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Il cacciatore di aquiloni - The Kite Runner
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Il cacciatore di aquiloni - The Kite Runner

Sarebbe sbagliato pensare che questo romanzo tratti dell’Afghanistan, che costituisce peraltro il suo contesto di riferimento. Il tema del libro è la vigliaccheria. Amir vive in una bella casa in Afghanistan con suo padre, un uomo importante e coraggioso, e due servi, Ali e suo figlio Hassan. Questʼultimo è l’amico di infanzia di Amir, che lo tratta con superbia, anche se con amicizia fraterna, in quanto pensa di essere superiore per casta e cultura ed è geloso dell’affetto del padre per Hassan. Amir ed Hassan sono campioni di caccia agli aquiloni e proprio nel giorno di massimo trionfo di Amir, perché ha vinto la gara degli aquiloni, questi non interviene a salvare l’amico, che viene picchiato e violentato da Assaf. Amir è un vigliacco e questa colpa lo perseguita per tutta la vita, anche quando sarà costretto ad andare in America, si sposerà e diventerà un famoso scrittore. Solo tornando in Afghanistan a salvare il figlio di Hassan, Amir riuscirà a riscattare la propria vigliaccheria e scoprirà che anche suo padre, per lui figura irraggiungibile e perfetta, non è privo di colpa in quanto non gli ha mai detto che Hassan era suo fratello. Le prime cento pagine del libro, che narrano l’infanzia di Amir in un Afghanistan sereno e felice, sono molto belle, scritte in uno stile delicato e poetico. In seguito il libro perde di smalto sino a perdersi nelle ultime venti pagine, nelle quali si parla di come il protagonista riesce a portare il bambino in America. L’ultima scena, una gara di aquiloni in America, è scontata e banale e rovina in parte lo spessore spirituale e narrativo del libro. Dell’ultima parte l’unica scena di grande impatto è costituita dalla lotta di Amir con Assaf, diventato un crudele talebano che ha ridotto il bambino a suo schiavo sessuale. Assaf sta uccidendo Amir, il quale è tuttavia contento perché si sta liberando dalla colpa che lo ha perseguitato per tutta la vita: Amir verrà salvato dall’intervento del bambino che con una fionda colpisce Assaf.

Khaled HosseiniRiverhead Books
Il Calcio in giallo
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Il Calcio in giallo

Il libro raccoglie i racconti sul calcio di diversi scrittori di noir, alcuni noti, come Aykol, Giménez-Bartlett, Malvaldi e Manzini, altri meno conosciuti: Gian Mauro Costa, Francesco Recami e Gaetano Savatteri. Le trame, i personaggi e gli stili di scrittura sono differenti; cʼè comunque un tratto comune: il calcio, anche quello dilettantistico o praticato nei campionati minori, è sempre una cosa sporca e violenta, che tira fuori il peggio dalle persone. Gli scrittori già famosi sono scontati: gli schemi narrativi sono quelli dei loro romanzi, disgraziatamente compressi allʼinterno della forma del racconto, per sua natura breve. Interessanti sono i contributi di Costa, Savatteri e Recami; i primi due hanno ambientato le loro storie a Palermo, mentre il contesto del terzo è Milano. Quello di Recami ( «Progresso - Audace 3-2») è il racconto migliore, sul quale vale la pena soffermarsi, per i temi trattati e lʼabile narrazione. Siamo in una partita di ragazzi, con i genitori a tifare sugli spalti. Gianmarco ha undici anni, ha i tipici dubbi di un adolescente sul proprio orientamento sessuale, anche perché, gentile, sensibile ed educato, viene beffeggiato dai compagni con epiteti quali «Giorgi gay». È un bravo giocatore, viene preso di mira da un ragazzo della squadra rivale, aizzato dal padre ( «stroncalo, buttalo giù, finiscilo, ammazzalo..»). Lʼuomo, > over fifty sovrappeso, immigrato pugliese di terza generazione, abbastanza panzuto , «in piena crisi estetica», insulta la madre di Gianmarco con parole impronunciabili, le tira una sberla e scatena lʼira delle mamme, che lo inseguono per picchiarlo. Si rifugia in un magazzino abbandonato, dove viene catturato da Oleg, un gigante, chiaramente un criminale proveniente da chi sa quale paese dellʼEst Europa. E qui la vicenda cambia di segno per il nostro panzuto prepotente: da gradasso diviene un agnellino, così fifone da cagarsi addosso (letteralmente) e da non essere capace di difendere la propria famiglia dalle minacce e dalle violenze di Oleg. Sarà, invece, sua moglie a proteggere i figli e la casa, disponibile a sacrificarsi per questo; ma come? proprio una donna, appartenente a quel genere, che il panzuto apostrofava abitualmente con termini quali: «troia di merda....». Nel frattempo Gianmarco fa una scoperta incredibile: un giocatore famoso, «uno dei suoi idoli, un duro, uno che si faceva rispettare», aveva dichiarato di essere gay. Come era possibile? «Non ti devi meravigliare proprio per niente» gli disse il bidello Sciacca dallʼalto della sua saggezza, > nel mondo del calcio sono tutti froci. (...) Senza dubbio fu la lezione di educazione sessuale più intensa che Gianmarco aveva mai avuto e avrebbe mai ricevuto in tutta la sua vita. Rifletteva. Eccolo il principio, ecco la verità, ecco perché alla Juventus sono tutti froci, Allora se io sono gay vuol dire che sono più virile della mammolette che vanno con le donne? Interviene la bidella. > Che fai Sciacca, racconti le solite storielle sporche ai ragazzi? Ma che vai dicendo, parlavamo di calcio. La forma del racconto non si presta al noir: è troppo breve per rendere possibile quello sviluppo e quella suspense che costituiscono il cuore di un giallo. È come vedere un telefilm della «Signora in giallo»: ad un certo punto deve concludersi e quindi la storia precipita in un finale scontato o rimane sospesa, lasciando insoddisfatto il lettore. Di maggior pregio sono le ambientazioni, i personaggi e soprattutto la scrittura: questʼultima è talvolta una bella sorpresa. Perché leggerlo? Si scoprono scrittori meno noti, ma di valore.

Vari AutoriSellerio Editore
Il cardillo addolorato
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Il cardillo addolorato

Il romanzo ruota intorno ad una domanda, alla quale il lettore non riesce a dare una risposta esauriente: chi é e che ruolo ha il «Cardillo Addolorato», figura, fra tanti personaggi, onnipresente ed oscura? E che significato hanno le strofe che spesso tornano nel corso del racconto, sino alla sua conclusione apparentemente tragica: «e vola vola vola lu Cardillo! e vola vola vola... oh! oh!»? Per rispondere occorre inoltrarsi nella lettura del romanzo, lasciandosi incantare dal mistero della narrazione, che, come la vita, sta nella > freschezza, fluidità, scorrere e precipitare, sparire e risorgere continuo delle sue infinite forme . Siamo alla fine del settecento, nel pieno dellʼEtà dei Lumi. Tre amici, il principe Naville, il mercante Nodier e lʼartista Albert, giungono dal freddo Nord a Napoli, «citta strana, misera e insieme ricca, soavemente colorata», che alterna «giornate di un azzurro purissimo e lucente» con altre piovose ed ombrose. I tre giovani, > splendenti di unʼallegria, unʼeccitazione, un orgoglio giustificate dallʼetà e, noi diremo, dallʼessere in una città così ricca di miraggi, fanno visita ad un noto guantaio. È nella casa del mercante che si verificano i fatti che determineranno il destino dei tre amici. Innanzitutto incontrano Elmina. «Forme piene, per quanto delicate, braccia stupende», sguardo > grave e riservato... una freddezza... una distanza, un abisso... che si poteva vincere (pensa Naville)... che non si sarebbe mai potuto superare , pare ad Albert. Lʼimpressione è così intensa da trattenere il respiro, da creare «uno stordimento dellʼanima», più banalmente, da far innamorare i tre giovani in modo repentino e fulmineo. La loro vita è segnata per sempre. Ma proprio in questo momento dʼincanto si verifica un episodio inquietante. La sorellina di Elmina paragona Albert «al loro vecchio cardillo», lasciato morire per trascuratezza, non cambiandogli lʼacqua e non rifornendolo di miglio. Da una duplice e contradditoria emozione, di stupore estasiato e di crudeltà gratuita, si sviluppa una storia apparentemente senza senso. Come in un eterno ritorno, i personaggi sono sempre gli stessi, le vicende sembrano ripetersi uguali, ma continuamente assumono nuove forme e significati: lʼunica costante è la presenza del Cardillo, il misterioso uccello, «del tutto invisibile e nascosto». Dʼaltra parte, è possibile dare > un nome legittimo alle persone e cose di questo mondo, tutte poco chiare... e che si perdono lentamente ? Albert sposa Elmina, la quale si è data una missione, che trascende qualsiasi amore e legame, persino quello materno: deve prendersi cura di un bambino, che potrebbe essere un suo segreto fratello, ma, ovviamente, non lo è. Un folletto, uno spirito maligno o unʼanima innocente? In questa situazione il povero Albert, personalità fragile e indifesa, non può che soccombere. Nordier, invece, anche lui innamorato di Elmina, dopo aver vagheggiato di sposarla, da uomo pragmatico e superficiale qualʼé, si ritira di buon ordine, quando appare evidente lʼincomprensibile missione che si è affidata la ragazza. Non può accettare questa facile soluzione Naville, anche lui invaghito di Elmina, ma, illuminista e cosmopolita, tenta testardamente di dare una spiegazione a fatti incredibili e misteriosi, di offrire una sistemazione definitiva ed adeguata ad Elmina, inondandola di regali, sempre rifiutati, progettando di sposarla e di portarla via da Napoli. Tutti i suoi sforzi sono vani, non solo perché gli avvenimenti si susseguono in modo sempre più indecifrabile (i personaggi non sono mai quelli che lui pensava che fossero, riemergono persino i defunti a dire la loro..), ma soprattutto perché, nei momenti decisivi, irrompe la voce del Cardillo, lʼangoscioso ritornello: > Oh non avesse mai abbandonato la sua casa e la noiosa vita mondana della ricca, solida, fredda, ragionevole e molto perbene società in cui era nato! Una sorta di destino lo ha trascinato a Napoli e contro di esso il povero Naville ha disperatamente lottato, per restare poi sconfitto. Il principe torna in patria nel maestoso palazzo di Liegi. A chi «gli vantasse il famoso benché ancora neonato Progresso» il non più mondano e divertito principe chiedeva se > avesse sentito il silenzio assoluto del mondo, la gioia imperiale dellʼalba.... la presenza del Cardillo giustiziere . Finché una sera, proprio nel momento di partire nuovamente per Napoli, gli viene annunciato il Cardillo. Risuonò dappertutto il noto ritornello e il principe > (benedì) il Cardillo che arrivava, e finalmente gli avrebbe spiegato tutto. La follia e la separazione, il dolore e questa gioia, che giungeva adesso con lui: tutta calma, fredda, infinita . Ma allora chi è il Cardillo Addolorato? È il mondo sotterraneo, il magma che ribolle al di sotto della razionalità ordinatrice. Per cogliere il significato della voce del cardillo bisogna essere un > lettore paziente, privo di senso comune e fornito invece di una sua antenna privata per raccogliere il silenzio glaciale dellʼUniverso, le liti dei fanciulli del mondo sotterraneo, gli sputi, le lacrime, i nein... nein delle loro implorazioni . Solo nella Napoli, fantastica e dolorosa, generosa e crudele, poteva svolgersi un libro che narra la sconfitta della Ragione. Il pregio principale del romanzo è lo stile, affascinante anche se non facile. Il lettore si immerge in una sintassi involuta, ricca di incisi, rappresentativa della complessità e della vaghezza della vita. È una scrittura che preannuncia il sogno, il mistero, un mondo che non vuole farsi ricondurre a schemi narrativi troppo semplici e lineari. Il difetto è la confusione della trama e del sistema dei personaggi. Dapprima lʼautrice riesce a mantenere un ordine ed uno sviluppo logico, da un punto in poi il disordine irrompe vittorioso. Il lettore si perde e sopraggiungono il fastidio e la noia. Perché leggerlo? Il fascino è la scrittura, ma bisogna avere la pazienza di andare avanti nelle ultime cento pagine.

La cartella del professore
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La cartella del professore

Immaginiamo una giovane donna, tra i ʼ30 e i ʼ40 anni. Non è stata una studentessa brillante, svolge un monotono lavoro di ufficio, ha avuto alcune relazioni sentimentali che però non sono andate a buon fine. È sola. > Da sola prendevo lʼautobus, da sola camminavo per le strade, da sola facevo la spesa, da sola andavo a bere qualcosa (...). Una vita allegra. Triste. Piacevole. Dolce. Amara. Aspra. Stimolante. Irritante. Calda. Fredda. Tiepida. Insomma, in che modo ho vissuto per tanto tempo? Un giorno, per caso, al bar dove va a bere (sembra che sia il suo unico passatempo) incontra il suo vecchio professore di giapponese. Dapprima è una vaga sensazione di sentirsi a proprio agio, «a posto», come quando si compra un libro e si preferisce non togliere la fascetta intorno. Poi subentra qualche cosʼaltro. > Con il professore non ci vediamo sovente. È normale, non è che stiamo insieme. Però non lo sento mai lontano, neppure quando non è accanto a me . Infine emerge lʼamore. > A partire da quando, avvicinandomi a lui, ho cominciato a sentire il calore che emanava dal suo corpo? Attraverso la sua camicia inamidata, percepivo la sua presenza. (...) Una presenza che non sono mai riuscita ad afferrare saldamente. Quando sto per prenderla, mi sfugge. Quando la sento lontana, di nuovo si avvicina . In un sogno la ragazza cerca il professore, ma non lo trova. > Ah ecco, lʼho già messo nella scatola! Ora ricordo. Lʼho chiuso nella grande scatola (...) che tengo in fondo allʼarmadio a muro. (...) Ormai non posso più tirarlo fuori. Perché lʼarmadio è troppo profondo . Ma chi rappresenta il professore, con la sua cartella, la sua voce e il suo corpo, il suo passato, denso di misteriosi significati? È come la luna che deve indicare il cammino ad una ragazza che non conosce sé stessa? È la coscienza che non vuole emergere dalla profondità dellʼanimo? O più semplicemente un amico più anziano al quale aggrapparsi per diventare adulti e fuggire alla solitudine dellʼesistenza? Non lo sapremo mai perché il romanzo non ha una conclusione. Sappiamo soltanto che quando lʼanziano professore morirà, «nelle sere cosìʼ», la ragazza aprirà la cartella e guarderà allʼinterno. > Ma nella cartella non cʼè nulla, solo il vuoto, un vuoto che va espandendosi. Un vuoto senza speranza che ingloba ogni cosa . Per definire in qualche modo questo racconto, che peraltro non vuol farsi etichettare, potremo dire che il romanzo esprime la sofferenza esistenziale, non solo giovanile. Lungo la narrazione scopriamo che anche il professore ha sofferto per vicende a lui incomprensibili, come la fuga e la morte improvvisa della moglie. Lʼanziano amico non è quindi una fonte di saggezza e di sicurezze, ma è pure lui, come la ragazza, un intreccio di certezze e dubbi, di aspettative e delusioni. La loro relazione, anche intima e non solo spirituale, è il frutto di due anime affini, che cercano di appoggiarsi vicendevolmente, di affrontare insieme lʼesistenza. Non si riconduca il senso del racconto alla storia banale di una relazione tra una giovane e il suo vecchio professore.La lenta accettazione del loro amore nasce dal timore di aprirsi allʼaltro, di riconoscere che si è una persona solo attraverso unʼaltra persona. Tipicamente giapponese, il romanzo assume in tal modo una valenza universale. Il fascino di questo breve romanzo risiede nello stile narrativo: delicatamente ironico, pensosamente gentile, i due protagonisti, i meravigliosi paesaggi giapponesi, ed infine la scrittura ci conducono soavemente e piacevolmente lungo un percorso che poteva rivelarsi cupo e pesante. Dispiace che la trama sia fragile, sovente dispersiva e ripetitiva. Una curiosità: leggendo il romanzo scopriremo come la cucina giapponese non sia solo sushi e pesce crudo, possiamo imparare molte interessanti ricette. Perché leggerlo? Tipicamente giapponese e quindi unico.

Hiromi KawakamiGiulio Einaudi
Una casa fuori dal tempo
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Una casa fuori dal tempo

> S'avvia tra i muri, e preda della luce..../forse eri tu, ora è un'apparizione/o forse è tutto ciò che non ha pace/ (...) E' una figura, non ha requie.../è nostra la credevo una chimera ( da «S'avvia tra i muri» della raccolta Avvento notturno di Mario Luzi).  Vengono in mente questi versi leggendo questo romanzo, che parla di presenze fuori dal tempo, ombre e luci che vivono d'inverno nel regno dei morti e d'estate in quello dei vivi, come nel mito di Persefone.  Di certo Vera, questa timida ragazza inglese del primo Ottocento, non si sarebbe aspettata di avere un'esperienza incredibile: divenire l'amica di Ginestra, cui spetta vivere per l'eternità come Persefone, in bilico tra l'oltre tomba e il mondo dei vivi. La storia inizia in Inghilterra. Vera è orfana di entrambi i genitori e ha solo un fratello maggiore, Caspian, appassionato di archeologia. Vera studia italiano nelle scuole londinesi fondate dall'esule Mazzini (ho apprezzato questo riferimento a un ruolo importante e dimenticato del fondatore della Giovine Italia). Caspian decide di portare la sorella con sé a Pompei, dove è impegnato negli scavi.  Vera si muove libera tra le pietre della città romana, quando le compare a fianco Ginestra. Come nella poesia di Luzi Vera si accorge dell' improvvisa presenza di Ginestra > non dal rumore, perché non ne fa: a farla voltare è un risucchio, un vuoto d'aria, come quando stai volando troppo in alto su un'altalena. Ginestra è > alta come lei, (...porta sandali piatti, di cuoio rosso un po' sbucciato... , ma è inutile descriverla, è meglio ammirare il ritratto che ha fatto la disegnatrice Elisabetta Stoinich delle due ragazze, insieme, con le mani affettuosamente intrecciate come due amiche, sbarazzine, piene di vita, sorridente Vera, leggermente malinconica Ginestra nella sua tunica romana e i suoi capelli ribelli, così somigliante ma così diversa da Vera, col suo composto abbigliamento vittoriano. Ma perché si percepisce in Ginestra una lieve malinconia? La ragazza sa che perderà Vera all'arrivo dell'inverno così come non potrà più vivere come i mortali. C'è una svolta nel racconto; gli archeologi riescono a riprodurre in un calco la figura di una donna morta nella grande eruzione del Vesuvio, questa donna è la madre di Ginestra. L'attesa eterna di Ginestra è divenuta inutile, ha potuto rivedere la madre, può abbandonare il regno dei morti. Chiede alla Dea il permesso di lasciare l'allegra e vacua comunità delle compagne; in cambio della libertà la Dea vuole Vera. Prevale l'amore e Ginestra si condanna alla prigione eterna. > Sono scivolate via l'una dall'altra, le mani strette si sono separate, l'intreccio delle dita si è sciolto. La terra si è spaccata davanti a loro, allontanandole. (...) Invece di far cadere Vera nella voragine (...) Ginestra l'ha guardata negli occhi per un lungo istante. Tornando nella fredda Londra, Vera si ricorderà dell'amica e del suo sacrificio? Beatrice Masini ha scritto un romanzo delicato, soffuso, quasi evanescente. La passione per la mitologia greca e l'archeologia l'hanno spinta a intrecciare il percorso di formazione di Vera, una vera e propria rinascita, con la storia dei primi scavi di Pompei, tra conservazione e avidità di guadagno, tra nuove tecnologie e il faticoso e pericoloso lavoro degli operai. Si pensi alla bella figura del piccolo Nico, costretto a lavorare ancora bambino, e alla descrizione dei calchi, un metodo largamente diffuso nell'Ottocento anche per divulgare e mantenere le opere dell'antichità. Questi riferimenti realistici sono il contorno di una storia di forte impronta filosofica: il tempo, > che erode e non lascia nulla intatto. Il tempo che ha sempre fame, e mangia tutto. Invece prima -- prima, adesso, dopo, quando era, quando è stato, quando sarà -- di là, prima, era, è tutto così perfetto e levigato. Sovrastata da cotanta metafisica la trama ne risulta schiacciata, indebolita, fragile; i protagonisti non sono approfonditi in termini esistenziali e psicologici, a cominciare da Vera e Ginestra.  La scrittura è elegante e musicale, ben corredando la lieve malinconia della storia. Le frasi sono sinteticamente perfette, il lessico è ricco eppure moderno. Il lettore scivola leggero attraverso il bell'italiano, ma ad un certo punto si chiede: dov'è il fuoco in tanta virtuosità stilistica? Perché leggerlo? La trama è fragile ma è piacevole da leggere.

Beatrice MasiniOscar Mondadori
Chicago
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Chicago

Il libro è un insieme di storie di egiziani che lavorano e studiano a Chicago, presso lʼuniversità di medicina. In alcuni casi si tratta di persone ormai avanti negli anni, che si sono affermate e apparentemente integrate nella società americana. In altri casi sono giovani ricercatori, che hanno ricevuto una borsa di studio dal governo egiziano e che , quindi, dipendono per il successo della loro carriera dalle autorità del proprio paese. Devono impegnarsi duramente per ottenere ottimi risultati accademici, ma devono anche stare molto attenti a non assumere atteggiamenti critici o semplicemente irriverenti del regime egiziano, allora quello di Mubarak. Le storie si sviluppano autonomamente, intrecciandosi solo a tratti. Shaima è una giovane molto devota, che > a dispetto delle sue eccezionali doti scientifiche, era di unʼignoranza abissale per quanto concerne gli strumenti utili per sedurre un uomo . Già sulla trentina, incontra un collega egiziano, del quale si innamora e con il quale scopre le delizie del sesso. Questa vicenda sembra evolversi verso un lieto fine, quando Shaima si ritrova incinta e, dinanzi al diniego spaventato del giovane ( un figlio disturberebbe la sua carriera accademica), è costretta ad abortire, pur contro le sue convinzioni religiose. Marwa ha sposato, prima di trasferirsi in America, un giovane allʼapparenza brillante e serio. In realtà il marito si rivela uno squallido individuo: avido, autoritario,infido, con gusti sessuali perversi e violenti, e per di più spia dei servizi segreti egiziani. Marwa vorrebbe divorziare ma trova lʼopposizione dei genitori ed allora, furbescamente, crea una situazione per la quale la separazione diviene inevitabile: il marito è disponibile a concederla ad un potente personaggio dei servizi segreti, pur di aver garantita la carriera accademica, pregiudicata dalla sua totale insipienza come ricercatore. Se i giovani sono costretti a muoversi, chi ingenuamente e chi con astuzia, negli spazi ristretti concessi da una società repressiva ed ipocrita, a questo destino non sfuggono gli stessi adulti. Saleh ha preferito fuggire dallʼEgitto abbandonando la donna amata, della quale soffre, ancora dopo tanti anni, il pesante rimprovero: «È proprio un peccato che tu sia un vigliacco!» esclamò la ragazza dicendogli addio. Saleh si è sposato con una americana ma è stato per lui un matrimonio di convenienza, tantʼè vero che la nostalgia per la madre patria diviene ad un certo punto irrefrenabile e assume persino aspetti feticistici, come indossare i suoi vecchi abiti egiziani. Vorrebbe riabilitarsi rispetto dimostrando alla donna amata di essere un uomo coraggioso che rischia per le sofferenze del suo popolo. Non ci riesce, perché in fondo è un codardo, e quindi si uccide. Anche Rafat si è sposato con una donna americana, dalla quale è nata una figlia. In un drammatico incontro tra padre e figlia ( in un ultimo tentativo di salvarla dalla droga) la ragazza svela con violenza la finzione su cui Rafat ha appoggiato tutta la vita: > sei un impostore ( gli grida), un attore fallito, che recita una parte cretina che non convince nessuno. Cosa sei? Egiziano o Americano? Naghi è un idealista, aperto alle nuove esperienze che gli concede la società americana, convinto che occorra lottare per la libertà e la democrazia del proprio paese. Si muove al di fuori degli schemi, spesso esponendosi in un ambiente infido, quale quello degli egiziani allʼestero. Incontra una ragazza ebrea, con la quale ha una relazione sentimentale, fatta di passione, di affetto e di scoperta reciproca. Riceve la visita di un esponente dei servizi segreti egiziani, che lo invita ad abbandonare le velleità rivoluzionarie e gli fa sapere che è in possesso di riprese dei suoi amplessi focosi con la giovane ebrea. Chi può aver collocato una telecamera nascosta nel suo appartamento? Paradossalmente Naghi accusa lʼamica, tanto profonde sono la diffidenza e le barriere tra i due popoli. > Per quanto forte sia il tuo amore ( dice la ragazza) non ti scorderai mai che sono ebrea. Posso essere sincera con te finché voglio, la tua fiducia in me sarà sempre fragile . Anche Naghi, che vorrebbe essere un poeta, non sfugge al destino di finzione e di sospetto generato da una società repressiva. Tutte le storie si sviluppano in parallelo creando un caleidoscopio di vite, voci ed immagini, tale che è difficile cogliere un comune filone narrativo. I bozzetti di cultura egiziana, costruiti con sottile ironia, gli abili tratteggi dei personaggi e delle loro vicende, nonché la descrizione dettagliata delle propensioni erotiche dei personaggi e delle coppie, sono una trappola che rinchiude il lettore nelle particolarità facendogli perdere il senso complessivo del romanzo. Senza dubbio cʼè una critica alla società egiziana. Ma è probabile che il significato nel libro risieda nellʼinfelicità creata dagli schemi repressivi della società. Esiste un legame tra sistema sociale ed istituzionale ( la mancanza di democrazia) e il destino individuale, anche quello appartenente ai sentimenti intimi e familiari. E che questo non sia solo una caratteristica del mondo egiziano appare evidente dallʼunica storia, nella quale i personaggi non sono del paese nord africano. Graham è un professore sessantenne, libertario ed eccentrico. Incontra Carol, una donna di colore, con la quale porta avanti una meravigliosa relazione dʼamore. Ma Carol, perché nera, non trova lavoro, finisce a fare la modella ed è spinta a concedersi ad un importante dirigente di una azienda. Si amano, eppure la segregazione sociale distrugge il loro rapporto, perché non si sfugge agli effetti devastanti di una società ineguale, anche se formalmente democratica. Aswani è un abile scrittore, ma la struttura narrativa basata su racconti multipli e paralleli non si può prolungare a lungo senza appesantire la narrazione e disperderla in troppi rivoli. Dʼaltra parte non esiste una trama complessiva che permetta di riprendere il filo del romanzo, per cui alla fine la narrazione risulta prolissa e poco avvincente. Perché leggerlo? È un insieme di bozzetti piacevoli e intriganti.

al-Aswani AlaFeltrinelli Editore
La Ciociara
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La Ciociara

Per Moravia La Ciociara > era il suo omaggio di romanziere alla Resistenza come fatto collettivo . Lʼambiente è la Ciociaria, a sud - est di Roma, il contesto storico è il periodo tra lʼottobre 1943 e il giugno 1944, quando questo territorio fu sconvolto dal lungo stallo nellʼavanzata degli alleati, a causa delle linee di fortificazioni di Cassino e del fallimento dello sbarco di Anzio, nel gennaio del 1944. La narratrice e protagonista del romanzo è Cesira: cresciuta in Ciociaria, ha sposato un bottegaio romano, un uomo che la disprezza, chiamandola «la burina». Ed infatti Cesira è rozza, plebea e contadina, ma forte e concreta, grande ed esperta lavoratrice. La sua vita ruota intorno alla casa, al negozio, e alla figlia Rosetta. Così la descrive la madre allʼinizio del racconto: > aveva un viso come una pecorella, con gli occhi grandi, di espressione dolce e quasi struggente ; in seguito dovrà ammettere > che questa perfezione era fragile e quasi artificiale, come quella di un fiore cresciuto in una serra calda . Per Cesira la guerra è lontana ( > sti figli di mignotte, si scannino tra di loro finché vogliono, che ce ne importa a noi della loro guerra? ). E come dirà un altro personaggio, > la guerra è brutta soltanto per i fessi. (...) Vengano i tedeschi, vengano gli inglesi, vengano i russi, quello che per noialtri negozianti deve contare soprattutto è pur sempre il negozio e se il negozio va bene, tutto va bene . Così la pensa anche Cesira, si arricchisce infatti con la borsa nera per tutti gli anni della guerra. Dopo lʼ8 settembre Cesira si ritrova piena di denaro ma senza provviste, costretta a fare la fame. Decide di lasciare Roma e andare in Ciociaria, presso i genitori. Il treno porta le due donne sino a Fondi, dove la linea si interrompe. Trovano alloggio presso una losca famiglia, che abbandonano in fretta perché Rosetta ha subito le proposte indecenti di un piccolo gerarca fascista. Scappano, quindi, in montagna, in un misero villaggio di pastori, dove hanno trovato rifugio numerose famiglie, fuggite da Fondi. Nelle lunghe pagine dedicate alla vita comune degli sfollati e dei contadini, Moravia parla di una sua esperienza personale, al punto che avvenimenti e protagonisti sono i medesimi del suo diario di quei giorni terribili, quando fu costretto con Elsa Morante a ripararsi in Ciociaria. La narrazione, scorrevole ma prolissa, è portata avanti abilmente, procede bene nel contrasto tra i fatti terribili della guerra (desolazioni, bombardamenti, rastrellamenti, violenze) e la splendida indifferenza della natura, che segue, immutabile e cinica, lʼeterno ciclo delle stagioni. Il racconto sembra sospeso, in attesa dellʼarrivo degli alleati, che dovrebbero portare «lʼabbondanza». Compare Michele. un giovane intellettuale, fermo nelle idee e coraggioso nei comportamenti. A differenza di Rosetta, che deve la sua innocenza allʼignoranza, Michele è ben consapevole di ciò che accade, dellʼoppressione nazi- fascista, che non riguarda solo il piccolo mondo degli sfollati, ma tutta lʼItalia, condotta ad un generale disastro materiale e morale. Figura positiva, è come imprigionato nella vita degli sfollati, nella misera e ignavia quotidianità dellʼattesa, solo attenta a sopravvivere in qualche modo. Finalmente arrivano gli alleati; dovrebbe essere la liberazione, ed invece la situazione precipita. Alcuni tedeschi prelevano Michele, che poi uccidono, quando il giovane si schiera in difesa di una famiglia di contadini: Michele muore da eroe. Le due donne sono sorprese, sole ed isolate, da un gruppo di soldati alleati, i quali violentano Rosetta. Lo stupro cambia la ragazza; lei così innocente dichiara alla madre stupefatta: > lui o un altro per me fa lo stesso. (...) Voglio fare lʼamore perché è la sola cosa che mi piaccia e mi sento di fare. E dʼora in poi sarò sempre così . Lo stupro, la morte di Michele, la guerra cambiano profondamente anche Cesira: era una donna sicura, diviene incerta, tormentata, tanto che i suoi sonni sono attraversati da incubi, quasi che solo il mondo onirico le permetta di ritrovare lʼoriginaria solidità; in uno di questi sogni immagina che Rosetta si sia sposata e che «si sbottonava il corpetto e dava la mammella al pupo», ma era Rosetta o quella povera pazza che aveva incontrato vagare nella campagna, in mezzo alle desolazioni della guerra? Quali che fossero le intenzioni, lʼautore non riesce ad esprimere la tragicità della guerra ai civili, e ciò per due motivi. Innanzitutto prevale un forte pessimismo sulla natura degli uomini, che conduce allʼaccettazione di quanto avviene, a non ribellarsi, a subire; atteggiamento che non viene certo riscattato dallʼultimo capitolo, nel quale il dolore sembrerebbe ridare prospettiva a Rosetta e a Cesira. È una appendice ipocrita e dolciastra, utile ad evitare un finale troppo cinico per trovare accoglienza presso i lettori. In secondo luogo, la metamorfosi di Rosetta, da brava ragazza a «mignotta», è inverosimile (si supera così facilmente uno stupro?), sa di morboso e rispecchia lʼidea tipicamente maschile sulla natura sensuale della donna. Insomma, la violenza sessuale di gruppo sarebbe stata una iniziazione, un modo brusco per conoscere «le cose brutte» del mondo. Dʼaltra parte > lei adesso ci aveva preso gusto a quello che i marocchini le avevano imposto con la forza . Da momento catartico lo stupro diviene lʼinesorabile destino di tutte le donne. Non si può essere accusati di essere politicamente corretti se si dice che questa visione di Cesira - Moravia è insopportabile, oltre a far perdere tensione allʼ intera storia. La trama è costruita mirabilmente, i personaggi sono ben disegnati, la scrittura è fluida, agevole e perfetta con il suo arioso periodare. Il lettore viene condotto per mano sino allo stupro, preannunciato lungo tutta la narrazione da lievi accenni e da fugaci episodi; quando accade appare inevitabile. Moravia conferma le sue grandi doti di scrittore. Perché leggerlo? Cesira è una vittima e la sua storia è emblematica di quanto accade ai civili in tutte le guerre.

Alberto MoraviaBompiani
Con gli occhi del nemico
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Con gli occhi del nemico

Questo libro raccoglie quattro conferenze tenute da Grossman tra il 2004 e il 2006. Due di queste riguardano la natura dello scrivere, le altre affrontano la situazione «spaventosa e ambigua e complessa» di Israele. Ciò che unisce la riflessione sulla letteratura con quella sulla politica è la missione della scrittore: per Grossman consiste nel rifiuto alla > rinuncia alla possibilità di capire cosa io pensi veramente... Sicché, forse, sarebbe meglio non pensare, non sapere, affidare il compito di pensare, di agire e di stabilire norme morali a chi certamente ne sa più di me . Grossman condivide quanto sostiene Vargas Llosa, nella prefazione a «la Zia Julia e lo scribacchino»: la letteratura prende le mosse dal dissenso di chi scrive rispetto al mondo, da > quel che lui vorrebbe sopprimere, aggiungere o correggere nella vita . Il punto di partenza è, tuttavia, una ricerca interiore, che richiama a Pamuk, per il quale > essere scrittori significa prendere coscienza delle ferite segrete che portiamo dentro di noi («la valigia di mio padre»). Per lʼautore israeliano,infatti, > lʼimpulso primario che innesca e muove la scrittura è il desiderio di inventare e raccontare una storia, e conoscere se stessi. Del resto, più scrivo e più mi rendo conto della forza di un secondo impulso, che collabora e completa il primo: il desiderio di conoscere il prossimo dallʼinterno, da dentro... sentire che cosa significa essere unʼaltra persona . E quindi il movente fondamentale > è lʼaspirazione a rimuovere, volontariamente, ciò che mi difende dallʼaltro , per superare > lo sforzo che facciamo per non scoprirci completamente con lʼaltro... per preservare...il telaio in cui è contenuta, a volte imprigionata, la nostra multiforme ed erratica psiche . Il perno di questo passaggio dalʼ io agli altri è costituito dai personaggi. > Scrivere un romanzo significa, in larga misura, essere totalmente responsabili di qualche decina di personaggi . Per spiegare questa affermazione, rilevante alla luce della povertà descrittiva e psicologica di tanti romanzi moderni, Grossman si affida ad una indovinata metafora. Lo scrittore è come qualcuno che tiene decine di persone imprigionate in cantina. > Ogni tanto gli converrà far quattro chiacchiere con loro...provare a calmare le tensioni... ascoltare le loro storie e i loro ricordi, a rammentare loro tutto quello che resta ancora da sognare, da rimpiangere, affinché dimentichino per un momento la fossa soffocante in cui si trovano . Dallʼattenzione sui personaggi discendono i compiti, che Grossman affida alla politica. > Se cʼè una cosa che vorrei sperare che politici e uomini di governo possano prima o poi imparare dalla letteratura, è proprio questo modo di votarsi a una situazione, e alle persone che vi sono intrappolate , a causa in misura non irrilevante delle trappole che gli stessi politici e uomini di governo hanno contribuito a creare. Lʼaccenno alla responsabilità della politica conduce alle conferenze che parlano della drammatica situazione di Israele. Non si può non ammirare il coraggio, ma anche la dignità, di Grossman nellʼaccusare frontalmente le responsabilità del governo di Israele nel perseguimento di una politica di aggressione, che sta conducendo ad uno snaturamento dei fondamenti stessi dello stato di Israele, delle sue istituzioni, della stessa legalità, mettendo in moto un processo, che sembra irreversibile, di «smarrimento e di smembramento.. del corpo pubblico, sociale». Tuttavia, la riflessione più interessante di Grossman riguarda un aspetto che spesso non viene sottolineato: la graduale scomparsa del > modello dellʼebreo universale, cosmopolita, che aspira a compiere una missione intellettuale e morale , sostituito dallʼutilitarismo, dalla forza e dalla competitività aggressiva. Se la terra di Israele doveva essere negli ideali del sionismo un modo per porre fine alla Diaspora, rendendo il popolo ebreo finalmente «uguale» agli altri popoli, la paura e lʼostilità verso gli altri (innanzitutto verso i palestinesi) perdurano gli schemi psicologici e spirituali della Diaspora, questa volta in chiave aggressiva. Da oppresso il popolo ebraico diviene oppressore. È inutile cercare nelle conferenze di Grossman la leggerezza e la sottile ironia di Pamuk o di Vargas Llosa. Non è solo lo stile dello scrittore, sempre serioso, complesso e meditativo. È il dramma dellʼuomo, come persona (innanzitutto come padre per la perdita del figlio), come israeliano, che assiste al dissolvimento del proprio popolo, come ebreo, dinanzi al tradimento di valori millenari, che impedisce a Grossman di lasciarsi lontano le tinte cupe e drammatiche. Lʼangoscia che trasuda dalle parole, il taglio filosofico delle considerazioni, il senso di un destino ineluttabile, al quale si può contrapporre solo lʼutopia, rendono la lettura pesante ed impegnativa, a tratti ripetitiva. Solo in alcuni momenti ci si immedesima emotivamente con lo scrittore. È quando, nella splendida commemorazione di Rabin, chiede con dignità di non giudicarlo con commiserazione ed indulgenza perché mosso da un «sentimento di rabbia e di vendetta» per la terribile tragedia della morte del figlio. Anche il dolore può essere usato dal potere per far tacere il dissenso e la critica! Perché leggerlo? Le riflessioni sullo scrittore e sulla letteratura sono particolarmente interessanti.

David GrossmanOscar Mondadori
Le Confessioni d'un italiano
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Le Confessioni d'un italiano

Carlino è il figlio naturale della contessina di Fratta e cresce presso gli zii, lasciato alla cura dei servi e considerato come un «parente di serie B». Presso il castello di Fratta, vive anche la cugina, una bambina più piccola di Carlino, di nome Pisana. Carlino si innamora sin da ragazzo della Pisana, una ragazza sempre più vivace e imprevedibile, che ha con Carlino un rapporto controverso: ne ricerca la protezione e l’affetto quando ne ha bisogno per poi ferirlo nei sentimenti frequentando altri ragazzi e trattandolo male. Il romanzo (fine ‘700 metà ‘800) è la storia di questo amore, accompagnata dalla nostalgia di un’infanzia, povera e trascurata, ma felice e spensierata. Le vicende politiche (la vecchia società feudale di provincia, la decadenza di Venezia, il periodo napoleonico, la restaurazione ecc. ) sono importanti ma di contorno a questo rapporto travagliato ma profondo che lega Carlino e la Pisana. I due si mettono assieme e poi si lasciano per ritrovarsi infine in un continua lotta di sentimenti e di ruoli reciproci, che prescinde da tutti gli sconvolgimenti che li circondano e nei quali sono profondamente immersi. Emergono due temi, tipicamente romantici ma di grande attualità:la nostalgia per l’infanzia: > eravamo felici senza fatica, felici senza saperlo... per me gli è vero ci fu anche lo spiedo da girare; ma perdono anche allo spiedo, e vorrei volentieri girarlo ancora per riavere l’innocente felicità di una di quelle sere beate, fra le ginocchia di Martino, o accanto alla culla della Pisana . Ma il ricordo dell’infanzia e delle persone si perde lentamente in una lunga vita: > ombre dilette e melanconiche delle persone che amai, voi vivete ancora in me... la gioventù rimase viva nella mente dell’uomo; e il vecchio raccolse senza maledizione l’esperienza della virilità . Domina quindi una diffusa tristezza, una rassegnazione che nasce dalla consapevolezza che tutto scompare come il grande amore: > perdonami di averti amato alla mia maniera, dice la Pisana in punto di morte, di aver sacrificato te a un mio ghiribizzo strano e inconcepibile, di non aver cercato nella tua vita altro che un occasione di appagare le mie strane fantasie!... Tu non dovevi capirmi, tu dovevi odiarmi, e invece mi hai sopportato! . Incomprensibilità dell’amore, dell’affetto che lega due persone e le spinge a volersi bene nonostante tutto. E il romanzo si chiude proprio con un inno all’amore per la Pisana: > ti intravvedo azzurrina e compassionevole al raggio morente della luna (siamo in pieno romanticismo)... sperammo ed amammo insieme... senza di te che sarei io mai? . Un altro tema del romanzo è costituito dal trapasso dalla società aristocratica a quella borghese, dalle speranze di unʼItalia libera e dalla crescente delusione di questo disegno. Un altro tema è senza dubbio rappresentato dal pessimismo sull’animo degli italiani, sulla loro strutturale incapacità di essere un popolo libero ed «etico». Si tratta, come già detto, di contorni, di contesti all’interno dei quali si sviluppano i veri filoni conduttori del romanzo. Se è vero come dice Goffredo Bellonci che il romanzo non è solo il romanzo della Pisana, in quanto l’autore intende descrivere il percorso verso una crescente consapevolezza dell’individuo e di un popolo che trova in sé la forza della rinascita, è pur vero che la rete dei sentimenti è quella che dà modernità ed attualità al romanzo. Il romanzo è molto lungo e prolisso. Le prime duecento pagine (l’infanzia nel castello di Fratta) sono molto belle, veloci, fresche, briose e ironiche. Si leggono tutte di un fiato. Poi il romanzo assume un ritmo discontinuo, spesso lento e pesante, talvolta inutile. Il lettore ci si perde e a fatica prosegue nella lettura.

Ippolito NievoLe Monnier
A conquistare la rossa primavera
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A conquistare la rossa primavera

Scritto nei giorni immediatamente successivi al 25 aprile 1945, questo libro è un romanzo autobiografico, ricordo di > cose vissute, e ancora vive dentro, prima che il tempo abbia placato il tumulto dei sentimenti ( Giorgio Amendola nota introduttiva allʼedizione del 1975). Lajolo, nome di battaglia Ulisse, ha partecipato, credendoci, a tutte le guerre fasciste. Il 25 luglio 1943, giorno delle dimissioni di Mussolini, lo sorprende attonito. > È la fine... la gente grida di contentezza... ho il gelo sulla fronte, la camicia dʼordinanza mi stringe alla gola come un laccio.... ora cominciano i lunghi giorni di tristezza . Cosa fare? Da un lato la sua storia personale lo spinge ad impegnarsi nella repubblica di Salò, dallʼaltro lato sente dentro > qualcosa di inconciliabile ( che) mi diceva di non accettare. Non sapevo ancora bene distinguere cosa fosse.... ma capivo, anche se in modo indefinito, che in quel posto sarei stato sulla falsa strada, non avrei fatto del bene al paese... (e) uscivo per la campagna. La terra incrostata ed arida pareva si fosse ritirata in se stessa, gelosa e paurosa di vedersi scoperta . Per un uomo dʼazione, come Lajolo, il tormento spirituale non può durare a lungo e non si risolve con la meditazione. Saranno i giovani del suo paese ( Vinchio dʼAsti) e la sua terra ( le Langhe) a fargli scegliere la via. > Quei ragazzi miei, che al buio sʼerano tutti alzati al cenno di chiamata, pronti a dare la vita, mʼavevano detto che quello era lo spirito patriottico vero... ( sono) gli stessi ragazzi che erano partiti tante volte a far la guerra . > La mia terra! Non potevo tradirla perché la sentivo dentro la mia carne. La mia terra, con i suoi paesi e le case basse multicolori, coi tetti corrosi e splendenti, e le cascine con gli orti circondati da canneti sottili... forse mai come in questi tempi avevo conosciuto da vicino la mia terra . E sono proprio la solidarietà tra combattenti, scandita da un elenco minuzioso di nomi dei compagni partigiani, e le immagini della «cara terra astigiana» a costituire i pregi distintivi del romanzo. Lʼautore non ci si può soffermare a lungo perché le azioni si susseguono con un crescendo di intensità e drammaticità sino al terribile inverno 1944-45. In quei mesi i nazifascisti sviluppano il massimo sforzo per distruggere le forze partigiane, che erano riusciti a costituire nelle zone adiacenti ad Asti quella che è stata chiamata la repubblica del Monferrato. È un inseguimento partigiano per partigiano, che porta anche a crudeli rappresaglie contro la popolazione civile. Lajolo, ormai uno dei capi della Resistenza, si nasconde, con alcuni compagni, in tane e cascinali, nascosti nella boscaglia. La narrazione ricorda le pagine del Partigiano Jonny, ambientato sempre nelle Langhe e nello stesso periodo. Ma il racconto di Lajolo è freddo, scarno, minuzioso, e proprio per questo emozionante e coinvolgente. Sempre prevale in Lajolo la fraternità con i compagni, un legame intriso di ammirazione, affetto e comprensione, anche verso quelli che, ad un certo punto, si danno alla fuga Talvolta affiora la retorica, ma essa viene decisamente ricacciata indietro da uno stile asciutto, quasi da resoconto militare. Dʼaltra parte Lajolo è ben cosciente di combattere una guerra civile. > Sono i tristi pensieri che ci schiude in cuore la crudeltà della guerra civile, quando sei costretto a far la guerra tra le tue case . E sorgono allora domande angosciose. > Perché, mi domando, hanno imparato a soffrire, perché dopo tanti anni di guerra hanno sentito il bisogno di combattere ancora? Durante la guerra partigiana Lajolo diviene comunista. Per nostra fortuna, lʼautore dà poco spazio alla discussione politica così come raramente approfondisce la sua maturazione ideologica. Quando lo fa, rapidamente il racconto scivola in frasi scontate, tante volte lette ed ascoltate. A noi, delusi e pessimisti, impressiona la grande speranza, che anima il mondo ideale dei protagonisti. Fa riflettere la sicurezza con la quale pensano al futuro: un grande cambiamento nella cultura, nellʼetica e nella struttura sociale. Che dire di questa convinta affermazione: > nessuno più ci intontirà con le parole. Noi abbiamo appreso a giudicare dai fatti, freddamente, passando tutti e tutto al vaglio della nostra coscienza . Perché leggerlo? Un ricordo «a caldo» della Resistenza, senza retorica.

Davide LajoloRizzoli
Cortocircuito
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Cortocircuito

Il libro è costituito da una serie di racconti, che trattano di storie di migranti stranieri in Italia. Nel primo, il Turbante, un sikh arriva nel nostro paese fuggendo la miseria e trova lavoro presso una fattoria in Toscana. Inizia un processo di avvicinamento, culturale e personale, tra la padrona di casa e lʼimmigrante, che condurrà la prima alla scoperta di un mondo e il secondo ad integrarsi gradualmente nei costumi del nostro paese: lʼabbandono del turbante e la rasatura della barba rappresentano lʼespressione visibile della frattura rispetto al paese di origine. Nel secondo racconto, il Cortocircuito, lʼinterruzione della corrente elettrica in un quartiere di Roma permette alla protagonista di scoprire un accampamento di migranti rumeni in un campo abbandonato, limitrofo al condominio Sono loro la causa del cortocircuito in quanto si sono collegati abusivamente alla rete elettrica; lʼintervento di riparazione comporterà anche la distruzione della squallida dimora ( una catapecchia senzʼacqua e servizi igienici), nella quale viveva questa povera gente. Il terzo racconto, Scuolabus, è senza dubbio il più bello, in quanto congiunge il tema dellʼimmigrazione con quello dellʼinfanzia. Una bambina ha come baby sitter una ragazza filippina. Di solito è la mamma ad accompagnarla al pulman della scuola, un bus giallo. Un giorno, però, la mamma si ammala ed è la ragazza filippina a portare la bambina alla fermata e, malgrado le proteste, la carica su un altro bus, di colore blu. La bambina si trova quindi a passare alcuni giorni in un altro asilo nido, con altre maestre e compagni. Cerca disperatamente di dire alla mamma dello sbaglio ma non viene creduta ed, anzi, alimenta nei genitori preoccupazioni crescenti per queste fantasie e presunte bugie. Alla fine la mamma si accorge dello sbaglio ma lʼerrore della ragazza filippina ha permesso alla bambina di scoprire un nuovo mondo. Il quarto racconto, Sospetti, parla di due migranti, unʼucraina ed una filippina, che badano a due donne anziane, tutte due sulle sedie a rotelle. Per una disattenzione delle due ragazze, si verifica un incidente mortale: le due donne muoiono, si apre unʼinchiesta della polizia che scagionerà le ragazze. Infine lʼultimo racconto, Il Gabbiano, prende il titolo dallʼomonimo scritto di Cechov. La vicenda è molto triste: la donna ucraina, che si accompagna con un italiano, vorrebbe ricongiungersi con il figlio, che è rimasto nel paese di origine. Riceve una proposta di matrimonio da un anziano, presso il quale lavora come badante. I figli si oppongono e la cacciano lasciandola senza lavoro. Inoltre lʼamico italiano reagisce con violenza e la donna decide di lasciarlo ritrovandosi di nuovo sola. I racconti rappresentano un percorso stilistico e contenutistico. Sotto il profilo del ritmo narrativo e della struttura della lingua, lʼautrice prende sempre più confidenza, passando da uno stile ancora incerto e basato su riflessioni a modalità narrative sempre più efficaci, che fanno emergere il senso delle vicende dal narrazione piuttosto che dalle considerazioni. Parimenti, lʼautrice passa dalla scoperta alla consapevolezza crescente di una desolazione e di una solitudine, che non è più sociologica ma esistenziale. Nel primo racconto prevale ancora la questione culturale e sociale, anche se allʼinterno di una sensibilità da scrittrice. > Il motivo per cui trattengo le domande sulla punta della lingua, non è solo la difficoltà di comunicare, quanto la convinzione di invadere con unʼindiscrezione troppo disinvolta, di stampo sfacciatamente occidentale, il suo mondo privato, distante anni luce dal nostro, e perciò pressoché inafferrabile . Alla fine del libro la risposta a questa ricerca di comunicazione è la solitudine, che abbraccia tuttavia sia il migrante che lʼitaliano. > Tu ricorda parole Cechov? Trigòrin dice lui sente come volpe che cani corre dietro, così sente io. Io corre, corre, corre, e cani corre anche dentro gambe. E Mascia dice che quando amore entra dentro cuore, meglio no, meglio caccia via, meglio dimentica. Io meglio senza, io meglio sola . Ma forse la risposta va ricercata nella disponibilità alla scoperta che anima la bambina di Scuolabus: lʼerrore della ragazza filippina le fa scoprire due asili nido profondamente differenti, uno moderno ed un di stampo tradizionale-religioso, ma alla bambina piacciono tutte e due e il suo vero problema è lʼaffetto della mamma. Perché leggerlo? È un libro apparentemente esile ma in realtà profondo. È piacevole da leggere e ha al suo interno un vero piccolo capolavoro: il racconto della bambina con il Scuolabus.

Un cuore così bianco
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Un cuore così bianco

Il romanzo si apre con un mistero (il suicidio della presunta prima moglie del padre di Juan, il protagonista e io narratore) e si chiude con la soluzione dell'enigma, che non dirò per non privare il lettore della sorpresa. Tra questi due lati del racconto, il segreto si svela lentamente, perché è in fondo sempre conosciuto, o sospettato: come Lady Macbeth nella tragedia shakespeariana, Juan vorrebbe conservarsi innocente, non sapere, anche se ha vergogna di avere «un cuore così bianco». E' vero che gli episodi che riaffiorano nella mente del protagonista paiono profetizzare lo svelamento del mistero. E' una successione di fatti, reali o immaginati; un susseguirsi sempre più confuso perché ribollente nella coscienza: durante il viaggio di nozze a Cuba la mulatta intravista dalla finestra dell'albergo (mentre la giovane sposa è a letto malata), lo confonde con l'amante che non arriva e gli urla > Io ti ammazzo ; la nonna racconta a Juan, ancora bambino, la leggenda di un serpente che ingoierebbe le giovani spose; il lungo racconto sull'amica Berta, che cerca incontri occasionali e lo costringe a guardare i video di un certo Bill, che non rileva il volto e fa richieste oscene, ben accolte perché > la condizione ideale è quella dell'attesa e dell'ignoranza ; persino la ragazza della cartoleria che ha fatto sognare l'adolescente Juan, perché lo rendeva > felice pensare al futuro astratto, era tutto rimandato, lei era lì un pomeriggio dopo l'altro, sempre localizzabile e non c'era motivo per concretizzare il futuro e farlo smettere di essere futuro.  Se il tema fosse quello di come noi rifiutiamo di riconoscere la «verità», il romanzo oscillerebbe tra il raffinato «Open City» di Cole Teju, in cui il protagonista analizza la propria vita non ricordando un episodio ignobile della propria giovinezza, perché non vuole sapere, e l'affascinante racconto di Salvatore Satta, «Il giorno del giudizio», in cui l'unica speranza è quella «di crearsi fantasmi, ai quali aggrapparsi» (si vedano le recensioni in questo sito).  In realtà c'è dell'altro. In uno dei capitoli più intriganti, Juan, per il suo lavoro d'interprete, deve tradurre la conversazione di due statisti: uno spagnolo e l'altro inglese. Stanco del difficoltoso procedere del dialogo, decide d'inventarsi quanto si dicono i due, portandoli a parlare dei loro sentimenti, anche quelli intimi. > Raccontare deforma, raccontare i fatti deforma i fatti e li altera e quasi li nega, tutto ciò che si racconta diventa irreale e approssimativo benché veritiero. (...) L'unica verità è quella che non si conosce e non si trasmette, quella celata e non controllata, forse per questo si racconta tanto e si racconta tutto, perché niente sia mai accaduto, una volta raccontato. E allora quando alla fine del romanzo Juan vede e ascolta il colloquio rivelatore del segreto, e lo fa solo attraverso uno spiraglio di una porta, la scoperta lo spinge a raccontare per nascondere disperatamente la verità in un frastuono di parole e immagini, perché il mistero sia «come pitture e nient'altro», come dice Shakespeare. Nell'appendice al romanzo Marìas sottolinea come solo la letteratura e le arti possono narrare l' enorme zona d'ombra della nostra esistenza,. Se però in «Domani nella battaglia pensa a me» questo approccio aveva creato una specie d'incantamento dentro cui si muovevano i personaggi all'interno di una trama strutturata, qui Marìas si è abbandonato a un fluire confuso di ricordi , al fascino del continuo ritorno, allo scorrere del tempo dove neanche le parole creano un pur esile ancoraggio (si vedano le recensioni del libro già citato e del «L' uomo sentimentale» in questo sito). Citando Ungaretti si potrebbe dire che il mistero in noi è indicibile, ma è compito della letteratura dare un ordine alla sua espressione, per evitare che ci perdiamo in una moltitudine di vocali e consonanti, di sillabe ed eleganti strutture sintattiche. Perché leggerlo? E' prolisso ma interessante.

JavierGiulio Einaudi