Tra i migliori che ho letto!
e lo rileggerei volentieri

Le Stelle Fredde

scritto da Piovene Guido
  • Pubblicato nel 1970
  • Edito da Club Degli Editori
  • 232 pagine
  • Letto in Italiano
  • Finito di leggere il 11 agosto 2008

Si tratta di un libro molto complesso, sotto certi aspetti di difficile interpretazione e con forti connotati filosofici.
Il protagonista, un pubblicitario, decide di abbandonare il lavoro e la città per cambiare vita, ritornando in campagna dove possiede una casa.
Al momento di prendere la decisione, il medico che lo ha in cura gli fa conoscere una bambina, del tutto normale e molto intelligente, che è convinta, tuttavia che "lei si muove, ma tutti gli altri stanno fermi".
Quando il protagonista chiede se lui è vivo o morto, visto che per la bambina lui non si muove, la risposta è netta: "morto".
Questo incontro apre la trama del romanzo che costituisce un percorso verso la polverizzazione del confine tra la vita e la morte: solo il mondo è fermo, gli esseri viventi fluttuano in una sorta di limbo, in uno stato di temporaneità continua.
Arrivando alla casa di campagna, il protagonista rivede un ciliegio, che "emanava una grande, quasi smisurata energia, trasmetteva una vibrazione invisibile come le onde eteree che giungono fino alle stelle; era l’energia degli dei, degli animali e dei morti".
Finché era vivente il ciliegio, dall’albero emana una certezza, un "immenso vocabolario", ma quando il ciliegio viene divelto si rompe il confine tra la vita e la morte, diviene possibile "l’intrusione di un altro mondo in quello nostro abituale, e che possiamo scivolarvi da un momento all’altro".
Inizia un percorso: prima il protagonista cerca di estraniarsi dal mondo, poi il ritorno dal mondo dei morti di Dostoevskij, tramite le radici divelte del ciliegio, fa capire al protagonista che l’unica certezza è il mondo, che tutto cataloga e fotografa, mentre gli esseri viventi non sono che illusione e passaggio: "guardavo le fotografie del ciliegio, e capivo che io stesso ero una fotografia, conservata in qualche archivio.
Ero come un pianeta, che percorreva un’orbita con tutti i suoi abitanti, le sue città e i paesaggi.
La memoria del mondo aveva registrato tutto e ricordava tutto".
In questo mondo immutabile "non esiste niente e nessuno che non vi cada dentro, persona, cosa, suono, odore, pensiero".
L’Io si perde nell’immensità dell’universo, in un enorme albero, di cui è impossibile decifrare tutto il vocabolario, ma "la matassa dei suoi rami impregna tutto con il suo bianco".
Bellissime sono le descrizioni del paesaggio così come i dialoghi, mentre spesso si perde in digressioni filosofiche, talvolta ridondanti e prolisse.

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