Sabbia nera
> La Muntagna s'era risvegliata quella mattina. Una nube nera densa di cenere incombeva sulla città avvolgendola. (...) La sabbia veniva giù senza requie, formando per terra un tappetto scricchiolante e scivolando sugli ombrelli aperti... E come il cielo oscurato dalle ceneri dell'Etna così il vice questore Guarrasi deve dipanare il mistero di una sconosciuta trovata incartapecorita in un montavivande di una villa sulle pendici dell'Etna. Trasferita dalla squadra anti mafia di Palermo alla sezione omicidi di Catania, Guarrasi ha la «scorza palermitana» e anche se tenta di assimilare i costumi e la lingua della città etnea si sente sempre palermitana: > e un palermitano a Catania è convinto di non poterci stare bene, anche se in realtà non è così . La vice questore è una leggenda nella polizia avendo salvato un magistrato da un attacco della mafia uccidendo i killer; è determinata, intelligente e intuitiva, ama i casi complessi, oscuri e difficili da risolvere. Il corpo incartapecorito è per molti aspetti un mistero. Innanzitutto bisogna identificarne le generalità e capire quando è avvenuta la morte della donna. Risalendo lungo i fili della vicenda Guarrasi scopre che c'è un legame tra questo corpo e l'omicidio di Gaetano Burrano, avvenuto una ventina di anni prima e il cui assassinio fu fatto risalire alla mafia, che si sarebbe vendicata dell'uomo perché non voleva piegarsi alle richieste dell'organizzazione criminale. Ma «Gaetano Burrano era stato definito»uno che arriminava (si rimescolava), macari nell'acqua lorda certe volte > . E' possibile che ci fosse dell'altro? E perché la vedova, ricca e potente, ha abbandonato la villa dalla morte del marito e ostacola le indagini in tutti i modi? Incutto«, si direbbe in siciliano per una persona fastidiosa come la vedova Burrano,»uno dei termini dialettali che il vice questore Guarrasi si sforzava di apprendere, e che annotava in una nota creata apposta nel suo iPhone, e intitolata «Catanesate». Guarrasi scopre che Gaetano finanziava un bordello di cui la donna ritrovata era la tenutaria, oltre che la sua amante, e dalla quale ebbe una figlia di cui si sono perse le tracce. La relazione scandalosa «i na fatta morta» la vedova: potrebbe essere lei l'assassina? E > se il vento del sud che aveva liberato la città dalla pioggia vulcanica avesse iniziato a dissolvere anche la caligine nera che avvolgeva quell'indagine ? E' forte la suggestione che la scrittrice abbia voluto emulare Camilleri con la vice questore Guarrasi, proponendo una figura femminile ambientata in Sicilia come il commissario Montalbano. I difetti risiedono proprio nel contesto e nel profilo della protagonista. Catania è disegnata in modo superficiale: banale è l'idea della nube di ceneri così come poco significativi sono i rari squarci del caotico traffico cittadino; più accattivante è il ricorso al dialetto siciliano, suggestivo e incomprensibile alle nostre orecchie. Nel delineare il suo personaggio l'autrice ha avuto forse presente Pedra Delicado di Alicia Gimenez Bartlett (si veda nel sito le recensioni di «Il silenzio dei chiostri» e di «Serpenti nel Paradiso: Riti di Morte»); malgrado il tentativo di dare spessore a Guarrasi con i riferimenti al padre ucciso e all'amore per il magistrato al quale ha salvato la vita, nonostante la descrizione di una vita solitaria e disordinata, in parte mitigata dalle cure di una vicina di casa, la personalità del vice questore non arricchisce la narrazione, restando sullo sfondo e pare spesso stereotipata. Solo la trama sorregge la storia e non è sufficiente. Perché non leggerlo? E' banale.
Sei Quattro
Mikami lavora nel dipartimento di polizia di una città di provincia, indicata genericamente dall'autore con D. Dopo molti anni trascorsi nella squadra mobile, Mikami è stato trasferito alla direzione amministrativa, responsabile dell'ufficio stampa. Insieme con il nuovo incarico si verificano due fatti che rappresentano i capisaldi dell'intera storia. Da Tokio è previsto la visita del capo della polizia che vuole commemorare l'uccisione di una bambina rapita quattordici anni prima e di cui non si erano trovati i colpevoli. E' stato un grave smacco per D e ufficialmente il capo della polizia intende riaffermare la volontà di trovare gli assassini. Spetta a Mikami organizzare la conferenza stampa e convincere il padre della bambina a presenziare: due compiti difficili perché sono tese le relazioni con i media e perché la famiglia è indispettita dal fallimento della polizia. Da bravo poliziotto che non ha perso il gusto dell'indagine, Mikami scopre che un fitto mistero circonda il caso Sei Quattro, così chiamato nel gergo di D; la squadra mobile ha nascosto un grave errore degli inquirenti: non essere riusciti a riconoscere la voce del rapitore per un banale guasto tecnico. Poi, Mikami viene a sapere che la visita del capo della polizia è l'occasione per commissariare la scuola mobile di D, per farla dipendere direttamente da Tokio. Lotte di potere, errori nell'indagine, omertà e mancanza di trasparenza, rapporti difficili con i mezzi di informazione, sono i filoni conduttori di un romanzo poliziesco ambientato in Giappone ma che potrebbe svolgersi in Italia. Mikami è dinanzi a un dilemma: è ancora un poliziotto, e quindi parte della squadra mobile, o è ormai un funzionario amministrativo e deve diligentemente organizzare la trappola in cui si vuol far cadere il suo vecchio corpo di appartenenza? Mikami risolve il dilemma nell'unico modo che conosce: ritorna ad essere un poliziotto per scoprire cosa c'è dietro all'errore di molti anni prima e per individuare chi era il rapitore che aveva ucciso la bambina. Insieme al nuovo incarico, l'unica figlia di Mikami è scappata di casa e non è stata ancora ritrovata. L'autore ci offre alcuni squarci di una famiglia in cui il padre è sempre dedito al lavoro e la moglie svolge pienamente le sue funzioni di madre e consorte; peccato che non si sono accorti, o non hanno voluto vedere, il crescente malessere della figlia. > Forse eravamo proprio noi a non andare bene >. Parole che ogni genitore dovrebbe scolpire nella mente e nel cuore! Ed allora, sommessamente, sotto un velo di non detto, scopriamo che Mikami ha una faccia particolarmente brutta, tanto che spesso la gente ride di nascosto a guardarlo, e che la figlia assomiglia al padre, soffre della stessa bruttezza. > Si rifiutava di uscire insieme al padre. (...) faceva in modo che i genitori non potessero vedere il suo volto. (...) Con la testa dall'altra parte (...) disse: (...) voglio cambiare tutto, qualsiasi cosa. (...) Gli era sembrato che dicesse: smetto di essere tua figlia >. C'è anche qui un mistero, che porta Mikami a chiedersi perché la moglie, da tutti considerata molto bella, l'abbia voluto sposare. A questa questione il romanzo non dà una risposta, perché l'animo umano è ben più indecifrabile di una vicenda poliziesca. La vicenda familiare è sommersa dal racconto di un grande intrigo, in cui la parte più interessante è data dai rapporti tra la polizia e i mezzi d'informazione. L'autore descrive in modo minuzioso la difficile gestione dell'ufficio stampa, stretto tra le richieste dei giornalisti e le direttive di scarsa o nulla trasparenza. Il gusto del dettaglio e l'analisi introspettiva caratterizzano l'intera narrazione, con rari colpi di scena, allungandosi nei ragionamenti spesso tortuosi del protagonista. Se ne esce come chi è sommerso da una massa di terra e solo qualche volta intravede un bel fiorellino. Al di là della metafora il romanzo è prolisso e noioso. Perché non leggerlo? E' intrigante la storia, ma la narrazione è noiosa.
Separate flights and other stories
«Voli separati» fa parte di una raccolta di racconti, con un unico tema: il disfacimento delle relazioni di coppia allʼinterno della famiglia nucleare, ormai tipica del ceto medio. È sufficiente soffermarsi sulla breve storia che dà il titolo allʼintero volume per cogliere le caratteristiche letterarie dellʼautore e fuggire, il più velocemente possibile, dalla noiosa ripetitività delle situazioni, dei personaggi e dei dialoghi. Beth non riesce a dormire e non accetta di assumere dei sonniferi: desidera sapere perché non riesce a fare una cosa così semplice, come dormire. > Così notte dopo notte andava a letto per restare sveglia. (...) non era attrezzata a risolvere un problema di questo tipo, (...) ciò di cui aveva bisogno era indagare dentro sé stessa, e ciò era un compito doloroso e destinato allʼinsuccesso. Poiché quando cercava di esplorare sé stessa trovava, oh Dio, non trovava niente. Non restava che farsi un gin. Lee, suo marito, deve andare ad un evento aziendale; come fanno spesso, i due prendono voli separati così da evitare che entrambi periscano in un eventuale incidente aereo (è la teoria del portafoglio della finanza, distribuire i rischi!). Berth incontra un uomo, con il quale ha una relazione occasionale. Ed è proprio questo rapporto fuggitivo ed intenso che porta alla luce le cause profonde del malessere: non amava più suo marito. Da tempo > sospettavi che qualche cosa fosse morto nella tua casa, così ti guardavi intorno e vedevi che era da tempo morto anche nelle case di tutti gli altri; allora eri capace di tornare e guardare sotto il tuo proprio letto e trovare, veramente, un cadavere. Lei accettava questa morte. Essa era naturale e prevedibile come una faccia piena di rughe . Ed infatti non cʼè uno sbocco alla crisi matrimoniale, alla perdita dellʼamore, perché è una cosa che «soltanto accade e noi non ci possiamo fare nulla». In una società nella quale tutto si disgrega, anche lʼamore, non resta che il ricorso allʼalcol: la solitudine è una dimensione esistenziale dalla quale non si può sfuggire perché si basa sullʼimmobilismo delle relazioni umane, sulla nostra incapacità di amare realmente o di rovesciare la nostra vita. Il profondo pessimismo dellʼautore lascia in sospeso le storie, non fa evolvere volutamente la narrazione, creando una trama statica, i personaggi sono freddi, senzʼanima, imprigionati in unʼesistenza piatta ed opaca. E fa bene la figlia di Berth a reagire con violenza agli avvertimenti della madre ( > oh mia bambina, salva te stessa. (...) è una farsa, amore, matrimonio, fedeltà..), ed urlare: oh perché sei venuta questa notte! Perché! Perché! Perché non sei rimasta di sopra ad occuparti delle tue proprie sporche faccende!" Non cʼè speranza, forse è vero; ma si avrebbe desiderato un racconto migliore, con dialoghi intensi, qualche colpo di scena e, soprattutto, con approfondimenti dei personaggi e delle situazioni. Ed invece si è dinanzi ad un ritmo narrativo noioso ed opprimente; peccato perché la scrittura è di ottimo livello. Perché non leggerlo? Opprimente e noioso.
I sessanta racconti
Dino Buzzati è uno dei più affascinanti scrittori italiani del secondo Novecento: sospeso tra fantastico e realismo, ha colto l'angoscia esistenziale dell'uomo contemporaneo, la mancanza di speranza e insieme l'intenso desiderio di fuggire in un mondo migliore, di là dalla realtà; è il Kafka e il Philip Dick della nostra letteratura, spesso così prosaica e lirica. Grande scrittore da leggere a piccole dosi, è un peccato che sia stata ripubblicata questa ampia raccolta di racconti del 1958 perché mostra pure i limiti del mondo poetico e spirituale di Buzzati. Partiamo da un breve racconto, «Una goccia». In un condominio avviene un fatto strano: > una goccia d'acqua sale i gradini della scala. La senti? Disteso sul letto nel buio, ascolto il suo arcano cammino. Come fa? Saltella? Tic, tic, tic, si ode a intermittenza. (...) Ma che cosa sarebbe poi questa goccia, (...) sarebbe per caso una allegoria? (...) O più sottilmente si intende raffigurare i sogni e le chimere? Oppure posti più lontani ancora, al confine del mondo, ai quali mai giungeremo. No, è soltanto una goccia. Nella sua banalità e stranezza una goccia d'acqua saltellante sintetizza il filone narrativo di tutta l'opera di Buzzati: la bizzarria del reale, che non è quello che dovrebbe essere, lo spasmodico bisogno dell'essere umano di radicarsi a qualcosa di concreto insieme con l'attesa di qualcos'altro, il tutto, però, rinchiuso in un mondo claustrofobico dal quale non si può fuggire. Pensiamo a un altro racconto, un bozzetto ironico e gentile della buona borghesia milanese. In «Paura alla Scala» siamo alla prima di un'opera, nel grande teatro si è radunata la società più elegante e ricca di Milano. Si diffonde la voce che sta per scoppiare la rivoluzione; e allora gli spettatori restano dentro la Scala come fosse una sede diplomatica. > Tra tanta gente conosciuta, in un ambiente estraneo alla politica, (...) si sentivano protetti . Con fine psicologia Buzzati descrive le dinamiche di questo mondo «lieto, nobile e civile,» ma spaventato e incapace di reagire. > Nella piazza spuntò un ometto curvo spingendo un carrettino. Con calma estrema (...) l'ometto cominciò a spazzare. Bravo! Bastarono pochi colpi di ramazza. (...) Niente era successo . E che dovrebbe capitare? Ricordando una bellissima poesia di Caproni («Congedo del viaggiatore cerimonioso»), in «Qualcosa era successo» i viaggiatori arrivando alla stazione la trovarono vuota, > finché la voce di una donna, altissima e violenta come uno sparo, ci diede un brivido. Aiuto! Aiuto! urlava e il grido si ripercosse sotto le vitree volte con la vacua sonorità dei luoghi per sempre abbandonati . Non c'è nulla ad aspettarci oltre la nostra triste esistenza. Il tema di un mondo claustrofobico dal quale si sfugge, anche ricorrendo alla fantasia, percorre l'intera raccolta di racconti. Ciascuno di essi affascina il lettore, pur nella differente qualità stilistica e narrativa; il tutto diviene monotono e incombente nel suo pessimismo esistenziale. Il libro dovrebbe essere preso come un breviario, da leggere ogni tanto, qualche breve storia, quando si ha bisogno di ricorrere al fantasy e al paradossale, ma senza avere la pretesa di sollevare lo spirito dinanzi alle brutture del mondo. O forse, come in «Sette piani», splendida narrazione di un ricovero ospedaliero (chi di noi non ha vissuto le paure e la solitudine del malato in balia dei medici?) non resta che il fascino misterioso del paesaggio. > Guardava il verde degli alberi attraverso la finestra, con l'impressione di essere giunto in un mondo irreale, fatto di assurde pareti e piastrelle sterilizzate, di gelidi androni mortuari, di bianche figure umane vuote di anima. Gli venne persino in mente che anche gli alberi che gli sembrava di scorgere attraverso la finestra non fossero veri; finì anzi di convincersene, notando che le foglie non si muovevano affatto. Per apprezzare i racconti occorre fare un ampio ricorso alle citazioni. Infatti, non è la struttura narrativa che avvince, essa è anzi ripetitiva; il punto di forza di Buzzati è la scrittura. C'è da chiedersi come faccia quest' autore a mescolare lo stile fantastico e surreale, persino fantascientifico, con una prosa descrittiva, attenta ai dettagli, all'approfondimento psicologico e al contesto, come vorrebbe il buon romanzo ottocentesco; narrazione sempre elegante, fluida e ricca dal punto di vista lessicale. Perché leggerlo? Tenerlo nel comodino come un breviario, di fantasia ed eleganza.
La sfuriata di Bet
Il romanzo è ambientato a Torino, in questi anni di crisi economica e di disagio sociale. Elisabetta, che vuole essere chiamata Bet, è lʼio narrante di una storia neo realista a lieto fine. > Eravamo una famiglia come tutte le altre, né troppo rumorosa né troppo silenziosa, né ricca né povera, una famiglia operaia come quelle del nostro palazzo e come quelle dei palazzi accanto : una famiglia normale, quando la morte della sorellina travolge il precario equilibrio domestico: il padre abbandona la famiglia, la madre trova un nuovo compagno e Bet si ritrova arrabbiata con il mondo senza una ragione precisa: > penso che sono una ragazza del mio tempo, e che non lo sono. Che abito nel mondo, e il mondo non mi piace, e non mi sento adatta ad esso . La prima parte del romanzo, senza dubbio la più riuscita per la sua freschezza, è la narrazione della rabbia di Bet: la solitudine, la noia dellʼambiente scolastico, il conflitto con la madre, sulla quale far ricadere tutte le colpe, lʼidealizzazione del padre, dal quale non potrà che essere delusa, e lʼincontro inaspettato con una giovane donna incinta, con la quale trovare una amicizia. A disturbare il soave e leggero realismo del racconto interviene, purtroppo, una connotazione magica: alla sera, prima di addormentarsi, Bet, se è serena e si è comportata bene ( sic!) vede delle piccole sfere luminose uscire dalle mani e salire verso il cielo ( lʼangelo custode?, lʼanima della sorellina defunta?). È già questo un segnale preoccupante del fatto che il marketing della casa editrice ha messo le mani sul racconto. Ed infatti la seconda parte del romanzo è ricca di sdolcinate e inverosimili vicende: Bet ritrova la solidarietà con la madre partecipando insieme ad una sfortunata azione sindacale ( un pizzico di lotta di classe va di moda), arrabbiata si incatena al calorifero dellʼufficio del preside e diviene famosa tanto da essere invitata in televisione, e, alla fine del racconto, si ritrova intrappolata in un ascensore con lʼamica che sta per partorire, viene a mancare la corrente elettrica, ma, malgrado questi incredibili inconvenienti, Bet riesce a far nascere il bambino, aiutata dalle piccole sfere luminose. Se ci si fermasse alla prima parte del romanzo, si potrebbe parlare di neo realismo, come hanno fatto alcuni critici. Si potrebbe apprezzare lo stile narrativo, semplice ma efficace, a tratti ironico, che dà bene il senso di ciò sorregge la gioventù attuale dinanzi ad una società paternalista ed indifferente: > lʼunica cosa che può tenermi viva, presente e vigile nel rincorrersi dei giorni che mi si dispiegano davanti non è la speranza, ma la curiosità di vedere come andrà a finire, se me la caverò e in quale modo, senza calpestare quei pochi principi che ho maturato fin qui . Cʼera bisogno di rovinare il tutto con un mix di soprannaturale e di soap opera? Perché non leggerlo? Perché siamo stanchi di sdolcinature e vorremo un pizzico di sano e vero realismo.
Shanghai Baby
Resterà deluso chi si aspetta la Cina quotidianamente propinata dai mass media, per denigrarla od esaltarla. Questo romanzo è ambientato a Shanghai ( > una metropoli epicurea, che produceva schiume euforiche, esseri umani di nuova generazione, e che era intrisa, per le strade e nelle viuzze, di unʼatmosfera frivola, triste e misteriosa ), ma il racconto potrebbe parlare di New York, Londra, di qualsiasi altra metropoli. La protagonista, Ni Ke, «ma gli amici mi chiamano Coco», è una ragazza ventiquattrenne, che fa parte di > un gruppo di giovani benestanti e viziosi che ricorrono a parole sempre più esagerate e sempre meno controllabili per procurarsi un piacere sfrenato... siamo un nugolo di bruchi disorientati, con ali fantasiose più virtuali che reali, sentimentali e dipendenti lʼuno dallʼaltro; un nugolo di larve attaccate allo scheletro della nostra città, sensuali e pieni di dolce dinamismo . Quando uscì nel 1999, il libro fu proibito dalle autorità cinesi in quanto descriveva ed esaltava il modo di vivere della «Mian Mian», la beat generation cinese, considerata «immondizia da spazzare via», da mettere al bando ed eliminare. Da questo punto di vista il romanzo è senza dubbio datato, in quanto lʼimpetuoso sviluppo ha imposto > lʼabbigliamento, acconciatura, modo di parlare e di fare lʼamore di Coco, così simile alle giovani abbienti ed istruite di tutti i paesi del mondo. Cʼè, tuttavia, un tema che lo rende ancora interessante: può esistere un amore senza sesso? > Dovevo mantenere una certa distanza fra lʼuomo e la donna, non doveva esserci contatto fisico intimo? O dovevano finire a letto, diventando due amanti inseparabili? Coco ha appena pubblicato un volume di racconti, che lʼha resa famosa ( > ho ricevuto dai lettori di sesso maschile molte lettere dʼamore, corredate quasi tutte di fotografie porno ), lavora come cameriera presso un bar, dove conosce Tiantian, un ragazzo di una > bellezza indescrivibile, che lasciava trapelare stanchezza della vita e desiderio dʼamore. Eravamo due persone diametralmente opposte: io ambiziosa, piena di vitalità, pronta a mordere il mondo come fosse un frutto maturo; e lui taciturno, triste, depresso, che considerava la vita una torta cosparsa di polvere di arsenico . Inizia una storia dʼamore, una relazione profonda, che appagherebbe totalmente Coco se non fosse che Tiantian è impotente, non riesce ad avere un rapporto sessuale completo. Coco è«come un bruco deciso a entrare in una grande mela», vuole vivere intensamente, senza perdersi nulla. Conosce Mark, un tedesco, biondo ed aitante, con il quale tradisce apertamente Tiantian. Gli incontri tra Coco e Mark sono sempre tumultuosi, sfrenati, fisici e violenti, compensati dalle dolcezze amorose e lascive che la ragazza continua a intrattenere, con grande soddisfazione, con Tiantian. Nello sfondo si rincorrono caoticamente i party, le feste, i personaggi, tutti trasgressivi ed esagerati, di una Shanghai cosmopolita e giovanilistica. Tutto sembra naturale: parlare di arte e di letteratura, fare sesso, eterosessuale ed omosessuale, fumare spinelli, ubriacarsi, e far visita ai genitori, sempre pronti ad accogliere nella sicurezza della famiglia tradizionale, con gioia e senza troppe domande, ma con molte preoccupazioni, come i genitori di tutte le parti del mondo. In questo ambiente non ci può essere senso di colpa in Coco, anche quando Tiantian si lascia morire di overdose, travolto dalla sua inadeguatezza come amante ed incapace di liberarsi dagli incubi che lo attanagliano sin dallʼinfanzia. Dietro la personalità di Tiantian si nasconde, infatti, un dramma esistenziale, che nasce dalla convinzione che la madre, unʼ ambiziosa imprenditrice cinese, abbia ucciso il padre. Coco non fa nulla per aiutare lʼamico, perché troppo occupata a vivere pienamente la sfrenata società di Shanghai. Mentre va a consegnare il manoscritto del suo nuovo romanzo, che narra appunto la sua storia con Mark e Tiantian, Coco si sente molto stanca. > Il taxi correva come impazzito lungo la tangenziale, con me e una mia amica a bordo, che sbadigliavamo di continuo . Ed è la noia lʼimpressione prevalente nel lettore. La narrazione si sviluppa lenta, prolissa, in qualche modo scontata. Troppo lontana appare Shanghai per lasciarsi intrigare da questa grande metropoli, così come le riflessioni e le divagazioni di Coco sono spesso banali, letterarie e generiche. Domina una grande superficialità. Perché non leggerlo? Il tema di fondo è interessante, ma il romanzo è noioso.
Il silenzio dell'onda
Roberto ed Emma vengono da due storie differenti: Roberto è un carabiniere in congedo, ha lavorato per molti anni come infiltrato nelle organizzazioni criminali; Emma è unʼ ex attrice, una mamma single di un ragazzino di dodici anni. Le loro vite si incontrano perché sono in cura dallo stesso psichiatra; entrambi devono riuscire a liberarsi > dai pensieri o dai ricordi. Quando arrivano bisogna osservarli con distacco e lasciarli scivolare via . Il racconto è centrato sulla figura di Roberto. Nato negli Stati Uniti, dopo il suicidio del padre (un poliziotto corrotto) è tornato in Italia con la madre. La mancanza del padre non è la sola ferita da rimarginare. Entra nellʼarma dei carabinieri e ben presto viene impegnato, con successo, in operazioni di copertura. > Il mio lavoro era essere un altro. E non è affatto male essere un altro, di tanto in tanto: fa sentire liberi.(...) Il problema sorge quando devi essere un altro per sentirti te stesso . Lʼinganno ti porta ad accettare la violenza, anche su bambine, e a tradire la fiducia della donna che si ama, perché figlia di un boss della criminalità. > Sono un vigliacco e una carogna. (...) Mi riusciva così bene di lavorare con i delinquenti perché sono come loro : è un tormento che spinge Roberto sullʼorlo del suicidio. Al confronto, la storia di Emma è prosaica; dopo una ennesima lite coniugale a causa dei tradimenti della donna, il marito si allontana per diverse settimane, senza dare notizie e senza vedere il figlio. La morte dellʼuomo in un incidente automobilistico crea profondi sensi di colpa nella donna, perché si sente responsabile di aver privato il figlio di un ultimo incontro con il padre. Roberto ed Emma affrontano la loro relazione con molta prudenza, anche se entrambi hanno lʼimpressione che tutto si stia muovendo, finalmente, intorno a loro. Ad accelerare la loro storia dʼamore e portarla ad un lieto fine, è il figlio di Emma, il quale rivela il sospetto del coinvolgimento di una compagna in un giro di prostituzione minorile. Lʼintervento di Roberto è, ovviamente, decisivo per porre fine allʼattività criminale e salvare lʼadolescente. Carofiglio è un autore di successo, con una scrittura semplice ed elegante. Ci si domanda per quale motivo abbia scritto una storia così vacua e superficiale: non cʼè azione, i personaggi sono malamente delineati, la trama è scontata. Ad aggravare la già fragile struttura narrativa contribuisce il frequente ricorso ai sogni, premonitori e rivelatori di una verità nascosta nellʼinconscio: una banalità «new age», oggi troppo ricorrente nella letteratura e in molti telefilm americani. Perché non leggerlo? Inutile, vuoto, inconcludente.
Sindrome da panico nella Città dei Lumi
Il romanzo si avvia con una scena paradossale e divertente: uno strano editore convoca i suoi autori in un caffè parigino per una «lettura dal vivo» dei loro manoscritti. Li leggeva «esprimendosi»: > era capace di mordersi la lingua, di digrignare i denti, di fischiare...(...) le sue labbra erano in continuo movimento, in un continuo massacro, (...) pure il naso aveva un ruolo nel corso di queste letture, (...) riusciva a imprimere alle narici una sorta di vibrazione, e persino ad aumentare le dimensioni del naso come se soffiasse in un palloncino . Con un inizio così sorprendente ci aspettava un proseguo di altrettanta effervescenza, un racconto ironico e pungente delle vicissitudini di un poeta senza editore: uno scrittore rumeno fuggito a Parigi dopo aver scritto un'unica poesia di successo, fortemente caustica verso l'allora regime comunista. Ci aspetteremo scene esilaranti di autori in competizione per vedere pubblicato il proprio libro; ed invece il nostro poeta è travolto da un susseguirsi confusionario di personaggi e di episodi senza una apparente finalità narrativa. Al centro, tessitore di fili invisibili, sta l'editore visionario e prepotente: vuole abolire l'io narcisista con l'obbligo della terza persona (non si può che dargli ragione!), vuole creare un libro collettivo, frutto di spezzoni del lavoro di ogni suo autore, vaga per Parigi alla ricerca di personaggi improbabili che potrebbero essere scrittori, ripercorre i luoghi degli autori famosi che vivono ancora nella sua mente, mentre i loro libri sono ormai abbandonati negli scaffali polverosi delle biblioteche. I libri sono «morti»: ciò che si può fare è correre ad aprirli e leggerne qualche pagina per renderli vivi almeno un momento; le parole si sovrappongono in un disordine cosmico, non è chiara la distinzione tra realtà e finzione al punto che gli oggetti acquistano vita in una sorta di metamorfosi artistica. Forse, il romanzo vuole essere una metafora di un mondo frammentato, dove non è più possibile trovare un'unità epistemologica e quindi narrativa; non resta che la nostalgia del grande romanzo ottocentesco. Se si scorrono le recensioni di questo sito si possono trovare numerosi romanzi che hanno come protagonista il libro. «Il gatto che voleva salvare i libri» di Natsukawa Susuke narra il cammino di un giovane eroe che deve superare diverse prove per assicurare un futuro ai libri. In «I miei giorni alla libreria Morisaki» di Satoshi Yagisawa una ragazza ritrova serenità tra i libri per capire poi che la vita è un'altra cosa. In una Russia devastata e violenta «Il Bibliotecario» di Michail Elisarov narra di un gruppo di sopravvissuti che difendono i propri libri come un patrimonio intangibile da preservare. Sono tutti romanzi che hanno una visione positiva del libro, e della letteratura. Dà invece una connotazione negativa alla cultura «Io sono un gatto» di Soseki Natsume; dove un gatto randagio si uccide per sfuggire al chiacchiericcio degli esseri umani, letterati e scienziati. Il tema del romanzo non è quindi originale e poteva essere interessante se inquadrato in una trama narrativa unitaria e si fosse dato risalto a Parigi, ai fasti della città un tempo capitale mondiale della cultura. Predominano il disordine e l'occasionalità rendendo incomprensibile la storia, faticosa da seguire, prolissa e intellettualistica. Perché non leggerlo? Intellettualistico e noioso.
Il sogno del Celta
Roger Casement è nato nel 1864, nel secolo della conquista del mondo da parte dellʼ Occidente, di ciò che si auto definiva la civiltà. È il giovane Roger crede fortemente nello spirito civilizzatore, ed avventuroso, al punto di decidere andare nel Congo, allora terra di conquista del Belgio. Ma lì la realtà gli si presenta in modo profondamente diverso: > quella povera gente frustata, mutilata, quei bambini con mani e piedi mozzati, che muoiono di fame e di malattia. Quegli esseri spremuti fino allʼestinzione e per di più assassinati. Migliaia, decine, centinaia di migliaia. Da uomini che hanno ricevuto unʼeducazione cristiana. Io li ho visti andare a messa, pregare, comunicarsi, sia prima che dopo aver commesso quei crimini. Forse in quegli anni ho perduto la ragione. E tutto quello che mi è accaduto dopo è stata lʼopera di qualcuno che, anche se non se ne rendeva conto, era pazzo . Ma Roger crede ancora nella civiltà occidentale e quindi dedica la propria vita alla denuncia dei crimini perpetrati ai danni dei popoli. Prima in Congo e poi in Brasile porta avanti una inchiesta per conto del governo inglese sulle condizioni di sfruttamento e sulle barbarie che venivano commesse. Il suo nome diviene famoso in Inghilterra e negli Stati Uniti al punto che gli viene conferito il titolo di baronetto. Ma è facile stare dalla parte della giustizia quando ciò riguarda terre lontane, soggetti al dominio di altre potenze, in questo caso il Belgio e il Perù. È più difficile misurarsi con ciò che è vicino, come lʼIrlanda. Roger è irlandese e decide di dedicare gli ultimi anni della sua vita alla lotta per lʼindipendenza per il proprio paese, al punto tale da portare avanti la folle idea di farsi aiutare dalla Germania, durante la prima guerra mondiale. Viene arrestato nel 1916 e condannato a morte. La vita di Roger Casement viene narrata in forma di romanzo, ma in questo caso Vargas non riesce, o non vuole, trasfigurare la storia. Risulta un resoconto ben scritto, ma che non è unʼ indagine documentata, che chiarisca i fatti e le motivazioni di un personaggio così singolare e importante, né riesce a dare al lettore il senso della sofferenza e della disillusione che deve avere in qualche modo dominato il protagonista. È senza dubbio un atto di accusa verso il colonialismo, ma resta come tale senza riuscire a muovere le coscienze. Perché leggerlo? Lʼunico motivo è scoprire un personaggio veramente singolare ed importante.
La stanza del Kimono
Asako lavora presso una ditta che si occupa di cerimonie nuziali. La malattia del padre la costringe a lasciare un lavoro ben retribuito per dedicarsi al negozio di kimoni della famiglia. > Con il kimono lei aveva una grande familiarità sin da piccola, ma al giorno d'oggi quasi nessuno li porta, se non nelle cerimonie più importanti. Un folclore anacronistico, destinato in ogni caso alla decadenza, un lusso permesso solo a signore ricche e sfaccendate; uno strumento per darsi delle arie: ecco cosa le sembravano . La nonna fa vedere alla nipote la collezione di antichi kimoni, fino allora nascosta in numerosi cassettoni. Con il suo spirito imprenditoriale, Asako decide di aprire un altro negozio, specializzato in kimoni di antiquariato, vere e proprie rarità. Il romanzo si annuncia interessante; quando, senza alcuna apparente connessione con il titolo, la storia scivola in un racconto d'intrecci amorosi, i classici tradimenti di coppie stanche e monotone. Asako conosce il bel Masataka, agente immobiliare di successo, che la mette in contatto con famiglie pronte a liberarsi delle vecchie collezioni di kimono. Entrano in scena anche i rispettivi coniugi: il marito di Asako, apatico e ormai indifferente al sesso, e la moglie di Masataka, la quale soffre ancora degli abusi subiti nell'infanzia da parte di uno zio. I quattro intrecciano reciproche «storie d'amore», all'insaputa dei rispettivi coniugi: relazioni che scatenano sogni sadomasochistici sino allora repressi. Si smarriscono i kimoni, soppiantati da scene al limite della pornografia e da lunghi e inutili dialoghi. I protagonisti raggiungono la soddisfazione sessuale, Il lettore scivola nella noia, decidendo di abbandonare la lettura. La questione è la seguente: cosa c'entra il kimono con scene di sesso e una banale storia di tradimenti e matrimoni stanchi? Si può presumere che l'autrice abbia voluto dire come le rigide e formali tradizioni non abbiano mai realmente plasmato la società giapponese; sotto l'apparente attenzione alle regole e al dettaglio si scatenano pulsioni erotiche, tanto più irrefrenabili quanto più represse. «La stanza del kimono» è un'inutile crudele prigione, una gabbia facilmente travolta alla prima occasione, dalla quale non si riesce a liberarsi fino in fondo, si può soltanto capire meglio se stessi e chi ci circonda (si legga l'epilogo). Questo brutto romanzo è appesantito dal ricorso a un espediente letterario spesso troppo usato dagli scrittori. Ogni capitolo descrive le vicende e i sentimenti dal punto di vista di ciascuno dei protagonisti. Come succede spesso, il racconto é ripetitivo e prolisso, perdendosi l'unitarietà complessiva. Perché non leggerlo? Insulso.
Una stella incoronata di buio
Il 28 maggio 1974, in piazza della Loggia a Brescia, una bomba uccise otto persone e ne ferì centodue. > Occhi negli occhi, lei gli fa un cenno con la mano. Proprio allora, la bomba esplode. Un boato. Poi fumo (grigio chiaro, bianco, azzurrino, pagine e pagine di deposizioni testimoniali, struggenti, defaticanti...)... Livia non deve aver sentito praticamente nulla. Lʼimmagine che si è portata via sono gli occhi azzurri e sorridenti del marito che le viene incontro . Il libro prende lʼavvio dalla drammatica e struggente descrizione della strage per concludersi idealmente con la scena, altrettanto convulsa e coinvolgente, della lettura della sentenza con la quale la Corte dʼAssise assolse tutti gli imputati, il 16 novembre 2010. La vicenda giudiziaria non si è per altro ancora conclusa: il 12 febbraio 2014 la Corte di Cassazione ha annullato lʼassoluzione di due dei sei imputati. Sono passati quarantʼanni e non ancora si è fatta luce su uno dei fatti più gravi degli anni ʼ70, confermando quanto dichiarò Gianfranco Fini in una trasmissione tv: «le stragi sono un mistero». Ma è ciò che non può accettare Benedetta Tobagi, e con lei Manlio Milani presidente dellʼassociazione vittime delle stragi di Brescia: non per la ricerca di una giustizia vendicativa, ma «per trasmettere la memoria di quanto era successo» e > per capire fine in fondo un periodo di amori e di odio così folle... e guardare laicamente al proprio passato . Questa operazione, di testimonianza e di comprensione ad un tempo, viene portata avanti dalla scrittrice su due livelli. Il primo, senza dubbio il più efficace dal punto di vista letterario, ripercorre lʼesistenza di quattro delle otto vittime: Livia, moglie di Manlio, la coppia Clem ed Alberto, e Giulietta. Sono quattro insegnanti, impegnati nella scuola, nella politica e nel sociale. > Abbiamo le cose che contano realmente, scrisse (Livia) a Manlio quandʼerano fidanzati : era la fiducia «di poter rimodellare il mondo a propria immagine». Con il terrorismo non si sono solo perse delle vite, si è dissolta la speranza di una generazione. Si è prodotta nella coscienza nazionale una ferita non ancora rimarginata, perché oscuri sono rimasti i mandanti, i fatti e i motivi. Il secondo livello del libro riguarda appunto il tentativo della scrittrice di dipanare, o almeno comprendere, il mondo sociale e culturale alla base delle stragi degli anniʼ70. Basandosi su una documentazione molto ricca e ricorrendo anche a interviste a protagonisti, Tobagi scandaglia, forse con troppo dettaglio, la storia della destra eversiva, da Ordine Nuovo sino al ruolo svolto dal Movimento Sociale. Il lettore ne esce ancora più confuso di quanto lo era prima, trovandosi sommerso da avvenimenti e personaggi, senza essere aiutato ad arrivare ad una sintesi. Ma è forse ciò che non cerca la scrittrice, la quale non ha tesi né certezze, ma è interessata a > rompere il cerchio delle accuse reciproche e rendere possibile la pietà, aprendo uno spazio di reale comprensione umana anche per le vittime della parte avversa, rimaste impigliate nello scontro come capri espiatori . Questo libro persegue troppi obiettivi: la narrazione delle vittime, della loro vita e di come sono arrivate inconsapevolmente alla morte; il rapporto con Manlio Milani e quindi il racconto, purtroppo solo abbozzato, del legame tra due persone così distanti anagraficamente ma entrambe coinvolte in un lutto devastante perché frutto della violenza: Benedetta figlia del giornalista Tobagi, ucciso dalle brigate rosse, e Manlio marito di Livia; la ricostruzione, appassionata e meticolosa, dei giovani che si schierarono nella destra eversiva per «la pulsione verso un fascismo esistenziale», per il «culto della forza fisica, fascinazione per le armi» e per cattivi maestri. In questo miscuglio di generi e finalità lʼinchiesta giornalistica prende il sopravvento, creando un accavallarsi di informazioni e considerazioni, che rendono noiosa la lettura. Insomma non tutti sono Roberto Saviano. Perché non leggerlo? È alla fine noioso e non aiuta la comprensione di ciò è avvenuto.
Strada Provinciale tre
Lo spunto del libro è molto interessante. Vera, apparentemente moglie felice, abbandona marito, famiglia e lavoro. Comincia a camminare per una strada provinciale: > ha cominciato camminando, poi ha accelerato, passi sempre più lunghi, rapidi e contratti. Uno di seguito all’altro . > La strada è una strada larga che taglia una campagna distrutta. Una distruzione precisa, geometrica . > Sotto i suoi occhi la strada. L’asfalto crepato e ruvido. Pieno di buchi, crateri, fenditure, mozziconi di sigaretta, preservativi, merde di cane rinsecchite, gatti spiaccicati, piume d’uccello, lattine accartocciate, frammenti di copertoni esplosi, chiodi, bulloni, pezzi di ferro arrugginito, carcasse di animali ormai irriconoscibili. È il mondo visto dal basso . «Sei libera, penso. Sono libera. E sto correndo. Non c’è un ricordo». In queste frasi iniziali c’è la sintesi e la parte migliore del racconto, che poi si sviluppa in modo ripetitivo e senza una vero svolgimento. Vera incontra diversi personaggi (un vecchio, un giovane immigrato) e subisce la violenza della strada. In realtà in una questa corsa per la strada, Vera viene a conoscenza di un mondo, che prima non conosceva: i poveri, gli abbandonati, i derelitti, i violenti. Ma non si tratta di un romanzo a sfondo sociale. In realtà si tratta di una storia intimistica: un continuo oscillare tra il ricordo e l’immaginazione. Tutti i personaggi ricordano la loro vita e i sogni che hanno realizzato. Vera pensava di poter vivere di niente, sola con i suoi disegni, e poi sognava di avere dei gemelli, due figli identici. In realtà Vera vuole scappare da un incubo, da un sogno nel quale continuamente ritorna: il dolore per un aborto, per un figlio non avuto. E ricomincia a correre sapendo di restare sempre ferma, perché non c’è possibilità di scappare. > Magari potrebbe restare qui ferma, piantata come un albero, a guardare le stagioni che passano, e tornano, a guardare i camion, le automobili, tutta questa gente che passa e alla quale di lei non importa niente, nessuno che si domandi chi sia quella donna, ferma lungo la strada e perché sia lì. Solo un dettaglio insignificante di un paesaggio visto in corsa da un finestrino, con la coda dell’occhio. Un cespuglio, un albero, un muro, un sasso conficcato nell’asfalto, una staccionata nascosta dall’erba . Il romanzo è scandito come una serie di poesie: metafore e meditazioni espresse in modo efficace, ma che si perdono nella ripetitività, nella mancanza di ritmo e di azione, che contraddistingue il racconto. Non c’è svolgimento ma un continuo ritorno al tema iniziale, alla rappresentazione di una angoscia esistenziale e ambientale. La congiunzione tra le vicende individuali (le «storie» di ciascuno) e un contesto squallido e ormai distrutto nella sua identità, costituisce un tema di grande rilievo. Il modo come viene comunicato dalla scrittrice appare più consono alla forma poetica che a quella del racconto. E alla fine risulta pesante e per molti aspetti ermetico.











