Sconsiglio vivamente
e non lo rileggerei

Verità e Menzogna

scritto da Piovene Guido
  • Pubblicato nel 1975
  • Edito da Mondadori
  • 157 pagine
  • Letto in Italiano
  • Finito di leggere il 26 agosto 2019
Questo libro uscì postumo, ad un anno dalla morte dell'autore. Nel sito sono presenti le recensioni di "Lettere di una novizia" del 1941 (senza dubbio il migliore dei romanzi di Piovene) e di "Le stelle fredde" del 1971. Se in quest'ultimo racconto il confine tra la vita e la morte è dato da un vecchio ciliegio, la natura (il Carso, i colori, le antiche case) nella loro infinitezza e immobilità non offrono alcuna barriera. Come scrive Mario Luzi in "Diana, risveglio", "nascono lieti immagini,/ filtra nel sangue, cieco nel ritorno, /lo spirito del sole, aure ci traggono/con sé: a esistere, a estinguerci in un giorno". Sergio lavora alla soprintendenza di Milano e scrive di politica, anche se ormai da tempo non ci crede più. Una telefonata del padre  da Gorizia lo invita con urgenza ad una riunione familiare per decidere della sorte di Nico, un fratello con gravi problemi psichici. In realtà l'obiettivo è un altro: comunicare al figlio che intende suicidarsi. Tanti sono stati i presagi di questa cupa e drammatica decisione. Quando rivede il padre dopo molti anni Sergio si trova dinanzi ad una faccia, nella quale "c'era qualcosa di spaurito, la recessione verso il bambino magro che riappare per mescolarsi con il vecchio pesante, senile, uno sconcerto di crisalide in attesa di metamorfosi che non possono più avvenire". Così il padre ha cambiato casa, è andato a vivere in una grande dimora in campagna, con un salotto ammobiliato da un arredatore, una biblioteca dove i libri sono predisposti a caso (lui vecchio professore universitario), stanze disabitate, un ampio giardino trascurato, un automobile di lusso (lui così frugale). "Ecco quello che capita ai vecchi quando vogliono cambiar vita anziché sbrigarsi a lasciarla. (...) Non possediamo nulla fuorché il nostro passato. Cosa siamo, se non c'è più, o si rivolta contro rendendosi repellente, orribile ? A questo punto il suicidio è avvenuto". Solo con la morte "il passato non fa più male. Non c'è più. Non esiste più niente di passato alle nostre spalle, nulla ci manda nulla, siamo appesi in un vuoto". Se il ragionamento del padre è razionale, il ritorno alla città della sua infanzia, ad un genitore distante ma ammirato, ad una natura, quella del Carso, ricca di "esistenze innumerevoli" (luce, colori, alberi protesi verso il cielo con le loro sagome contorte, voci diverse "non ancora confuse, d'amore, invocazione, lamento, sfida, desiderio di fuga", tutte queste immagini spingono Sergio al delirio. E' come "una di quelle zattere della memoria che affondano in un eccesso d'anima"; o come dice Luzi in "Anno" "tempo passato e prossimo si libra.../ Io, come sia, son qui venuto, avanzo/da tempi inconoscibili, ardo, attendo;/ senza fine divengo quel che sono,/trovo riposo in questa luce vuota".  Sergio non ha la determinazione e la forza intellettuale del padre, si lascia trascinare  nella depressione, con allucinazioni, deliranti affollamenti di incubi, che lo sovrastano e lo conducono, sempre e inesorabilmente, al cane della moglie, amico-nemico, vivo-morto micidiale, apparentemente senza un corpo: come un fantasma, "tornava, solo dal fondo buio, grande come una tigre, col pelo molto lungo agitato da un vento, gli occhi più strabici che mai e la corona d'oro in testa."

Vicino alla morte, estenuato dalla "delusione, rinuncia, tristezza della verità, gusto di vivere esaurito",Piovene cerca di imbastire una storia, qualcosa che, forse, avrebbe voluto essere un ritorno ai luoghi dell'infanzia e un tentativo di recuperare il rapporto con il padre e con la famiglia d'origine; decisamente non ci riesce perché i sogni, le divagazioni, i vaneggiamenti hanno la meglio sulla narrazione. Non c'è né una verità né una menzogna: la vita non brancola tra questi due capisaldi alternativi, si scivola invece nel vuoto verso la morte.  Resta la scrittura a sorreggere il racconto, ma non è sufficiente.

Perché non leggerlo ? E' un delirio.

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