L'Eroina di Port-Arthur
Emilio Salgari era molto veloce a costruire storie intorno ad avvenimenti che impressionavano il pubblico; e lo faceva mescolando un so che di esotico con guerre e storie d'amore. Così era stato per "La capitana del Yucatan" e per "Le Stragi delle Filippine" (si vedano le recensioni in questo sito), e così è in questo romanzo, pubblicato sotto falso nome nel 1904. Il contesto è la guerra russo-giapponese del 1904-1905, in cui > il piccolo Giappone, come lo chiamavano sprezzantemente i russi ha affrontato e vinto il grande Impero Russo. Il luogo è Port-Arthur, punto d'ingresso per la conquista della Corea e allora in possesso dei russi. Il racconto si avvia con una scena di splendore e decadenza insieme: un "daimio" (ossia un feudatario) passa tra la folla con accanto la bellissima figlia, Shima. > Non aveva che sedici, (...) non alta, di forme squisitamente modellate, con occhi di un nero intenso che nulla avevano di obliquo, (...) pelle dai riflessi alabastrini, (...) con una boccuccia bellissima, dalle labbra un po' sottili, indizio di un'energia straordinaria. Ci sarà un magnificente ricevimento a casa del daimio per il fidanzamento di Shima con Boris, un ufficiale russo. Il futuro sposo non si presenta: ha una relazione con una geisha e sa che sta per scoppiare la guerra con il Giappone, che rende impossibile il matrimonio con una giapponese. La città è immersa in un clima d'attesa, che permette alle due donne di fronteggiarsi: Shima, > cogli occhi sfavillanti ed il volto acceso, chiede alla geisha se ama veramente Boris; l'altra le implora di lasciarle il suo amore, > perché strappare a me, povera geisha, l'amor d'un solo uomo, e che è il solo che mi abbia veramente amata e che io amo? Sono un povero fiore gettato in balia del vento, destinato ad appassire se nessuno mi raccoglierà e mi esporrà alla rugiada ed al sole. Mai nei suoi tanti romanzi Salgari ha narrato un conflitto di tanta passione e risvolto sociale, tra una bella e ricca aristocratica e una povera prostituta innamorata. In uno scrittore così attento all'opinione pubblica si percepiscono echi di Gabriele D'Annunzio, Guido Gozzano, Gian Pietro Lucini e dei poeti “maledetti” francesi come Paul Verlaine e Charles Baudelaire. Purtroppo, il conflitto sociale e amoroso non si evolve perché irrompe la guerra; e sulle due donne s'impone un solo dovere: servire la patria, il Giappone. > La patria! , esclamò la geisha, con un improvviso slancio d'entusiasmo, (...) Il pericolo che corre la patria in quest'ora solenne, unisce popolo e nobiltà per la difesa suprema del paese e colma gli abissi che li dividono, disse Shima con voce grave. Se l'attirò fra le braccia e la baciò sulla fronte, dicendo: per la patria! E non siamo più nella lontana Port-Arthur, e come se celebrassimo i martiri di Dogali e di Adua, gli eroi che hanno difeso la Nazione dai feroci etiopi! Salgari canta l'Italia nazionalista, colonialista e irredentista, che con esultanza andrà in Libia e poi a liberare Trento e Trieste, nella grande mattanza della prima guerra mondiale. Il "piccolo" Giappone è lo specchio della nuova Italia: i suoi morti caduti in battaglia i futuri martiri, le due donne sono tutte le madri, le spose e le figlie che rinunzieranno ai propri affetti per la Patria. Attento lettore dei reportage di guerra, Salgari mostra una notevole conoscenza delle dinamiche dello scontro navale in atto a Port-Arthur, in cui la potente flotta giapponese, ben guidata ed equipaggiata, bloccò le navi russe nel porto, chiudendo poi la città in una tenaglia dal mare e dalla terra. Proprio la vastità e la durata della battaglia rendono difficile per Salgari dare chiarezza all'insieme e mettere in risalto i colpi di scena. L'autore si muove meglio quando ci sono poche navi a confrontarsi ed è facile focalizzare il lettore sui luoghi fondamentali per l'azione. Nello stesso modo, Salgari abbandona il suo modello narrativo, con una figura centrale e alcune di spalla. Qui potrebbe essere Shima, ma "l'eroina" viene travolta dalle vicende e per lei è difficile coabitare con le figure minori. E dov'è il nemico, il traditore Boris? Il sistema dei personaggi lacunoso e indecifrato è il punto debole di questo romanzo. Perché leggerlo? Per un po' si vagheggia il Salgari del "Corsaro Nero" (si veda la recensione in questo sito).
L'uomo sentimentale
Un cantante lirico racconta un sogno nel quale ha ripercorso una storia dʼamore: alcuni anni prima ha conosciuto e frequentato a Madrid una coppia: la moglie di un importante uomo di affari e il suo accompagnatore. Il cantante si era innamorato della donna, il cui marito si era poi ucciso per disperazione. Mentre scrive i contenuti del sogno gli giunge la notizia della morte accidentale della sua ex fidanzata. L’espediente del sogno raccontato sembra voler ricreare quel contesto di incantamento, presente con maggiore forza nell’altro romanzo dell’autore, appena recensito. In realtà l’autore ha inteso raccontare una storia dʼamore per dimostrare come il sentimento > richieda sempre qualche cosa di fittizio oltre a ciò che gli procura la realtà. L’amore si basa in grande misura sulla sua anticipazione e sulla sua memoria . Da questo punto di vista il vero protagonista è il marito, che non ha optato per la realtà ma vive nell’aspirazione e quindi in unʼaspettativa dʼamore, costituita dall’accettazione da parte della moglie del suo affetto e passione. Non so perché ma il libro mi ricorda una trama pirandelliana, in quanto emerge l’impressione che la realtà non sia quella che appare ma è come si vorrebbe che fosse e la disperazione nasce proprio nel momento in cui ci si accorge della profonda diversità tra realtà e immaginazione. I vari protagonisti, la moglie, l’accompagnatore, il marito e la stessa ex fidanzata (che da viva non aveva importanza e la assume per la sua morte) sono analoghi ai sei personaggi in cerca dʼautore di Pirandello. Stanno cercando di uscire dall’irrealtà mediante il cantante lirico, che appare un soggetto passivo della vicenda, che subisce i fatti in realtà scatenandoli. La passività con la quale il cantante accetta l’abbandono da parte della donna vuole forse indicare la prosaicità della realtà rispetto alla profondità e vitalità dell’immaginazione? Il libro è scritto molto bene ma è di minore spessore, anche stilistico, rispetto al precedente.
La perla sanguinosa
Benché si facesse chiamare "Capitan Salgari" lo scrittore veronese non ha mai viaggiato; si è affidato per i suoi romanzi ai numerosi resoconti degli esploratori e geografi, che riportavano in Europa la scoperta di mondi prima sconosciuti, resoconti che mescolavano notizie attendibili con altre fantasiose, intrise di crescente razzismo. Il nostro scrittore è sempre stato abile a cogliere tempestivamente "la moda", ricorrendo la bramosia del pubblico ad avere novità strane ed esotiche. Già dal titolo misterioso ed evocativo si entra nell'atmosfera: "la perla sanguinosa" è una perla di rara bellezza, rubata da un tempio sacro a Ceylon, l'attuale Sri Lanka, e intrisa del colore del sangue del ladro che l'aveva rubata e che era poi affogato nel grande banco di Manaar, una estesa secca situata tra l'India meridionale e Ceylon. Dietro la perla c'è una storia d'amore: una fanciulla si è dovuta fare monaca buddista e potrà essere riscattata solo con la consegna della perla sanguinosa; a contendere la perla e la fanciulla ci sono un umile pescatore di perle e il Guercio, un malvagio impostore; entrambi si trovano nella prigione di Port Cornwallis, una colonia penale inglese situata nell'arcipelago delle Andamane, un gruppo di isole al centro del Golfo di Bengala. È dalla prigione che prende avvio il romanzo: tre carcerati (il nostro pescatore, un marinaio inglese e un macchinista indiano, tutti ingiustamente imprigionati) riescono a fuggire dalla colonia e con una fragile barca si dirigono verso Ceylon per recuperare la perla sanguinosa e riscattare l'amata fanciulla. Non solo sono inseguiti dal Guercio ma devono affrontare una serie di avventure: dall'assalto di un vampiro del mare, forse un "lamprede", un pesce con una bocca a ventosa che si nutre del sangue, a una terribile tempesta con onde gigantesche, sino ad essere catturati dalla regina di Nikobar che vorrebbe fare suo sposo il bell'inglese, come Circe con Ulisse. La fantasia di Salgari non ha limiti, inventandosi i Vadassi, dei quali lo scrittore narra la storia del valoroso capo Adikar, che, affascinato da Napoleone, ne voleva ripetere le gesta, portando a trionfo il suo popolo, una sorta di Sandokan selvaggio; e che dire dei "delfini crocefissi", in realtà un piccolo cetaceo che vive nelle acque antartiche, ben lontano dal golfo del Bengala. Alla confusa ricchezza di riferimenti geografici, zoologici a antropologici fa riscontro una storia confusa, ricca di avventure, ma spesso ripetitive e prolisse. Il modulo narrativo di Salgari è imperniato su una figura principale e alcuni personaggi di spalla, che alleggeriscono la narrazione e mettono in risalto il protagonista. Quando se n'è allontanato con successo, come in "Capitan Tempesta" e in " La stella dell'Araucania" (si vedano le recensioni in questo sito) è perché ha saputo costruire una storia d'amore convincente e intensa. L'ambiente, pur presente, è sempre rimasto sullo sfondo, strumentale a costruire un'atmosfera esotica e misteriosa. Qui le funzioni narrative si sono capovolte: al centro c'è l'ambiente, il gruppo di carcerati in fuga è piatto, senza un leader (emerge ovviamente l'inglese ma è una figura sbiadita), e senza una gerarchia dei ruoli; la storia d'amore resta sospesa e lontana, e il cattivo viene facilmente sconfitto. Sovrapporre avventure e descrizioni terrificanti non riesce a dare ritmo al racconto e ad avvincere il lettore. Ci appaghiamo solo di alcune descrizioni, come quando si racconta la lotta con il vampiro: > si era avvinghiato al mio corpo con tutti i tentacoli e gli occhi del mostro, quegli occhi enormi e glauchi, erano fissi su di me, immobili, come assaporare il mio supplizio e attraverso quel corpo quasi trasparente vedevo il travaso del mio sangue scorrere dalle ventose alla bocca e passare quindi nel ventricolo. Perché leggerlo? Come testimonianza di come si vedeva il mondo nell'Italia dell'Ottocento.
La lanterna di Diogene
Si tratta di un racconto che si può suddividre in due parti. Nella prima l’autore narra il suo viaggio in bicicletta da Milano alla costa romagnola, anche se, in realtà, si ferma sui monti modenesi. Nella seconda parte viene illustrato il soggiorno a Bellaria. La prima parte è molto bella e vivace. Si percepisce un senso di evasione, di fuga dalla città e dalla società industriale; il paesaggio, le locande e le persone incontrate vengono descritte con uno stile ironico ma nello stesso tempo affettuoso. In queste pagine prevale anche un compiacimento letterario, nelle parole e nei riferimenti, che va a scapito della spontaneità della narrazione. Nella seconda parte si accentua questa caratteristica insieme con un lirismo, che ricerca l’effetto in se stesso ed è comunque ridondante rispetto ai contenuti del racconto. L’oggetto è infatti la Romagna all’inizio del Novecento con la durezza della sua vita, la sua povertà e miseria. Molto bello è il viaggio a Comacchio: il difficile percorso in bicicletta, la città alla sera, il pernottamento e così via. Ha quasi dei connotati veristi la descrizione della famiglia che vive in un capanno sulla spiaggia: il pasto famelico dell’uomo, la curiosità dei bambini e i poveri vestiti della donna. Il forte connotato di queste pagine si perde però in un moralismo generico e conservatore, quando lo scrittore ricorda che le disgrazie possono essere di tutte le classi sociali: il suo compagno ha una grave malattia che lo costringe a una dieta ferrea!Come scrive l’Enciclopedia Treccani del 1935 (epoca non sospetta sotto il profilo politico), l’opera di Panzini tende, > nonostante le premesse classicistiche e le sue intenzioni di obiettività, di compostezza... , verso la confessione lirica, la notazione impressionistica, il soliloquio interiore variato di cadenze melodiche e di vere e proprie aperture di canto ; tutte caratteristiche che hanno reso insopportabile la lettura di un altro racconto «Viaggio di un povero letterato».
Le Notti Bianche
> Sono un Sognatore...vivo talmente poco nella vita reale! Ho vissuto così raramente, nella realtà, momenti come questi, che spero di farli rivivere nei miei sogni. Vi sognerò tutta la notte, tutte le settimane, tutti i mesi, tutto l'anno.... È così che si esprime l'io narratore quando una notte incontra una ragazza piangente, che si definisce anch'essa una "sognatrice". Di lui non conosceremo mai il nome, di lei sappiamo che si chiama Nasten'ka e vive con la nonna, la quale la tiene legata al suo abito con una spilla per evitare che si allontani. È una strana clausura se Nasten'ka esce tranquillamente nella notte e ha allacciato una relazione con un giovane vicino, che le ha promosso di sposarla; una storia inverosimile e "strappa lacrime", che non avrebbe sedotto nessuno se non il nostro ingenuo Sognatore. D'altra parte, è un giovane disilluso dalla vita, con *una fantasia malata d'angoscia*, in attesa di una > scintilla dalla quale far divampare un fuoco per scaldare il cuore gelato, dalla quale far rinascere quello che prima era tanto caro, che toccava l'animo e faceva ribollire il sangue, che strappava le lacrime dagli occhi e che ingannava così maestosamente. E se per Nasten'ka l'incontro è un modo per consolarsi e, se vogliamo, un atteggiamento civettuolo e vittimistico per farsi ammirare e giocare con i sentimenti, per il Sognatore la fanciulla è il proseguimento del Sogno, di una fantasia d'Amore. > Oh Nasten'ka, Nasten'ka, se sapessi quanto sono solo. esclama il Sognatore come se la ragazza potesse, o volesse, riempire il suo vuoto. Povero Sognatore! Il gioco sottile della seduzione è condotto fino al punto che il nostro Sognatore è pronto a sposarla, visto che il fidanzato di Nasten'ka non si è fatto vivo per onorare la promessa di portarla all'altare. Meglio un Sognatore che restare zitella attaccata alla gonna della nonna! > L'avevo guardata...S'era appoggiata a me più pesantemente. In quell'istante c'era passato accanto un giovanotto. (...) Dio che grido! che fremito! Come si era staccata dalle mie braccia per corrergli incontro. (...) Ero rimasto lì, a lungo, a guardarli... Alla fine, entrambi erano scomparsi dalla mia vista. Nella sua bella introduzione Sarah Tardino chiama in causa l'amor lontano del poeta provenzale Jaufrè Rudel; in questa ottica Nasten'ka sarebbe una Fantasia d'Amore, una figura idealizzata e reale, che come cantò Giosué Carducci, "tre volte la bocca tremante/co 'l bacio d'amore baciò". Troppa grazia per l'infelice Sognatore! Questa interpretazione pone l'attenzione sulla relazione tra i due giovani, dimenticando il centro del racconto: il Sogno. All'interno di una struttura narrativa imperniata sul dialogo, il racconto è un lungo soliloquio, in cui la parte raccontata da Nasten'ka non è che lo specchio deformato della sofferenza del Sognatore e del suo bisogno di costruirsi una storia di cui lui sia il protagonista, il salvatore della dolente fanciulla. In questo dialogo frutto della fantasia del Sognatore, Nasten'ka si chiede > perché non possiamo essere tutti come fratelli? (...) Perché non si può dire schiettamente quello che si ha nel cuore...? Perché il Sogno non può divenire reale, aggiungo io? Perché non si può incontrare qualcuno o qualcuna con cui confidarsi, e innamorarsi, con cui fuggire dalla solitudine? O forse, è meglio continuare a sognare. Perché leggerlo? Un fragile racconto di difficile comprensione, ma mirabilmente scritto.
La lettrice scomparsa
Vince, un insegnante di lettere eternamente precario, si è inventata una nuova professione: la biblioterapia, dare consigli di lettura che possano aiutare le persone a risolvere i propri problemi esistenziali e psicologici. Ma i libri hanno questo potere terapeutico, che «allontana l'attrazione del vuoto e dell'umor nero» come pensavano gli antichi greci? O umilmente leggere di narrativa ci porta a fantasticare un'altra vita, con un altro finale? Con una trama esile e personaggi inconsistenti, il romanzo cerca, forse, di rispondere a queste domande, perseguendo due filoni narrativi. Nel primo noi assistiamo ai colloqui di Vince con le sue pazienti: donne che vengono a raccontare le proprie storie a uno squattrinato inesperto terapeuta, sedendosi nel divano letto di un misero monolocale. Alcune se ne vanno indignate senza pagare, altre accettano i consigli di lettura, anche se non sapremo mai se hanno letto i libri suggeriti. Ci si potrebbe aspettare scene divertenti o paradossali, in realtà i colloqui sono l'occasione per uno sfoggio della cultura libresca del nostro autore. Anche per le citazioni in francese nello incipit di ogni capitolo, di là dal vuoto narrativo, la mente non va a «Lezioni Americane» di Italo Calvino ma a «Sindrome da panico nella città dei Lumi» di Visniec Matei, in cui un susseguirsi confusionario di personaggi e autori sovrasta il lettore senza un'unità narrativa (si veda la recensione in questo sito). Perché tanto bisogno di darci una bibliografia sotto mentite spoglie, così come avviene in un altro racconto noioso e inutile, quello di Alba Donati («La libreria sulla collina» recensita in questo sito)? Il secondo filone riguarda la scomparsa di una vicina di casa, un'anziana signora che ha lasciato come testimonianza un elenco di libri preso in prestito da una libreria di vicinato. Che cosa hanno in comune tutti questi autori: da Paul Auster a Raymond Chandler e John Updike (in questo sito ci sono numerose recensioni di quest'autore: «Rabbit Redux», «Terroriste», «Villages») sino a John Fante (in questo sito puoi leggere le recensioni di «One of us and Sweet Home», «The brotherhood of the grape», «Wait until spring, Bandini»), ed altri ancora? > Inevitabilmente anche di loro mi chiesi quali problematiche relazionali avrebbero potuto illuminare, e a quali percorsi di autoconsapevolezza e di ricostruzione della personalità introducevano. Ne fui spaventato. Avrei più letto soltanto per esclusivo e infantile piacere? E' difficile trovare una chiave interpretativa del romanzo, di là dalla fragile indagine investigativa, appiccicata per dare un minimo di ritmo alla narrazione. Certo, c'è il grande tema dei rapporti tra letteratura e vita, con il desiderio o la speranza di rendere reale ciò che sogniamo. Forse, è possibile trovare un significato a tanti libri citati tornando al luogo dell'autore: Roma. > Giù in basso, dice Stassi, la città era tornata a essere un anagramma da risolvere, una sciarada di strade dalla direzione confusa. (...) Camminare a Roma è andare verso qualcosa senza avere nessuna destinazione precisa. In certe ore, questo pendolarismo involontario è il luogo di una solitudine perfetta, che non dà dolore né pena . Senza una personalità marcata, la scrittura scorre piacevole all'interno di un'abile costruzione sintattica, come se le frasi scorressero fluide, senza intoppi e troppa fatica. Ne emerge una sensazione di narrazione artefatta, a tavolino senza vita: «Emozioni letterarie» come confessa l'autore. Perché non leggerlo? Inutile e prolisso.
La lunga vita di Marianna Ucrìa
Siamo nella Sicilia del ʼ700. Marianna appartiene ad una ricca famiglia aristocratica di Palermo. È sordomuta, ma la sua menomazione non le ha impedito di essere una donna decisa, colta, corteggiata e alla fine indipendente, capace di non tener conto delle regole e dei costumi della società del suo tempo. Anzi, > la menomazione lʼha resa più attenta a sé e agli altri, tanto da riuscire talvolta a carpire i pensieri di chi le sta accanto . Vorrebbe > scrollare la testa per liberarsi di quei pensieri inopportuni, appiccicosi come il succo delle carrube... da ultimo ci casca dentro, alle persone, attratta da un certo sfarfallìo brioso dei loro pensieri che promettono chissà quali soprese . La vita di Marianna si svolge proprio allʼinterno della gabbia che le deriva dalla sua invalidità: da un lato deve costringere gli altri a scriverle, in biglietti ai quali risponde con altrettanti foglietti, e quindi è una relazione filtrata, resa difficile dalla cattiva padronanza della parola scritta da parte dei suoi interlocutori ( la stessa classe aristocratica è spesso quasi analfabeta); dallʼaltro lato Marianna possiede una sorta di potere telepatico, che è ad un tempo lettura labiale, sensibilità dei sensi, immaginazione di una personalità melanconica e solitaria. Si tratta, tuttavia, di una comunicazione invasiva, che non ha rispetto dellʼintimità della persona. Apparentemente, la vita di Marianna non ha niente di eccezionale, per quei tempi: si sposa ancora bambina con uno zio, che diventa «il marito zio», ha molti figli, si dedica alla gestione delle sue immense proprietà, preferisce la lettura dei libri alla vita mondana, alla quale partecipa per dovere. Il matrimonio si consuma in una serie di accoppiamenti senza amore, ma non ha un particolare astio verso il marito zio, anche quando scopre che è stato lui a violentarla quando aveva cinque anni. Ma è al padre, amato ed ammirato, che Marianna, ormai vedova e donna matura, imputa la sua mutilazione, perché a lui che deve il silenzio su ciò che le è capitato da piccola e un matrimonio raccapricciante, con il suo stesso violentatore. > Capisce con limpidezza adamantina che è lui, suo padre, il responsabile della sua mutilazione... è lui che le ha tagliato la lingua ed é lui che le ha riempito le orecchie di piombo fuso perché non sentisse nessun suono e girasse perpetuamente su se stessa nei regni del silenzio e dellʼapprensione . Ed è alla fine della sua lunga vita, quando ha scoperto sia lʼamore sensuale che quello letterario, che Marianna abbandona Palermo, sola con una serva pazza. In giro per lʼItalia si accompagna ad un gruppo di attori e finalmente Marianna > gustava la libertà: il passato era una coda che aveva raggomitolato sotto le gonne... il futuro era una nebulosa dentro a cui si intravvedevano delle luci da giostra. E lei stava lì, mezza volpe e mezza sirena, per una volta priva di gravami di testa, in compagnia di gente che se ne infischiava della sua sordità e le parlava allegramente contorcendosi in smorfie generose e irresistibili . Enzo Siciliano, un grande critico letterario, colloca il libro nella tradizione di Verga, De Roberto e Lampedusa. È un accostamento sbagliato. Il contesto storico, così come la sagra familiare, sono espedienti per narrare dellʼaltro: la solitudine della donna, esasperata dalla sordità e dal mutismo, la lotta per liberarsi, per conquistarsi un proprio spazio in una società gretta, rozza ed ipocrita. È un romanzo intimistico e contemporaneo, anche per la funzione di redenzione, ma anche di chiusura su sé stessi, che viene affidata alla fantasia. Ad un certo punto Marianna «legge con il mento appoggiato alla mano» una frase di David Hume in un quaderno, forse dimenticato da un viaggiatore nella sua biblioteca: > lʼintelletto, dice il filosofo inglese, distrugge del tutto sé stesso... noi ci salviamo da questo scetticismo per mezzo di quella singolare e apparentemente volgare proprietà della fantasia ( di entrare) negli aspetti più reconditi delle cose . Lʼimmaginazione è la chiave di comprensione delle cose e il romanzo può essere interpretato, nello stile barocco e nelle descrizioni ricercate e senza tempo, come una fuga continua dalla durezza della vita quotidiana, alla quale ci si ritroverebbe rinchiusi se si facesse affidamento alla sola ragione. Romanzo, quindi, filosofico, sotto lʼapparenza della storia familiare e del racconto storico? A questa chiave di lettura inducono anche la struttura narrativa, fatta di bozzetti e di episodi, e la scrittura talvolta ampollosa, immaginifica e affettata. E sono queste caratteristiche che rendono il racconto prolisso, lento e noioso. Perché non leggerlo? È noioso.







