lʼeutanasia? È la dolce morte un limite che non riusciamo a superare? Qualche cosa che non riusciamo comunque ad accettare? Affrontando un tema così complesso, esisteva il rischio di una prosa ridondante, ricca di incisi e di passaggi enfatici. Lʼautrice si è mossa, invece, con uno stile leggero, sobrio, a tratti ironico, affidandosi a ritratti gustosi e a episodi tipici della vita agreste della Sardegna. La prima parte del romanzo è senza dubbio quella migliore sia dal punto di vista della scrittura che per quanto riguarda la trama. La narrazione si sviluppa di intensità via via che ci si avvicina alla scena finale: il colloquio chiarificatore tra Maria e Tzia Bonaria. Nelle parti successive la narrazione diviene gonfia, perde quellʼessenzialità e quella levità che avevano caratterizzato le pagine precedenti. Ed anche la trama narrativa si dissolve frantumandosi e privando il lettore di una chiara visione del percorso verso la conclusione, che anche per questo delude. Perché leggerlo? Il tema è interessante, la scrittura piacevole.
The Adventures of Tom Sawyer
Tom Sawyer è un ragazzino che vive con la zia in un piccolo paese di campagna sulle rive del Mississippi. Mark Twain lo introduce in questo modo: > era tornato a casa appena in tempo utile per aiutare Jim, il piccolo ragazzo di colore, a tagliare la legna per l'indomani e spaccare i fuscelli per la cena.-- almeno aveva il tempo per raccontare a Jim le sue avventure mentre Jim faceva tre quarti del lavoro. (...) Se egli fosse stato un grande e saggio filosofo, come l'autore di questo libro, avrebbe adesso compreso che il Lavoro consiste in qualunque cosa una persona è obbligata a fare, e che Giocare consiste in qualunque cosa una persona non è obbligata a fare. Tom non ha chiara questa differenza e prende per cosa seria una vita spensierata e libera, passando dalla malinconia, che lo spinge a desiderare di morire temporaneamente, per far sentire la sua mancanza, a un mondo fantastico, in cui sogna di essere un pirata o un bandito. E così con i suoi amici fedeli, in particolare il vagabondo Huckleberry Finn, detto Huck, s' inoltra in una serie d'imprese, dalla vita da pirati in un'isola in mezzo al fiume a vagare di notte nel cimitero, assistendo a un omicidio, sino a mettersi alla ricerca dei tesori, che sicuramente bande di ladroni hanno nascosto. Questa vorticosa attività non impedisce a Tom di fare la corte a Becky, una ragazzina di buona famiglia, coinvolta anch'essa nelle sconsiderate avventure di Tom. E' inutile raccontare la storia, a tratti involuta e banale ma mai noiosa: è più interessante soffermarsi su due peculiarità del romanzo. La prima è l'ambiente contadino; con lieve e affettuosa ironia Mark Twain descrive la scuola, dove domina l'autoritarismo del maestro, le riunioni religiose con i sermoni noiosi e moraleggianti del pastore, l'esilarante rituale del saggio annuale, quando gli allievi migliori presentano un loro componimento all'intera comunità. Si può sorridere, come fa Mark Twain, dell'inglese forbito, fatto di parole che i più probabilmente non capiscono, dei valori puritani e bigotti, dell'istruzione imposta a forza; emerge, comunque, un forte spirito comunitario, che pare superare anche le differenze di classe. E' una società bianca, placida nei propri valori, con un unico e chiaro confine: la discriminazione verso i neri, i quali restano sullo sfondo, pur contribuendo all'economia agricola del piccolo paese; si può essere solidali con il vagabondo Huck, non con il servo Jim. L'altro aspetto interessante è dato dalle capacità affabulatorie di Tom. A differenza dei protagonisti di altri romanzi di formazione, Gian Burrasca o Jim dell'Isola del Tesoro (si vedano le recensioni del «Giornalino di Gian Burrasca» e di «Treasure Island» in questo sito), sorprende la dialettica di Tom, di come riesce a gestire la zia, profittando del suo amore ingenuo, di come circuisce gli amici, convincendoli ad avventure e vincendo la loro ritrosia, di come persuade Becky a seguirlo in situazioni pericolose e intime, paradossali per una società così bigotta. E quando Mark Twain dice che può fermarsi a scrivere la storia di un Ragazzo, perché > il racconto non potrebbe andare molto avanti senza divenire la storia di un Uomo. (...) Quando si scrive di giovani, ci si deve fermare dove è meglio , forse intende dire che l' innocente astuzia di Tom diverrebbe una colpevole capacità di ingannare, come spesso succede tra gli adulti. Nel mondo fantastico di Twain è meglio continuare a giocare con i piccoli sotterfugi degli adolescenti. Di là del personaggio e della storia, il valore letterario di Tom Sawyer risiede nella scrittura, attenta al dettaglio, magicamente realista, lievemente ironica. Si prenda come esempio questo brano, che descrive il risveglio di Tom nell'isola dei pirati immaginari: > quando Tom si svegliò all'alba, si chiese dov'era. (...) Ora, lontano tra gli alberi un uccello chiamava; un altro rispondeva; adesso si udivano distanti i colpi di un boscaiolo. (...) Un piccolo verme verde veniva strisciando sopra una soffice foglia, sollevando due terzi del suo corpo in aria di tanto in tanto e «annusando in giro», (...) poi procedendo di nuovo, (...) e quando il verme gli si avvicinò, spontaneamente, lui rimase immobile come una pietra, (...) poi (...) quando cominciò un viaggio sopra di lui, il suo cuore era tutto contento. (...) Ora una processione di formiche apparve da chi sa dove. (...) Una coccinella a macchie marrone saliva la vorticosa altezza di un filo d'erba (...) e Tom si chinò giù vicino e disse, > coccinella, coccinella, vola via a casa, la tua casa è in fiamme, i tuoi bambini sono soli. Sono prodigi di un mondo abitato di notte dagli spiriti e la Natura pare ancora dotata di un'anima. E che dire della descrizione della scuola, scandita da quel ripetitivo showing off«(in italiano ostentare o vantarsi)? Tutti gli insegnanti»se la tirano"
Le affinità elettive
Nella Germania dellʼinizio dellʼ800 Edoardo e Carlotta sono due ricchi possidenti. Pur amandosi da giovani, si sono sposati avanti negli anni, dopo essere rimasti entrambi vedovi. Hanno differenti caratteri, che sembrano completarsi perfettamente: Edoardo è «nel fiore dellʼetà virile», impetuoso, generoso ma superficiale e talvolta sconsiderato; Carlotta è riflessiva, paziente, oculata nella gestione della casa e del patrimonio. La vita scorre serena, godendo «indisturbati la felicità finalmente raggiunta», quando irrompono due ospiti. Il Capitano, amico di Edoardo, è un uomo posato, di grande esperienza, che mette a disposizione le sue competenze di progettista, ingegnere ed organizzatore. Non può che trovarsi in sintonia con Carlotta. Ottilia, nipote di Carlotta, è una giovane graziosa, sensibile, introversa, apparentemente tranquilla. Quel qualcosa di fanciullesco che cʼè in Edoardo non può che corrispondere alla giovinezza di Ottilia. E ben presto > la segreta attrazione e la forza della fantasia affermarono i loro diritti sopra la realtà , con una prepotenza tale che nellʼoscurità, nei momenti più intimi dei due sposi, > non era altri che Ottilia colei che Edoardo teneva fra le sue braccia; il fantasma del Capitano aleggiava o da presso o da lungi allʼanima di Carlotta, e così sʼavvinsero, lʼassente e il presente in soavissima mescolanza di voluttuosa eccitazione . Cogliendo lʼoccasione della partenza del Capitano, Carlotta saggiamente propone di mandare Ottilia in collegio, ma Edoardo, di impeto, lascia la casa, rinunciando apparentemente alla felicità di amare la ragazza. Le due donne restano insieme, in una calma apparente, senza però ritornare ad «una piena ed aperta armonia». A risolvere la crisi matrimoniale, con un nuovo vincolo, potrebbe provvedere la nascita di un bambino, che ha tuttavia gli occhi di Ottilia e le fattezze del Capitano. È la prova fisica dellʼadulterio, ed infatti è stato procreato proprio nella notte, in cui facendo allʼamore i due sposi pensavano ai propri amanti. Lʼaffetto e la cura per il bambino riuniscono Carlotta ed Ottilia: > tutto sembra andare per la sua solita via, come accade anche nelle circostanze più straordinarie, quando tutto è in gioco, che pure si continua ancora sempre a vivere come se nulla fosse . Nuovi personaggi entrano in scena, come un giovane e valente architetto, che avvolge di attenzione Ottilia. Scompiglia la vita quotidiana la briosa figlia di Carlotta, allegra, tumultuosa, anche troppo. Le due donne completano i progetti già avviati dal Capitano: il riordino del grande parco, lʼunificazione di diversi stagni in un lago, la costruzione di una nuova dimora in un meraviglioso punto panoramico, la ristrutturazione della chiesa parrocchiale. La ricerca della perfezione pervade lʼazione dei personaggi e li spinge, persino, a ricostruire mirabilmente famosi dipinti con scene viventi, nelle quali si fa ammirare Ottilia. Carlotta, per affetto per Ottilia o per un segreto desiderio di ricongiungersi con il Capitano, sarebbe disponibile ad accettare il divorzio e lʼunione di Edoardo con Ottilia. Ma è la ragazza a rifiutarsi, con una scelta tutta spirituale, ma solo apparentemente convinta. In questa parte del romanzo, al narratore esterno si affianca il diario della giovane: brevi annotazioni che alternano massime morali e romantiche riflessioni con la manifestazione del profondo struggimento di un giovanile animo innamorato. Ed è la sconsiderata irruenza di Edoardo a far precipitare una situazione così fragile.Sorprende Ottilia in riva al lago in una sera autunnale, i due innamorati si abbracciano e > per la prima volta si baciarono apertamente, liberamente, e si staccarono con uno sforzo doloroso . La ragazza rimane «imbarazzata e agitata». Per ritornare al castello compie lʼimprudenza di utilizzare la barca, malgrado fosse insieme al bambino. Per una serie di fortuite circostanze il bambino cade in acqua ed annega. A questo punto il racconto giunge al suo inesorabile epilogo. Ottilia, pur nellʼapparente serenità ed esprimendo idee di operosa espiazione, si dà la morte per inedia. Goethe, che non era affatto religioso, chiude il romanzo con una sorta di santificazione della ragazza, ad indicare probabilmente una sua spiritualizzazione, la morte di Ottilia come elevazione morale. Thomas Mann ha definito il romanzo > la più chiara fusione tra Eros e Logos, tra sensualità e moralità, tra immediatezza e riflessione... opera tedesca di altissima civiltà morale . La morte per inedia di Ottilia esprimerebbe > lʼobbedienza prestata alla legge dello spirito, che paga il suo tributo, con virile tragicità, alla norma etica . Le affinità elettive sarebbero «una costruzione spirituale», un testo filosofico nella forma del romanzo, una sorta di manifesto della «missione moralizzatrice» della Germania, il suo «imperioso istinto». Forse la Merkel ha troppo letto le affinità elettive quando chiede a noi italiani di fare i nostri compiti a casa: impersona lʼintento educativo della Germania verso i gaudenti popoli mediterranei. Senza nulla togliere al grande scrittore, lʼinterpretazione di Mann immobilizza il libro nel passato, come testimonianza della storia del pensiero tedesco, mettendo in secondo piano ciò che ancora lo rende così moderno: «la storia della magica attrazione» tra anime affini che irrompe disastrosamente nellʼamicizia, nella stima reciproca, nelle istituzioni più sacre, come il matrimonio, e nel mondo ordinato ed elegante che cerchiamo disperatamente di costruire. Ed Ottilia, prendendo il tutto troppo sul serio, è la vittima della superficialità e dellʼegoismo di alcuni, come Edoardo, e della noiosa sapienza di altri, come Carlotta, che, spesso, per troppa sicumera, non colgono in tempo il dramma delle persone come Ottilia, fragili e sensibili. Accanto ai personaggi, un altro protagonista è il paesaggio. In esso e nel continuo tentativo di ricostruirlo secondo un disegno umano si esprime la contraddizione tra presente e passato. Il presente vorrebbe dare a tutto un ordine maggiormente armonioso e razionale, il passato ci riporta la spontaneità della natura, mezzo anche per la trasmissione dei ricordi. Dando una nuova e più adeguata sistemazione al cimitero, Carlotta offende senza volerlo la devozione dei defunti, perché i parenti erano abituati a visitarli sepolti in altri luoghi, anche se dispersi in modo disordinato nel campo santo. È come se si perdesse la nozione del tempo e con essa la memoria, così legata ai luoghi conosciuti e al loro tradizionale disordine. Il limite del romanzo risiede nelle frequenti dissertazioni di carattere filosofico e morale. Soprattutto nella seconda parte del racconto, dopo che Edoardo ha lasciato la casa, le divagazioni appesantiscono e frammentano la lettura, scomponendo lʼunità complessiva, danneggiando il ritmo narrativo e lʼapprofondimento psicologico dei personaggi. Anche Goethe ha fallito nel costruire lʼopera perfetta. Perché leggerlo? La storia e i personaggi sono estremamente moderni, se ci si lascia avvincere dalla trama.
Aniko
I Nenec sono un popolo di poco più di 40 mila individui, stanziati nella parte nord orientale della regione degli Urali: la loro economia si basa fondamentalmente sull'allevamento delle renne. Come molti giovani Nenec, Aniko è andata a studiare lontana dalla propria terra: prima in un convitto nella città più vicina, poi più distante ancora, a studiare geologia all'Università. Ha assimilato la lingua e la cultura russa tanto da dimenticare le sue origini. Deve tornare dal vecchio padre perché le è giunta la notizia della morte della madre e della sorellina, uccise da un lupo soprannominato Diavolo zoppo. Il ritorno è scandito prima dalla ripugnanza ( > quando il padre le era ormai vicino: fece involontariamente un passo indietro: emanava un puzzo di alcol, fumo e sporcizia ), poi si riappropria lentamene della lingua e dei costumi, ed infine sopraggiunge la rimembranza dell'infanzia perduta: «Era calata la sera, insieme alla madre, aveva acceso un fuoco vicino al»cum > . Giocava con le sue bambole di pezza che avevano becchi d'uccello al posto della faccia. La mamma era intenta a cucire una nuova jaguska per una delle bambole. Per un istante Aniko credette di rivedere davvero il volto concentrato della madre. Ma trascorso quell'istante, per quanto si sforzasse, non riuscì più a ridisegnare i suoi lineamenti nei ricordi. Erano svaniti, forse per sempre . E' confusa, fino allora «non aveva fatto altro che provare a vivere». Deve accettare l'invito intriso di rimprovero di Aleska, il compagno d'infanzia, a restare per migliorare le condizioni dei Nenec? O deve lasciarsi sommergere dal fascino della tundra e di una società ancestrale, immobile e apparentemente armoniosa? E' ciò che attrae Pavel, un giovane geologo non Nenec, a desiderare di restare per abbandonare «i soliti pensieri ordinari» e «scoprirsi all'improvviso più maturi, sinceri e buoni!» Non sappiamo cosa farà Aniko, lascia la tundra ma tornerà un giorno? Che sarà di lei? Aniko è un personaggio esile e la sua storia è troppo sfumata per trasmetterci i sentimenti contradditori della ragazza, in bilico tra l'affetto per il padre, solo ormai eppure protetto dal villaggio, e la voglia di essere parte di una società ricca di stimoli culturali e professionali. Estraendo dall'ambiente specifico e se sostituissimo il russo con l'inglese, lo stato di attesa e nostalgia di Aniko è la condizione di molti giovani d'oggi. Ma non era questo lo scopo della scrittrice: legata profondamente alla propria terra, l'autrice ci porta in un mondo di serena concordia dove gli uomini, i cani, le renne e persino i lupi vivono «in una immobilità di gioia inesauribile», come dice Ungaretti parlando della sua città natale, Alessandria d'Egitto. Si pensi alla renna Temujko, che è stata allattata dalla mamma di Aniko e torna sempre sulla tomba della padrona, al cane Buro, il fedele amico del vecchio padre, e come questi accetta con dolorosa rassegnazione l'abbandono della figlia, forse definitivo. E che dire di Diavolo zoppo? La descrizione del lupo, della sua solitudine e del suo rancore, dà inizio all'intero racconto, e impronta di sé alcune della pagine più belle del romanzo. La società dei Nanec pare perfetta, nella sua secolare armonia, ma non è così. Come dice Pavel ad Aniko, > i nenec sono confusi. Esteriormente appaiono calmi. imperturbabili come sempre, ma io so che sono inquieti. Si chiedono come sarà il loro futuro, dove finiranno i loro figli. (...) E se non li aiutiamo adesso... E se l'intera storia fosse una fiaba, e come una fiaba va bene per tutte le latitudini, pure una metafora della nostra misera Italia, un invito a liberarci dalla passività? La scrittura è melodiosa e fluida come l'intera storia: dolce e leggiadra, evocativa e naturalistica ad un tempo quando descrive la tundra e i suoi abitanti, sintetica ed efficace nei dialoghi, nell'eterna conversazione tra i Nenec ed invece contratta quando parla Aniko, come a riflettere la sofferenza dinanzi a scelte di vita che deve affrontare, suo malgrado. La trama è debole nel ritmo narrativo (pare che nulla succeda), ma la scrittura è splendida, con assonanze provenienti da altre lingue. Perché leggerlo? Dolce e leggiadro.
Le Anime Morte
> Felice lo scrittore che, lasciando in disparte i caratteri noiosi, ripugnanti, quelli che colpiscono per la loro triste realtà, affronta i caratteri in cui si rivelano le più alte qualità dellʼuomo..... Eccelso, universale poeta lo acclamano.... ben altro è il destino dello scrittore, che osa evocare alla luce tutto quello che abbiamo sempre sottʼocchi, e che gli occhi indifferenti non percepiscono: tutto il tremendo, irritante sedimento delle piccole cose, che impastoiano la nostra vita, tutta la profondità dei gelidi, frammentari, banali caratteri, di cui ribolle, amaro a tratti e tedioso, il nostro viaggio terreno .Gogolʼ sviluppa unʼanalisi caustica ma gioiosa della società del suo tempo, con una ispirazione che lo rende unico tra i grandi scrittori realisti dellʼOttocento, come Zola, Flaubert e Verga. Lʼidea geniale di Gogolʼ è quella di fare emergere la sordidezza e la vacuità dei suoi contemporanei mettendoli dinanzi ad un fatto inverosimile. Il protagonista del romanzo, il prosaico Cicikov ( > né troppo giovane né troppo vecchio, né troppo grosso né troppo snello, né troppo elevato né troppo umile ) viaggia per la vasta provincia russa proponendosi di acquistare i servi morti ( da qui il titolo del romanzo), sui quali i proprietari continuano a pagare una tassa. E ciò che é paradossale é che non solo i proprietari accettano la compravendita, ma che le istituzioni e la stessa buona società non intravedono lʼassurdità e lʼimmoralità di questo commercio. Ben altri sono gli ostacoli che deve incontrare il protagonista nel suo cammino! Le visite ai proprietari lo costringono a subire le particolarità, talvolta stravaganti ma spesso fastidiose, dei diversi caratteri e stili di vita: il possidente vanitoso e vacuo, la zitellona bigotta ma avida, il proprietario affarista, lʼubriacone anche violento. Si tratta di una carrellata di personaggi e di ambienti, che permettono allʼautore di disegnare con poche pennellate la vita, meschina ma anche dispendiosa, della piccola e media proprietà russa. Se i caratteri sono tratteggiati in modo ironico e brioso, la descrizione dei villaggi è sociologica, anche se manca in Gogolʼ qualsiasi indignazione per la condizione dei contadini. Quando poi scoppia lo scandalo nella piccola città di provincia in cui si trova Cicikov, il nostro protagonista è travolto da pettegolezzi, supposizioni e false accuse, che niente hanno a che fare con la truffa che sta portando avanti, ma che lo costringono alla fuga. Ma come tutti i russi, anche Cicikov ama la velocità della vettura che lo porta correndo sulla strada e si lascia travolgere da una sensazione di esaltazione e di abbandono. > È come se una potenza ignota ti prendesse sullʼala con sé, e tu voli, e tutto vola... Non così anche tu, Russia, come unʼardita insorpassabile troika, voli via? Con la partenza di Cicikov si conclude la prima parte del libro, lʼunica compiuta e approvata dallʼautore. Il piano complessivo dellʼopera prevedeva altri due parti, di cui la seconda ci è pervenuta incompleta mentre la terza è stata distrutta dallo stesso Gogolʼ. Se si legge la seconda parte emerge chiaramente come il tema di fondo dellʼintera opera dovesse essere il viaggio, una sorta di reportage senza meta, senza intenzioni morali, senzʼaltro interesse che quello di rappresentare nella sua immediatezza lo scorrere della vita. E dice Gogolʼ con un accento pirandelliano, > il lettore non deve irritarsi con lʼautore se i personaggi apparsi fin qui non hanno incontrato i suoi gusti: la colpa è di Cicikov; qui egli é padrone assoluto, e dove pare a lui, anche noi dobbiamo trascinarci . La capacità di Gogolʼ di tratteggiare i personaggi e gli ambienti borghesi della società russa costituisce il pregio fondamentale del romanzo. Dalla lettura emerge, tuttavia, una sensazione di superficialità e di incompiuto, quasi che la scrittura richiedesse ancora miglioramenti ed approfondimenti. Perché leggerlo? È un romanzo attuale ( soprattutto per lʼItalia), in quanto racconta la facilità con cui una società vacua e superficiale accetta qualsiasi fatto, anche se inverosimile ed improbabile.
Anime scalze
La storia prende le mosse dal momento in cui troviamo Ercole insieme al fratellino Luca sul tetto di un centro commerciale, con la polizia che grida di scendere. Dal racconto scopriamo che Ercole ha quindici anni, vive con Asia, la sorella più grande, e con un padre assente, che lavora come capita e spesso si mette nei guai. Ercole sa bene che Asia «era forte, sì, coraggiosa, ma non indistruttibile, Legata a me, ma non con me» Quando la sorella gli comunica che andrà a vivere con il fidanzato Ercole comprende che «le madri contengono. Ogni cosa. Fratelli e sorelle accompagnano». Con una vecchia bicicletta va a cercare la madre in un piccolo paese in montagna. Buca la gomma, è costretto a farsi dare un passaggio, deve chiedere i soldi per il biglietto del treno, quando arriva al paese dove vive la madre, gli è difficile trovare dove abita perché la madre sta in una casa isolata. Ercole, testardo e coraggioso, affronta tutti gli ostacoli, vince le paure, ma non debella i mostri che ha dentro. Non riesce a fare alla madre le domande che vorrebbe. > Perché sei andata via esattamente? (...) Perché non mi chiedi se mi sei mancata? (...) Le cose vanno così. Ercole. E non puoi farci nulla diceva Asia. Sopraggiunge una svolta. > Appeso a uno spuntone del muro esterno c'era un casco da football americano, giallo, con il numero dieci in rosso . E' di Luca, suo fratello di sei anni. > La vita è una palla di biliardo, ogni scontro le fa cambiare direzione; e se si è abbastanza forti e fortunati si può andare ovunque . Adesso Ercole ha qualcuno di cui prendersi cura, da proteggere, anche rispetto al mondo degli adulti. E quando al compleanno di Luca, gli amici del padre del bambino cercano di ubriacare il piccolo senza che la madre lo difenda, è Ercole a intervenire e poi a portare in salvo il fratellino. Con audacia e vincendo la paura, si mette alla guida di un' auto. Lo sorprende la polizia. > Mi avrebbero creduto se avessi spiegato cos'era successo, che lo facevo per Luca? Avrebbero creduto a me o agli adulti? (...) E se mi avessero creduto, Luca dove lo avrebbero mandato? A chi l'avrebbero affidato? (...) Ho sentito la voce di Obi-Wan sussurrarmi: usa la forza, Luke. Segui l'istinto. Ho sentito le crepe sbriciolarsi e i mostri uscire dai muri. Ho ingranato la prima. Ho premuto a manetta sull'acceleratore. E sono fuggito. Se nei romanzi dell'Ottocento l'adolescente diviene adulto affrontando prove sempre più ardite, conquistando in tal modo la propria autonomia dai grandi, oggi il ragazzo resta sempre in qualche modo legato all'aiuto degli adulti. Si pensi alla differenza tra l'Isola del Tesoro di Stevenson, dove Jim affronta da solo i pericoli, dalla tempesta al pirata Silver, e la vicenda di Harry Potter che vince il male per il ruolo salvifico del super mago Dumbledore (si vedano le recensioni in questo sito: Treasure Island" e «Harry Potter& the Philosopher's Stone»). In «Anime scalze» non entra in gioco la magia, per fortuna; ma il quindicenne Ercole riesce a non scivolare «dalla confusione alla disperazione» perché trova saldi punti di appoggio nella sorella maggiore Asia e nella fidanzata Viola, coetanea eppure così salda e determinata. Al filone conduttore fondamentale, quello di romanzo di formazione, si aggiungono altri ingredienti: la fragilità e la distanza degli adulti, il tenersi dentro i sentimenti e non cercare aiuto, l'abbandono, l'amore come ancora di salvezza; troppi temi che si sovrappongono senza mai entrare nel dettaglio, quasi che l'autore volesse toccare tutti gli aspetti del disagio adolescenziale: insieme con frequenti pillole di saggezza la dispersione narrativa rende spesso prolisso e scontato il racconto. Un punto di debolezza del racconto è lo stile letterario. A differenza dei romanzi scritti insieme a Marco Magnone (vedi su questo sito le recensioni di «Berlin» e di "Il lato oscuro della Luna) manca il ritmo narrativo, se si escludono le ultime pagine; pure la scrittura è spesso prosaica, senza il contesto perché Torino é distante nella sua desolazione di città post industriale, mentre il ricorso frequente a dialoghi serrati e di poche parole pare un' ancora di salvataggio per una narrazione che fa fatica ad andare avanti, invece che un modo efficace per esprimere l'incomunicabilità. Perché leggerlo? E' scorrevole e indaga il disagio giovanile.
L'Arminuta
> Mia madre del mare è morta al piano superiore del letto a castello, una di quelle notti. A vederla non sembrava malata, forse solo un poʼ più grigia del solito. (...) Al funerale mi accompagnava lʼaltra madre. Poveradalgisa poveradalgisa, ripeteva torcendosi le mani. Ma poi lʼhanno cacciata via, aveva le calze di filanca tutte smagliate e non poteva assistere alla celebrazione in quello stato. Questo sogno perseguita le notti dellʼArminuta, la «ritornata»: una tredicenne rimandata alla famiglia di origine, dalla «madre per forza», dopo aver trascorso lʼinfanzia presso una zia, la «madre del mare». Cresciuta come figlia unica in una casa ordinata e tranquilla, si ritrova catapultata in una famiglia povera e numerosa, con genitori rozzi e apparentemente indifferenti, fratelli chiassosi e sempre pronti allo scherzo anche pesante, un fratellino un poʼ ritardato, e una sorella più piccola, invadente, già esperta dei lavori di casa, e che si fa la pipì addosso. > Verso sera sono rientrati i ragazzi più grandi, uno mi ha salutato con un fischio, un altro non si è nemmeno accorto di me. Si sono precipitati in cucina sgomitando (...). Si sono riempiti i piatti tra schizzi di sugo, al mio spigolo è arrivata solo una polpetta spugnosa sopra un poʼ di condimento. (...) I miei primi genitori si sono ricordati dopo cena che in casa mancava un letto per me. Stanotte tʼaddormi con tua sorella, tanto siete secche, ha detto il padre . Che nostalgia per la vita di prima, per la «madre del mare» e quanta vergogna per una famiglia così ignorante, trasandata e misera! Ma ciò che è inspiegabile per lʼArminuta sono le ragioni per cui è stata rimandata dai genitori «per forza», e così frettolosamente. Che la madre del mare sia malata? E se fosse morta nel frattempo? Con animo in subbuglio e pieno di malinconia lʼ Arminuta si inoltra in un mondo per lei sconosciuto: trova un appoggio nel fratello più grande (il suo primo innamorato?), impara ad aiutare in casa, da piccoli segnali scopre lo scontroso amore materno, anche se non lo accetta. > Avevo sentito la mano di mia madre attraversarmi la schiena e fermarsi decisa sulla scapola. Avevo incassato la testa tra le spalle, come un cane pauroso e compiaciuto della prima carezza dopo un lungo abbandono. Ma presto mi ero sottratta con un movimento brusco e allontanata un poco. Mi vergognavo di lei, delle dita screpolate, il lutto sbiadito addosso, lʼignoranza che le sfuggiva di bocca a ogni parola. Non ho mai smesso di vergognarmi della sua lingua, del dialetto che diventava ridicolo quando si impegnava a parlare pulito . È la sorella Adriana («indossava vestiti striminziti, scarpe sporche, capelli unti») a rompere la solitudine borghese dellʼArminuta, a farle comprendere la ricchezza affettiva che deriva dalla sorellanza, da unʼamicizia che trova forza nella consuetudine, nellʼessere gettate insieme nel mondo, nel salvarsi insieme nella complicità. E non poteva che essere Adriana a dirle bruscamente la verità: lʼArminuta è stata abbandonata dalla madre del mare perché questʼultima aspettava un figlio e non cʼera più posto per lei, voluta soltanto perché non si riusciva ad avere una propria creatura. Alla fine del romanzo lʼArminuta ritrova la madre del mare e dallʼincontro capisce sé stessa: > come un fiore improbabile, cresciuto in un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia . Cʼè una parola che sintetizza questo breve romanzo: autenticità. Si è veri se non si guarda il mondo attraverso le forme, le regole e le sembianze, ma si cercano i sentimenti profondi; si è veri se la cultura, lʼistruzione, i libri, le conoscenze acquisite a scuola, non sono uno schermo, ma servono a meglio calarsi nella vita reale, a ricercare il senso reciproco di umanità, al di là delle appartenenze di classe, etnia, religione e genere; si è veri se non si ha vergogna della propria lingua, ma non ci si rinchiude in una dimensione localistica e folcloristica. Ritorna il tema già trattato nel romanzo di Elena Ferrante («Lʼ amica geniale»), anche se in questo caso la ricerca di una vita autentica viene portata avanti allʼinterno della famiglia, nei rapporti tra figlia e madre e nelle relazioni fra sorelle. La domanda che ci si può porre è la seguente: per quale ragione in questi anni si sente tanto il bisogno di tornare alle fonti primordiali della società italiana, la famiglia e lʼamicizia? Perché sentiamo che la cultura sia insufficiente a farci apprendere «la resistenza»? La trama è gracile e i personaggi sono tratteggiati e non approfonditi, cominciando dallʼArminuta, improbabile narratrice. Il pregio fondamentale è la scrittura: si abbandona finalmente la banalità, lo stile da sceneggiato televisivo, si lavora in direzione di una nuova lingua, fatta di frasi brevi ma non spezzettate, di una giusta mescolanza dellʼ italiano standard con parole dialettali e locali, con risonanze antiche ben collocate in un periodare moderno. Perché leggerlo? Una storia interessante anche se solo abbozzata, una scrittura interessante e piacevole.
L'arte della gioia
Nelle ultime pagine del libro, Modesta, la protagonista del romanzo, é accusata dal figlio di non averlo amato, > perché hai vissuto per tutti, sempre in giro, maledetta, a parlare e a dare confidenza a tutti . E Modesta gli risponde indirettamente poche pagine dopo confessando che «nellʼansia di vivere ho corso troppo con la mente». Il racconto della vita di Modesta assomiglia ad una lunga corsa appassionata, che non ha un momento di quiete, ma anzi trae sempre rinnovato vigore dagli ostacoli che incontra, dalle nuove amicizie ed amori, e da una famiglia allargata, senza confini, gerarchie e ruoli definiti. Alla fine il lettore stesso si ritrova stanco e confuso, travolto da tanta energia. Il romanzo è ambientato in Sicilia, a Catania. Modesta nasce nel 1900 e il racconto attraversa la storia italiana del novecento, con una particolare attenzione alle vicende della sinistra: il partito socialista e quello comunista. Cresciuta in una poverissima famiglia contadina, Modesta è violentata allʼetà di sedici anni da un uomo, che è forse suo padre. Per carità viene accolta in un convento. Se ciò le permette di appassionarsi alla lettura e allo studio, deve subire lʼambiente bigotto e ipocrita delle suore ed accettare regole, che mortificano lʼ intelligenza ed una sessualità fresca e curiosa. Diviene la protetta della madre superiore e per una serie di fortuite circostanze, colte da Modesta con notevole astuzia, va a vivere presso una famiglia aristocratica, i Brandiforti. Modesta non è una eroina alla Jane Austen. Non si fa scrupolo di togliere di mezzo tutti gli ostacoli alla sua volontà di > non essere una donnetta. Come la principessa volevo diventare, quella sì che era una donna forte e volitiva come un uomo . Uccide la madre superiore e la principessa tanto ammirata, sposa il principe erede, malgrado sia mongoloide, e porta avanti due relazioni amorose: con Carmine, il forte e prepotente fattore, e Beatrice, la delicata e dolce principessina. Modesta accetta gioiosamente e senza sensi di colpa la bisessualità, così come è determinata a rendersi padrona del proprio destino. Dʼaltra parte sullo sfondo cʼè sempre «lʼantica paura» della miseria, materiale e morale, delle sue origini contadine. > Non dovevo dimenticare... il passato, ma anzi ricordarlo sempre tutto, così da tenerlo sotto controllo e farmene una forza contro i nuovi incontri che sicuramente mi aspettavano al varco . Ancora molto giovane, Modesta è già allʼapice della società catanese, biasimata per la vita trasgressiva, ma rispettata per le capacità e la cultura. Potrebbe fermarsi. > Ma anche adesso, mentre scrivo, il sole tramonta, qualcuno bussa alla porta, una macchina attende al cancello . Lʼincontro con Carlo, medico settentrionale imbevuto di idee socialiste, trascina Modesta nel mondo delle ideologie, delle aspirazioni astratte, delle grandi illusioni. Per la Modesta concreta e carnale, cʼè troppo di moraleggiante in Carlo, anche se la protagonista ne apprezza la coerenza e la rettitudine. Più travagliata è invece la relazione con Joice, a sua volta figura irrequieta, oppressa da sensi di colpa, che cerca di superare con la psicoanalisi. Il rapporto sentimentale tra Modesta e Joice è scandito dai tentativi di suicidio di questʼultima, da discussioni acide e cattive, nelle quali Joice accusa lʼamica di superficialità, le rimprovera la sensualità gioiosa e trasbordante, che non distingue tra uomini e donne, tra amanti occasionali e relazioni più profonde. > Eh Joice, a che ti è servita tanta intelligenza, tanta scienza se non sei riuscita a scalfire neanche un millimetro del vizio della colpevolezza? Per fortuna che ci sono il mare, il sole, le lunghe nuotate ed «una folla di bambini eccezionali», che Modesta accoglie con affetto, senza tener conto della loro nascita e delle loro relazioni di parentela. A dare una brusca cesura ad una storia sentimentale ormai stanca, troppo imbevuta di intellettualismi e di recriminazioni, irrompe la prigione. Modesta viene arrestata, accusata di finanziare ed aiutare i comunisti e rinchiusa in carcere. In cella incontra Nina ed è un ritorno ad un amore gioioso, fatto di baci e di carezze, affettuoso e sensuale ad un tempo. Con Nina, Modesta può abbandonarsi nuovamente > alla vita sempre senza paura.... Vorrei seguirla... e continuare a sognare..., ma brusii di voci, sferragliare di treni, rumore sordo di folle accalcate si staccano dal mio futuro e invadono la stanza immobilizzandomi alla poltrona . La fine del fascismo e il dopoguerra travolgono Modesta. Il partito comunista vorrebbe utilizzare il fascino e le capacità della donna, ma le sue idee non sono allineate a > quel sorriso accattivante, democratico... che deve rassicurare lʼopinione pubblica... Non si può improvvisamente parlare di libero amore, di aborto, di divorzio, bisogna andare per gradi, come dice il compagno Giorgio ( Amendola) . Modesta è troppo trasgressiva per il perbenismo borghese del partito comunista. La politica è una delusione, non è tuttavia una sorpresa. La vera novità, che destabilizza la protagonista, è il timore verso i giovani. Modesta scopre che i bambini, così amati, sono diventati degli adulti, che lʼaccusano, le chiedono le ragioni della loro vita, del perché sono stati educati in modo così inconsueto. Si sentono imbarazzati dallo stile di vita di Modesta, non lo capiscono. Ed > anchʼio con stupore mi accorgo di avere paura del loro giudizio . Lʼincontro con un nuovo amore, Marco già compagno di Nina, le dà la forza per raccontare la sua straordinaria vita, spiegando a sé stessa e agli innumerevoli «figli» i motivi di tanta gioiosa ansia di vivere. Il romanzo è stato scritto tra il 1967 e il 1976, quando Goliarda aveva superato i quarantʼanni. È un > viaggio a ritroso nei boschi sotterranei dei ricordi apparentemente dimenticati, ma che riportati alla luce, riordinati, liberati da muffe e croste, rivelano mosaici di gemme splendenti per la comprensione della vita propria e degli altri . È una sorta di analisi freudiana, nella quale gli elementi autobiografici si mescolano ad un mondo immaginato, in parte trasposizione dei tratti più profondi del carattere di Goliarda ed in parte narrazione di nostalgie ed aspettative: la grande famiglia, i bambini, la terra di Sicilia. Come è stato osservato da Domenico Scarpa, > questo romanzo è una vittoria continua sulla paura e lʼincertezza . Narrare non sembrò aver dato serenità a Goliarda, se gli avvenimenti degli anni successivi portarono la scrittrice ad un atto disperato ed auto distruttivo: il furto di gioielli ad una amica, il carcere, il disonore e la povertà. Forse cʼè troppo egocentrismo in Goliarda, tantʼè vero che il sistema dei personaggi assomiglia al sistema solare, con un astro centrale ( Modesta) ed innumerevoli pianeti ( i personaggi), che non hanno una vita propria, se non quella che si dirama dal centro. Il mondo di Goliarda è complesso ed articolato ma le figure che lo compongono non sono altro che creazioni, porzioni di un territorio esistenziale e psicologico, che è solo quello della scrittrice. La struttura narrativa si appoggia fondamentalmente su dialoghi tra Modesta e gli altri personaggi: dialoghi nei quali non sono sempre chiari il contesto, la funzione narrativa e talvolta gli stessi partecipanti. Assomigliano più a lunghi soliloqui e danno lʼimpressione che gli interlocutori siano uno solo: la protagonista. Poiché manca anche una trama narrativa ben delineata, la lettura risulta faticosa e si giunge con un notevole sforzo alla conclusione. Lʼeditore Feltrinelli si rifiutò, a suo tempo, di pubblicare il libro, chiedendo allʼautrice, che non accettò, di ridurlo e di renderlo meno dispersivo e prolisso. Il successo clamoroso al di fuori dellʼItalia ha in qualche modo ridicolizzato il severo giudizio della casa editrice. Ma oggi, perdendo di novità la trasgressività di Modesta, la valutazione di allora appare senza dubbio corretta. Perché leggerlo? Se ci si arma di coraggio e di pazienza, lʼansia di vivere di Modesta dà una scossa di energia in un mondo contemporaneo così grigio e monotono.
Ascension
Per la mitologia greca Sisifo è costretto a spingere per l'eternità un enorme masso fino alla vetta per vederlo rotolare giù a valle, e doverlo poi riportare in cima. Per Albert Camus, il mito di Sisifo ci dice come > la lotta verso la cima basti a riempire il cuore dell'uomo. (...) In questo sottile momento, in cui l'uomo ritorna verso la propria vita, nuovo Sisifo che torna al suo macigno, (...) contempla la serie di azioni senza legame, che sono divenute il suo destino, da lui stesso creato, riunito sotto lo sguardo della memoria e presto suggellato dalla morte (Il mito di Sisifo in Opere Bompiani pagine 318-9). Visto in questo modo, il mito di Sisifo può essere la chiave interpretativa di un romanzo che sarebbe banale definirlo di fantascienza. Harold, un uomo schivo e solitario, è scomparso da molti anni, quando il fratello viene a sapere che è ricoverato per evidenti disturbi mentali; scopre anche delle lettere che Harold ha scritto alla nipote, in cui racconta di un monte comparso misteriosamente in cielo, e della sua esplorazione da parte di un gruppo di scienziati, tra cui Harold. > Mi sono chiesto talvolta perché ti ho indirizzato queste lettere, Hattie, che cosa a che fare questa esperienza con te. (...) Dapprima, mi dissi che le lettere erano poco più che una cronaca, un registro di eventi che mi permettessero processarli in un qualche livello subconscio, più profondo. (...) Ciò è falso. (...) Passai la vita a nascondermi da me stesso, a negare il mio passato, ad occultare la mia identità sotto nuove sfide e nuovi misteri. Come intuì Camus, sete di conoscenza e fuga da sé stessi s'intrecciano inestricabilmente. Il gruppo di scienziati è formato da differenti competenze, alcune scientifiche, tutte delle scienze naturali, un alpinista esperto e alcuni militari. Fa eccezione la presenza di un antropologo, di cui non si comprende la necessità. Dopo essere stati trasportati in elicottero al campo base, comincia l'ascensione verso la vetta del monte. La salita è fatta di difficoltà tipiche di scalate in alta quota: forti venti e temperature siderali, valanghe di ghiaccio e neve, burroni e crepacci. Gli esploratori sono anche aggrediti da mostri tentacolari e risentono di fenomeni paranormali, come la perdita della dimensione del tempo: poche ore possono divenire mesi, il passato e il futuro si sovrappongono al futuro nella mente. La narrazione è piena di avventure, di colpi di sorpresa, di ricordi di Harold, che faticosamente riesce, o pare riuscire, a liberarsi dei sensi di colpa, così da perdonarsi. Solo due uomini arrivano in vetta: Harold, ormai distrutto fisicamente, e Bettan, la guida alpina. In un ambiente solare, sopra le nuvole, sorprendentemente non più battuto dai venti, compare l'antropologo. Non è un uomo, è un Essere Superiore (forse Dio?) e la loro spedizione è stato un esperimento ( > sentii l'intera mia esistenza ridursi all'ampiezza di una gabbia per topi ); un esperimento per verificare le capacità degli esseri umani. E' per volontà dell'Essere Superiore che la scimmia è divenuta un ominide, poi da qui in Homo Sapiens ed infine gli è stato dato il dono della Ragione. Sempre intervenne l'Essere Superiore; adesso è il momento di fare un altro salto, chi sarà il fortunato? Non può che essere Bettan, il nostro Harold è in fondo un debole. Appena l'Essere Superiore pose la pietra miracolosa sul petto, il suo corpo > cominciò a risplendere, prima in un blu profondo, come quello dell'oceano, poi giallo come il sole. (...) Una pulsione di energia esplose da lui come un tuono. (...) E' fatto, disse l'Essere Superiore, (...) Benvenuto, «Uomo Altro», nella nuova era dell'umanità. E proprio in quel momento di trasformazione, Bettan si spara in testa uccidendosi, gridando: > Io sono il padrone del mio destino, (...) Io sono il capitano della mia anima. L'Essere Superiore si ritira sconsolato, per sempre speriamo. Adamo preferì lasciare il Paradiso Terrestre per essere libero. Alcuni angeli si ribellarono a Dio, preferendo la maledizione eterna che essere i cortigiani plaudenti della divinità. Nel romanzo s'immagina che le lettere di Harold abbiano suscitato un grande dibattito nel pubblico e nella critica: un'opera confusa e delirante, la conferma che esiste un complotto planetario, un resoconto di un fenomeno possibile dal punto di vista della fisica teorica, indizi veritieri per la presenza di personaggi realmente scomparsi senza lasciare traccia, una costruzione onirica di un uomo sofferente che ha voluto metabolizzare le proprie colpe. E' difficile dire quale di queste interpretazioni è quella giusta: forse, un po' di tutte. Ed è questo il limite del romanzo: voler dire troppo senza essere umilmente un buon romanzo di fantascienza. La scrittura è lineare e leggibile; per un tema così complesso ci sarebbe voluta una scrittura maggiormente evocativa, capace di creare suggestioni e fantasie nel lettore; una lingua come quella di Paul Lynch in " Prophet Song (si veda la recensione in questo sito). La trama è confusa, per aver voluto mettere insieme il genere d'avventura con quello d'introspezione psicologica, con troppe intrusioni dell'autore nella fisica di Einstein e più in generale nella metafisica. Perché leggerlo? E' interessante ma non aspettatevi un romanzo di fantascienza.
Attesa sul mare
Lo stimolo a leggere Biamonti mi è venuto da una poesia di Montale: Riviere. In questo capolavoro il paesaggio ligure è lʼoccasione per i ricordi, per il rammarico ed anche per nuovi sogni. Ed anche Pietrabruna, il paese arroccato tra monti e mare dove ritorna il protagonista, evoca sentimenti contrapposti: > le colline tremavano a contatto della cupola del cielo, scosse da un blu denso e luminoso. Ma cʼerano terre che volgevano le spalle al sole, sconfortate ( da ragazzo lo avevano fatto sognare). I raggi scendevano dai picchi senza toccarle. Terre in perpetuo desiderio . Edoardo è un capitano di nave che ritorna alla sua casa, in attesa di un nuovo imbarco. Ad accoglierlo ci sono > frane aggrappate alla collina e uliveti dentro voragini luminose... luce di mare (che) si saldava alle cime, ai crinali, sino a Pietrabruna : paese sempre uguale, «ma la vita dovʼera, fuori dalle sciabolate del cielo, fuori dal vento?». Ad aspettarlo cʼè anche Clara, che da anni attende che Edoardo si fermi. Il loro è un amore inconsueto tra un uomo senza radici ( come tanti marinai) e una donna solo apparentemente placida e rassegnata: > nel suo volto sinuoso e ossuto, di una dolcezza irregolare, si accordavano inquietudine e sogno . Clara è la tipica donna ligure, costretta ad essere indipendente, e rimane nel romanzo un personaggio misterioso, incomprensibile, ricco di sfaccettature. Edoardo è invece lineare: dietro i problemi economici nasconde il desiderio di fuga. Ed infatti accetta un imbarco rischioso. Deve consegnare un carico di armi in Bosnia. Si trova a comandare una vecchia carretta. Ben presto il viaggio si rivela una trappola, in quanto perdono i contatti con lʼarmatore e quando arrivano a destinazione Edoardo è costretto a cercare, da solo, i compratori, pur in mezzo ai cecchini e agli scontri tra le diverse bande. Il paese bosniaco può essere simile a Pietrabruna, ma «le colline dal crinale bianco erano blu ombra dove non batteva il sole». Ed anche la donna, che incontra e con la quale si accompagna, può essere Clara, ma aveva «occhi lievi, distanti... i segni di una isterilita dolcezza». Che il paese bosniaco, di cui non cʼè detto il nome, sia lo specchio rovesciato di Pietrabruna e che, quindi, il viaggio di Edoardo non si sia svolto nello spazio, ma nella propria anima? È una interpretazione in quanto il romanzo resta sospeso in unʼultima riflessione ermetica di Edoardo: > cʼè in ogni terra il seme della morte, si vede bene in piena luce..... ci sono colpi di sole su terre appese . Biamonti ha una scrittura accentuatamente lirica, più consona alla poesia che alla prosa. Quando descrive paesaggi e personaggi della sua terra, la Liguria, il suo stile trova un equilibrio spesso felice tra narrazione e ricerca delle parole e dello consonanze. La prima parte del romanzo ha un fascino notevole, soprattutto per chi è innamorato della Liguria, nella seconda parte lo scrittore perde di slancio e di armonia: si capisce che non è a suo agio. Dʼaltra parte non sono lʼattualità e la storia gli interessi dellʼautore, che è invece tutto orientato a scavare nel suo mondo, nel rapporto tra luminosità del paesaggio e tormenti delle coscienze. Perché leggerlo? È una splendida lettura, ma non bisogna aspettarsi una trama narrativa interessante.
Augustus: a Novel
John Williams ha scritto tre romanzi di grande successo: «Butcher's Crossing» nel 1960, «Stoner» nel 1965 e questa biografia di Augusto nel 1972 (con questa scheda i libri sono tutti recensiti in questo sito). Williams è uno scrittore di grande talento che innova continuamente lo stile adattandolo alla storia e ai personaggi. In questo caso l'autore costruisce la trama mediante le lettere scritte da diversi personaggi; Augusto interviene solo alla fine in prima persona e così noi possiamo conoscere alcuni passaggi fondamentali, politici e personali, della sua vita da differenti punti di vista. E' un raffinato espediente letterario che tuttavia frammenta il racconto e presuppone che si conoscano, almeno a grandi linee, le complesse vicende che portarono al Principato prima e all'insediamento di Tiberio poi. Chi era veramente Ottaviano, poi Augusto? Quando muore lo zio Cesare che lo fa suo erede, Ottaviano è un giovane di diciott'anni: viene a sapere la notizia in Grecia dove si trova insieme con i suoi amici: Mecenate, Agrippa e Salvidienio Rufo. Nel suo diario questi racconta che Ottaviano esprime le sue incertezze sulle reale fedeltà delle legioni di Cesare e rivolgendosi agli amici dice che egli parlerà dei suoi timori solo con loro tre, > che siete realmente miei amici, (...) una fredda tristezza era sopraggiunta e lo allontanava da noi . E' come se il giovane Ottaviano si fosse reso conto che l'adolescenza era finita e che su di lui incombe il grave compito di porre fine alle guerre civili e di assicurare pace e prosperità a Roma: per far questo deve divenire un abile e spregiudicato uomo politico, mettendo gli affetti in secondo piano e usando tutto e tutti, persino i vecchi amici e l'amata figlia Giulia. Parafrasando il mito di Euridice e Orfeo, Orazio racconta il destino di Ottaviano. > Il suo amore non era una donna; la sua Euridice era la conoscenza, un sogno del mondo, al quale cantava la sua canzone. Ma il mondo di luce che era il suo sogno di conoscenza venne distrutto da una guerra civile; (...) e il suo sogno svanì, come se evaporasse, nell'oscurità del tempo e delle circostanze. Vide il mondo, e capì che era solo, senza padre, senza proprietà, senza speranza, senza sogni..... Fu solo allora che gli dei gli diedero la loro lira d'oro, e gli permisero di suonare non come essi volevano ma come desiderava lui . E' una splendida sintesi del destino di Ottaviano, che lo eleva a un ruolo immortale e unico nella storia, a perseguire un fine al quale tutto è subordinato, pure la felicità di Giulia. Ed è qui che ci inoltriamo pure noi nell'oscurità dell'animo umano. Con un colpo di genio letterario Williams riporta il diario di Giulia nell'isola di Ponza dove è stata esiliata. Il triste e rassegnato racconto di Giulia è preceduto dai pettegolezzi sulla sua vita dissoluta, quasi a giustificare la tremenda decisione del padre. Eppure non possiamo che avere simpatia per questa ancora giovane donna, la quale fu costretta a sposare Agrippa, ben più vecchio di lei, e poi l'inquietante Tiberio. Può darsi che sia vero che il padre l'abbia esiliata per i suoi costumi immorali per non farla condannare a morte per complotto contro lo stato; è certo che la crudele e fredda severità di Augusto contrasta con la dolce malinconia di Giulia. Sono pagine bellissime che giustificano da sole la lettura del romanzo: lo svanire dei ricordi perché ormai inutili e portatori solo d'infelicità, e per contrasto la precisione del racconto dell'incontro tra Ottaviano e Giulia, tra padre e figlia. > Il suo viso era smagrito, e c'erano rughe di stanchezza intorno ai suoi occhi pallidi; ma nella luce incerta della stanza, la faccia poteva essere quella di lui che mi ricordavo da bambina . Giulia apprende che la cospirazione è stata scoperta da Tiberio e il padre non può fare altro che condannarla per salvaguardare la sua autorità. > Mia bambina, disse, ciò non ha niente a che fare con l'amore. Si volse di nuovo via da me e prese alcune carte sulla scrivania. (...) Non ho visto mio padre d'allora. Capisco che egli non dirà (più) il mio nome . L'eleganza della scrittura, la ricostruzione romanzata ma sapiente di vicende ancora non chiare agli storici, la ricchezza del lessico e la capacità di rendere le peculiarità dei diversi protagonisti (da Marco Antonio a Cicerone sino a quelli minori) sono qualità letterarie che abbagliano il lettore. In molte recensioni è paragonato a «Io Claudio» di Robert Graves; ebbene è un'altra cosa. Svolazzando con superficialità nella storia e nei protagonisti Williams non riesce a trasmettere passione e mistero; il romanzo finisce per essere distaccato e rigido come immaginiamo che sia stato Ottaviano Augusto. Perché leggerlo? Un po' di fatica ma il diario di Giulia è veramente bello.
Le avventure di Pinocchio
Appena si inizia a leggere il libro di Collodi la mente va subito ad un capolavoro: «le avventure di Cipollino» di Gianni Rodari. Per la nostra sensibilità il racconto di Pinocchio è moraleggiante, con un tema di fondo così distante da noi: > oggi (ma troppo tardi!) mi sono dovuto persuadere che per mettere insieme onestamente pochi soldi bisogna saperseli guadagnare o col lavoro delle proprie mani o collʼingegno della propria testa , cosi dice il Pappagallo a Pinocchio nel Campo dei Miracoli. Quanto è più divertente ed ammaliante il romanzo di Rodari, che parla di libertà, di lotta ai potenti, di ardita immaginazione! Eppure, se si guarda con maggiore attenzione ci si accorge come «le avventure di Pinocchio» e quelle di Cipollino trattino lo stesso argomento: il mondo è rovesciato e bisogna metterlo in piedi, sulla strada giusta. È chiaro come il racconto di Collodi sia un romanzo di formazione: un bambino, tanto zuccone da essere un burattino, impara dalla vita a divenire adulto, a capire il bene e il male. Ma tutti i personaggi sono ben particolari, cominciando da Geppetto, il padre generoso e premuroso. il quale vuole fabbricarsi un «bel burattino» per > girarsi il mondo, per buscarmi un tozzo di pane e un bicchier di vino , e giustamente «la vocina» nascosta commenta: «Bravo Polendina!». E che dire della Fatina «dai capelli turchini», la mamma amorosa e dolente! Perché non aiuta Pinocchio e lo lascia invece nel bosco oscuro, in balia degli assassini? Pinocchio affronta da solo le peripezie, che lui stesso provoca non volendo rispettare le regole sociali: invece di andare a scuola va con il burattinaio, si lascia ingannare per avidità dalla Volpe e dal Gatto, dimentica Geppetto in miseria, promette di essere diligente e poi se ne dimentica per correre con gli altri monelli, e così va in prigione, rischia di essere fritto in padella, sino a lasciarsi abbindolare ed andare nel Paese dei Balocchi, e divenire un somarello. Che cosʼ è che lo redime? Le buone azioni. Quando il cagnaccio Alidoro, che lo aveva inseguito per mangiarselo, rischia di affogare, dopo un momento di esitazione Pinocchio lo salva: ed infatti, > il suo babbo gli aveva detto tante volte che a fare una buona azione non ci si scapita mai . Ed allora, per incanto, i vari personaggi, gli stessi animali, si rivelano generosi e disponibili. Quando Pinocchio, alla ricerca di Geppetto, è ingoiato dal terribile Pesce- cane, e lì in fondo allʼenorme stomaco trova il suo «babbino», è un Tonno che li aiuta ad uscire dalla bocca del grande animale: e > Pinocchio (...) gli posò un affettuosissimo bacio in bocca. A questo tratto di spontanea e vivissima tenerezza, il povero Tonno, che non cʼera avvezzo, si sentì talmente commosso, che (...) ricacciò il capo sottʼacqua e sparì . Come capitò che Carlo Lorenzini, il vero Collodi, > un provinciale implacabile, miticamente pigro, lunatico ed imprevedibile , abbia deciso di scrivere «le avventura di Pinocchio» è una questione che lasciamo agli studiosi. Forse perché, come scrisse nel bozzetto «Una lettera al Fanfulla», «il nascer toscano è una disgrazia che può accader a tutti». Ed è proprio la toscanità provinciale che rende vivo e moderno un romanzo, diversamente perbenista e noioso. Lontano dallʼitaliano aulico, la lingua riesce a dare vigore e brio al racconto: Pinocchio è un discolo e ricorda tutti i bambini del mondo, la loro voglia di giocare e divertirsi, la loro ingenua apertura agli altri, il loro desiderio ad non essere rinchiusi nelle barbose regole sociali degli adulti. Tutto questo rende eterno il racconto di Pinocchio, al di là del suo contesto ottocentesco. Perché leggerlo? È il racconto del bambino, che eravamo.












