Gradimento Medio-basso
e non lo rileggerei

I minatori dell'Alaska

scritto da Salgari Emilio
  • Pubblicato nel 1905
  • Edito da Antonio Donath
  • 304 pagine
  • Letto in Italiano
  • Finito di leggere il 06 gennaio 2020
Il vero titolo dei "Minatori dell'Alaska" dovrebbe essere "la grande attraversata delle pianure e delle Montagne Rocciose sino all'Alaska"; infatti la ricerca dell'oro è marginale rispetto all'intera storia, occasione per Salgari per narrare l'ambiente nord americano così come veniva raccontato nell'Ottocento. Per avvicinarsi alla vera storia dell'West, e degli Stati Uniti, consiglio il libro di Massimiliano Galanti "La questione indiana" Odoya 2016. Lo schema è quello tipico di Salgari. C'è il protagonista, Bennie il Grande Cacciatore, così descritto: "alto, muscoloso, dalle braccia poderose, il petto ampio, con una testa energica, coperta da una lunga capigliatura nera, inanellata, che cominciava già a brizzolarsi, con occhi penetranti e una barbetta tagliata a punte". Insomma Buffalo Bill ! A fare da spalla, secondo il tradizionale modello salgariano, ci sono: un messicano compagno di Bennie ("molto bruno, paffuto, (...) con gli occhi nerissimi, il vero tipo ispano-americano") e due italiani, superstiti di una scorreria indiana. Falcone è stato scotennato e miracolosamente sopravvissuto, conosce a fondo le miniere dell'Alaska, ricca d'oro, ed è in possesso di uno strumento fondamentale per la ricerca del metallo prezioso:  un particolare setaccio per permetteva di non immergersi nell'acqua per pulire l'oro dalla terra. Armando, nipote di Falcone, è da poco in America ma si rivelerà un abile tiratore ed ottimo compagno di Bennie nella caccia e nello scontro con gli indiani. Questo gruppo decide di andare in Alaska così da approfittare delle conoscenze di Falcone e del suo utile strumento. Il lungo viaggio è un susseguirsi di avventure: non solo salvarsi dagli infidi indiani ma pure misurarsi con una natura selvaggia ed affascinante. Lo schema si ripete in modo monotono: Bennie ed Armando si allontano dall'accampamento per esplorare le zone circostanti e trovare selvaggina, s'imbattono in luoghi insidiosi e devono lottare con animali spaventosi, come il grande orso bruno, branchi di lupi e mandrie impazzite di bisonti. C'è di tutto: dalle misteriose piante danzanti (sorte di cespugli trascinati dal vento) a testimonianze di cannibalismo sino al ritrovamento di resti di animali prestorici. E' facile sorridere dei resoconti di viaggio degli esploratori dell'Ottocento, relazioni alle quali ha attinto largamente Salgari, aggiungendovi ovviamente la sua fervida ed inesauribile immaginazione.  Dobbiamo lasciarci trasportare da un secolo favoloso, pieno di pregiudizi e ricco di suggestioni: leggiamo con gusto le descrizioni della natura del nostro amato scrittore. "La luna era allora tramontata, e una fitta oscurità era piombata nell'immensa pianura. (...) Bennie (...) guardava dovunque, seguendo con lo sguardo le capricciose linee di fuoco delle lucciole, e porgendo ascolto alle strida monotone dei grilli in festa, alle lontane urla dei coyotes, ai muggiti del bestiame". Se ci ricorda troppo un nostro paesaggio, che dire dei "prati formati da piccoli muschi di uno splendido color smeraldo (...) le radure erano coperte da distese di lichene pietroso, tenacissimo, simile ai funghi secchi, o da muschi alti, nerissimi, pregni di umidità".  E da chi ha attinto Salgari questa cruda rappresentazione dei minatori dell'Alaska ? "Più che esseri umani, parevano bestie abbruttite dal duro lavoro e dalle privazioni. Erano tutti cenciosi, luridi, con le camicie annerite dal fumo degli accampamenti o lorde dal fango dei pozzi, i pantaloni rattoppati in mille modi, gli stivali sfondati che lasciavano uscire le dita, cappelli impossibili a descriversi o cappucci che ormai avevano perduto il pelo: tutti però avevano le cinture armate di rivoltelle e di bowie-knife luccicanti". Se non fossero armati potrebbero essere dei nostri minatori del Monte Amiata o delle miniere di Porto Empedocle. Quale diverso atteggiamento di Salgari verso i pellerossa e quello verso i poveracci alla ricerca dell'oro! I primi infidi, crudeli e superstiziosi, i secondi avidi e disperati, e pure non privi di una sorta di giustizia. Figlio dell'Ottocento non poteva non esserci un po' di razzismo nel nostro amato scrittore!

Nella grande produzione salgariana siamo dinanzi ad un romanzo minore, benché sostenuto dal ritmo incalzante delle avventure e dalla ricerca del meraviglioso. Mancano i colpi di scena e i cambi di marcia: i nemici sono destinati a soccombere, un po' tutti nello stesso modo, che siano indiani, malfattori e lupi affamati: un tiro con il fucile, una mossa rocambolesca e inaspettata, una prudente ed accorta strategia. Non c'è poi la dinamica dei personaggi: Bonnie è un eroe senza passione ( ha avuto una innamorata? ha subito ingiustizie?) e chi li dovrebbe fare da spalla sono figure sbiadite, senza quella vivacità ed ironia che contraddistinguono molti personaggi minori di Salgari.

Perché leggerlo ? E' pieno di avventure, suggerisco il capitolo che racconta l'assalto dei lupi. 

Altre recensioni che potrebbero interessarti

Il Leone di Damasco

Salgari Emilio

Le Tigri di Mompracem

Salgari Emilio