Il giornalino di Gian Burrasca
Vamba, pseudonimo di Luigi Bertelli, immagina di aver scoperto il «Giornalino di Gian Burrasca,»da una portinaia moglie d'un usciere del Tribunale mentre lo leggeva a' suoi figliuoli«; infatti il diario di Giannino Stoppani era rimasto lungamente»dimenticato fra gli incarti della Cancelleria giudiziaria, ciò che non farà certo maraviglia a chi sa come tutto della Giustizia italiana sia lungo e oblioso, (...) faticoso e costoso... > Il giornalino di Gian Burrasca inizia il 20 settembre (giorno della conquista di Porta Pia) e si conclude il 2 marzo dell'anno successivo; gli anni non sono indicati ma verosimilmente dovrebbero essere il 1907 e il 1908, quando il racconto fu pubblicato a puntate sul Giornalino della Domenica. Il contesto è la tipica famiglia borghese dell'inizio del Novecento, di modesto benessere, sempre in attesa di un'eredità e preoccupata di trovare un buon marito per le tre figlie ormai grandi. Giannino è il più piccolo e possiamo presumere che abbia circa dieci anni: discolo, ribelle, sempre pronto a nuove birichinate, delle quali non comprende la portata, perché ingenuo o troppo furbo. Dopo che l'avvocato Maralli, futuro marito della sorella Ada, rischia di perdere un occhio per l'ultima bravata di Gian Burrasca, alla mamma che gli dice piangente: lo vedi, Giannino mio, quanto dispiaceri, quante disgrazie per colpa tua!... «Giannino le risponde»per consolarla, (...) ma se son disgrazie, scusa, che colpa ci ho io? > Il diario si divide in due parti. Nella prima, di circa 200 pagine, si susseguono le trovate di Giannino, alcune esilaranti, altre sinceramente esagerate, spesso ripetitive nella struttura narrativa. Vamba non ha alcun intento pedagogico, com'è per Cuore di De Amicis e Pinocchio di Collodi (di quest'ultimo si veda la recensione in questo sito). Il gusto dello scherzo prevale su tutto. Nella seconda parte Giannino è mandato in collegio, dove il ragazzino conosce la solidarietà tra i compagni e il significato della rivolta come sfida all'autorità. Di grande efficacia sono le figure del Direttore e della Direttrice: lui secco secco e lungo lungo«, lei»bassa bassa e grassa grassa«e che chiama il marito»imbecille > . D'altra parte è la proprietaria del collegio, fondato dallo zio. E qui si innesca uno degli episodi più divertenti dell'intero racconto. I ragazzi si accorgono che i due amano le sedute spiritiche nelle quali invocano lo spirito del fondatore; con un espediente Giannino e suoi amici simulano le risposte dall'oltre tomba, ma non riescono a trattenere le risa e finiscono per essere scoperti. Il diario termina con un tono amaro. Umiliato dal Direttore e dalla Direttrice perché collegiale povero che non poteva pagare la retta, sentendosi indegno verso i compagni l'amico Barozzo fugge dal collegio: si rivolse a me e mi avvinghiò con le braccia, e mi tenne stretto stretto; mi baciò e le nostre lacrime si confusero insieme sui nostri visi, (...) e quando ritornai in me io ero solo, appoggiato al portone dell'istituto, chiuso". Si sarebbe potuto concludere il diario con questo sentimento di dolore e sorpresa per una amicizia persa a causa di un orgoglio ferito; ed invece, testardo, Vamba vuole aggiungere un'ulteriore bravata di Giannino, in questo modo inchiodando l'intero diario ai suoi aspetti caricaturali. Con l'occhio di oggi l'atmosfera e gli episodi del Giornalino di Gian Burrasca paiono appartenere ad un'altra società, distante dalla nostra. Per noi adulti il diario può essere un'interessante rappresentazione della borghesia del primo Novecento, quella descritta con ironia da Guido Gozzano; una struttura sociale che è continuata per tutto il fascismo e per i primi decenni del secondo dopoguerra, quando è stata travolta dal consumismo e dalla rivoluzione sessuale. Penso che agli adolescenti Giannino appaia un ragazzino incomprensibile, anche se può piacere il suo spirito di rivolta verso gli adulti, visti come una controparte ostile, rigida, e pure ipocrita. Senza volerlo Vamba ha raccontato il conflitto tra generazioni, benché l'abbia fatto in modo paradossale e per questo inverosimile. Gli accenti toscani della lingua rendono il diario di Giannino una testimonianza di un italiano vivo, popolare e vissuto. Ed è per questo che è piacevole leggere il Giornalino di Gian Burrasca. Perché leggerlo? Offre uno spaccato di un'Italia che non c'è più.
The Grass Harp (l'arpa d'erba)
«Lʼarpa dʼerba» è un romanzo di formazione, ma va letto come una assonanza di immagini meravigliose e suoni straordinari, «unʼarpa di voci che raccontano una storia» E a noi non resta che ascoltare. Come già si è visto nel «Giorno del Giudizio» di Salvatore Satta, la rimembranza non è un succedersi di eventi, una sequenza di situazioni e personaggi; è invece come chiudere gli occhi > per fissare la loro immagine, (...) una serie di ricircoli, anelli che non evolvono con la libertà di una spirale: per me passare dallʼuno allʼaltro è stato un salto, non un cambiamento graduale . In questo caso a ricordare è un adolescente: Collin. Orfano di entrambi i genitori viene accolto nella casa delle zie, in una piccola cittadina di campagna. Verena, la più giovane delle due sorelle, è una donna autoritaria, esperta negli affari, sempre pronta ad imporre regole e restrizioni. Dolly, lʼaltra sorella, è bizzarra, con gli occhi di > una persona dotata di un naturale talento, gentili, trasparenti occhi, di un colore verde luminoso, come una crema alla menta . E poi cʼè lʼunica amica di Dolly, Catherine. > Erano sempre insieme ed ogni cosa che dovevano dire lo dicevano lʼuna allʼaltra: appoggiando lʼ orecchio ad una trave potevo ascoltare lʼaffascinante tremore delle loro voci che fluivano come un ronzio tra i vecchi tramezzi di legno. (...) Lo so: Dolly, dicevano, era la croce di Verena. (...) Forse era così. Ma quelli furono anni felici. (...) Se qualche folletto volesse farmi un regalo, mi dovrebbe dare una bottiglia colma delle voci di quella cucina, gli ha ha ha e i bisbigli del fuoco, una bottiglia strapiena degli odori di forno, di burro e di dolci, anche se Catherine puzzava come una scrofa in calore . Verena, sempre avida di guadagni, vorrebbe che la sorella accettasse di mettere in commercio le ricette di erbe naturali, delle quali Dolly è famosa, ma anche giustamente gelosa. Per la prima volta le due sorelle si scontrano e Dolly, così fragile e docile, mostra tutta la sua caparbietà: decide di andarsene, porta con sé Collin e Catherine e sceglie come dimora un albero: > spazioso, robusto, (...) era come un battello fluttuante su un mare di rami, (...) Dolly sapeva, e faceva in modo che io sapessi, che era una nave, che starci era veleggiare lungo le coste nuvolose di ogni sogno, (...) noi le appartenevamo, come le appartenevano i rami illuminati dal sole, nido di uccelli notturni. È un scandalo, è chiaramente una rivolta, verso Verena e contro lʼintera città. Ed infatti più volte lo sceriffo, il reverendo, i compaesani vanno sotto lʼalbero per convincere Dolly a scendere. La situazione diviene ancora più imbarazzante quando un vecchio giudice in pensione si aggiunge ai «rivoluzionari», i quali a loro volta permettono che si accampi vicino allʼalbero una strana e numerosa famiglia di vagabondi. Lʼordinata vita cittadina è sconvolta. Si arriva allo scontro fisico, allʼazione di forza, Catherine viene arrestata. Alla fine sarà Dolly a decidere: la sua saggezza, e lʼaffetto per la sorella, per Collin e Catherine, la convincono a scendere, anche perché Varena ha compreso di aver sbagliato. Il racconto si conclude con la lunga malattia di Dolly e con la sua morte. È tempo per Collin di andarsene. Che cosa simboleggia lʼalbero? Tante cose: la libertà, il sogno,la natura, e in particolare un legame così forte da sopravvivere alla morte: quello tra Collin e Dolly. > Avrei inventato qualcuno, una storia per ritrovarla, poiché lei sembrava andare avanti verso il futuro, mentre io ero incapace di seguirla nella mia monotona immobilità . Ma come andavo avanti nello scrivere > noi fluivamo insieme di nuovo come una corrente dʼacqua che per un istante unʼisola ha diviso . Come si era già visto nel Grande Gatsby lʼocchio del giovane narratore, un adolescente, illumina con lʼimmaginazione la figura di una modesta donna di provincia e di una banale casa sullʼalbero, costruita da altri ragazzi per gioco. La fantasia è il mezzo più potente (il solo?) per trasfigurare la realtà, e renderci felici. Il primo capitolo è splendido; poi il racconto procede lento, senza ritmo, con troppe divagazioni e con lʼingresso di un numero eccessivo e ridondante di personaggi. Insomma lo scrittore ha tirato un poʼ per le lunghe, non riuscendo a sviluppare lʼidea geniale della casa sullʼalbero come rifugio e luogo di sogno e libertà. Forse ha nuociuto aver voluto creare una trama, e non lasciarsi, invece, immergere nellʼ atmosfera misteriosa del bosco: troppa prosa, poca poesia! Perché leggerlo? Vale la pena leggerlo solo per il primo capitolo.
Il grido silenzioso
> Mi sveglio nell'oscurità che precede l'alba, e annaspo tra gli angosciosi brandelli di sogni che ancora indugiano nella mia coscienza, alla ricerca di un'ardente sensazione di attesa. (...) In ogni parte del mio corpo percepisco separatamente i diversi pesi della carne e delle ossa, come sensazioni che si fondono in un dolore sordo nella mia coscienza, riluttante a riaffiorare alla luce. (...) Ho dormito con le braccia e le gambe piegate di lato, nella posizione di chi non voglia ricordare la propria natura o la situazione in cui si trova. E' questo l'incipit del romanzo; esso racchiude i tratti essenziali di un racconto onirico eppure fortemente radicato nella realtà: il rifugio nel sogno per fuggire alla sofferenza, quest'ultima espressa nei corpi, spesso descritti in modo grottesco; la memoria come prigione che rinchiude il destino umano, già condannato; l'ambiguità delle relazioni familiari e sociali, ispessite da rassegnati silenzi e da indicibili ricordi. Siamo dinanzi a un flusso di coscienza in un ambiente rappresentato in modo naturalistico e fiabesco a un tempo. Mitsui, l'io narrante, è sconvolto dal suicidio tragicomico di un amico. La sua vita è già segnata dalla mostruosa disabilità del figlio e dall'alcolismo della moglie; pesano poi su di lui tragici avvenimenti famigliari, il cui ricordo è rimosso ma sempre presente nella sua coscienza. Forse per dare una svolta alla sua vita accetta l'invito del fratello Taka di tornare al villaggio ai bordi della foresta «possente», dove era la casa della famiglia e dove sono cresciuti da bambini. E' un ritorno al passato: per Mitsui la disperata speranza di cambiamento, che si traduce nella definitiva consapevolezza della sua estraneità dal mondo, per Taka il desiderio di autopunirsi ripercorrendo vicende drammatiche che hanno coinvolto la famiglia. Nel 1860, alla caduta dello Shogunato, il fratello del bisnonno aveva guidato una rivolta contadina, repressa poi nel sangue; alla fine della seconda guerra, sempre nel villaggio, era morto un fratello in uno scontro tra giapponesi e coreani, quest'ultimi prigionieri di guerra. Volendo ripercorrere le gesta dello zio e del fratello, Taka decide di condurre gli abitanti del villaggio a saccheggiare il locale supermercato, di proprietà di un coreano, detto «L'imperatore» (forse per dargli un valore sacrale, lui coreano!). Mitsui si tiene estraneo agli avvenimenti, raggomitolandosi ancora di più nel suo torpore, Taka emerge invece come un leader vigoroso e astuto; è invece una messinscena con cui Taka vuole punirsi per una grave colpa: ancora ragazzo, ha violentato la sorella disabile, spingendola così al suicidio. Taka confessa un omicidio non commesso e poi, non creduto da Mitsui, si uccide. > Sembrava un fantoccio di gesso di statura naturale, completamente rosso e vestito solo di pantaloni. Grida la moglie a Mitsui, che cerca di giustificarsi. > Tu rifiuti le persone e le lasci morire e l'unica cosa che sai fare per rimediare é gridare in sogno: «Vi ho abbandonati!» (...) Nelle tenebre profonde del sotterraneo, agitate da vorticosi mulinelli di vento, vidi gli occhi di un gatto morente. (...) Mentre li contemplavo nell'oscurità, gli occhi del mio gatto, compagno di lunghi anni, diventarono gli occhi di Taka, gli occhi del fratello del bisnonno che non avevo conosciuto e gli occhi di mia moglie, rossi come susine; e tutti si unirono in un cerchio luminoso che stava rapidamente affermandosi come una parte innegabile del mio essere. (...) E io sarei sopravvissuto in un'agonia di vergogna, sotto la luce di quelle stelle, scrutando con il mio unico occhio e la timidezza di un topo un mondo esterno vago e buio... L'ambiente è simile a quello di «La foresta d'acqua» (vedi la recensione in questo sito), alcuni riferimenti storici sono analoghi, come le rivolte contadine del 1860, ma profondamente diversa è la struttura narrativa. A differenza di quanto avviene in «La foresta d'acqua», qui l'io è ridondante così come sono intricate le relazioni familiari, che si sviluppano su due assi: il rapporto tra Mitsui e Taka, un misto di affetto e ribrezzo, la relazione del primo con la moglie, apparentemente in secondo piano. > Rimanendo in silenzio per un po' e poi, fissandomi con occhi pieni di disperata ostilità e questa volta rossi per le lacrime invece che per il whisky, mia moglie mi disse: > Quando verrà il momento in cui, come dici tu, dovremo riconoscere che non si può più tornare indietro, forse allora saremo un po' più gentili l'uno con l'altro! . Pur nel complesso intreccio di temi e livelli narrativi, forse il senso unitario del romanzo è l'accettazione del figlio disabile, unica possibilità per ricostruire una relazione lacerata dal destino impietoso. La narrazione si sviluppa lentamente, con numerosi rimandi e incisi, come se l'autore abbia avuto timore di scoperchiare troppo in fretta il fondo della coscienza. Si rimane avvinti dal fascino delle parole, capaci di suggestioni psicologiche e sociali; sovrasta una sensazione di oppressione claustrofobica, non s' intravedono sviluppi e conclusioni, la lettura diviene pesante e si arriva con fatica alla fine del romanzo. Perchè leggerlo? Una scrittura splendida, il fascino del dolore e della morte.
Guerra e pace
Il libro tratta delle guerre napoleoniche e in particolare dell’invasione dei francesi della Russia, del saccheggio di Mosca e della sconfitta di Napoleone. Nelle prime parti del romanzo la guerra è qualche cosa di lontano, una questione dei potenti, dei loro giochi diplomatici, mentre > la vita, la vera vita degli uomini, con le sue necessità fondamentali concernenti la salute, la malattia, il lavoro, il riposo... , si svolgeva, come sempre, indipendentemente e al di fuori dell’amicizia e dell’ostilità politica con Napoleone Bonaparte e al di fuori di tutte le possibili riforme . Esistono quindi diversi piani di narrazione:i grandi fatti politici e militari, le battaglie e le rivalità politiche, narrando le quali Tolstoj esprime sin dall’inizio uno dei temi fondamentali del libro. La sua filosofia della storia è che tutto si compie sulla base di un fine, che è non è dato agli uomini comprendere, perché opera della Provvidenza Divina. Questa concezione filosofica contrasta, poi, con l’evidente rappresentazione della guerra come distruzione, sofferenza e morte, ossia una catastrofe, che non salva né vinti né vincitori;la vacua vita della corte e degli aristocratici, rinchiusi nel loro sistema di relazioni, nei piccoli piaceri mondani e negli intrighi: tutti comportamenti che continuano durante lo stesso saccheggio di Mosca, noncuranti del pericolo che incorre sul paese;la ricerca di una spiegazione dell’esistenza, che viene rappresentata da Pierre (la massoneria e le idee della democrazia francese), dai tormenti del principe Andrea (che coglie sin dall’inizio l’assurdità della guerra e fugge inorridito), dalla fiducia nella religione della principessa Maria;la vita familiare dei Rostov, fatta di piccoli fatti autentici, della scoperta dell’amore di Nastascia, dell’affetto infelice di Sonja per Nicola, delle prime infatuazioni, delle feste e dei ricevimenti. Questa struttura del romanzo si rompe con l’invasione dei francesi, quando la guerra entra nella vita civile. Come dice il principe Andrea, > anche mio padre faceva costruire a Lissia Gori e credeva che quello fosse il suo posto, là fosse la sua terra, la sua aria, fossero i suoi contadini; ma venne Napoleone e, senza sapere della sua esistenza, lo urtò, gettandolo, come una scheggia, fuor dalla strada e crollarono Lissia Gori e tutta la sua vita . La guerra rimescola i diversi piani narrativi del romanzo e sconvolge la vita dei protagonisti, aprendo percorsi che sembravano impossibili, ma sono resi possibili dalla sofferenza, dalla necessità e dall’autenticità che viene richiesta dai fatti eccezionali. Maria viene salvata da Nicola e se ne innamora, Pierre capisce nella prigionia, a contatto con le privazioni, la morte e le persone semplici, le radici della serenità e della felicità, Natascia conosce l’amore assistendo Andrea e coglie gli aspetti veri, e non superficiali, del rapporto di amore e quindi si prepara ad accettare l’affetto di Pierre. Tutto si conclude nella scoperta della valori fondamentali (la famiglia, il matrimonio, il piacere della campagna e della buona gestione, la religione) in un «osanna» della tradizione e del bene. La forte impronta religiosa e filosofica va a detrimento della profondità e complessità dei personaggi e delle vicende narrate. I protagonisti sono stereotipi di ruoli sociali e familiari e non emergono tormenti reali, effettive evoluzioni e cambiamenti. Il ritmo della narrazione è veloce, se si escludono le digressioni filosofiche, ma ciò è dovuto a una successione di episodi, che, in certi casi, decadono in flash estemporanei rispecchiando, paradossalmente, la struttura di una fiction moderna. Si salvano alcune pagine: la visita di Nicola all’ospedale militare con la visione degli infermi in condizioni igieniche spaventose, la battaglia di Borodinò, la mescolanza tra soldati russi e prigionieri francesi, ricondotti a un unico destino, la morte di Andrea e i tormenti di Maria e di Natascia. Da questo punto di vista non si può condividere l’opinione espressa nell’Enciclopedia Treccani, che volge in positivo ciò che è invece il più profondo limite dell’opera. > Ciò che maggiormente colpì e colpisce in questa epopea a motivi ricorrenti e pur sempre nuovi, è l’assenza in essa di ogni arbitrio d’arte, il fondersi completo dell’arte con la vita. Sostenute da una prosa tutta sostanza e senza ombre di orpelli, le diverse fila del racconto si annodano e disciolgono con spontaneità assoluta. Vi si celebrano con la stessa devozione, umile e solenne, la vita e la morte. Dai protagonisti alle comparse, tutti hanno una loro inconfondibile individualità, e tutti, a loro volta, sono come assorbiti da una umanità che è in essi e sopra di essi. Soltanto verso la fine del romanzo si avverte la presenza dell’autore che ha una tesi da difendere e da predicare. E questa presenza sarebbe invero urtante, se essa non ci riportasse all’essenza stessa dell’opera: l’uomo non crea nulla, non domina nulla, egli segue la marcia inevitabile dei fatti che si svolgono dinanzi ai suoi occhi . L’attualità del romanzo sta nella dolorosa rappresentazione della guerra, nei suoi effetti devastanti sui soldati e sulla società civile. In questo senso il tema dicotomico della guerra come un insieme di eventi lontani, che non toccano le coscienze, e della guerra come ingresso violento nella vita quotidiana costituisce un elemento di riflessione valido anche per l’attuale situazione politica. Tolstoj non condanna la guerra in se stessa (è evidente il suo apprezzamento della guerra partigiana e la concezione romantica della guerra come liberatrice dei valori autentici), ma sembra, soprattutto, condannare la guerra come «gioco» diplomatico e politico, che trascura l’impatto di sofferenza e di dolore sul popolo.



