Gerusalemme liberata
Gerusalemme Liberata racconta il momento culminante della prima crociata, quando Goffredo di Buglione nel 1099 conquistò Gerusalemme. Può essere interpretato come un poema epico ( una sorta di Iliade cristiana), ma in realtà le chiavi di lettura sono ben più complesse di quelle dellʼopera omerica. Innanzitutto, il poema è la narrazione di una purificazione, collettiva ed individuale: > così cantando, il popolo devoto con larghi giri si dispiega e stende, e drizza a lʼOliveto il lento moto ( Canto XI verso 10). Questo santo avanzare si scontra, in cruenti combattimenti, con i saracini ed anche con le forze del male: è una lotta tra forze sovrannaturali, degli inferi e del cielo. Gli scontri, di eserciti e di cavalieri, sono uno dei filoni conduttori del poema e permette a Tasso di dimostrare una grande perizia e conoscenza dellʼarte della guerra e dei duelli, con un gusto dellʼorrido, che rimanda ai moderni film di avventura: > e tra ʼl collo e la nuca il colpo assesta; e tronchi i nervi e ʼl gorgozzuol reciso, gio rotando a cader prima la testa, prima bruttò di polve immonda il viso, che giù cadesse il tronco; il tronco resta ( miserabile mostro) in sella assiso, ma libero del fren con mille rote calcitrando il destrier da sé lo scote . ( Canto IX verso 70). Ma che differenza tra i sogni di gloria militare e la realtà, dura e crudele! In versi, sempre da ricordare, Tasso canta lʼassurdità della guerra. Alla fine della battaglia > non vʼè silenzio e non vʼè grido espresso, ma odi un so che di roco e indistinto: fremiti di furor, mormori dʼira, gemiti di chi langue e di chi spira. Lʼarme, che già sì liete in vista foro, faceano or mostra paventosa e mesta; perduti ha i lampi il ferro, i raggi lʼoro, nulla vaghezza a i bei color più resta . ( Canto XX versi 51 e 52). Accanto alla componente epica cʼè la parte elegiaca e lirica, costituita da lunghi inserti paesaggistici e sentimentali. È il versante più bello del poema, che fa perno sulla donna, che per Tasso è una figura complessa, ricca di tante sfumature, un mistero da scoprire. Erminia, una delicata fanciulla saracina innamorata di Tancredi, un cavaliere cristiano, vorrebbe diventare una guerriera per stare vicina al suo eroe: > ah perché forti a me natura e ʼl cielo altrettanto non fèr le membra e ʼl petto, onde potessi anchʼio la gonna e ʼl velo cangiar ne la corazza e ne lʼelmetto ( Canto VI verso 83). Ma capisce Erminia che la guerra è degli uomini e lei può essere solo una docile moglie: > fugge Erminia infelice, e ʼl suo destriero con prontissimo piede il suol calpesta ( Canto VI verso 111). Ed Armida, la vera protagonista del poema, è maga, ingannatrice e conquistatrice di uomini, ma quando vede il suo Rinaldo, anche lui cavaliere cristiano, il suo odio si tramuta in amore: > ma quando in lui fissò lo sguardo e vide come placido in vista egli respira.... di nemica ella divenne amante . ( Canto XIV versi 66 e 67). Proprio la narrazione delle donne del poema e dei loro amori sfortunati verso i cavalieri cristiani rivela la complessità del mondo di Tasso. Vorrebbe essere il poeta della contro riforma, della fede salda e priva di incertezze, ma in realtà si percepisce come il poeta ami il modo femminile, ne indaga i tormenti e i sentimenti, così come preferisce i vinti e gli infedeli. A fronte di cavalieri cristiani rigidi ed impersonali ( Goffredo, Tancredi e Rinaldo) si confrontano personaggi complessi e ricchi di umanità: la dolce Erminia, la disgraziata Armida, il coraggioso Saladino e il feroce Argante. Questi sono personaggi vivi, pieni di dubbi, di affetti e di ricordi. È questo il mondo spirituale di Tasso, che riflette la sua angoscia: > vivrò fra i miei tormenti e le mie cure, mie giuste furie, forsennato, errante; paventarò lʼombre solinghe e scure che ʼl primo error mi recheranno inante, e del sol che scoprì le mie sventure, a schivo ed in orrore avrò il sembiante. Temerò me medesimo; e da me stesso sempre fuggendo, avrò me sempre appresso .( Canto XII verso 77). È questo il Tasso moderno, preromantico ed esistenziale, che ama i notturni: > sorge la notte intanto, e sotto lʼali ricopriva il cielo i campi immensi; e ʼl sonno, ozio dellʼalme, oblio deʼ mali, lusingando sopia le cure e i sensi ma non cʼè pace, «ché la furia crudel gli sʼappresenta sotto orribili larve e lo sgomenta» ( Canto VIII versi 57 e 59). Perché leggerlo? È un lungo poema, talvolta noioso, con un verso difficile, perché denso ed involuto. Ma quando Tasso si libera della religione, della fede, di ciò che deve essere detto, e lascia andare lʼispirazione, allora una lirica musicale e profonda avvince il lettore.
Il Giardino dei Finzi-Contini
Il racconto narra la storia dʼamore tra l’autore e Micòl nell’ambiente di unʼimportante famiglia israelitica di Ferrara: i Finzi-Contini. Emergono due temi fondamentali: la nostalgia per una Ferrara serena e tranquilla e, soprattutto, una storia intimistica, legata alle relazioni personali che si sviluppa come sospesa su un baratro: i protagonisti cercano di vivere come se niente stesse accadendo, ma in realtà le leggi razziali, l’emarginazione, la guerra e la deportazione, così come la malattia, incombono e coinvolgono sempre più le vicende dei protagonisti. È riduttivo leggere il romanzo come la storia di Ferrara o una vicenda dʼamore non corrisposto; essa è la storia degli ebrei, ma anche di qualsiasi altro, che dinanzi al pericolo e alla dissoluzione di un mondo «fingevano di non vedere, lasciavano correre...». Lo stile è caratterizzato da una forte musicalità, nonché da una ricchezza di aggettivi e di narrazioni, che tuttavia non va a scapito dell’efficacia e della sinteticità. I personaggi non vengono «scavati» ma restano in superficie, quasi indecifrabili e contraddittori nei loro sentimenti e comportamenti.
Gilgi, una di noi
Chi sa se Alba de Cèspedes avesse letto questo romanzo prima di scrivere «Nessuno torna indietro» e «Dalla parte di lei», pubblicati rispettivamente nel 1938 e nel 1948, pochi anni dopo l'uscita in Italia nel 1934 del racconto di Irmgard Keun, fortemente censurato per eliminare le parti più trasgressive (si vedano le recensioni dei libri di de Cèspedes in questo sito). Pur tenendo conto di uno stile completamente differente (elegante e barocco quello della scrittrice italo-cubana, cinematografico e modernissimo quello dell'autrice tedesca) ci sono numerosi aspetti affini. Le giovani collegiali di «Nessuno torna indietro» cercano la propria strada al di fuori degli stereotipi della «bella moglie e amante», così come Gilgi afferma con forza la propria indipendenza da Martin, l'uomo amato, fatuo e manipolatore. > Tutta la tenerezza svanisce dal volto di Gilgi, la sua voce è dura e chiara: le mie cose le sistemo io da sola, (...) non tollero che nessuno si senta responsabile per me, è l'affronto più grande che mi si possa fare, io.... Ancora maggiori somiglianze paiono essere quelle con «Dalla parte di lei». Come Gilgi, abbandonata dalla madre biologica, così su Alessandra incombe il suicidio materno, che travolge la sua vita e la spinge alla ricerca di un uomo con cui avere una totale sintonia. E se Alessandra uccide il marito quando comprende che non può essere amata fino in fondo («Francesco, proruppi disperata, aiutami Francesco»), così Gilgi lascia Martin quando si rende conto che troppa è la distanza tra il mondo esteriore, in cui è precipitata per opera dell'uomo (affidarsi alla giornata in una spensieratezza superficiale) e il suo mondo interiore di ragazza che vuole essere caparbiamente ingranaggio del tutto. Messa di fronte alla miseria che ha trascinato una famiglia al suicidio, Gilgi capisce che > la spensieratezza è diventata un'illusione, (...) che non ci si può nascondere nella collettività, che si è soli. Questo bisogna imparare: bisogna imparare a essere una persona, bisogna imparare che una risata costa mille lacrime, sapere che un'ora di felicità va pagata con mille ore di dolore.... E allora non è possibile continuare a vivere con un uomo cui > tutto il resto diventa assolutamente, profondamente indifferente. Bisogna andarsene, riprendere la propria vita. > Lei appartiene alla struttura universale, non è fatta per starsene fuori....ora crede di nuovo profondamente al dovere delle mani giovane e sane..... Ambientata negli anni '30 in Germania, la vicenda di Gilgi aveva evidenti connotati politici e scandalosi, che indussero i nazisti a mettere al rogo l'opera, e ai fascisti di censurarla in molti parti. Con l'occhio di oggi il personaggio di Gilgi pare quello di una tipica e brava impiegata, una sorte di Carla dell'omonimo poema di Elio Pagliarani. Ama la vita ordinata, la graziosa signora Gilgi: si sveglia preso al mattino, fa la doccia fredda per rinforzarsi, fa ginnastica, corre in ufficio (è un'impiegata modello), poi studia le lingue. > Il fatto che le mie pretese, (dice Gilgi ad una amica) non siano mai oltre la mia portata mi rende libera.... A sconvolgere una vita laboriosa arriva Martin, uno spensierato ed egoista giramondo. > la fantasia di Gilgi è sempre stata una brava bambina. (...) Ora la brava bambina si sta allontanando un po' troppo, Martin racconta, e Gilgi vede mari, deserti, campagne, quello che vede non è la realtà. L'amore la sconvolge e pare assorbirla totalmente. Dopo una descrizione a tratti ironica della vita di Gilgi, come i piccoli trucchi per allontanare le avances del capo, il racconto si sofferma a lungo a descrivere l'infatuazione di Gilgi, fatta di continui avanti e indietro, una sorta di pendolo tra i valori borghesi, di cui la ragazza è infarcita, e la vita trasgressiva che le aspetta con Martin. L'attesa di un bambino non desiderato, l'incontro con un vecchio amico, che ha perso il lavoro ed è ridotto in povertà per i figli arrivati e non voluti, l'evidente superficialità di Martin, attento solo a se stesso e incurante di quanto accade in una Germania devastata dalla miseria, sono tutti elementi che spingono a una scelta fatale in un delirio onirico: prima pensa al suicidio, poi fugge a Berlino, aprendosi a una nuova vita. Il pregio del romanzo è la scrittura, che potremmo definire cinematografica: i dialoghi rimandano alla sceneggiatura di un film in cui bisogna dare spazio agli attori, le descrizioni sono ricche di immagini potenti, che si imprimono nella fantasia del lettore, e pure i lunghi deliri di Gilgi sono a tratti prolissi ma sempre onirici e di forte impatto. Si pensi all'incontro di Gilgi con la madre biologica, cui la ragazza vuole chiedere dei soldi. Agli occhi di Gilgi la madre ritrovata è una «macchia bianca». > Nella stanza non c'è alcun rumore, solo una penombra pesante e silenziosa e una piccola macchia bianca: il viso della donna da rivista. (...) Sono tutti morti... sono completamente sola, sola sul pianeta.... E che dire dell'immagine della partenza per Berlino quando Gilgi vede, o immagina di vedere, > una piccola arancia rotolata giù dalla banchina, è in mezzo ai binari lisci, dritti e ingegnosi, maldestramente semplice e inadeguata: una chiusura onirica a un romanzo unico dal punto di vista stilistico. Perché leggerlo? E' affascinante la scrittura, a tratti la narrazione è ridondante.
il giorno della civetta
L’ambiente è sempre la Sicilia e l’oggetto è il delitto mafioso. Un tenente dei carabinieri di Parma, ma di servizio sull’isola, si trova ad indagare sull’omicidio di un piccolo imprenditore edile, al quale si aggiungeranno gli assassini di un contadino, di mestiere potatore, che aveva riconosciuto l’omicida e di un confidente della polizia, che aveva indicato i nomi dei mandanti. Il tenente, scartata la pista sentimentale (la moglie del potatore aveva un’amante), riesce abilmente a ottenere la confessione dell’omicida e di chi gli aveva affidato l’incarico risalendo a un personaggio potente della mafia, rischiando di scoprire le connivenze con il mondo politico. Potrebbero essere coinvolti un deputato e un ministro, che intervengono più volte per fermare le indagini. Sarà poi la mafia a fornire «alibi eccellenti» ai tre indagati. Il tenente, in vacanza a Parma, viene a sapere che l’assassino e i mandanti sono stati prosciolti e che è stata ripresa la pista sentimentale. Dopo una cena con gli amici, il tenente «si sentiva come un convalescente: sensibilissimo, tenero, affamato». «Al diavolo la Sicilia, al diavolo tutto»....Rincasò verso mezzanotte, attraversando tutta la città a piedi....ma prima di arrivare a casa sapeva, lucidamente, di amare la Sicilia e che ci sarebbe tornato. «Mi ci romperò la testa» disse a voce alta. L’autore sviluppa con sottile ironia una trama che sta tra il giallo, in certi momenti ricco di suspense, e il romanzo politico, che si focalizza sul tema dell’ambiguità del potere (bellissimi da questo punto di vista i colloqui tra il deputato e gli altri esponenti del mondo istituzionale, che il lettore non è messo in condizione di riconoscere) e della collusione, forse naturale, dei diversi livelli nei quali si articola il potere stesso. Proprio perché il tema fondamentale è il potere, appare sinceramente fuori luogo una delle pagine più note del libro, quella in cui il capo mafioso illustra la sua visione della società al tenente (gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i pigliainculo e i quaquaraquà), in quanto introduce aspetti folcloristici e una sociologia banale che abbassano lo spessore del libro, libro che non parla soltanto di Sicilia e di mafia, ma coglie l’occasione del delitto mafioso per una riflessione sul potere come forza oscura e inattaccabile. È per questo che il romanzo è universale e supera il contesto storico e sociale. Lo stile è brioso e brillante con un ritmo narrativo che presenta rare cadute di tensione (in particolare nei ricordati soliloqui del capo mafioso). La struttura sintattica e la lingua sono semplici ma efficaci e affidano la funzione espressiva al ritmo narrativo e all’uso degli aggettivi e dei legami tra i periodi. Sciascia è un riferimento fondamentale per la lingua italiana.
Gomorra
Gomorra è un libro che tratta della camorra, ossia di quello che viene chiamato il «sistema». Ma in realtà non tratta soltanto di un fatto criminale, ma indaga sull’intreccio tra economia e criminalità e sulla presa di coscienza di un mondo corrotto al quale, però, ci si deve ribellare, innanzitutto con l’informazione e con la denuncia. Il libro si apre e si conclude con l’intreccio tra economia e criminalità. L’industria dell’abbigliamento, la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, l’edilizia sono tutti settori «regolari», nei quali i grandi gruppi economici utilizzano la camorra per fare profitto ed eludere le regole del mercato e le leggi. Gran parte del libro è poi dedicata alla violenza, inaudita, delle bande e delle famiglie camorristiche: una lotta senza freni, che colpisce i nemici come gli innocenti. Ogni tanto si levano coraggiosamente alcune testimonianze isolate: un prete, una giovane maestra, un magistrato e così via. Il libro può essere interpretato come un percorso di crescente consapevolezza sulla situazione di abbandono nella quale viene lasciata la Campania e della quale sembrano essere vittime tutti i suoi abitanti, dai normali cittadini alla manovalanza criminale sino ai capi boss, il cui destino sembra essere quello di essere uccisi o di finire in carcere condannati all’ergastolo. Ma perché tutto ciò succede? Perché questa regione è diventata la cloaca di tutti i rifiuti tossici del paese con il consenso dei maggiorenti locali? A queste domande Saviano sembra dare una precisa risposta: > una ricchezza saccheggiata, presa con fatica da qualcuno e portata nel proprio buco . Questa frase sintetizza la società napoletana, ma racchiude una verità più ampia, che riguarda l’intero paese. La mancanza totale di senso della comunità, se non quello di clan, la dipendenza culturale da stereotipi (i capi camorristici imitano il cinema e non viceversa), il mito della violenza sono tutti presupposti culturali di una società, che facilmente si fa asservire dai grandi interessi economici. In questo senso, i capi camorristici sono destinati a pagare per chi sta dietro: > i boss che decidono di non pentirsi vivono di un potere metafisico, quasi immaginario ma > i boss pagano sempre, non possono non pagare. Ammazzano, gestiscono batterie militari, sono il primo anello dell’estrazione di capitale illegale e questo renderà i loro crimini sempre identificabili e non diafani come i crimini economici dei loro colletti bianchi . A questa situazione Saviano, e pochi altri, si ribellano. Dinanzi alla tomba di Pasolini, l’autore sente di «essere meno solo». > E lì iniziai a biascicare la mia rabbia, con i pugni stretti sino a fare entrare le unghie nella carne del palmo. Iniziai ad articolare il mio io so. L’io so del mio tempo... Io so dove le pagine dei manuali d’economia si dileguano mutando i loro frattali in materia, cose, ferro, tempo e contratti. Io so . E quindi si eleva il grido di rivolta: > non permettiamo uomini che le nostre terre diventino luoghi di camorra, diventino un’unica grande Gomorra da distruggere . Ma questo grido può trovare risposta in un Italia, così paludata come quella attuale?
Grande Sertao
Sertao è una vasta regione del Nord Est del Brasile: è un insieme di bassi piani caratterizzato da brevi e intense piogge che danno origine a periodi di siccità e di alluvioni, rovinando i raccolti e portando carestie tra la popolazione, estremamente povera e da sempre sfruttata dai latifondisti. Alla fine dell'Ottocento si sviluppò un esteso banditismo, che fondeva ribellione, brigantaggio e confuse richieste sociali. In quest' ambiente, dove «il criminale vive come gli piace», Guimares Rosa ha composto un poema epico, una sorta di Iliade, con i suoi eroi e le sue battaglie (si veda la recensione dell'Iliade in questo sito). Inoltre, l'autore ha raccontato un'infelice e incantevole storia d'amore, una apparentemente impossibile straordinaria passione, che ricorda quella per la Pisana nelle «Confessioni di un italiano» di Ippolito Nievo (vedi recensione in questo sito). Riobaldo è il figlio di un ricco proprietario terriero; potrebbe vivere nell'agiatezza e sposare una ricca e bella ragazza della sua classe sociale, ma ha preferito andare a combattere con i ribelli: > il Sertao mi ha prodotto, poi mi ha inghiottito, poi mi ha sputato fuori dal caldo della bocca . Tra i ribelli ha conosciuto uno splendido e delicato ragazzo, di cui si è innamorato. > Sentii il bisogno di porre le dita, leggere, molto leggere su quei suoi teneri occhi. (...) Tesoro, fosse giorno chiaro, e potessi vedere il colore dei tuoi occhi...; così dissi, perduto in una dimenticanza, come se stessi soltanto pensando, quasi dicessi un verso. Diadorim fece un passo indietro, spaventato. (...) E rise cattivo. Non siamo nell'antica Grecia dove sono normali le relazioni omosessuali e Achille poteva amare Patroclo, qui, nel Sertao, Riobaldo e Diadorim possono essere solo amici e gli approcci di Riobaldo un mero «scherzo di dileggio». Diadorim è il figlio del più importante capo banda, il quale é ucciso da un rivale, crudele e sanguinario, «l'uomo senza faccia», forse il Diavolo. Comincia la vendetta. Alcuni gruppi sotto il comando di Riobaldo inseguono i nemici, con continui scontri, tra grandi fiumi, paludi e boscaglie, splendidi animali selvaggi, poveri contadini e ricchi latifondisti, rubando, violentando donne e saccheggiando, morendo di malattie e in combattimento. Il grande Sertao cambia profondamente Riobaldo: da un riflessivo e insicuro giovane diviene un capo senza pietà, abile e determinato. Con la sua sensibilità femminea Diadorim lo rimprovera dolcemente: «quello che sta cambiando, in te, è compito dell'anima, non dovere del comando». Riobaldo ha fatto un patto con il Diavolo? Certo, ha cercato un accordo in una notte di tempesta ma il Diavolo non apparve. Finalmente, veniamo all'ultima e definitiva battaglia. Diadorim uccide «l'uomo senza faccia», vendicando il padre, ma lui stesso muore combattendo. E quando le pie donne lavano il corpo, come era uso nell'Iliade, scoprono che Diadorim è una ragazza! > Lei era, tale che così si disincantava, in un incanto così terribile. (...) Ululai. (...) Diadorim era una donna, era una donna come il sole non accende l'acqua del fiume Urucuia, come io singhiozzai la mia disperazione . Il romanzo non é solo una storia d'amore. Ci sono almeno altri due filoni narrativi. Innanzitutto, Guirames Rosa ci racconta del mondo scomparso dei «jacunços» e del loro ambiente naturale e sociale: uomini duri il cui destino è già segnato dalla nascita e che sanno che saranno sconfitti, ma continuano a vivere nel Grande Sertao, cantando le loro canzoni: > vita è sorte assai rischiosa/nel dover della lealtà:/ogni notte è fiume a valle, /ogni giorno è oscurità... Un altro tema è quello metafisico: esiste il Diavolo e dov'è Dio? Se alla fine del romanzo non riusciamo a dare una risposta alla prima domanda, invece comprendiamo molto bene che Dio, se esiste, è come il Grande Sertao, pervasivo ma molto lontano, indifferente a ciò che accade agli esseri umani. Come dice il traduttore, il mondo narrativo e lirico di Guimares Rosa > fonde terminologia, strutture e flessioni regionali con le più ardite innovazioni e la tipicità del mondo naturale e umano da cui prende le mosse. Forse, si perde molto con la traduzione, ma rimane comunque il senso magico del racconto, che porta il lettore in una sognante e affascinante storia. Riobaldo, alla fine della sua vita, narra il suo Sertao ad una persona non identificata, indicata soltanto con Vossignoria"; in questo modo Guimares Rosa dà movimento al romanzo, alternando brevi frasi colloquiali con descrizioni dettagliate e intense, fondendo realtà e immaginazione. E' un peccato che Feltrinelli abbia rovinato questo capolavoro usando un carattere minuscolo, faticoso da leggere: forse per risparmiare la carta e l'inchiostro! Perché leggerlo? Faticoso ma splendido.
La guerra della fine del mondo
> Come era possibile che lì, alla fine del mondo.... qualche cosa di diverso ordinava le cose, gli uomini, il tempo, la morte, qualcosa che sarebbe ingiusto chiamare follia e troppo generale chiamare fede e superstizione . Sono queste le considerazioni di uno dei protagonisti di un libro incredibile e per certi versi indecifrabile. Llosa Vargas racconta un evento reale, accaduto nel Brasile del 1889, nel passaggio dallʼimpero alla repubblica. Una massa di diseredati si era raggruppata intorno ad un santone e, in una sorta di fanatismo messianico e religioso, aveva costituito un luogo di utopia, libero dallo sfruttamento. Il governo della giovane repubblica mandò contro di loro un esercito possente, che, dopo una battaglia sanguinosa, compì una strage agghiacciante e crudele. Lʼepisodio era stato narrato più volte, ma Llosa Vargas ne fa un racconto complesso, dove i temi sociali e politici si intrecciano con quelli spirituali e psicologici. Il romanzo si può dividere in tre parti. Nella prima lʼautore racconta gli antefatti della rivolta: uno strano personaggio si muove nel sertao, seguito da pochi discepoli, per ricostruire le chiese abbandonate e e quindi portare un segno religioso ad un popolo lasciato da tutti, anche dai propri preti. Poi, intorno a lui si raggruppa una folla sempre più numerosa, ma il santone riesce anche a convertire personaggi tra i più disparati: capi banda, sanguinari assassini, commercianti, donne di malaffare, gobbi ed infelici. Tutti sono attratti da una ricerca di redenzione e di pace. Nella seconda parte si crea dal nulla il luogo dellʼutopia, Canudos, la cui fama richiama altra gente ma attira anche lʼattenzione dei latifondisti monarchici, che sperano di utilizzare la rivolta ai fini anti repubblicani, e lʼinteresse di socialisti e rivoluzionari, che interpretano con categorie europee vicende fuori dagli schemi delle ideologie marxiste ed anarchiche. Le prime spedizioni inviate a domate la rivolta falliscono miseramente: la sopravvivenza di Canudos è una minaccia, non perché la povera gente intenda fare una rivoluzione ma perché è la testimonianza di una società utopica. Esiste una alternativa tutta brasiliana allo sfruttamento e ciò non va bene sia ai monarchici che ai repubblicani: le due forze politiche si alleano e viene inviato un grande esercito. E qui si apre la terza parte, la più incredibile di tutto il libro. Con una abilità narrativa eccezionale, Llosa Vargas descrive per duecento pagine lʼassedio di Canudos: è una continua alternanza di descrizioni guerresche con la narrazione delle vicende dei diversi personaggi. Quattro sonole figure centrali le cui storie unificano un racconto che sarebbe risultato frammentario. Innanzitutto un gruppo formato da un nano, da una contadina e da un giornalista praticamente cieco, perché ha perso gli occhiali. I suoi occhi annebbiati guardano le scene terribili con una prospettiva sfuocata, che rende irreale lʼintera narrazione ( un espediente letterario eccezionale). Lontano dal campo di battaglia, a fatti già avvenuti, si sviluppa, poi, il dialogo tra lo stesso giornalista e uno dei capi monarchici, un barone la cui moglie è impazzita alla vista della sua casa bruciata dai rivoltosi. La ragione, grande ordinatrice del mondo, si è dissolta dinanzi ai terribili episodi di Canudos: le regole non hanno più senso, il mondo è rovesciato. > Lʼamore, il piacere, pensò il barone sconcertato. Gli parve un sacrilegio che quelle belle, dimenticate parole apparissero sulle labbra di quellʼessere ridicolo, contratto come un airone sulla poltrona. Non era comico, grottesco che una cagnetta bastarda del sertao facesse parlare dʼamore e di piacere un uomo che, malgrado tutto, era colto? Ma nel mondo la verità e la felicità si possono trovare proprio in qualche cosa di incredibile, come in un rapporto di amore e di affetto tra un giornalista, una contadina e un nano, o nellʼamore lesbico della moglie del barone per la sua domestica, al quale avrebbe potuto partecipare anche il barone stesso se si fosse accorto prima che ciò avrebbe fatto piacere a sua moglie. E allora potrebbe essere che il barone potesse vedere che > la gente sulle barche non stava pescando ma gettava fiori in mare, spargendo petali, corolle, mazzi sullʼacqua, e facendosi il segno della croce, e, pur non potendo udirlo, il petto gli palpitava con forza, fu sicuro che quella gente stava pure pregando e forse cantando . È estremamente difficile dare unʼunica interpretazione al libro. Di certo lo si può leggere in tanti modi: un atto di accusa verso una classe dirigente spietata nella difesa dei propri interessi, una critica ad una sinistra spesso vanagloriosa e lontana dalla comprensione della realtà specifica, una rappresentazione crudele della violenza della guerra così come dellʼignoranza delle masse. Penso invece che il filone conduttore sia la confusione, un affollarsi di voci e di immagini, un fuoco dʼartificio, che dura pochi minuti ma illumina il cielo in modo puntiforme, senza un senso evidente. Perché leggerlo? Lo stile narrativo è splendido e regge un libro, sicuramente lungo e frammentario.





