Ebano
Ebano è una raccolta di appunti di viaggi compiuti in Africa nell'arco di trent'anni: dall'indipendenza di questo continente sino alle vicende più recenti, come il genocidio nel Ruanda. Il libro racchiude in sé la natura del saggio e quella del racconto di una esperienza di vita, profondamente coinvolgente per l'autore. Reporter squattrinato di un quotidiano di Varsavia altrettanto privo di soldi, Kapuscinski si ammala di tubercolosi e spiega al dottore che non può tornare in patria. «Il sogno della mia vita, lavorare in Africa, sarebbe svanito per sempre». Da questa passione per il viaggio e per l'Africa ha origine una peregrinazione da una parte all'altra del continente: dal Ghana nella costa occidentale all'isola di Zanzibar ad oriente, nell'Africa sub-sahariana e in quella tropicale, sino al Corno d'Africa e ai grandi Laghi. Il lettore saltella e > tutto si confonde, si accavalla, sbiadisce. (...) Spesso la nostra memoria è talmente satura di nomi di località, regioni e paesi, che non riusciamo più ad associarli a un'immagine, a una veduta, a un paesaggio, a un episodio o a un volto. (...) L'unità mondiale, così difficile da raggiungere nella realtà pratica, si realizza nei nostri cervelli, nei suoi strati di memoria perduta e confusa . Non diversamente dal superficiale uomo d'affari che del mondo conosce solo gli aeroporti, i buoni ristoranti e gli alberghi di lusso, il curioso reporter rischia la vita per darci lo stesso ritratto: un' Africa eguale nel tempo e nello spazio, e sempre senza speranza perché tutte le parti del grande continente sono accumunate «dalla stessa sventura, dalla stessa sorte e dalla stessa incertezza». Certo, Kapuscinzki leva alta e vigorosa la voce contro «l'internazionale della marmaglia predatrice», così come si sente parte della «vita tormentosa, del penoso vegetare sempre al limite della morte» del popolo oppresso e violentato, e per questo sempre esule. Eppure, dopo tanti anni in viaggio, lo splendido capitolo conclusivo, dal titolo suggestivo e sfuggente «All'ombra di un albero, in Africa», ci lascia un messaggio di amara rassegnazione. Lo schiavismo, il colonialismo rapace e crudele, l'ingordigia delle classi dirigenti, la desertificazione e la rapina ambientale, la morte e la fuga di intere popolazioni hanno distrutto «l'ombra dell'albero» al riparo della quale si tramandavano storie e tradizioni: senza quest'ombra l'africano > perderebbe ogni nozione e persino la memoria del suo ieri, diventando gente senza passato, ossia nessuno. Quegli uomini perderebbero tutto ciò che li univa, sparpagliandosi ognuno per la sua strada, da solo. L'Africa ha una superficie di 30,37 milioni di chilometri quadrati, così grande da contenere gli Stati Uniti, la Cina, l'India, l'Europa ed altre nazioni. Ha 54 stati e 1.500 lingue. C'è da chiedersi perché guardiamo sempre l'Africa come qualcosa di uniforme e non cerchiamo di cogliere le diversità, e in tal modo pure i cambiamenti e le potenzialità del grande continente. Pur benevolo e attento, Kapuscinski cade nella stessa visione eurocentrica ed esotica che ha caratterizzato le relazioni tra l'Occidente e l'Africa. Da qui, e non solo dalla disorganizzazione della struttura del libro (appunti di viaggio lasciati così senza una trama complessiva), nasce un senso di ripetitività: ogni resoconto sembra identico all'altro, solo raramente emergono gli incontri e le storie mentre i giudizi, tutti condivisibili, paiono preconfezionati. In Orientalismo > Edward Siad sosteneva che l'Occidente vede l'Oriente come uno specchio di sé stesso: ricerca ciò che fantastica sia l'Oriente ( un'idea vagheggiata, sedimentatesi nella sua storia) senza studiare realmente i popoli e le culture che compongono l'Oriente di oggi; con lo stesso procedimento noi vediamo l'Africa: è sempre Cuore di Tenebra", terra vitale e affascinante certo, ma sempre lontana dalla modernità e di conseguenza destinata ad essere sottomessa, a subire sofferenze inaudite dalle quali non può sfuggire. Perché leggerlo? Vale la pena per l'ultimo capitolo.
El Paseo de Gracia
Eugenio è un noto scenografo e costumista italiano, che vive a Los Angeles. Una telefonata dallʼItalia lo riporta allʼorigine della sua carriera e alla figura di Olga. Molti anni prima, quando era ancora in Italia, Eugenio aveva avuto una relazione con unʼamica della moglie, appunto Olga: > piccola, carina, bruna, frangetta e tirabaci alla Louise Brooks (...) aveva uno sguardo sfuggente, ambiguo . Eugenio amava sua moglie, donna intelligente, colta e raffinata, ma era avvinto dalla ripetitiva scansione degli incontri con lʼamante: un lungo periodo di indifferenza, un amplesso furtivo, tacito, violento, veloce , e di nuovo lʼindifferenza, come niente fosse accaduto. Qualʼ è il gusto di un tradimento così avaro di erotismo e di sentimenti? > Eugenio si sentiva superiore a Olga, (...) al punto di godere soltanto se rischiava, oh, impunemente! la commedia di fingersi inferiore e di adorare lei appunto come se lei gli fosse davvero superiore (...) (ma) Eugenio sapeva sempre che Olga era una miserabile schiava . Era il piacere di ingannare sé stesso, anche se solo per cinque minuti (il tempo dellʼamplesso) la molla del desiderio di Eugenio, il quale, nel suo egoismo, si compiaceva che Olga si illudesse di essere la padrona, sapendo comunque che era un gioco. Ovviamente non era così, la donna non voleva essere la futile occasione dellʼego smisurato dellʼuomo, di una «doppia bugia» sempre uguale a sé stessa. > Eugenio non si accorgeva mai, e gli faceva comodo non accorgersi, e nemmeno sospettare, che lei poteva anche avere unʼanima, poteva anche, dai e dai, incominciare a volergli bene . Olga fuggì, scomparendo, ma rimase nella fantasia di Eugenio: lʼaspirazione di una donna suddito, che diviene sovrana per pochi minuti. Il romanzo riprende «nel presente». Eugenio è tornato in Italia a girare un film, ma il soggiorno in Europa non è altro che una ricerca di Olga. E quando deve andare a Barcellona, dove si dice che viva la donna, Eugenio ripercorre più volte El Paseo de Gracia nella speranza di incontrare Olga, la quale, > stranamente, miracolosamente, gli sarebbe apparsa identica a come era quindici anni prima: con il suo casco lucido alla Louise Brooks, col suo musetto sciocco e furbo, con il suo sorriso imbronciato . E lui gli avrebbe detto, > con la massima possibile tranquillità: Certo, che tutto è finito. Ma... ma forse, si potrebbe provare ancora una volta... una sola . Lo sfondo è il mondo meraviglioso ma falso del cinema. Lʼautore sviluppa anche una serie di intrighi, che dovrebbero dare un minimo di ritmo narrativo ad una trama fatta essenzialmente di sensazioni e riflessioni. Un primo significato del romanzo risiede nella narrazione della trasgressione, tanto più accattivante quanto più distante dalla vita normale. Come dice lʼautore, > astinenze lunghe (...).Poi, improvviso, sottile risvegliarsi del desiderio ma, per la durata di qualche giorno, solo un richiamo distratto, un memento apparentemente innocuo. Infine, di botto, una smania che non gli dava pace (...) E tutto si ripeteva più o meno come nella volta precedente . Esiste, poi, una chiave di lettura più profonda, esistenziale e filosofica, bene espressa dal brano sullʼ ossessione delle piastrelle. Eugenio vede nelle piastrelle del bagno lo stesso disegno, continuamente ripetuto, ma con infinite piccole differenze. Guardando le piastrelle da differenti punti di vista emergono due figure ricorrenti: il Bravo, che lo si riconosceva > sempre di profilo e se ne vedeva subito il volgare, massiccio naso adunco, la bocca crudele, lʼocchio acuto di belva che spia; e la Soubrette, una faccetta piccola e graziosa (...) e con la minuta boccuccia che a sua volta sorrideva . La Soubrette era il Bravo visto alla rovescio: il dominatore può diventare il dominato, il violento il docile e così via; noi tutti possiamo essere contemporaneamente, nelle varie circostanze, lʼuno e lʼaltro. Già nello «Lo Smeraldo», romanzo fantastico, Soldati sviluppa il tema del doppio, ricorrendo allʼespediente del sogno. Esistono altri mondi dentro di noi? Nel più tradizionale «A cena col commendatore» ritorna sulla complessità dellʼanimo umano: la maschera dentro la quale ci nascondiamo non è un artificio, ma fa parte intrinseca della coscienza. In questi due romanzi il racconto è sorretto dalla scrittura; nel primo dannunziana e immaginifica, nel secondo semplice e ottocentesca. In questo libro, invece, lo stile è «spezzato», faticoso, prolisso, mal sorretto da una trama esile e inconcludente. Perché non leggerlo? Non rispecchia lo scrittore Soldati. È una caduta di qualità
Elias Portolu
Nel prendere in mano questo romanzo di Grazia Deledda la mente va immediatamente a «Canne al Vento» (si veda la recensione in questo sito) e si spera di ritrovare la stessa magica atmosfera del capolavoro della scrittrice sarda. E medesimo il contesto ambientale e sociale, si parla anche qui del dolore come destino, della vita come cammino verso la morte, ma manca quella natura vivente, magica e indecifrabile, che è il tratto distintivo di «Canne al Vento». Al contrario, il paesaggio sardo è di contrappunto ad una vicenda umana irrimediabilmente segnata sin dall'inizio. Ecco come la scrittrice descrive la tanca, il terreno dedicato al pascolo. > I pascoli lussureggianti, al cader della primavera, prendevano un verde dorato luminoso: i cardi aprivano i loro fiori d'oro e di viola, i rovi sbattevano le loro rose selvatiche. (...) Il corso d'acqua in certi punti scorreva fra boschetti di sambuchi, dove il sole appena penetrava, formando laghetti verdi e misteriosi, circondati e tramezzati di roccie, sulle quali l'acqua infrangevasi mormorando . Paiono risuonare i versi del Petrarca, ma non siamo in Provenza, siamo nella dura, selvaggia, ancestrale Sardegna. Può darsi che la verdeggiante e luminosa tanca non sia reale, sia invece un vaneggiamento di Elias Portolu, un modo per dare serenità ad un'anima inquieta. A differenza dei fratelli e del padre, «bassotti, robusti, barbuti, col volto bronzino e con lunghi capelli neri», Elias «era alto e snello, col volto bianchissimo, delicato, sbarbato». E' tornato dalle carceri del Regno, e questa esperienza l'ha cambiato profondamente, fisicamente e spiritualmente: > la lunga prigionia aveva reso candide le sue mani e la sua faccia, (...) il suo riso era stanco e spezzato, la voce debole; (...) sembrava una donna vestita da uomo. Inoltre il suo linguaggio aveva acquistato qualcosa di particolare, metà italiano e metà dialetto, con imprecazioni affatto continentali . In carcere ha imparato a leggere e scrivere, si è portato con sé libri di chiesa, che studia di nascosto. «Confuse visioni» gli ondeggiano nel sonno. Nel sogno gli pareva che > strane pecore dal volto umano saltassero sul muro che chiudeva la tanca; ed egli andava lor dietro, affannosamente . Quando un uomo gli fa incontro. E' zio Martinu, una specie di gigante, che tutti chiamano il padre della selva. A lui, sempre in sogno, Elias confessa che è debole, che non ne può più. E con la sua voce possente il gigante gli dice che «se tu non vuoi aver fastidi va' a farti prete!». Ed ancora a zio Martinu che Elias si rivolge, non più in sogno, quando si accorge di essersi innamorato della futura cognata, la bella Maddalena; non accetta il consiglio del vecchio di palesare ufficialmente il suo amore, ha paura di offendere il fratello, di far deflagrare un matrimonio deciso dalle famiglie da tempo, teme lo scandalo, non ha coraggio. Ma > immancabilmente Maddalena gli appariva in sogno. Ed erano sogni che lo turbavano e lo eccitavano dolorosamente. Soprattutto si rinnovava continuamente nel sogno la scena del ballo con Maddalena, > giacché le sue spalle, la sua vita, la sua mano serbavano intatta l'impressione fisica del corpo e della mano di Maddalena: e la mente, ricordando le parole di lei, si smarriva ancora in una vertigine di piacere e d'angoscia . La sua pusillanimità lo perderà e toccherà alla Morte decidere per lui. Dinanzi al corpicino senza vita del bambino avuto da Maddalena sentirà «calare un tenue velo di pace e quasi di gioia», solo e libero di ogni umana passione. Se ci estraniamo dal contesto sardo la figura di Elias è emblematica di chi non riesce ad uscire dagli schemi della società, dalle regole non scritte, delle quali è di fatto prigioniero. E' così difficile esprimere i propri sentimenti ed essere autentici! Andando forse oltre alle intenzioni di Grazia Deledda, nel romanzo paiono esserci tre mondi: quello semplice della povera gente che accetta con rassegnazione la morte e le sofferenze, e sarebbe pronto a riconoscere l'amore tra Elias e Maddalena, quello ipocrita e superstizioso della religione, che reprime i sentimenti salvo tollerare i peccatucci carnali pur che restino sotto una coltre di silenzio, e la figura del sapiente selvaggio, che non crede in Dio ed invita a scelte coraggiose. E' una interpretazione che renderebbe interessante il romanzo se questo non fosse sommerso da un tono melodrammatico e penitenziale. Perché non leggerlo? Melodrammatico e melenso, una delusione.
Enrico di Ofterdingen
> Quando numeri e figure non saranno più la chiave dʼogni creatura, quando quelli, che cantano o baciano, ne sapranno più dei dotti, quando il mondo tornerà alla vita libera, e tornerà nel mondo, quando poi luce e ombra sʼuniranno di nuovo in autentico chiarore, e si conosceranno, in favole e poesie, le eterne storie del mondo, allora davanti a una sola parola segreta, sparirà lʼesistenza assurda . Questi versi esprimono «nel modo più dolce lo spirito che anima» il libro di Novalis: un percorso spirituale, prima ancora che fisico, conduce un giovane a comprendere come solo la poesia sappia portare a sintesi le dicotomie che travagliano il mondo (bene e male, luce e ombra, pace e guerra, uomo e natura); a quel punto «irromperà la libertà», ma con essa avrà fine unʼesistenza, che ha senso solo se è alla continua ricerca di un equilibrio con sé stessa e con il mondo. Contemporaneo di Goethe e di Kant, al culmine dellʼilluminismo, Novalis è un animo irrequieto, che non si appaga delle vecchie e delle nuove verità. Per esprimere questo bisogno di qualcosʼaltro, lʼautore immagina che nella Germania medioevale il giovane Enrico intraprenda un viaggio, dalla casa paterna a quella dei genitori della madre, dalla Tubingia fredda, industriosa e banale, alla Svevia, calda, piena di lusinghe e di passioni. In un sogno propiziatore Enrico si ritrova immerso in una natura magica, nella quale > nuove immagini, mai viste prima, (...) sembravano un dissolversi di affascinanti fanciulle. (...) Lo assalì un dolce torpore, (...) Ciò che però lo attrasse fu un fiore alto dʼun azzurro luminoso, (...) questo iniziò a muoversi e a trasformarsi; le foglie si fecero più scintillanti, (...) il fiore si chinò verso di lui e i petali mostrarono unʼampia corolla azzurra in cui fluttuava un tenero viso . Che cosa rappresenta il fiore azzurro, irraggiungibile e tuttavia avvolgente? Unʼaspettativa, che si potrà specificare solo attraverso le diverse tappe del viaggio ed i suoi personaggi: i mercanti, che lo accompagnano prendendolo a tutela e raccontandogli storie fantastiche; i crociati con la loro esaltazione della guerra; la giovane schiava orientale e le ingiustizie subite; il minatore, che gli fa capire la complessità e la grandezza della natura; ed infine lʼeremita, la cui saggezza dimostra come solo nella solitudine sia possibile conseguire la pace interiore. In ciascuno di questi episodi e personaggi cʼè ancora una bivalenza di opposti sentimenti e contrastanti situazioni: lo spirito non si è ancora ricomposto in unità. Ciò avviene allʼarrivo in Svevia, dove non solo Enrico incontra lʼamore, la giovane Matilde, ma soprattutto ascolta una lunga fiaba. Ricca di spunti mitici e simbolici, di disgressioni oniriche e speculative, la fiaba parte dalla distruzione dellʼarmonia celeste ad opera dello scrivano del re, una sordida personificazione dellʼintelletto. Lo scrivano ha conquistato il dominio del mondo, liberandosi di Sofia (la saggezza) e di Eros (lʼamore). Spetterà a Favola, personificazione della poesia, riportare pace e ordine nel mondo, congiungendo Eros e Sofia, amore e saggezza. > Non tarderà a lungo il bello straniero. Il calore sʼavvicina, lʼeternità inizia. (...) La fredda notte lascerà questi luoghi solo quando Favola otterrà lʼantico diritto. (...) Fondato è il regno dellʼeternità, nellʼamore e nella pace termina la lotta, trascorso è il lungo sogno di dolore. Sofia è, in eterno, sacerdotessa dei cuori . Lʼopera non è poesia né prosa, ma si colloca al confine tra i due generi letterari; è un opera giovanile e incompiuta, in quanto Novalis è morto nel 1801 a solo trentʼ anni. Ha avuto una grande influenza nella letteratura tedesca, perché premonitrice del romanticismo, con il suo stile intenso ed evocativo e per la sua concezione quasi panteista della natura. Al di là di queste considerazioni, cosa resta di questa opera così particolare? Proprio il messaggio di fondo, ossia lʼidea che senza un sentimento forte non sia possibile dare armonia al Mondo. Per esempio, cosa manca oggi allʼUnione Europea, una costruzione istituzionale complessa e pure di successo, visto che ha garantito la pace allʼEuropa? Proprio la mancanza di una visione, di grandi aspirazioni, insomma della poesia. La solidarietà e la saggezza non sono sufficienti a rompere gli steccati nazionalistici se non sono sostenuti da una grande spinta ideale. Ricca di disgressioni poetiche lʼopera di Novalis si perde spesso in dialoghi e narrazioni a forte connotato filosofico; tutto ciò fa perdere ritmo allʼintero racconto, il quale si riduce spesso a riflessioni sul mondo e sulla vita. Tanta è la voglia di dire e così forte il ricorso al mito, ai simboli, persino allʼesoterico, che la lunga fiaba, perno centrale del libro, risulta di difficile comprensione in tutti i suoi risvolti narrativi ed espressivi. Perché leggerlo? È breve, affascinante e dà molti spunti di meditazione.
L'equazione del cuore
Massimo, un anziano professore di matematica in pensione, vive in solitudine in un'isola del golfo di Napoli: ha perso da alcuni anni la moglie Maddalena; la figlia Cristina si è sposata con un ricco imprenditore del Nord e torna solo d'estate per un breve soggiorno, insieme con il figlio Checco di otto anni. In sogno Massimo immagina di raccontare alla moglie degli alberi da frutto e > che le spigole e i cefali si prendevano dagli scogli tutto l'anno, mentre le mormore e le orate solo in primavera. (...) Maddalena, che aveva una voce talmente bassa che era strano che si percepisse in mezzo al soffiare del vento e alle urla dei gabbiani , gli chiedeva di Cristina e il vecchio professore le rispondeva che aveva tante cose da fare e soprattutto poteva dedicarsi alla matematica, > seguire le onde cicliche del mare e calcolarne le variabili col vento e con la luna ; e Maddalena, prima di scomparire, gli ricordava che dietro una figlia, anche se adulta, «bisogna vedere un bambino che non finisce mai.» Lo stato di beatitudine nel quale pare vivere il vecchio professore è interrotto in modo brusco da una telefonata, che comunica la morte della figlia e del genero in un incidente d'auto, nel quale è rimasto coinvolto anche Checco, in ospedale in gravissime condizioni. Massimo è costretto a lasciare il suo paradiso terrestre e andare, malvolentieri, in una fredda e nebbiosa cittadina del Nord. Per un po' il racconto pare voler parlare della piccola Italia industriosa, del suo sottofondo di intrighi, maldicenze e di noioso e fragile benessere; poi prende la direzione del Noir, anche se appiccicato ad una storia che di «giallo» ha poco. Il vero tema del libro è un altro: come conciliare razionalità e sentimento? L'approccio razionale porterebbe a interrompere la vita di Checco dinanzi alla prospettiva che il bambino resti in coma o ne esca gravemente disabile. E così farebbe il professore (potrebbe tornare subito al suo paradiso terrestre!) se non irrompesse con furia Alba, la tata del bimbo. > Chi cazzo sei tu, inutile eremita, che nemmeno sai quanto ti ama...? (...) Massimo restò immobile dov'era, nella stessa posizione. All'improvviso ebbe freddo, un freddo immenso. (...) Si forse non ho tenuto conto di qualcosa di importante, dottore . L' urlo di Alba, nel suo primordiale ed infinito amore, spinge il vecchio professore a reagire. Lo fa a suo modo. Deve capire come mai un ordine apparentemente perfetto, un insieme di benessere, prestigio sociale e forti legami familiari, si sia spezzato riducendo Checco in fin di vita. «Domani parto, se non ho nulla da capire». Non è chiaro se il vecchio professore voglia indagare le cause e le dinamiche dell'incidente per una reale empatia o lo fa solo per individuare una regola che «renda comprensibile il disordine», dando pace alla sua mente matematica. Caro professore, non sempre c' è un rapporto di causa ed effetto, talvolta non è possibile trovare un metodo che dia equilibrio agli esseri umani; spesso i sentimenti irrompono improvvisi laddove la ragione vorrebbe diversamente. Nell'ultimo capitolo de Giovanni cita l'equazione di Paul Dirac, erroneamente definita l'equazione dell'amore: essa indicherebbe che due particelle che hanno interagito tra loro per un certo di tempo, continueranno a farlo anche dopo che se sono state separate. E' come dire che i legami d'amore si distruggono e non si evolvono, in quanto due persone che si sono amate sono indissolubilmente legate. In realtà l'equazione dei fisico Dirac dice il contrario: descrive il moto di una particella libera che non interagisce né con campi esterni né con altre particelle. E' triste che uno scrittore come de Giovanni ricorra in modo superficiale ad una leggenda popolare che serve a vendere tatuaggi agli innamorati; non si capisce neanche perché lo debba fare, rinunziando a meglio approfondire la storia di un vecchio eremita che scopre la vera personalità della figlia e comprende finalmente il suo legame profondo con il nipote. Il romanzo è scritto molto bene, la narrazione scorre piacevole e fluida. Di grande intensità sono le prime cinquanta pagine, successivamente la trama si evolve con fatica, quasi che lo scrittore abbia perso la direzione. Il cambio del soggetto narrante, sempre più frequente nel corso del racconto, il ricorso al colloquio con il nipote in coma, sono espedienti che mostrano le abilità narrative di de Giovanni, ma fanno anche intravedere la debolezza strutturale della storia: essa non regge se lasciata alla sua evoluzione naturale: come Noir e come analisi psicologica. Perché leggerlo? E' piacevole.
L'eroe discreto
Don Rigoberto è il direttore di una importante società di assicurazione, è appena andato in pensione ed è in procinto di fare lʼagognato viaggio in Europa. È un uomo colto, amante della letteratura: ha scelto un lavoro manageriale «per vigliaccheria», ha deciso di > non essere un creatore, solo un consumatore dʼarte, un dilettante della cultura. (...) Che tristezza essere costretti a vedere avvocati e giudici, (...) invece di immergersi dalla mattina alla sera in quei volumi, in quelle incisioni, in quei disegni e, ascoltando buona musica, fantasticare, viaggiare nel tempo, vivere avventure straordinarie, emozionarsi, intristirsi, godere, piangere, esaltarsi ed eccitarsi . Felicito Yanaqué è il titolare di una avviata azienda di trasporti: uomo concreto, imprenditore di successo, si è fatto da sé, con la sua determinazione e lavorando sodo, anche lui ha bisogno di sognare; lo ha fatto trovandosi una amante, una giovane donna, una mantenuta è vero, ma della quale si è comunque innamorato, senza molte illusioni. Due esistenze come tante, quando le certezze vengono sconvolte e tutto sembra sprofondare nel caos. Il proprietario della società di assicurazione, un vedovo ottantenne, decide di sposarsi con la sua domestica, giovane e bella; è uno scandalo che don Rigoberto è costretto a fronteggiare da solo perché i «novelli sposi» hanno intrapreso un lungo viaggio in Europa. Felicito riceve lettere di minacce e richieste di soldi. Lʼuomo, un vero «eroe discreto», rifiuta di sottostare, anche se spaventato e tutti lo consigliano di cedere e pagare il pizzo. Ha sempre in mente le parole pronunciate dal padre prima di morire: > non permettere mai a nessuno di metterti i piedi in testa, figliolo. Questo consiglio è lʼunica eredità che posso lasciarti . Le due storie si sviluppano in parallelo, con un ritmo narrativo che vorrebbe essere quello del thriller, ma non lo è; la figura di don Rigoberto è lʼoccasione per lunghe divagazioni sullʼarte e sullʼessere umano, tutto ciò appesantisce la narrazione e mette in secondo piano la vicenda di Felicito, la cui caparbia forza morale non riesce ad emergere come dovrebbe. Le due storie si concludono, intrecciandosi, con una serie di colpi di scena: sorprese che non vanno svelate per non far perdere al lettore il gusto del racconto; basterà dire che non si parla di criminalità ma di banali e squallide vicende familiari. Come dice don Rigoberto, dietro il quale si nasconde lʼautore, > in questo paese non si può costruire uno spazio di civiltà anche minuscolo, la barbarie finisce per distruggere tutto . Non esistono spazi salvifici, ossia > lʼidea che la civiltà (...) sopravvivesse in minuscole cittadelle, edificate nel tempo e nello spazio, che resistevano allʼattacco permanente di quella forza istintiva, violenta, ottusa, brutta, distruttiva e bestiale che dominava il mondo . Le differenze tra i due protagonisti sono il perno dellʼintero racconto: da un lato don Rigoberto si rifugia nellʼestetismo e nellʼindividualismo, dallʼaltro Felicito, sempliciotto sino al ridicolo, lotta per la sua dignità e prende in mano il proprio destino. Per chi stiamo? Ad un certo punto il figlio di don Rigoberto osserva come il padre parli sempre dellʼEuropa e gli chiede se ci sia qualcosa che gli piaccia del Perù. La risposta è sconcertante: > tre cose, Fonchito, disse, fingendo di parlare con la pompa di un grande illuminato, i dipinti di Fernando de Szyaszlo, La poesia in francese di César Moro. E i gamberi del fiume Majes, naturalmente. Quante volte abbiamo sentito dire le stesse cose da un rappresentante della nostra classe dirigente, esterofila, disfattista e provinciale? Non è che la speranza venga proprio dai tanti «eroi discreti» e non da vanesi intellettuali? Il libro di Vargas Llosa parla, sotto traccia e con fine ironia, dellʼinadeguatezza di una classe dirigente. Non è certo il migliore romanzo di Vargas Llosa. La scrittura, la descrizione dei personaggi e degli ambienti, la costruzione della trama ci ricordano il grande autore; ma la narrazione è fiacca e senza mordente, come se la mano fosse stanca e non aspettasse altro che librarsi in fantasie senili. Perché leggerlo? È piacevole ma non aspettatevi il grande Vargas Llosa.





