Odissea
Il libro ha come oggetto il ritorno di Odisseo alla propria casa ed è strutturato in quattro parti:il preambolo, nel quale un concilio degli dei, su proposta di Atena, decide di permettere a Odisseo di riprendere il viaggio verso casa ordinando a Calipso di liberare l’eroe;la decisione di Telemaco, figlio di Odisseo, di liberarsi dei pretendenti, che continuano a frequentare il palazzo e a dilapidare il patrimonio del padre. Dopo un’inutile invito al popolo ad aiutarlo nella lotta contro i pretendenti, Telemaco compie un viaggio presso altri sovrani per conoscere le sorti del padre e sapere se è possibile superare la situazione di incertezza nel quale si trova e dare in moglie la madre, prendendo pienamente in possesso i propri beni;il viaggio di Odisseo presso i Feaci, con la scena della tempesta e l’incontro con Nausicaa (le pagine più belle del poema) e il racconto delle avventure;l’arrivo a casa, il progressivo svelamento della propria identità e la strage dei pretendenti. Da molti autori l’Odissea è interpretata come il ritorno di Ulisse (e quindi del viaggiatore) e come unʼesaltazione della sua intelligenza e astuzia. In realtà si tratta di un poema molto complesso nel quale si sviluppano differenti temi narrativi e si contrappongono diverse personalità. Un primo tema è senza dubbio quello del viaggio e soprattutto del mare. Non è un caso che le pagine più affascinanti del poema siano quelle del libro V, che tratta della tempesta e del naufragio di Odisseo: > Gli si avventò un’onda altissima, con terribile impeto, e fece girare la zattera. Lontano, fuori dalla zattera fu sbalzato e il timone lasciò andare di mano: in mezzo si spezzò l’albero sotto l’orrenda raffica dei venti lottanti, lontano la vela e l’antenna caddero in mare. Molto tempo rimase sommerso, non fu capace di tornare subito a galla, sotto l’assalto della grande onda... finalmente riemerse e dalla bocca sputò l’acqua salsa, amara, che a rivi gli grondava dal capo . > Al naufrago, e più in generale all’ospite, occorre sempre fornire accoglienza e rifugio : così parla Nausicaa alle ancelle nel libro VI: > fermatevi ancelle: dove fuggite alla vista d’un uomo? Forse un nemico credete che sia?... Ma questi è un misero naufrago, che c’è capitato, e dobbiamo curarcene: vengono tutti da Zeus gli ospiti e i poveri; è un dono, anche piccolo, è caro . Il tema dell’ospitalità è uno dei filoni dominanti dell’Odissea e corrisponde proprio al sentimento collettivo di un popolo, di naviganti e che è cosciente di come la fortuna, e la ricchezza, possano cambiare rapidamente. Un secondo tema è costituito dalla complessa personalità di Odisseo, che è ben sintetizzata dalle parole di Atena nel libro XIII: > Furbo sarebbe e scaltrito chi te superasse in tutti gli inganni, anche se è un dio che t’incontra. Impudente, fecondo inventore, mai sazio di frodi, non vuoi neppur ora, in patria, lasciar da parte le astuzie, e i racconti bugiardi, che ti sono cari fin dalle fasce. Via, non parliamone più, perché ben conosciamo le astuzie entrambi . Ulisse è un grande inventore di storie ed è emblematico che le sue famose avventure non siano narrate dal poeta ma siano oggetto di un racconto di Odisseo ai Feaci. Sono fatti veri o sono invenzioni fiabesche, così come quelle che con tanta facilità racconta al pastore Eumeo, alla moglie a allo stesso padre? Ma chi è Odisseo, un perenne vagabondo, un uomo ormai abituato solo a combattere e a viaggiare? È incredibile che proprio nel momento in cui si svela a Penelope, invece di abbracciarla e di esprimere il proprio amore, deve subito informarla della previsione dell’indovino Tiresia, secondo la quale è destino che debba lasciare ancora Itaca per intraprendere un nuovo viaggio e morire infine nel mare. Non ci sono in Odisseo sentimenti verso il figlio, la moglie e il padre, che eppure hanno così tanto sofferto: l’unico momento di vero affetto sembra essere quello verso la madre nei splendidi versi del libro XI: > E mi slanciai tre volte, il cuore mi obbligava ad abbracciarla; tre volte dalle mie mani, all’ombra simile o al sogno, volò via: strazio acuto mi scese più in fondo, e a lei rivolto parole fugaci dicevo: Madre mia, perché fuggi mentre voglio abbracciarti? . Un terzo tema è costituito da Telemaco e dal complesso processo con il quale, cresciuto senza un padre, deve diventare, suo malgrado, adulto. Come è diverso dal padre!. È pieno di incertezza, di dubbi, combattuto tra l’amore verso la madre e il desiderio di riprendere possesso dei propri beni e della propria indipendenza. I dubbi del giovane lo rendono un personaggio moderno, proprio perché ricco di intime contraddizioni, che sono il frutto del conflitto tra il suo ruolo (quello di principe), il suo affetto verso la madre e il fatto di non essere all’altezza della forza del padre: non riesce a tendere l’arco! > Non io per Zeus... impedisco le nozze della madre, anzi dico che sposi pure chi vuole, e le offro doni infiniti. Ma non oso cacciarla suo malgrado di casa con perentorio comando: che un dio non voglia! (libro XX), ma poi deve imporsi alla madre stessa e diventare finalmente adulto: > Madre mia, quanto all’arco, nessuno più di me fra gli Achei n’è il padrone... su, torna alle tue stanze e pensa all’opere tue, telaio e fuso... Lei stupefatta tornò alle sue stanze, e la prudente parola del figlio si tenne in cuore (Libro XXI). Un quarto tema è rappresentato dalla figura di Pallade Atena, che costituisce la vera protagonista del poema. Non solo si deve alla dea la liberazione di Odisseo da Calipso, ma soprattutto sono i suoi continui consigli e suggerimenti che permettono a Telemaco e a Odisseo di agire con la dovuta accortezza. Non siamo di fronte a fatti meravigliosi e incredibili (a miracoli) ma è sottostante a tutto il poema il tema dell’intelligenza e dell’indipendenza di giudizio, che è appunto impersonata da Atena. In un articolo di La Repubblica del 25 novembre 2006 viene commentato il libro XXIII nel quale Penelope riconosce Odisseo. La donna ricerca un segno segreto, che le confermi che l’uomo è veramente Odisseo, perché troppo lunga è stata l’attesa e vuole essere sicura, > perché Penelope crede in una sola forma di conoscenza: quella dei segni segreti, fondata sulla propria memoria e quella di Ulisse . A Telemaco che la accusa di avere «il cuore più duro del sasso», Penelope risponde: > Creatura mia, il cuore nel mio petto è attonito: non riesco né a dirgli parola né a interrogarlo né a guardarlo nel viso. Ma se è davvero Odisseo che in patria è tornato, oh molto bene e facilmente potremo conoscerci: abbiamo per noi dei segni segreti che noi sappiamo e non gli altri . E quando Odisseo le dà il segno (il letto nuziale ricavato all’interno di un grande olivo che non è possibile spostare per le radici), Penelope riconosce il marito e «di colpo si sciolsero le ginocchia ed il cuore» e allora entrambi ritrovano l’antico amore: > e a lui venne più grande la voglia del pianto; piangeva tenendosi stretta la sposa dolce al cuore, fedele;... così bramato era per lei lo sposo a guardarlo, dal collo non gli staccava le candide braccia .
Oltre Babilonia
Il romanzo è una matassa di narrazioni, in tempi ed ambienti diversi, ma riconducibili a due storie familiari. Mar è figlia di Miranda, una donna argentina, e di un padre somalo che non ha mai conosciuto. Zuhra è somala, figlia di Maryam e anchʼessa di un padre sconosciuto. Sono cresciute e vivono a Roma e sono italiane, ma entrambe non sanno quale sia la loro lingua madre e si sentono in qualche modo in bilico tra due identità. Così dice Zuhra > mamma mi parla nella sua lingua madre. Un somalo nobile dove ogni vocale ha un senso. Nella bocca di mamma il somalo diventa miele. In somalo ho trovato il conforto del suo utero, in somalo ho sentito le uniche ninnananne che mi ha cantato,in somalo certo ho fatto i primi miei sogni. Ma poi, ogni volta, in ogni discorso, parola, sospiro, fa capolino lʼaltra madre. Lʼitaliano aceto dei mercati rionali, lʼitaliano dolce degli speaker radiofonici, lʼitaliano serio delle lectiones magistrales. Lʼitaliano che scrivo . Il tema dellʼidentità, e quindi della lingua, non è tuttavia lʼoggetto dominante del romanzo. Il libro si sviluppa intorno al tema della sofferenza e della riscoperta di sé stessi. Mar è una ragazza che ha perso la sua amante, suicida, e il suo bambino. Essa vive un rapporto difficile con la madre, assente e lontana, perché sempre chiusa nel suo dolore: è stata la compagna di uno dei carnefici, di quelli che hanno torturato e assassinato tanti argentini, forse anche il fratello della donna. Zuhra, a sua volta, è stata violentata da bambina, perchè abbandonata dalla mamma, che ha cercato per anni di trovare nellʼalcol un rifugio alla distruzione sociale ed umana della Somalia. Sulle due ragazze incombono, quindi, il dramma delle proprie madri. Ed è solo tramite il racconto delle terribili vicende che hanno dovuto sopportare Miranda e Maryan, che è possibile riprendere il filo dei rapporti tra le madri e le proprie figlie e permettere a questʼultime di trovare un proprio equilibrio. Era necessario, tuttavia, un luogo fisico, un punto di incontro; ed esso è costituito da Tunisi, dalla scuola di arabo, dove gente proveniente da tanti mondi diversi si ritrova per studiare una lingua, che unisce così tanti popoli: un nuovo esperanto? Sarà la lingua a portarci oltre babilonia? Si tratta di un libro complesso. Sotto il profilo stilistico lʼartificio letterario delle storie parallele richiede una lettura attenta in quanto non sempre si riesce a riprendere il filo narrativo. Il rischio di una frammentazione del racconto è, tuttavia, compensato dalla possibilità per lʼautore di usare stili letterari diversi: da quello tipico dei giovani romani ad uno disteso ed evocativo, più congeniale a storie degli anni ʼ 60 e degli anniʼ70. Lo stile rende evidente il salto generazionale tra le figlie e le madri così tra queste e le proprie famiglie di origine. Molti sono, invece, i temi trattati dal libro: la fatica e la ricchezza di avere più identità, la forza delle lingue come strumento di crescita e di coesione sociale, il racconto come liberazione, la sofferenza esistenziale e in particolare quella delle donne, la disperazione dei popoli. Il centro di gravità del libro è, comunque, la donna, che deve vivere in un mondo di violenza e di soprusi: le donne operose, spesso solidali, ma molto sovente vittime e strumenti del potere maschile. Perché leggerlo? La scrittura è molto efficace, ricca di suggestioni, i personaggi affascinano, gli ambienti, in particolare quelli somali, creano forti emozioni, e soprattutto elementi di riflessione per noi italiani: una serie di bellissimi frammenti.
Opinioni di un clown
Hans, è un giovane di una famiglia ricca e influente ma che lavora come clown, ed è stato lasciato dalla sua ragazza, Maria. Fervente cattolica, la giovane non è riuscita più a vivere con Hans, che è molto critico verso la religione e più in generale verso il perbenismo borghese e non sopporta il gruppo di cattolici frequentato da Maria. Hans si dà al bere e si ritrova a perdere il lavoro, solo nel suo appartamento, a cercare contatti con gli amici, il padre e il fratello. Riceve solo dei rifiuti e quindi decide di andare per la strada a chiedere l’elemosina suonando una chitarra e cantando inni liturgici. Il romanzo è fortemente ambientato nella Germania del dopoguerra e, da questo punto di vista, molto datato. Un tema è tuttavia di carattere universale: il rifiuto di una società ipocrita e falsa, che non accetta la verità e la contestazione delle regole sociali dominanti. In che modo si può reagire: con il niente. > Hai tentato di consolarti con lo stantio cinismo di sinistra di Fredebeul: inutilmente. Inutilmente avrai cercato di arrabbiarti dello stantio cinismo di destra di Blothert. C’è una bella parola: niente. Non pensare a niente. Non al Kanzler o al katholon, pensa al clown che piange nella vasca da bagno, al caffè che gli sgocciola sulle pantofole . Il tema del niente è il filone conduttore del romanzo e trova origine nella figura di Henriette, la sorella mandata al fronte a morire, la profonda ferita del giovane, il lutto mai ricomposto. Henriette spesso si estraniava e non pensava a niente e diceva che ciò era meraviglioso. Così le recite da clown sono un modo per estraniarsi, per vedere il mondo dal punto di vista del niente. Il tempo passato nella vasca da bagno, l’attesa dello squillo del telefono, la maschera e il vagabondaggio sono tutte modalità con le quali l’autore ricerca il niente e quindi si separa da un mondo, politico-sociale ma anche personale, che egli non accetta e che gli appare mostruoso nella sua vacuità. Il ritmo narrativo è molto veloce, con un intercalarsi di introspezioni intime e di colloqui, sempre in qualche modo interrotti e deludenti. Ricorda in qualche modo quello di Javier Marias con la differenza che la vena caustica è molto più forte e non lascia spazio a una dolce e rassicurante ironia. Il percorso narrativo sembrerebbe condurre a un suicidio del protagonista che ritrova invece conforto e sopravvivenza nella maschera da clown, perché solo mascherati si può vivere in una società dove predomina l’affarismo e il perbenismo.

