Archivio Libri

Berlin
RecensioneItaliano

Berlin

Nel sito abbiamo già pubblicato la recensione del primo racconto della grande saga di Berlino, scritta tra gli anni 2015 e 2018 da Fabio Geda e Marco Magnone (si veda «I fuochi di Tegel»). In una «Berlino logora e fatiscente», un'epidemia aveva sterminato tutti gli adulti e solo i minori di diciott'anni erano sopravvissuti: erano precipitati in un > mondo violento, primordiale, oltre al tempo, (che) stava rubando loro anche le parole . Devono continuare a vivere anche se > erano certi che qualcosa di orrendo sarebbe saltato loro addosso da un balcone, o da dentro una macchina, cogliendoli alla sprovvista . Si sono raggruppati in gruppi con valori e dinamiche differenti,  all'interno di un muro che circonda tutta Berlino, una sorta di prigione che li protegge ma li obbliga ad un destino claustrofobico, vivendo pur sapendo che moriranno a diciott'anni. Se in «I fuochi di Tegel» gli autori avevano introdotto il contesto e i personaggi, i libri successivi narrano la vita in questo mondo selvaggio: nel «L'alba di Alexanderplatz» è la lotta contro una pantera, una bestia feroce che si nasconde nelle gallerie abbandonate della metropolitana; nel «La battaglia di Gropius» in un inverno glaciale, ormai esaurite le enormi quantità di cibo e di materiale da ardere dei supermercati e degli edifici abbandonati, sono la fame e il freddo a spingere ad una grande battaglia tra quelli di Tegel, guidati dalla selvaggia Wolfrun, e quelli di Gropius, con a capo l' esitante Jacob; nei «I lupi di Brandeburgo» i nostri eroi dovranno avventurarsi oltre il muro per salvare la piccola Nina; ed infine negli ultimi due libri ( «Il richiamo dell' Havel» e «L'isola degli Eroi») la grande saga si conclude in uno scontro tra  adulti e ragazzi, in un finale inquietante benché rischiarato da un epilogo hollywoodiano. Il racconto è caleidoscopico, ricco di sfaccettature e angoli di visuale, permettendo ad ogni lettore di seguire l'aspetto che più l'attrae, se non si vuole limitare all'avventura, sempre sorprendente ed affascinante. Trovare un filone conduttore sembra difficile ma è possibile se si seguono le vicende di un personaggio. Il sedicenne Jacob si è ritrovato suo malgrado ad assumere la guida del gruppo di Gropius; Sven, il precedente leader, è stata una figura carismatica, sicura nelle sue scelte perché sempre ispirato da valori di solidarietà e di pace. Jacob, invece, vorrebbe vivere ancora  la sua adolescenza (i primi amori, le amicizie, la nostalgia, la malinconia), ma non può, deve assumere le sue responsabilità. E lo fa a modo suo, non sempre rispecchiando l'immagine che si ha della leadership: è esitante, pensa spesso a ciò che avrebbe fatto Sven o suo padre, prende non sempre decisioni che si riveleranno giuste. E' la sua coscienza a fargli fare la scelta fondamentale di tutta la grande saga. In un paesaggio ghiacciato ed ostile alcuni coraggiosi si sono avventurati oltre il muro, alla ricerca di Nina. Si imbattano in Wolfrun, la selvaggia condottiera del gruppo di Tegel, una nemica senza pietà mossa dall'odio verso la vita. Con il suo cavallo Wolfrun è caduta nell'acqua ghiacciata e morirebbe di certo se Jacob non decidesse di salvarla. > Jacob pensò a quell'idea di mondo che un giorno dopo l'altro avevano cercato di costruire, un mondo in cui non bastava salvare la propria vita per sentirsi salvi, e senza darsi altro tempo per riflettere tornò indietro . E saranno Jacob e Wolfrun, così diversi ma ora alleati e forse già innamorati, a guidare le ragazze e i ragazzi ad affrontare l'ultima e più impegnativa sfida. Abilmente costruito sotto il profilo stilistico e narrativo, pare di leggere un poema epico, una sorta di Eneide e Iliade messi insieme. Accanto alle grandi battaglie traspare il senso di umanità reciproca, una pietà virgiliana, radice di sentimenti familiari di cura e di amicizia. Certo il racconto descrive meccanismi di potere e di dominio sino all'atteggiamento razzistico degli adulti verso i giovani, ma i tanti personaggi positivi fanno sempre scelte in contrasto con il delirio della sopraffazione. Dispiace che gli autori abbandonino ad un certo punto la struttura portante della narrazione, ossia la riedificazione di una società libera dal peso e dagli errori dei «grandi», per andarsi a intrappolare (chissà perché) in una vicenda che richiama gli orrori del nazismo, appesantendo la narrazione in modo inutile e ridondante. Perché leggerlo? Cattura per l'ambiente e i personaggi

Fabio Geda & Marco MagnoneOscar Mondadori
Borders no Borders
RecensioneItaliano

Borders no Borders

Borders (2022) e No Borders (2023) sono due romanzi che sviluppano la stessa storia e vanno letti e recensiti insieme. Il comune filo conduttore può essere identificato in uno dei tanti riferimenti letterari presenti nei due libri: il racconto «I sette messaggeri» di Dino Buzzati. Il principe, partito a esplorare il regno di suo padre, dopo anni di viaggio, riconosce che > non esiste, io sospetto, frontiera. (...) Non ci sono muraglie di separazione, né valli divisorie, né montagne che chiudano il passo. Probabilmente varcherò il limite senza accorgermene neppure, e continuerò ad andare avanti, ignaro (vedi la recensione dei Sessanta Racconti di Buzzati in questo sito). I confini sono quelli tra i popoli così come le barriere che creiamo tra di noi. Dopo un' epidemia scatenata dalla rivolta dell'ambiente contro lo sfruttamento dell'uomo, i sopravvissuti si sono costruiti una città tecnologica, chiusa tra alte mura e circondata da un vasto deserto di cemento. In questa metropoli, chiamata Magnolia per evocare la crudeltà della Natura, > il passato è stato cancellato e così la letteratura del passato. (...) A Magnolia c'è solo una versione della nostra storia! Con cibo e assistenza premurosa hanno fatto diventare i cittadini dei servi fedeli incapaci di pensare! (...) tutto è ecosostenibile, riciclabile e interconnesso, dove la società civile è soddisfatta e la gioventù è forte delle proprie credenze, sprezzante delle antiche credenze. In questo mondo dove è vietata l'Utopia, continua a vivere un' anziana poetessa, che ha assunto il nome metaforico  di Olmo. Ha adottato quattro ragazzi. Hanno i nomi di dimenticati scrittori: Lindgren è una ragazza di colore, dai tanti capelli cespugliosi, e come Pippi Calzelunghe guarda il mondo dal suo punto di vista, volitiva e testarda; Dickens, come lo scrittore inglese, è un grande affabulatore > ma è così affascinante che te ne dimentichi ; Alcott, come l'autrice di «piccole donne», > è così serio, sempre pensieroso eppure sempre disponibile ad ascoltare ; Verne > vede oltre , capace di prefigurare il futuro in sintonia con gli animali e le piante. Tra i quattro c'è una forte fratellanza: sono cresciuti insieme, si sentono diversi rispetto ai coetanei e li guida Olmo, cantora di un mondo differente, di una Terra rigenerata a nuova vita, che  lei è convinta che ci sia ancora da qualche parte. E così quando Olmo li invita a lasciare Magnolia senza di lei, i ragazzi  si sentono abbandonati. > Vuoi fare di noi degli esploratori! In fondo a noi non tiene nessuno. Non valiamo nulla. Poi, capiscono che sono > i figli di Olmo, (...) Magnolia non può accettare la presenza di quattro giovani con la forza e il potere di Olmo. (...) Certo, hanno immagazzinato tutte le sue conoscenze , ma saprebbero usarle?. Come la protagonista del film «Povere Creature», che deve all'allontanarsi dal suo creatore per appropriarsi da sola del mondo, così i figli di Olmo sentono che devono andarsene. E' tempo di superare i confini, di andare verso l'ignoto, ripetendo un viaggio che hanno già intrapreso i grandi esploratori, e, più indietro ancora, gli Argonauti: la ricerca di una Terra Promessa, il perseguimento di un' Utopia. Lindgren, Dickens, Alcott e Verne abbandonano la sicurezza di Magnolia e si mettono sulla strada, come il padre e il figlio in «The Road» di Comac McCarthy (vedi recensione in questo sito); li aspetta una realtà desolata e mortifera prima, e poi una natura lussureggiante e selvaggia che si è riappropriata del pianeta; e infine una comunità di donne e uomini che cercano disperatamente di custodire il passato, per esempio i libri, pur in una vita regredita a livelli primitivi, mancando della tecnologia e della scienza.  Che cosa è meglio? La città super avanzata dove tutto è regolato e non esistono più le malattie, oppure tornare ai primordi dell'umanità, quando ci si batteva per sopravvivere e garantire la riproduzione della specie? E' qui l'Utopia: lottare per un mondo dove si realizzi l'equilibrio tra Tecnologia e Natura, tra Progresso e Libertà, e dove la Poesia possa tornare a essere la forza propulsiva dell'Umanità.   Accanto alla «Grande Storia» in cui si contendono le fondamentali forze materiali e ideali, c'è anche la vicenda dei quattro giovani. Uscire dall'ala protettiva di Olmo e di Magnolia li porta a incontrare altri giovani e a incrinare in tal modo i rapporti di fratellanza. Lindgreen scopre lentamente di essersi innamorata proprio del nipote del Dittatore di Magnolia, ma a differenza del Corsaro Nero (vedi recensione in questo sito) supera le barriere in un percorso graduale di crescente fiducia; Alcott incontra una giovane, che > cammina dritta come una regina, (...) usa parole insolite, (...) allevata dai personaggi dei suoi romanzi custoditi nella grande biblioteca del Faro dove vive in solitudine; Dickens si innamora, non sa perché, di una ragazza, che vuole vivere a Magnolia, là dove le donne non sono costrette a fare figli, come nel suo villaggio primitivo; ed infine Verne trovanella società tornata primitiva quel rapporto di amore con gli animali che ha sempre desiderato. Dapprima, gli intrusi sono accolti con diffidenza, rischiano di rompere la fratellanza, poi, l'affetto, la voglia di aiutarsi, la comprensione dell'altro li conducono a evolversi da gruppo chiuso a comunità aperta, dove i confini sono labili e in continuo movimento. Come dice il personaggio di Dino Buzzati, > Una speranza nuova mi trarrà  domattina ancora più avanti.... Non bisogna pensare che sia un romanzo di prevalenti disgressioni filosofiche. Il racconto è ricco di avventure, anche se prevale una dimensione lirica che sopravanza sempre la trama. La struttura narrativa è simile a quella di «The Road»; brevi capoversi quasi sé stanti, occasioni di descrizioni suggestive della natura e di approfondimenti psicologici dei personaggi, analisi peraltro sempre sospese; i colloqui, molto ben costruiti, sono alternati da rappresentazioni dettagliate ma fantastiche dell'ambiente: si pensi, al fascino del Faro sulla costa della Bretagna, uno dei momenti più intensi dell'intero romanzo. La scrittrice non riesce a creare colpi di scena, svolte drammatiche o momenti di vera tensione. Forse è un libro più rivolto agli adulti che agli adolescenti. Perché leggerlo? Piacevole, interessante, bella la figura di Lindgren.

I Buddenbrook decadenza di una famiglia
RecensioneItaliano

I Buddenbrook decadenza di una famiglia

Il titolo e lʼimpianto ottocentesco rimandano ad un grande romanzo sociale, che avrebbe al centro il tramonto di una famiglia dellʼalta borghesia mercantile. Come succede spesso per i libri importantii, via via che ci si inoltra nella lettura (e immaginiamo che sia accaduto anche allʼautore nello scriverlo), emerge un altro tema: la forza inarrestabile che porta al dissolvimento, al disfacimento e alla morte. Per esprimere il senso profondo del romanzo Mann ricorre genialmente alla musica. Lʼadolescente Hanno, ultimo discendente di una dinastia imprenditoriale, suona al pianoforte «una delle sue improvvisazioni». Esegue un motivo > semplicissimo, (...) unʼinvenzione di poco respiro, unʼinvenzione misera, la quale però acquistava un valore strano, misterioso e significativo . Dapprima il motivo è di sottofondo, sommerso da «scale movimentate», vigorose, quasi che incitassero a «sforzi sempre nuovi». Poi il primo > motivo tormentoso dolce e vagante, quel primo motivo misterioso , prende il sopravvento. > Le fu addosso la marea della cacofonie affioranti che si condensarono minacciose, si spinsero avanti, si ritirarono, sʼarrampicarono, sprofondarono e tesero di nuovo verso una mèta ineffabile che doveva arrivare, arrivare subito, in quellʼistante, nel tremendo apogeo in cui il tormento anelante era diventato intollerabile. E arrivò: non era più possibile fermarla, le convulsioni della nostalgia non si sarebbero più potute prolungare; venne come se un sipario si lacerasse, come se portoni si spalancassero (...) era il motivo, il primo motivo! Ciò che ha portato alla fine dei Buddenbrook non sono state le speculazioni rovinose, le dispersioni del patrimonio per matrimoni disastrosi, la concorrenza delle altre famiglie imprenditoriali; è stato un disfacimento intimo, una stanchezza, un lento ma inesorabile smarrimento della primitiva energia dei fondatori. Siamo a Lubecca, città anseatica sul Mar Baltico, e la storia si svolge tra il 1835 e il 1877. La ditta Johann Buddenbrook (fondata nel 1768), è allʼapice della ricchezza e del prestigio. Il romanzo ha come protagonisti i fratelli Antoine e Thomas. Le prime trecento pagine raccontano come la giovane Antoine, intelligente e irrequieta, rinunzi allʼamore per fedeltà alla «ditta», per contribuire con un matrimonio di interesse al buon nome e alla prosperità della famiglia. Già promessa sposa ad un commerciante di Amburgo, si innamora di un giovane, ma, leggendo il grosso fascicolo dovʼè riassunta la genealogia dei Buddenbrook, sente > come un brivido, (...) come un anello in una catena aveva scritto il babbo. Sì, appunto come un anello di quella catena lei aveva una grande importanza e responsabilità: era chiamata a collaborare con fatti e risoluzioni alla storia della famiglia . Antoine si consacra ad essere senza incertezze la vestale della famiglia, la depositaria di un decoro alto borghese. Emerge poi la figura di Thomas, il quale arriva al massimo della scala sociale, con lʼelezione al senato cittadino. > Thomas Buddenbrook (...) dimostrava nel viso e nel portamento un pronunciato senso di dignità; ma era pallido e specialmente le sue mani (...) erano bianche come i polsini che gli sbucavano dalle maniche nere, di un pallore gelido che rivelava quanto fossero fredde e asciutte. Quelle mani, le cui unghie ovali ben curate tendevano verso una tinta azzurrina, sapevano assumere in certi momenti, in certe posizioni di convulsa incoscienza, unʼespressione indescrivibile di sensibilità ostile e di ritegno quasi morboso, unʼespressione che fino allora era stata estranea e mal si adattava alle mani piuttosto larghe e borghesi, anche se ben modellate, dei Buddenbrook . Sin dallʼaspetto è evidente lʼintima sofferenza di Thomas, per il quale farsi carico della ditta e della famiglia è un dovere, e non un piacere. > Egli sentiva un vuoto nellʼanima. (...) Ma il suo bisogno di agire, la sua insofferenza di riposo, la sua attività era stata fondamentalmente diversa dalla tenace e costante laboriosità dei suoi padri: una cosa artificiosa dunque, un bisogno dei nervi, un narcotico, (...) un martirio . Ormai malato, Thomas confessa alla sorella come sempre più abbia imparato a voler bene al mare. > Onde lunghe come vengono e sʼinfrangono, lʼuna dopo lʼaltra, senza fine, senza scopo, folli e deserte . La sorella ammutolisce: > ma queste cose non si dicono! pensò guardando lontano per non incontrare gli occhi del fratello . E così quando nelle ultime pagine il romanzo discende con lunghe descrizioni della morte di Thomas e di Hanno, con tristi scene delle poche donne sopravvissute, inermi e sbigottite, alle tragedie che hanno distrutto i Buddenbrook, noi non ci stupiamo perché siamo ben consapevoli che sono venute meno le energie e il senso del sacrificio, lʼappartenenza ad una grande dinastia. Lʼattesa della morte è al centro del mondo di Thomas Mann; e questo romanzo non fa eccezione. Allʼinizio la morte sembra qualche cosa di lontano, perché la prosperità crea un clima di placida serenità borghese; solo le descrizioni dei personaggi e degli ambienti sono morbide, ambigue, decadenti. Eppure siamo nellʼottocento trionfante! Più che la trama è la scrittura che ci dà abilmente, soffusamente, il senso del disfacimento. Poi, da un punto in poi, la narrazione diviene palese: i racconti delle agonie e delle malattie (persino delle visite dal dentista), sono puntigliose, attente ad ogni sofferenza fisica e morale; gli ambienti sono opachi, grigi, privi di gioia; i personaggi sono sempre più tristi. Non è un romanzo sociale né psicologico; il contesto resta sempre sullo sfondo, i caratteri sono sviluppati tramite le sembianze fisiche, senza approfondimenti dei sentimenti e delle condizioni esistenziali: sono pennellati e non descritti. È la scrittura a parlarci, a rendere lʼatmosfera, a trasmettere il senso complessivo del romanzo. Perché leggerlo? È lungo, talvolta ridondante ma bisogna lasciarsi portare dalle parole.

Thomas MannOscar Mondadori
By the sea (sulla riva del mare)
RecensioneItaliano

By the sea (sulla riva del mare)

> Il mio nome è Rajab Shaaban. Non è il mio vero nome, ma l'ho preso in prestito. (...)  Apparteneva a qualcuno che conoscevo molti anni fa . Già da questa frase, che introduce uno dei due protagonisti, possiamo cogliere alcuni tratti distintivi del romanzo: la bugia, come sotterfugio e gusto di raccontare storie; il destino e l'assoluzione dalle colpe perché Shaaban è l'ottavo mese dell'anno, > quando sono decisi i destini dell'anno che viene e i peccati del vero penitente sono assolti ; la fuga dalla memoria, > prima che essa diventi così solida da tenerci in pugno e sovrastare ogni altro pensiero . Siamo pure dinanzi a un crocevia di civiltà e lingue: Shaaban è in Inghilterra e parla inglese, il luogo e la lingua del colonizzatore, proviene da Zanzibar e dall'Africa Orientale ma tutto il racconto è impregnato di cultura araba e della vicina India meravigliosa. Shaaban ha finto di non conoscere l'inglese, c'è bisogno di un interprete ed è interpellato Latif, un giovane professore di letteratura, pure lui originario dello Zanzibar. Si dà il caso che il padre di Latif si chiami come Rajab Shaaban; è una coincidenza o dietro a questo nome si nasconde qualcun altro, forse persino Saleh Omar, che ha portato la sua famiglia alla rovina? Il lungo colloquio tra Shaaban e Latif, dal titolo indicativo di «Silenzi», è preceduto da due parti propedeutiche. La prima, «Relitti», narra l'arrivo di Shaaban in Inghilterra, la spoliazione della cultura di origine e del suo passato, come un vecchio mobile, residuo inutile di una vita che non c'è più e non potrà tornare. Non bisogna lasciarci ingannare dal fine ritratto ironico della società inglese né dalle considerazioni sul colonialismo britannico: i temi sono lo spaesamento e la rimembranza. Nella misera stanza della casa di accoglienza c'è uno specchio, > troppo largo in quella piccola camera buia, (...) in quella luce opprimente, la mia immagine riflessa pareva quella di una creatura sospesa in una crescente oscurità, il cerchio della luce che s'infilava nell' ombra, incombente sulle mie spalle come un nodo scorsoio non stretto . Ma l'oscurità gli era preziosa perché era piena di «mormorii e sussurri» mentre prima (i rumori) erano stati così paurosamente evidenti. (...) I momenti scivolano tra le dita. Anche se li racconto a me stesso, posso sentire gli echi di ciò che sto sopprimendo, di qualcosa che ho dimenticato di ricordare. > La seconda parte si caratterizza sin dal titolo per realismo narrativo: Latif è il nome con il quale viene chiamato il giovane nella Germania dell'Est, dove è andato a studiare, fuggendo il declino sociale ed economico della famiglia. In modo lucido e quasi distaccato Latif racconta le vicende della famiglia: il padre inetto e ingenuo, la madre che usa la propria bellezza per intrecciare scandalose relazioni amorose, l'affetto per il fratello maggiore e la sua perdizione sino alla scomparsa, e la figura di Hussein, personaggio mefistofelico, manipolatore e furfante. E' una società commerciale, fatta di affari, traffici, trattative, di sali e scendi, dove occorre essere accorti e dove la reputazione è fondamentale. Prosperoso transito di commerci tra l'India e il mondo arabo mussulmano, Zanzibar è travolto, e impoverito, dall'opprimente e ottuso dominio britannico; eppure resiste, sempre alla ricerca di nuovi commerci e fonti di ricchezza. Non saranno i colonialisti a travolgere la famiglia di Latif, saranno le rivalità familiari, gli inganni di Hussein e la bramosia di rivalsa patrimoniale di Saleh Omar, agli occhi di Latif il vero colpevole. Eppure, in questo lungo racconto sociale s'introduce qualcosa di magico. Nella razionalista Germania dell'Est, nella culla del marxismo leninismo, Latif è stato ingannato: credeva di avere avuto un legame epistolare con una giovane tedesca, ma scopre che è una signora cinquantenne, che ha costruito delle storie, desiderosa di sognare e raccontare qualcosa di inconsueto. Ed eccoci alla parte fondamentale del romanzo. Latif va da Shaaban per capire cosa è successo, per completare quelle storie che mancano, (...) come un bambino o qualche cosa di simile, quando i tuoi genitori ti dicono cosa facevi e dicevi, e non hai nessuna memoria di ciò«. Tuttavia»alcune cose non vale la pena conoscere.«E perché Shaaban accetta di narrare?»Avevo bisogno di essere liberato. Non di essere perdonato e di essere pulito dei miei peccati. (...) Avevo bisogno di essere liberato del peso di eventi e di storie che non ero stato capace di dire, e che dicendo avrei colmato il forte desiderio che io sentivo di essere ascoltato e compreso > . Shaaban non è interessato a dire la verità, anzi la sua narrazione dei fatti lo trasforma da colpevole a vittima, destabilizzando Latif. Shaaban ha bisogno di dire storie, come i narratori di Le Mille e una notte«(si veda recensione in questo sito), come»Bartleby lo scrivano«di Herman Melville,» l'imperturbabile autorità della sconfitta di quell'uomo, della nobile futilità della sua vita > : un fabbricatore di parole insomma. Come nell'Odissea (si veda recensione in questo sito), il lettore non si chiede più se Ulisse racconti la verità o menta spudoratamente: ci si lascia scivolare nell'incanto del racconto, in un mondo affascinante e magico di litigi familiari, di amori e tradimenti, di affetti perduti e di vendette, fino a che il povero Latif perde ogni certezza sul proprio passato; solo così è possibile iniziare una nuova vita, dimenticare di ricordare. E' un errore inseguire la trama, cercare inutilmente di ricostruire la storia, di mettere ordine ai personaggi e ai legami reciproci. Per apprezzare il romanzo bisogna lasciarsi trascinare dalla fluidità della narrazione, come quando, in un mare splendido, salino e profondo, ci si lascia guidare dalle correnti, solo talvolta nuotando per riprendere la direzione. Come nei Canti Orfici di Dino Campana, il racconto gira e rigira su se stesso, abbandona e riprende, vede lo stesso episodio da differenti punti di vista; solo talvolta apre delle parentesi sulla storia e sulla società, ma non è quello che interessa; ciò che preme all'autore è parlare dei fascini e dei pericoli della rimembranza, della necessità di abbandonare la memoria, come cronaca di ciò è stato, per inoltrarsi nel presente. A questo scopo è pure utile la bugia. Il difetto del romanzo non è la confusione o la frammentazione; è che alla fine è così lungo da divenire prolisso e ridondante. La contaminazione della lingua inglese può avvenire in tanti modi. Si pensi a Nadime Godimer, al grande Achebe (si veda la recensione di Things fall apart«) e ad Adichie Chimamanda (»Half of a Yellow Sun > in questo sito) in cui le lingue locali si innervano in quella inglese, che mantiene la sua compostezza pur arricchendosi di un nuovo lessico; alla talentuosa Bulawayo Noviolet che passa agevolmente dall'inglese dello Zimbabwe a quello gergale degli adolescenti americani (si veda We need new names > ), e infine al dannunziano Ruschdie Salman, con i suoi neologismi magnificenti (si veda il suo capolavoro Midnight's Children" sempre in questo sito). In Gurnah ci troviamo dinanzi ad uno stile elegante e pulito, che trova proprio nella fluidità del narrare l'impronta dell'arabo e delle lingue africane orientali. Perché leggerlo? è bello farsi catturare, un po' troppo lungo.

Abdulrazak GurnahBrand New Press