Il Secondo Cerchio
Il libro raccoglie quattro racconti di giovani scrittori russi, che erano bambini quando è crollata lʼUnione Sovietica e sono, quindi, del tutto estranei ai temi ereditati dal crollo dellʼimpero. I racconti hanno stili e contenuti totalmente differenti, ma hanno un comune oggetto: «la ricerca di qualche cosa che ci manca», come conclude Vladim, il protagonista della breve storia di Savelyev, la più riuscita delle quattro. «Salam Dalgat» di Alisa Ganieva è ambientato in una città del Caucaso. Dalgat, un giovane studente «magro come uno stecco», è alla ricerca di un parente e ciò lo porta attraverso la città: al mercato, nelle squallide periferie, ad un matrimonio. Dappertutto si imbatte nella desolazione, nella violenza gratuita e nel costante contrasto tra tradizione e modernità. Quanto è lontano tutto questo dalla retorica ufficiale che vorrebbe dare unʼimmagine luminosa e virtuosa delle terre e del popolo del Caucaso! Nel suo errare Dalgat incontra un uomo che gli vuole far leggere un libro che parla di come è stata distrutta la nazione caucasica, le sue lingue, i suoi canti, le sue poesie secolari. Ma quando il giovane gli chiede di che cosa parla il libro, lʼuomo risponde con un sorriso: «niente di speciale, sciocchezze». Se lo stile di Ganieva è ancora profondamente russo, quello di Igor Savelyev, è minimalista, essenziale. La sua «Città Pallida» parla del mondo dellʼautostop. I protagonisti sono dei giovani che vagano per la grande Russia senza un vero scopo, se non quello di fuggire dai genitori, dalla vita borghese. Vladim, nel suo peregrinare, trova ospitalità per la notte ad Ufo, una delle tante città al limite degli Urali, presso uno studente fuori corso. Qui incontra una ragazza, Nastja, anchʼessa autostoppista. Nasce una breve storia dʼamore, che il ragazzo vorrebbe continuare, ma Nastja > si accalorava.... non mi importa dove andare (dice), purché sia lontano da casa... ho bisogno di posti nuovi dove fermarmi poco.... conoscenze occasionali, persone che appaiono e spariscono . Ed allora non resta che rimettersi sulla strada alla ricerca di quellʼ «acuto senso di solitudine che non è possibile trovare nella vita normale». «Il bambino perduto» di Anna Lavrinenko è un racconto delicato, sentimentale, anche psicologico, ma dietro lʼapparente normalità narrativa si nasconde un paradosso: il protagonista, un operatore di call center, è convinto di essere stato abbandonato da sua madre allʼetà di cinque anni. Questo pensiero, ma è vero che è stato lasciato?, lo ha perseguitato per trentʼanni, ma forse non è necessario un fatto così grandioso per dare un senso alla vita. > Forse basta semplicemente dimenticarsi le chiavi, sedersi in una tromba delle scale deserta . Infine, «Alta pressione» di Aleksej Lukjanov ci riporta, in modo surreale, allo squallore della vita politica attuale. Alcuni operai lavorano stancamente in una officina ferroviaria, quando si accorgono, giorno dopo giorno, che non funzionano più i telefoni, internet e tutti i mezzi di comunicazione. Il governo cerca di rimediare con un progetto assurdo: la radiodiffusione a vapore. Ma ciò non arresta il disfacimento, anche le parole importanti ( «sacramentali») cominciano a mancare. Tutti vogliono scappare in occidente, ma i treni sono troppo affollati.Il futuro potrebbe essere di desolazione, di povertà e di solitudine, se non fosse che il ciclo delle stagioni continua. > Era tornato il verde e alcune reti commerciali si erano autoliquidate in tutta fretta.... e così la fame non arrivò . Ad un certo punto, il governo, tramite la radiodiffusione a vapore, comunica che si è stancato dei cittadini, troppo ignoranti per comprenderlo, e ha deciso di abbandonarli al loro destino. Esplode la radiodiffusione a vapore ma ritornano le parole e si è finalmente liberi. Ma siano in Italia o in Russia? I racconti sono scritti molto bene e affrontano temi generali, tipici della società odierna: il disorientamento della gioventù ma anche la volontà di costruirsi da soli il futuro, autonomamente e con le proprie forze. Le storie non si concludono, restano sospese ed incerte, ma è ciò che abbiamo dinanzi: non ci sono più sicurezze. Perché leggerlo? La lettura è piacevole e i temi sono convincenti ed intriganti.
Sogni all'alba del ciclista urbano
Il romanzo si avvia nei primi capitoli con due storie apparentemente parallele. Da un lato vengono raccontati gli episodi più significativi di un adolescente, del suo gruppo di amici e del suo quartiere di Porto Allegre. Il ragazzo ricerca continuamente il rischio, ma non riesce a dimostrare il vero coraggio: così, non aiuta un amico che viene ucciso da una banda rivale. Emerge nel ragazzo la propensione a ricercare le avventure e una vita da super eroe nel mondo della fantasia sino al punto di crearsi ferite e farsi del male così da dimostrare di essere in grado di sopportare il dolore e di avere subìto vicende straordinarie. Dall’altro lato c’è un chirurgo plastico di successo che deve partire per la conquista di una cima inviolata con un amico scalatore. Mentre va a prendere l’amico ritorna nel suo vecchio quartiere e ci si accorge che il chirurgo non è altro che l’adolescente diventato adulto. Ritornano quindi i ricordi dell’adolescenza, partecipa a una rissa per salvare un ragazzo, incontra nuovamente unʼamica, con la quale aveva condiviso le fantasie da ragazzo, e capisce che «vivere, invece, non aveva niente di eroico». Era vissuto > in un limbo permanente tra innocenza ed eroismo, abitato da proiezioni fantasmagoriche di se stesso, lievemente distorte da quello che gli sarebbe piaciuto essere stato in passato o diventare in futuro . È finalmente diventato adulto. Il romanzo affronta diversi temi. Il primo di questi è la ricerca dell’autenticità della vita, ossia di una vita veramente vissuta, solo attraverso fatti straordinari, con i quali mettere in risalto il proprio coraggio, la propria virilità. Non si vive se non si è super eroi. > Sono ragazzi che vivono l’apice dell’illusione umana dell’invincibilità, sedotti dall’opportunità di mettere a prova il loro vigore fisico e vendicarsi dell’ingiustizia cosmica di essere nati . L’evidenza della falsità di questa visione della vita emerge solo quando il protagonista non ha il coraggio di aiutare l’amico, ossia non dimostra la vera capacità di essere uomo. Il tema dominante del libro è, tuttavia, il rapporto con il proprio corpo e il processo di alienazione con il quale da protagonisti si diventa spettatori di se stessi, come al cinema. Il protagonista percepisce la realtà dei propri sentimenti solo se essi si trasferiscono in una modificazione del corpo. Questa iniziazione comincia sin da bambino quando davanti allo specchio, nel bagno di casa, utilizza dei pennarelli per simulare il sangue e le ferite sul proprio corpo, si sviluppa con veri incidenti, ricercati proprio per farsi del male, e finisce nella sua scelta professionale, ossia quella di essere un chirurgo plastico. Così come nel momento dell’iniziazione, il protagonista si vede come uno spettatore di un film. > C’è sangue sul suo volto, una ferita terribile all’occhio, un’altra al braccio, e lui che si trascina fuori dal veicolo sulla sabbia bollente, la sabbia che si incolla al suo sangue, gli spettatori correvano a prestare soccorso all’eroe del film. Il suo film. La scena rasentava la perfezione. Il trucco non avrebbe potuto essere più realistico. Che bella cosa il sangue, pensò prima di svenire . > Lui iniziò a vedere la cosa dall’esterno, come una telecamera piazzata sul soffitto. La maledetta telecamera che era la sua unica amante. A volte la telecamera spuntava fuori negli istanti cruciali della sua esistenza: era come se lui stesso, si staccasse dal corpo per diventare l’osservatore. C’era lui dietro alla telecamera, che usciva di scena, attraversava la membrana tra realtà e fantasia e sceglieva una sedia nella platea vuota di un cinema buio . Il romanzo è molto piacevole. La scrittura varia da uno stile neo modernista (periodi lunghi, quasi dei soliloqui) a una conversazione sintetica e molto efficace. Molto efficace si presenta anche la descrizione degli ambienti e dei personaggi.
L'sola di Arturo
> Uno dei primi vanti era stato il mio nome. Avevo presto imparato (fu lui, mi sembra, il primo a informarmene) che Arturo è una stella: la più rapida e radiosa della figura di Boote, nel cielo boreale!. Così inizia la lunga ricerca dell'Amore da parte di Arturo Gerace: > un dilemma indecifrabile, senza sollievo di speranza, né di vendetta ; ricerca che aveva bisogno per svilupparsi di un luogo fatato come Procida: > un paese d'avventure, un giardino beato! , ma anche > una magione stregata e voluttuosa. Il romanzo racchiude in sé tre diverse nature, profondamente intrecciate tra loro: la narrativa, la fantastica e l'onirica. Arturo è rimasto orfano dalla nascita ed è stato allattato con latte di capra dal balio Silvestro. Cresce solitario in un Castello in rovina. Il padre è sempre in viaggio e il bambino scorrazza per l'isola e per le marine. Arturo vive libero ma malinconico, é appagato solo quando il padre è a casa. > La mia infanzia è come un paese felice, del quale lui è l'assoluto regnante! (...Lui che avanzava risoluto, come una vela al vento, con la sua bionda testa forestiera, le labbra gonfie, e gli occhi duri, senza guardare nessuno in faccia. E io gli tenevo dietro, girando fieramente a destra e a sinistra i miei occhi mori, come a dire: «Procidani, passa mio padre!». L'innamoramento non è scalfito dai modi bruschi e severi che il padre ha nei confronti di Arturo, né è spezzato dall'arrivo della matrigna, una ragazza poco più vecchia di Arturo (allora quattordicenne), forse sposata per capriccio. Il ragazzo ha nei confronti della matrigna un rapporto che oscilla tra la gelosia e l'attrazione, proprie di un adolescente alle prime esperienze amorose e sempre alla ricerca di una figura materna. Un giorno, il padre torna a Procida insieme a un carcerato, che viene rinchiuso nel penitenziario dell'isola. L'uomo è taciturno, non vuole più passeggiare e andare in barca con il figlio, al contrario, scompare spesso per andare a cantare una serenata d'amore sotto la cella del carcerato. L'infatuazione di Arturo per il padre si dissolve dolorosamente, soprattutto quando lo sente definire una «Parodia» dal malizioso carcerato: una pietosa riproduzione di un uomo di mondo, di un grande viaggiatore, quando > sarà molto, se è arrivato fino a Benevento, o a Roma-Viterbo!. Arturo diviene adulto perché vede il padre nella sua vera natura, egoista e meschina: deve lasciare anche l'isola meravigliosa, troppo intrisa delle scorribande felici e delle attese trepidanti. L'adolescenza è finita, Arturo va alla scoperta del mondo, decide di andare in guerra. Fin qui siamo dinanzi a un romanzo di formazione, talvolta prolisso e banale. A renderlo originale e attraente sono gli aspetti fantastici e onirici della narrazione. Si pensi alla salita verso il Penitenziario, dietro al padre: le vie del borgo antico, le strade strette e arrampicate, le mura a picco sulle alte scogliere dell'isola, facevano apparire la Casa di Pena simile al > Castello dei Cavalieri di Siria; fiabeschi avventurieri (...) affollavano quel palazzo murato , e Arturo diveniva > un funereo Cavaliere Errante, (...) e le voci dell'abitato poco lontano (...) mi parevano voci di una stirpe infantile. Un episodio centrale del romanzo assume suggestioni fiabesche ed evocative di mondi lontani e favolosi, di storie narrate. Si pensi invece all'immagine della conchiglia, naturalismo sognante di un fenomeno celeste. > Fuori della finestra di mezzanotte, (...) si scorgeva una minuscola nube che, muovendosi sul turchino del cielo, in pochi istanti prese dapprima la forma di una conchiglia, poi d'una piccola mongolfiera, poi d'un cono gelato, poi d'una barba di vecchio, poi d'una ballerina. Realtà, fantasia e sogno si ibridano e i toni narrativi si sfumano; il romanzo assomiglia sempre meno ad un racconto di formazione (una sorta di Isola del Tesoro napoletana, si veda la recensione di Treasury Island in questo sito) e va sempre più invece assumendo le immagini e il ritmo di «Le Mille e una notte» (si veda la recensione in questo sito). Morante non cerca di dare un'impronta tradizionale al romanzo, come aveva tentato in «Menzogna e Sortilegio» del 1948 (vedi recensione in questo sito), la fantasia vola alta sin dalle prime pagine, da quell'incipit così stellato. Pur all'interno di uno stile meticoloso e apparentemente naturalistico, la narrazione è talmente onirica e fiabesca che fa sospettare un viaggio all'interno della coscienza. Già ne è una spia la scelta di Arturo come narratore, e quindi il punto di vista dell'io; poi il susseguirsi disordinato e invadente delle immagini, quasi frutto di sogni e visioni; infine i personaggi, che paiono stereotipi delle diverse parti della coscienza: la matrigna, figura animalesca ostinatamente fedele, il padre, caparbiamente egoista e ostile, il balio Silvestro a impersonare la figura della Madre e che torna a salvarlo, la malizia cattiva del carcerato, distruttore dell'Amore Assoluto. E' come se il protagonista (la Morante?) fosse in bilico, dinanzi a differenti direzioni da prendere, e infine sceglie il distacco: separazione anche dal luogo vagheggiato, dove si è nati e cresciuti. La narrazione procede con lentezza, attenta com'è a scandagliare l'animo del protagonista narratore dinanzi alle diverse situazioni che via via gli si pongono dinanzi. E' un continuo scavare, con descrizioni dettagliate, che sarebbero noiose se non fossero sorrette da una scrittura grammaticalmente raffinata, da un lessico vaporoso ed elegante, da una prevalente atmosfera di piacevolezza. Perché leggerlo? Affascinante, anche se a tratti prolisso.
Storia del nuovo cognome
Elena prosegue il racconto dellʼ amicizia con Lila. Il primo libro, «Lʼamica geniale», era terminato con il matrimonio di Lila con Stefano, il ricco salumiere. > Volevo tornare a sprofondare nel rione, essere comʼero stata. Volevo buttar via lo studio, i quaderni zeppi di esercizi. (...) Ciò che potevo diventare fuori dallʼombra di Lila non contava niente. Cosʼero al confronto con lei in abito da sposa, con lei nella decapottabile, il cappellino blu e il tailleur pastello? Questa riflessione di Elena non interrompe un percorso che conduce le due ragazze ad allontanarsi e continuamente a cercarsi. Che cosʼè per Elena la vita senza Lila? > Il tempo si acquieta e i fatti salienti scivolano lungo il filo degli anni come valigie sul nastro di un aeroporto; li prendi, li metti sulla pagina ed è fatta. (...) Con lei non volevo avere rapporti veri, solo ciao, frasi generiche. (...) Da un lato dicevo basta, dallʼaltro mi deprimevo allʼidea di non essere parte della sua vita, del suo modo dʼinventarsela . Elena continua a studiare, supera brillantemente la maturità classica, va alla Normale di Pisa, si laurea, scrive un romanzo, diviene una scrittrice. Tutta questa cultura non è altro che una maschera: > imparai a controllare la voce e i gesti.(...) Misi il più possibile sotto controllo lʼaccento napoletano. (...) A scuola avevo imparato a far credere che sapessi moltissimo . E soprattutto Elena si trovò «sterilizzata dallo studio», mettendo sotto controllo anche i sentimenti, le angosce, le stesse audacie. Alla ricerca del «travestimento migliore», leggendo alcuni quaderni di Lila si accorge che > la maschera portata così bene (...) era quasi faccia. Allʼimprovviso mi resi conto di quel quasi . (...) Dietro il quasi mi sembrò di vedere come stavano le cose. Avevo paura > . Sotto lʼapparente conquista della libertà si cela per Elena la perdita di una vita autentica. Per Lila, invece, le infelici vicende coniugali e sentimentali conducono ad una vita piena di avventure diverse e scriteriate > , ad una effettiva conquista della sua autonomia come persona e donna. Lila avverte subito come il matrimonio sia stato uno sbaglio: Stefano si rivela un uomo insensibile, volgare ed anche violento. La ragazza cerca disperatamente di ribellarsi e poi di accettare la vita coniugale, anche se così falsa e priva di amore. Durante una vacanza estiva incontra Nino, il giovane intellettuale, del quale è invaghita anche Elena. Se per questʼultima lʼamore per il giovane è ancora una storia adolescenziale, per Lila è una relazione travolgente, nella quale lʼattrazione fisica si intreccia con il desiderio di elevarsi culturalmente. Resta incinta, viene abbandonata da Nino e fa la follia, per il rione, di scappare, di andare a vivere da sola con il bambino, di lavorare, lei un tempo ricca e viziata, come operaia in un salumificio. Elena va a far visita allʼamica in fabbrica, vede il lurido ambiente di lavoro, è disgustata dal puzzo di grasso che (lʼamica) si portava addosso > . Vorrebbe parlarle del suo successo e invece viene a sapere che alla sera, dopo aver messo a dormire il bambino, Lila studia i linguaggi di programmazione: facevano esercizi coi diagrammi a blocchi, si allenavano a ripulire il mondo dal superfluo, schematizzavano le azioni dʼogni giorno secondo due soli valori: zero e uno. Parole oscure nella stanza miserabile, sussurrate per non svegliare Rinuccio. Capii che ero arrivata fin là piena di superbia (...) ma lei (...) stava reagendo spiegandomi di fatto che non avevo vinto niente, che al mondo non cʼera alcunché da vincere, (...) e che il tempo semplicemente scivolava via senza alcun senso, ed era bello solo vedersi ogni tanto per sentire il suono folle del cervello dellʼuna echeggiare dentro il suono folle del cervello dellʼaltra". Lʼelevazione culturale di Elena, il suo italiano colto ed artefatto che sopprime il disonorevole dialetto dellʼinfanzia, i suoi amici istruiti e sofisticati sono una sorta di solvente che distilla il racconto; scompaiono gradualmente ma decisamente lʼambiente napoletano, la vivacità del rione, lʼautenticità della vita. È una perdita secca per la narrazione, tanto più che lʼautrice si prolunga, per circa 100 pagine, in un racconto minuzioso e prolisso delle vacanze estive delle due ragazze e della storia dellʼinnamoramento per Nino. È una regressione adolescenziale, non riscattata dallʼultima parte del libro: lʼintegrazione di Elena nella vita universitaria di Pisa e più in generale nella buona borghesia, la lotta di Lila per vivere compiutamente il suo amore per Nino, la rassegnazione e poi la fuga di Lila, ed infine le intense pagine finali. La scrittura, elegante, fluida, perfetta, sorregge lʼintera narrazione, troppo spesso prolissa e ridondante. Dà spessore ed originalità la sottointesa ma possente critica allʼistruzione scolastica, luogo di normalizzazione e di mascheramento. Perché leggerlo? Le due protagoniste avvincono, lo stile narrativo assolve una trama lenta e talvolta fiacca.
Le stragi delle Filippine
Con un tempismo eccezionale Salgari pubblica nel 1897 un romanzo «d'avventura e d'amore», che parla dell'insurrezione delle Filippine tra il 1896 e il 1898: un conflitto tra il movimento indipendentista filippino e la Spagna, che porterà quest'ultima a perdere la colonia. Come era già successo per Cuba con la guerra ispanico americana del 1898, raccontata da Salgari in un altro romanzo (si veda la recensione di «La capitana del Yucatan» in questo sito), l'ambiguo appoggio statunitense ai patrioti filippini condurrà all'annessione delle Filippine agli Stati Uniti. Se nel romanzo ambientato a Cuba Salgari è chiaramente dalla parte della Spagna contro i perfidi imperialisti americani, qui la posizione dell'autore è ambigua; deve essere anticolonialista, e quindi contro la Spagna, ma traspare una vena crescente di razzismo: gli insurrezionisti sono eroici ma sanguinari e crudeli, sono privi di effettive capacità militari a fronte dei valorosi e abili ufficiali spagnoli. Si pensi alla descrizione del campo degli insorti: > era un caos di tende piantate senza regole, di capannucce improvvisate, di tuguri d'ogni forma e dimensione, di semplici tettoie, di ripari assolutamente primitivi. E che dire delle > svariate razze dell'Estremo Oriente: dai meticci, incrocio di sangue europeo con popoli asiatici, e quindi > di carattere vivace, dall'intelligenza svegliatissima e costituivano il nerbo dell'insurrezione , ai cinesi, > colle loro facce color dei limoni maturi , sino ai malesi ( > dalla bocca larga armata di denti acuti come quelli delle fiere ), ai tagali, > dal volto quasi romboidale, ossuto ma simpatico. Pare leggere un trattato di Cesare Lombroso; d'altra parte nel 1885 abbiamo occupato l' Eritrea, è cominciata l'avventura coloniale italiana e Salgari coglie lo spirito dei tempi, nazionalistico, imperialista e razzista. L'inquadramento storico ideologico rischia di svilire il romanzo: oltre alle tradizionali avventure e colpi di scena dei racconti di Salgari, qui siamo dinanzi a una sofferta storia d'amore, che ci riporta al «Corsaro Nero» (si veda la recensione in questo sito). Il romanzo si apre con una scena sconvolgente, in cui un gruppo di ubriachi d'oppio, drogati da perfidi preti maomettani per vendicarsi degli infedeli, fanno strage tra la popolazione di Manila e stanno per fare scempio di Teresita, una giovane diciassettenne ( > due occhi d'un nero profondo (...) due labbra rosse come corallo ), quando intervengono a salvarla due valorosi: il meticcio Romero Ruiz e il cinese Hang Tu. Romero è innamorato della ragazza, figlia di uno dei principali comandanti dell'esercito spagnolo. Come si fa ad amare la figlia di un nemico? A rendere ancora più intrigante il dilemma, di Romero è innamorata anche Than Kiù, eroina della rivoluzione e sorella di Hang Tu. Siamo dinanzi a un intreccio di sentimenti, dall'amicizia di Hang Tu per Romero alla passione della giovane cinese per il meticcio. Troppo amato, il meticcio non coglie la sofferenza, anche quando Hang Tu salva la vita al padre di Teresita e lo fa per Romero, e quando Hang Tu cura con dedizione il meticcio, gravemente ferito. Per Romero esiste solo la bella spagnola; d'altra parte come fa a innamorarsi di una cinese, lui quasi europeo? Than Kiù e Hang Tù, sorella e fratello, vanno incontro allo stesso destino di morte. > Guarda invece, dice Than Kù a Romero, la mia stella che segue quella della donna bianca. La sua luce pallida tremola sempre come se dovesse spegnersi da un istante all'altro. Quando sarà giunta sopra il mio paese morrà e quel dì morrà pure la figlia del paese del sole. (...) Hang Tu, sempre immobile, guardava la nera massa che spariva nelle tenebre. Quando i fanali scomparvero dietro la lanterna chinò il capo sul petto e si sedette accanto Than Kiù mormorando: - Io ti ho amato tanto, Romero, ma tu non hai amato mia sorella-. Percorre l'intera narrazione un filo nero, romanticamente doloroso. Siamo dinanzi al solito Salgari, con una trama costruita intorno a combattimenti disperati, fughe per la giungla, momenti di grande tensione. Lo scenario è esotico, quasi sognante, abitato da spiriti maligni: > in alto volteggiavano numerosi quei brutti ed enormi pipistrelli, (...) col corpo lungo circa quaranta centimetri, e le ali membramose larghe oltre un metro, (...) sugli alberi fruttiferi si vedevano agitarsi non pochi di quei piccoli quadrumani (...) dal pellame ricco e morbido di color bruno , e poi macachi, serpenti, coccodrilli, sabbie mobili. E' un mondo fantasticamente cupo, che riflette, forse, i tormenti e gli incubi dell'uomo Salgari. Apparentemente avventuroso, il romanzo è inquietante, presagio dell'orrido suicidio dell'autore. Emergono anche i limiti di Salgari: i personaggi sono stereotipi, lo scrittore non riesce a scavare la personalità dei protagonisti; le avventure sono ripetitive per chi ha letto altri romanzi dell'autore, c'è una sensazione di scontato, di già letto. Perché leggerlo? E' tra i romanzi più complessi di Salgari, sia sotto il profilo storico che personale.
The Sympathizer
Non è stato facile recensire questo romanzo: i filoni narrativi sono numerosi, ricchi di riferimenti letterari, politici, filosofici, e per di più si susseguono sovrapponendosi così da creare un groviglio spesso indecifrabile, al quale è impegnativo dare un senso complessivo. E' più facile dire cosa non è il libro: l'oggetto non è la guerra del Vietnam, come hanno detto superficialmente numerosi critici (per questo bisogna leggere Matterhorn di Karl Marlantes, recensito in questo sito); l'autore non parla, o non lo fa prevalentemente, della condizione di chi fa parte di diverse storie e culture, in questo caso l'americana e la vietnamita (si legga «The Namesake» di Jumpa Lahiri, sempre in rikipedia), né, infine, il racconto è una critica politica alle tre nazioni coinvolte: gli Stati Uniti (il vinto mediaticamente vincitore), il Vietnam del Sud (la vittima) e quello del Nord, il vincitore permeato da una crudele ideologia totalitaria. Al fine di costruire un quadro unitario partiamo dalla trama. Il protagonista, e narratore, è nato da una relazione tra un prete francese e una donna vietnamita, > e stranieri e conoscenti si divertivano a ricordarmelo sin dall' infanzia, sputandomi addosso e chiamandomi bastardo, anche se talvolta, per cambiare, prima mi chiamavano bastardo e poi mi sputavano.(...) Forse non sorprendentemente io sono un uomo con due coscienze. Non sono un qualche incompreso mutante da albo a fumetti o da film dell'orrore, benché alcuni mi trattarono così. Sono semplicemente capace di vedere qualsiasi questione da entrambi i punti di vista . Questa qualità la possiamo chiamare simpatia, e si traduce in una incoerente disposizione d'animo: malinconica nostalgia per la Saigon francese, destinata a scomparire, con la sua corruzione, i mendicanti per strada, i locali notturni, le splendide ragazze disponibili, tanto da far dire all'autore che > noi non eravamo un popolo in guerra elettrizzato da marce militaresche. No, combattemmo ai ritmi di canzoni d'amore, come se fossimo gli italiani d'Asia ; riottosa ma arrendevole appartenenza ad un paese che > insisteva per la prima volta nella storia su un misterioso acronimo, USA, (...) che aveva estratto così tanti prefissi con super > dalla banca federale del suo narcisismo, (...) che non sarebbe stata soddisfatta finché non avesse bloccato ogni nazione del mondo con una presa di lotta e costretta a gridare Zio Sam ; legame ideologico con il sogno di una rivoluzione socialista che libererà, finalmente, il Vietnam dalle potenze colonizzatrici: essere un' > avanguardia che accelera i tempi verso la rivolta, regola l'orologio della storia e fa suonare la sveglia della rivoluzione . Perché scegliere fra queste differenti anime? Ed infatti il protagonista fa la spia per i Vietcong, facendo parte di una misteriosa cellula che risponde ad un altrettanto oscuro comitato, nel contempo è assistente, ed amico, di un generale del Vietnam del Sud, nazionalista, razzista e classista, ed è infine permeato di cultura americana, dall'abuso degli alcolici alla dizione perfetta della lingua. Per essere un uomo dalla duplice personalità deve costruirsi una maschera, > ma la maggior parte degli attori spendevano più tempo senza la maschera, mentre nel mio caso era il contrario. Nessuna sorpresa, allora, che talvolta sognavo di provare di togliere la maschera dalla faccia, soltanto per realizzare che la maschera era la mia faccia. Essere spia e confidente insieme è una trappola, che costringe il protagonista a compiere azioni, persino a pensare contro i propri valori: deve compiacere il generale e i suoi amici ( > niente poteva farmi più felice, dissi, anche se ero, per ragioni che non potevo dire con questa gente, totalmente infelice ), deve aiutare a farli fuggire in America, deve partecipare ad un disgustoso film di propaganda sui buoni americani e i cattivi Vietcong, deve uccidere dei presunti traditori su ordine del generale, deve collaborare ai progetti cospirativi della destra americana e dei profughi vietnamiti. Come rompere la maschera? > Che sarebbe accaduto se uno si togliesse la maschera e l'altro lo vedesse non con amore, ma con orrore, disgusto e rabbia? Il nostro protagonista continuerebbe probabilmente nell'ambiguità per tutta la vita se non accadesse una svolta traumatica. Mandato per ordine del generale nel Laos a combattere i Vietcong, viene catturato da quelli che dovrebbero essere i suoi compagni, lasciato marcire in un campo di rieducazione per un anno a scrivere la propria confessione, ed infine sottoposto ad un interrogatorio, una vera e propria tortura: legato, imbavagliato, senza poter dormire, accecato dalla luce tutto il giorno. Chi lo interroga è proprio l'amico che lo ha introdotto da giovane alla dottrina rivoluzionaria e poi è diventato il suo capo cellula. E' privo di faccia, distrutta da un bombardamento al napalm, e così un uomo con due facce viene torturato da un «viso di orrida asimmetria». Il protagonista deve svelare ciò che non ha voluto ammettere nella sua confessione: non c'è Niente, siamo intrappolati nel presente e nel passato, qui e là, esiliati e soli in un mondo frammentario e indifferente, > dove niente è stato qualcosa ora esisteva, specificatamente noi, (...) noi confessiamo di essere certi di una e soltanto una cosa, noi giuriamo di mantenere, pena la morte, quest'unica promessa: noi vogliamo vivere . Come il protagonista del romanzo di Ralph Ellison («Invisible Man» recensito in questo sito) anche il nostro riconosce che era stato «semplicemente un materiale, una naturale risorsa da usare», e quindi > non assegno più un ruolo a me stesso, (...) il mondo è diventato uno delle infinite possibilità . Un romanzo complesso, si diceva. Esso è sorretto da una scrittura raffinata, da grande scrittore: costruzioni sintattiche articolate, con frequenti cambi di soggetto e numerosi incisi, e tuttavia il periodo scorre agevole, arioso e intrigante; l'uso di parole e modi dire appartenenti ad un americano classico, che riesce ad essere aderente alla lingua parlata senza scivolare nella banalità; cambi di registro narrativi, alcuni propri del romanzo di spionaggio (si pensi alla fuga da Saigon), altri tipici di racconto imperniato sulle relazioni sociali, all' Andre Dubus (si veda «Separate Flights and other stories» recensito in questo sito), ed altri ancora di intensa impronta lirica. Consiglio caldamente di leggere il capitolo 14 ed in particolare la descrizione del canto di Lana, grande capolavoro stilistico. Per uscire dall'intellettualismo dilagante ed andare verso sentimenti sinceri è bene leggere le parti relative all'infanzia e al legame con la madre (capitoli 9 e 11 ma il tema riaffiora continuamente). Perché leggerlo? Un profondo e raffinato romanzo.





