Archivio Libri

Il figlio del Corsaro Rosso
RecensioneItaliano

Il figlio del Corsaro Rosso

Il figlio del Corsaro Rosso > era un bellissimo giovane, (...) di forme elegantissime che palesavano il gran signore, con gli occhi nerissimi e ardenti, i baffi neri e la pelle bianchissima . Ci si attenderebbe un nuovo Corsaro Nero. Ma così non è: innanzitutto perché il figlio del Corsaro Rosso prende spesso le distanze dai pirati, al punto di pagarli di tasca propria per evitare che saccheggino le città conquistate, confermando unʼidea diffusa tra i filibustieri, che i conti di Ventimiglia (il Corsaro Nero, il Rosso e il Verde) siano sempre stati «corsari dilettanti»; in secondo luogo perché il figlio del Corsaro Rosso non cerca la vendetta, ma vuole solo ritrovare la sorella, anche se ella è custodita dal marchese di Montelimar, colui che ha ucciso il Corsaro Rosso e che ora tiene prigioniera la figlia. Manca lʼodio inesorabile del Corsaro Nero. Ed è per questo che le imprese del figlio del Corsaro Rosso non hanno la stessa tensione dei grandi romanzi del ciclo dei Caraibi: il Corsaro Nero, la Regina dei Caraibi, Jolanda la figlia del Corsaro Nero. Sono presenti i classici ingredienti della struttura narrativa di Salgari: i duelli, la foresta equatoriale, i combattimenti navali, gli assedi alle fortezze spagnole. Non cʼè il senso di queste avventure, lʼattesa di qualche cosa di tenebroso, la fonte del soprendente ritmo narrativo dello scrittore. La peculiarità del libro è unʼaltra. In Salgari abbiamo sempre dei personaggi che fanno da spalla al protagonista, spesso contribuendo a renderlo più umano, ad introdurre elementi di leggerezza. In questo caso il sistema è rovesciato: il figlio del Corsaro Rosso resta sullo sfondo mentre predominano figure apparentemente comprimarie. La prima parte del romanzo si svolge nellʼisola di San Domingo. I nostri amici sono inseguiti dagli spagnoli e da cani «ferocissimi». Lʼambiente è spaventoso e meraviglioso ad un tempo: macchie di vegetazioni, paludi, mortali sabbie mobili si alternano ad isolotti, con > splendidi cespi di rododendri, alti più di dieci metri, (...) grappoli di fiori porporiti, (...) superbe palme coronate da parasoli di lunghissime foglie palmate, ricadenti elegantemente con spate dʼun violetto iridescente listato di porpora, e fiocchi di frutta che sembravano mele verdi . In questa natura irreale, descritta con qualche errore grammaticale (parasole è una parola invariabile) il figlio del Corsaro Rosso si imbatte in un bucaniere, allʼapparenza un selvaggio. Vive di caccia, ha una > miserabile abitazione formata da rami malamente intrecciati e da poche pertiche . Aiutato dal vino e dalla conversazione con un gentiluomo europeo, il bucaniere rivela, «con gli occhi dilatati, il viso bagnato di sudore», il suo terribile segreto: > bisogna che affoghi i ricordi lontani! Ah, la triste sorte che mi ha colpito! (...) Eh, la vita terribile è così, se si è preda dʼun genio maligno . Veniamo così a sapere che il bucaniere era un nobile di Francia, che ha macchiato il blasone dei suoi avi ed è fuggito in America. Può il conte di Ventimiglia riportarlo allʼantico rango? Non è più possibile, > tutto è passato, tutto è stato dimenticato. Ho ucciso due maiali selvatici, laggiù sul margine delle paludi... è il mio mestiere. Il bucaniere conduce in salvo il figlio del Corsaro Rosso, il quale scopre che la sorella è stata portata a Panama. Ci spostiamo nelle ricche città spagnole della costa occidentale dellʼ America Centrale. Gli inseguimenti, gli scontri e gli assedi sono ripetitivi, quasi scontati. Fa eccezione il duello tra il figlio del Corsaro Rosso e un sicario, un abile spadaccino, che dovrebbe uccidere il conte di Ventimiglia. Illuso!! Il bandito «si abbassò tutto, raggomitolandosi quasi su sé stesso». Era la sua mossa segreta: il colpo dalle cento pistole. La spada del conte lo colpì alla gola, affondandosi dentro per parecchi centimetri. > Rimase un momento quasi diritto, colle bracce aperte, poi ruzzolò pesantemente fra le sabbie, mormorando: sono finito . Anche in questa parte del romanzo il vero protagonista è un personaggio di «spalla»: un guascone, ubbriacone, chiacchierone, pronto sempre a menare le mani, ma capace di risolvere le situazioni più difficili con la sua astuzia, e la sua sfrontatezza. Il gruppo di filibustieri sta per essere catturato dagli spagnoli nella città di Panama. Ed allora il guascone, invece di fuggire, si fa avanti, racconta alle guardie che era lì per fare la serenata alla sua > splendida catalana, sapete, con due occhi che brillano come stelle e.... una bocchina, miei cari signori, da far girare la testa anche al Signor presidente dellʼUdienza reale . In unʼaltra occasione diviene un nobile castigliano, il conte dʼAlcalà, dai tanti titoli e dai tanti nomi, e riesce pure a farsi dare cavalli, viveri e fucili, ovviamente per scappare. È una delle poche volte in cui Salgari abbandona la narrazione avventurosa, immaginifica o tenebrosa, per inventarsi un personaggio divertente, arguto, una sorta di Arlecchino. La storia ha chiaramente un lieto fine, ma fiacco e frettoloso. Pur non conoscendolo la sorella, ancora fanciulla, abbraccia il fratello e fugge con lui. Ma non lʼaveva mai visto prima! Sente il richiamo del legame di sangue: un poʼ superficiale come spiegazione. Ma ancor di più lo è un altro fatto: è lo stesso marchese di Montelimar, catturato il figlio del Corsaro Rosso, a condurlo dalla sorella. Un vero gentiluomo! Che cosa nʼè della lugubre storia del Corsaro Nero: ben poco, solo la forma! Alla fine del lungo romanzo Salgari sembra più preoccupato a convincere il lettore che quanto racconta è vero, non è inventato, che a dare ritmo al racconto. Si sfilaccia lʼintera storia, lo stesso scrittore si accorge di averla portata troppo avanti e troppo a lungo. Perché non leggerlo? È noioso e ciò è sorprendente per Salgari.

Emilio SalgariRBA Italia
Fiordicotone
RecensioneItaliano

Fiordicotone

Il 15 dicembre 1943 venne arrestata e inviata all'internamento la famiglia ebrea dei De Fano: Omero, «il mite rilegatore», la maestra elementare Alma, la madre di lei e la piccola Velia, figlia della coppia, una bambina albina soprannominata Fiordicotone. Nella confusione del rastrellamento la bambina venne nascosta sotto la mantella nera di un uomo, così salvandosi. Omero e l'anziana madre furono subito soppressi mentre Alma fu riservata agli ufficiali delle SS per loro divertimento sessuale. «Fa' qualunque cosa ti chiedano, pur di salvarti la vita», le aveva detto la madre, «nuda tra altre donne denudate». Ma se mettere il corpo al servizio degli aguzzini le aveva preservato la vita, l'esperienza l'aveva profondamente ferita nello spirito. Guardandosi allo specchio dopo la liberazione, Alma > non riuscì a riconoscersi. Aveva sbottonato casacca e camicia e s'era guardata. Un corpo perfetto, desiderabile. Si vide incolore, gli occhi logorati, il viso sbiadito e senza vita. Di quel corpo che tanto amava colse la tristezza, l'angoscia di una solitudine continuamente abusata . E' dalla duplice sofferenza, di internata e di prostituta, dalle cataste di morti e dall'umiliazione subita ( > in bocca il sapore acido, sulla pelle il sentore miserabile e persistente della violenza )  che crebbe in Alma la percezione che non esistesse un dopo, > ché talmente quell'inferno era senza fondo e senza dignità da non lasciare alcuna speranza. Non c'era più niente. Soltanto Fiordicotone. Come è ovvio il libro narra la ricerca della figlia: la prima ospitalità in Svizzera, il viaggio nell'Italia distrutta sino a Lugo, la scoperta che la figlia non era più in paese, le difficoltà a farsi dire dove si trovava, ed infine l'incontro con Velia. Incombeva sempre su Alma un presagio di una vecchia cieca: «la troverai, e quando l'avrai trovata ritornerai nell'ombra». Come Alma pure il lettore non comprende le parole, oscure come gli oracoli della Sibilla. Cosa vuol dire tornare nell'ombra? Scopriamo lungo il racconto che Alma non aveva ombra, era come un fantasma corporeo ma inconsistente, era senz'anima. Alma «era prigioniera di una cifra tatuata», non aveva speranza e non pensava che ci fosse un futuro per la figlia. Con toni forse troppo melodrammatici ma tenendoci sospesi in una preoccupata attesa l'autore ci porta sino alla conclusione.   In un precedente romanzo («Il bambino del treno» recensito in questo sito) Paolo Casadio è partito da un fatto realmente accaduto, ambientato in un luogo preciso: una piccola stazione, oggi abbandonata, della linea ferroviaria Faenza-Firenze. Luogo e vicenda storica hanno dato un ancoraggio concreto alla narrazione; insieme allo stile elegante hanno contribuito alla buona riuscita del romanzo. In «Fiordicotone» Casadio si disperde su troppi temi, dal dramma esistenziale degli internati alla ricerca della figlia. Il filo conduttore non sono tanto la storia e la protagonista, quanto un alone di morte, di fantasmi che aleggiano dal passato, con il rischio di scivolare nel «fantasy» (si pensi all'immagine dell'ombra, sinceramente esagerata) o, più nobilmente, nel contesto evanescente e astratto di molte poesie di Mario Luzi. Nel vuol dire troppo l'autore trascura l'ambiente di Lugo di Romagna, i personaggi e in particolare la ricostruzione delle ambiguità, dei pavidi compromessi, dei piccoli sotterfugi a fin di bene di tante persone comunque consenzienti con le orrende finalità del regime nazista: si pensi alla figura del maresciallo. Il frequente ricorso al punto con le conseguenti frasi senza verbo frammenta la narrazione e compromette l'eleganza della scrittura: un lascito dannoso del dominante stile giornalistico. Perché leggerlo? Si legge molto bene ed è interessante dal punto di vista storico.

Paolo CasadioManni
Forse Esther
RecensioneItaliano

Forse Esther

La narratrice protagonista parte da Berlino per un lungo viaggio nei paesi all'Est della Germania, in quel vasto spazio geopolitico dove pare che tutto sia avvenuto, all'insaputa di noi europei occidentali. Prima va a visitare con la figlia il grande Museo di Storia Tedesca a Berlino (consiglio tutti di andarci) e nell'area dedicata alla Shoah la figlia le chiede: > dove siamo noi qui in questo pannello, mamma? (...) Avrei voluto aggiungere che noi in quell'immagine non figuravamo affatto . Ma non è vero ed è per questo, forse, che vuole risalire lungo l'albero genealogico della sua famiglia: ebrea, un po' polacca e un po' russa, vittima di drammatici avvenimenti: la caduta di grandi imperi, la guerra civile russa, la rinascita e la spartizione della Polonia, il nazismo e lo stalinismo con i loro eccidi, stragi, ghetti, campi di concentramento, milioni di morti; e peggio ancora la perdita della propria lingua e della propria storia. E in effetti l'autrice saltella, «in modo strano e goffo, simile a una puntina di un disco giunto alla fine». I nomi e i nomignoli lungo l'albero genealogico si susseguono ed è inutile identificarli e ricordarli; la confusione è forse voluta. Alcuni passaggi del racconto restano fortemente impressi, come il genocidio di Babij Jar, anche per le parole del grande poeta Evgenij Evtusenko («Ogni vecchio ucciso qui/io. Ogni bambino ucciso qui/io»).  In generale le persone, le vicende, i luoghi e le parole sono come «scritte perdute», iscrizioni che vengono rinvenute per caso e si cerca di decifrarle, ma non si capisce neanche a quale alfabeto appartengano. > Capii che ero arrivata troppo tardi, che il sapere era andato perso, e io non avevo la forza di recuperarlo, mi ero attardata, con la mia nascita e in generale; non era una colpa, era solo troppo tardi .  Ma allora ha senso ricercare le proprie radici?  O quel «naturalmente» usato dall'autrice nell'avvio del racconto sta a > sottolineare l'insensatezza del suo viaggio, (...) quasi che quella sparizione e quel nulla fossero fenomeni naturali o addirittura ovvi . A Varsavia  l'autrice ha creduto di trovare la casa dove è vissuta la sua famiglia e scopre che era un'altra, oggi distrutta. > Durante la notte non riuscii a dormire, sognavo la sauna, il ghetto, corpi nudi nella torsione della morte o del piacere, sognavo la diversità, uomini e donne, (...) non so se sono mai stata tra i miei e chi siano i miei, queste rovine attorno a noi e dentro di noi, e il passaggio da una lingua all'altra che compio per poter stare da ambedue le parti, per essere al contempo io o non io, (...) in tedesco la lingua è femminile, in russo è maschile, che cos'ho combinato con questo scambio? E' un libro difficile per la trama disordinata, come se fosse l'insieme di aneddoti, luoghi, personaggi che si affollano nella mente senza trovare un ordine, una sistemazione razionale. E' come se la memoria incombesse e travolgesse la protagonista, sono troppo forti le immagini, troppo intensi i dolori. > Lame di coltello spuntano dalla parete e si muovono a breve distanza dal corpo. Pendono da qualche parte, (...) e tu le descrivi da un'ottica teorica, (...) ma non riesci a restituire quel terrore né il raccapriccio della loro presenza, perché restituirlo significa riconoscerlo e consentirgli un accesso. Tanto terribili sono queste cose. Certo, la storia della famiglia è eccezionale, ma c'è da chiedersi se ha veramente senso sollevare il coperchio del passato, a che cosa porta se non al pianto, al delirio. Il romanzo si chiude con un episodio emblematico. > Quando mi ritrovai di fronte alla casa che doveva essere la mia, (...) un'anziana signora (...) mi disse, o forse fu un rimprovero?, l'ho incontrata un po' troppo spesso da queste parti negli ultimi tempi! E io le risposi stupita che da anni non ero più stata lì. Questo non conta nulla, disse lei . E' una splendida metafora del fascino oscuro della rimembranza. Perché leggerlo? E' difficile, ma elegante e raffinato. Dà uno specchio narrativo di una storia e di una cultura a noi sconosciuta

Fuoco amico
RecensioneItaliano

Fuoco amico

Eyal, figlio di Yirmy, è stato ucciso, durante il servizio militare, dai suoi stessi compagni, che lo hanno scambiato per un ricercato palestinese. Amotz, cognato di Yirmy, nel dargli la notizia della morte del figlio, usa senza volerlo un termine crudele: Eyal è stato ucciso da un fuoco amico. Questa è la premessa del racconto, che prende le mosse dal momento in cui Daniela, cognata di Yirmy, parte per lʼAfrica, dove il cognato è andato a rifugiarsi e dove è morta la sorella. Da questo momento il romanzo si sviluppa secondo due traiettorie parallele: il viaggio di Daniela in Africa e la vita di Amotz, da solo, in Israele. Daniela vuole sapere dove è morta la sorella e in qualche modo sta compiendo un viaggio di liberazione dalla sofferenza e dalla morte. Ma vuole anche capire perché il cognato, ormai settantʼenne, vuole vivere in Africa. Il paesaggio, gli animali e le persone costituiscono lo sfondo di un costante colloquio tra Daniela e Yirmy, nel quale si sovrappongono temi familiari ( la sorella, la ricerca da parte di Yirmy delle vere circostanze nelle quali è morto il figlio) e temi più generali, legati alla condizione di Israele e alla peculiarità di una religione, quella ebraica, così dura e severa. Se è possibile darsi una ragione della morte dei propri familiari, ben più difficile è superare con serenità lʼ angoscia esistenziale di un popolo. Ed allora, lʼunica possibilità è la fuga in un continente lontano: sono venuto, dice Yirmy, > a prendermi una pausa dal mio popolo, dagli ebrei in generale e dagli israeliani in particolare «tutto quello che mi opprime scivola via senza filosofie e discussioni». A sua volta Amotz, titolare di una azienda di progettazione deve trovare una soluzione a strani rumori che provengono dal vano ascensori di un condominio: è un problema tecnico o cʼè qualche cosa di misterioso, di insondabile, che proviene da un paese che vive con leggerezza una condizione sullʼorlo del precipizio? Fuoco amico tratta molti temi, forse troppi: la morte, la famiglia, la religione, il destino di un popolo, la fuga da tutto. Il filone conduttore è costituito dallʼidea che la vera minaccia non viene dallʼesterno ( per esempio, dai palestinesi) ma da noi stessi, da un popolo, quello ebraico, che ha sempre errato senza mai volersi integrare con gli altri. Il libro non vuole essere un atto di accusa verso Israele, anche se le pagine relative alla Bibbia sono senza dubbio molto critiche, ma costituisce unʼ espressione di una profonda sofferenza esistenziale. Il popolo israeliano è oggi come quellʼelefante che viene portato in giro come una attrazione perché possiede un occhio gigantesco. > Daniela si sente stringere il cuore alla vista della sua sofferenza, quasi fosse un congiunto. E in quellʼiride screziata di azzurro, di giallo e di verde che la guarda con tristezza si raccoglie una goccia che a poco a poco si trasforma in una lacrima, seguita da unʼaltra, e il pianto di quellʼanimale muto, e forse anche grato, sconvolge Daniela nel profondo, come se in quel momento si avverasse finalmente il desiderio che lʼha condotta in Africa durante la festa di Hanukkah . Fuoco amico esprime la sofferenza di un popolo e la sua incapacità di uscire dalla propria condizione. Il difetto, però, del libro è che il tema si sviluppa lentamente, quasi sommerso dalle parole, che sembrano servire a nasconderlo e a disperderlo. Il periodare è piacevole ma la lentezza, la mancanza di ritmo narrativo, lʼuso monotono dellʼ espediente di raccontare due storie parallele sono tutti fattori che rendono il libro prolisso e noioso. Perché non leggerlo? È un racconto dispersivo, pesante malgrado lʼabilità collaudata dellʼautore. Il lettore si perde in una infinità di parole.

B. Abraham YehoshuaGiulio Einaudi