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Copertina del libro L'immensa distrazione

finito di leggere il: 01 novembre 2026

Editore

Giulio Einaudi

Anno

2025

pagine

280

Letto in

Italiano

Gradimento Medio-basso

L'immensa distrazione

Ettore Manfredini, nonostante fosse appena morto, (…) ebbe la netta sensazione di svegliarsi. (…) Ora che acquisiva una strana dimestichezza, (…) per la prima volta dal suo risveglio, intravedeva qualche spezzone della sua vita mortale come se fosse estraneo a sé stesso e potesse assistersi nell’atto del trapasso. (…) Morire, si disse a quel punto Ettore Manfredini, è come diventare un narratore onnisciente sia della propria vita, sia di quella degli altri, fino a vedere tutto ciò che non si è vissuto in prima persona.

Da qui prende le mosse una saga familiare, che ricorda “La Ferocia” di Nicola Lagioia (si veda la recensione in questo sito), senza quella cattiveria che sovrasta il romanzo dell’autore pugliese, che ci fa dire con Antonella Anedda: “O semplicemente siamo predestinati al male”. Questa citazione è riportata da Marcello Fois, ma, a mio avviso, a sproposito: la saga familiare narrata da Fois parte da un atroce misfatto (Manfredini ha tradito una famiglia ebrea consegnandola ai forni crematori), ma si sviluppa poi “senza ferocia”, in un placido e inconsapevole fluire verso il nulla dei figli e dei nipoti di Manfredini. Il benessere, le tante case e ville, lo status sociale acquisito, la libertà di non lavorare, rendono come “sonnambuli” i diversi personaggi, vittime e complici inconsapevoli di Ettore Manfredini, da cui attingono ricchezza e privilegi. E allora, è solo un espediente letterario quello stato tra due mondi in cui si trova stranamente Ettore Manfredini? È forse così; ma siccome non vogliamo crederci, ci inoltriamo, con qualche difficoltà, a indagare cosa senta il nostro protagonista. In questo studio dobbiamo affidarci ad alcune rare finestre sulla coscienza di Manfredini. Dapprima,

la sua vita gli apparve come un materiale viscoso e granuloso che stesse passando attraverso un setaccio finissimo:

poi,

la vita, con i suoi punti sparsi e i suoi fili irregolari, sembrava riannodarsi in un intreccio ordinato, coerente. Tutto ciò che era apparso confuso, spezzato, frammentato, ora fluiva in una direzione precisa, senza ostacoli.

Infine, Ettore Manfredini capì che

un progetto di vita insieme significava amarsi. Tutte condizioni che nella sua vita non si erano realizzate.

O forse siamo noi a mettere queste conclusioni nella coscienza del novantaquattrenne Manfredini; o lui si è lasciato sfuggire l’ultima occasione per mondarsi, per chiedere perdono dei suoi sbagli, ed è rimasto come dice Camillo Sbarbaro, “ma restan gli occhi crudelmente asciutti”? (citazione sempre di Fois). La vita, così intensa e così piena di successo, è stata “un’immensa distrazione” dai veri sentimenti.

È inutile negare che ho cercato di dare un senso al romanzo, che rischia di essere l’ennesima storia familiare, in cui gli avvenimenti e i personaggi sono indagati con troppa superficialità dal narratore “onnisciente”. Se per Ettore Manfredini ci sarebbe stato troppo dolore ad approfondire le sofferenze e spesso gli esiti crudeli delle vite dei suoi famigliari, così non avrebbe dovuto essere per l’autore. Marcello Fois avrebbe dovuto scavare in profondità, mettersi dal punto di vista dei vari personaggi, in particolare laddove la loro storia finisce tragicamente. Si pensi alla figlia Ester, l’unica cosciente del terribile delitto commesso dal padre, e trascinata da questa consapevolezza verso la morte in una sorta di suicidio ricercato. Essere rimasto in superficie dà al lettore la sensazione di immergersi in una palude, senza veri momenti drammatici, una melassa dolciastra e inconcludente.

Dal punto di vista stilistico la trama si sfilaccia, appesantita anche dai frequenti intermezzi sullo stato di sospensione tra vita e morte di Ettore Manfredini, seguendo una tecnica narrativa oggi così diffusa, purtroppo. La scrittura è il punto di forza del romanzo: un bell’italiano, elegante, ben costruito, in particolare nella sintassi.