Sconsiglio vivamente
e non lo rileggerei

Il Leone di Damasco

scritto da Salgari Emilio
  • Pubblicato nel 1910
  • Edito da RBA Italia
  • 305 pagine
  • Letto in Italiano
  • Finito di leggere il 01 maggio 2018

Il romanzo dovrebbe essere il proseguimento di "Capitan Tempesta", un racconto ambientato a Famagosta nel 1517 durante la guerra tra veneziani e turchi.
La protagonista era una giovane nobildonna: abile spadaccina, travestita da uomo si era messa alla ricerca del fidanzato, rapito dalla terribile Haradja.
Salgari era riuscito a costruire una storia piena di fascino, lavorando sullʼambiguità uomo- donna, su vigorose figure femminili e su un colpo di scena finale: lʼamore tra Capitan Tempesta e il Leone di Damasco, innamoramento, che non teneva conto delle diverse appartenenze, nazionali e religiose.
Ci si aspetterebbe la stessa atmosfera intrigante e la medesima libertà dalle convenzioni.
E lʼavvio promette bene, anche se alcuni segnali fanno capire, sin dallʼinizio, che la storia prenderà pieghe diverse.
Si parte dalla figura di Haradja: "bellissima giovane (...) gli occhi nerissimi, (...) i capelli lunghissimi, sciolti, dʼuna tinta che aveva i riflessi delle ali dei corvi...
(...) aveva lʼinsieme del suo volto (...) qualcosa di duro e di energico che tradiva subito la donna turca, sempre crudele in fondo, come le avevano orami abituate i sanguinari sultani del XV e del XVI secolo".
Haradja non è più una donna anti conformista: è parte di una genia crudele e sanguinaria, quella dei turchi, e uccellacci neri, "mangiatori di morti", sono il simbolo vivente di migliaia e migliaia di cadaveri, lasciati al sole per essere spolpati.
Un clima cupo e mortifero attraversa lʼintero racconto e priva di spinta narrativa le avventure, che, malgrado tutto, Salgari cerca di costruire.
Haradja vuole vendicarsi di Capitan Tempesta, che lʼha ingannata facendosi passare da uomo e del quale si era invaghita, ed intende anche punire il Leone di Damasco, già suo fidanzato e che lʼ aveva abbandonata per la nobildonna cristiana.
Rapisce, quindi, il figlio della coppia e il padre del Leone di Damasco.
Li ha in pugno: sovrastata dallʼodio e soprattutto dallʼorgoglio, sfida a duello Capitan Tempesta.
"I due cavalli si erano urtati così impetuosamente, che per poco non gettarono di sella le padrone, poi fu uno scrosciare dʼarmi sulle armature.
(...) Haradja continuava ad assalire, tentando di far abbassare quella spada che aveva dei lampi di fuoco sotto i raggi già cocenti del sole.
(...) Per la morte di Allah !, bestemmiò la nipote del Bascià (Haradja), (...) Sei salda come una roccia, tu ?..Eppure io ti ucciderò ! (...) Si udì un grido, o meglio, un urlo di belva ferita, poi la nipote del grande ammiraglio rovinò al suolo con gran fragore dʼacciaio.
(...) Finisci la tigre dʼHussiff !", gridò il Leone di Damasco; ma numerosi soldati turchi sopraggiunsero impedendo a Capitan Tempesta di sopprimere la terribile rivale.
È il momento migliore del romanzo; poi, la narrazione perde di mordente: Haradja e Capitan Tempesta scompaiono dal racconto, il Leone di Damasco è presente ma in secondo piano, sbiadito e irrilevante, emergono personaggi minori, che, come spesso succede in Salgari, cercano di dare brio e di creare una dinamica nei ruoli; dovrebbero far da spalla al protagonista, ne evidenziano lʼinsussistenza.
Emerge, invece, una figura realmente esistita: Sebastiano Veniero, grande comandante della flotta veneziana, al quale, secondo Salgari, sarebbe dovuta la vittoria di Lepanto contro i turchi.
Il racconto si chiude stancamente.

Il libro fu pubblicato nel 1910, un anno prima della guerra di Libia (1911-1912), che contrappose lʼItalia allʼimpero Ottomano.
È possibile che Salgari abbia cavalcato sentimenti diffusi presso lʼopinione pubblica: il turco come crudele oppressore di popoli, sanguinario e traditore.
Il romanzo abbonda di stragi, torture, scorticamenti, squartamenti ed altre orride gesta: non cʼè pietà da parte dei turchi così come cavalleresco rispetto dei vinti.
E i cristiani sanno morire con onore, bisbigliando il Miserere "nello spasimo atroce dellʼorribile supplizio" ! Cʼè tuttavia troppo accanimento per pensare che il clima mortifero del romanzo risponda solo ad una esigenza editoriale o ad un rigurgito nazionalista dellʼautore.
Salgari si uccise lʼanno successivo la pubblicazione, nel 1911 : lo scrittore viveva ormai in una profonda depressione, con frequenti crisi auto distruttive e numerosi tentativi di suicidio; il romanzo riflette lo sconforto di Salgari e il fascino di una fine truculenta.
Nel contempo il racconto risente di una stanchezza e di una mancanza di idee, che lo scrittore cerca disperatamente di compensare ricorrendo a modelli preconfezionati, non più inseriti in un contesto narrativo dinamico: ne sono una prova la ripetitività dei dialoghi e delle scene, la debolezza dei personaggi e le rare descrizioni di paesaggi, questʼultime a fronte di una peculiarità del romanzo: digressioni storiche, generalmente poco presenti nella produzione di Salgari, un chiaro segno di una ormai fragile vena narrativa.

Perché non leggerlo ? È un canto del cigno, un amaro e triste epilogo di un grande scrittore.

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