Gradimento Medio-alto
ma non lo rileggerei

Il porto dell'amore

scritto da Comisso Giovanni
  • Pubblicato nel 1924
  • Edito da Mondadori
  • 84 pagine
  • Letto in Italiano
  • Finito di leggere il 08 ottobre 2020
Non so se esista nella nostra letteratura qualcosa di simile al racconto di Thomas Mann: "La morte a Venezia" (vedi la recensione su questo sito). Il breve scritto di Comisso riprende molto dell'atmosfera del capolavoro del grande scrittore tedesco. Si percepisce la medesima onirica attesa di un disfacimento, voluttuosa e malinconica. Siamo a Fiume, tra il 1919 e il 1920: la città, dolcissima del profumo del gelsomino, era illuminata "dai barbagli del mare e sui pendii i frutteti luccicavano di fiori,(...) sul mare alcune vele illuminate dal sole.(...) Il tepore del sole corrispondeva alla languidezza del corpo che il buon cibo ricreava. Godevo di piaceri indefiniti..." Come non ricordare "le notti tiepidi" di piazza San Marco e la "morbida e lussuosa dolcezza" che aveva avvinto il vecchio scrittore, andato a morire a Venezia ?  Comisso narra con languida nostalgia la sua breve avventura fiumana, e lo fa con una serie di ritratti, pervasi da una "noia immensa" e  dall'idea dannunziana che "tutto nel mondo aspira all'amore". E' un percorso metaforico per i sentieri della giovinezza: l'accoglienza tradita, l'amicizia tra uomini, la passione per la donna croata ("vieni con me, l'Italia è nell'amore" le dice Comisso), la torbida attrazione per la donna in sfacelo ("la pelle appassita, le rughe, gli occhi foschi, le mani adunche, la figura sformata, la bocca arida e i denti anneriti") sino alla figura del gobbo, ruffiano grottesco "sorrideva alla nostra smania e godeva portarla fino a un punto esasperante.(...) Fremevo d'impazienza. L'idea del bosco, della luna e di questa contadina facile all'amore nella notte, mi confermava che i più bei sogni d'adolescenza fossero realizzabili nella vita". E come Thomas Mann si lascia andare a visioni fantastiche, dove Venezia è "metà fiaba, metà trappola per i forestieri, fra i cui miasmi fiorì un voluttuoso rigoglio, (...) note cullanti e carezzevolmente languorose", così una grotta carsica trascina Comisso "in una situazione di sogno angoscioso, immaginavo che una massa d'acqua scatenata  dovesse venirmi a travolgere contro le pareti soffocandomi e stritolandomi.(...) Come potrà tale perfezione durare e come potremo trovarne d'uguali?(...) Il terreno era cosparso di innumerevoli api morte e quella strage mi dava presagio anche d'una mia fine, quale conseguenza di un'estate troppo avidamente vissuta". L'esercito italiano pose fine all'avventura fiumana e a Comisso non restò che la nausea. "Ci pesava la vita e noi eravamo invecchiati insieme ai nostri vestiti imbevuti di profumi, di polvere, di sudore, e consunti".

Nel racconto giovanile di Comisso c'è molto dei poeti crepuscolari; leggendolo tornano in mente i versi di Guido Gozzano: "cuore che non fioristi, è vano che t'affretti/verso miraggi schietti in orti meno tristi;/tu senti che non giova all'uomo soffermarsi,/gettare i sogni sparsi per una vita nuova" (Da i colloqui "le due strade"). Lungi da essere premonitrice del fascismo, l'avventura fiumana fu un esperimento di libero amore, con il quale una gioventù borghese, segnata dalla violenza della prima guerra mondiale, cercava disperatamente di vivere, di non tornare all'opaca vita piccolo borghese perseguendo una sorta di rivoluzione dei costumi e delle coscienze. Comisso narra questo sogno infranto: non resta che il fascismo per illudersi di liberarsi dalla prosaica Italia giolittiana.

"Il porto dell'amore" è un'opera giovanile, "pullulante di insofferenze per la grammatica" come osserva Rolando Damiani nella prefazione alla raccolta delle opere dell'autore; ed è proprio in queste improprietà grammaticali il segreto del fascino di Comisso. L'autore usa una lingua che mescola forme auliche, classicheggianti ed eleganti, con invasioni del parlato e del dialetto. Ne deriva una lettura singolare, attraente e misteriosa; come disse Montale, "un suono esatto e leggero delle parole", che dà un indecifrabile senso di grazia.

Perché leggerlo ? Meravigliosamente languido.

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