Il romanzo si avvia in un'atmosfera kafkiana: l'ingegner Robert Fahmel, esperto di calcoli strutturali, si lamenta con la segreteria per aver disubbidito a un suo preciso ordine: non dire mai dove si trova, se non alla madre e al padre, ai figli, e a un certo Schrella, che scopriremo poi essere suo cognato e amico di liceo, quando entrambi non aderirono alla gioventù nazista. Siamo nel 1958, nella Germania dell'immediato dopoguerra, quando <<tutto era come affondato nel passato, eppure presente>>. Nella regolare, persino liturgica, organizzazione della sua vita l'illustre ingegner Fahmel si reca ogni giorno, dalle nove e trenta alle undici, a giocare a biliardo in un grande albergo, e lo fa alla sola presenza di un fattorino, cui racconta gli anni del liceo quando i compagni avevano mangiato "il sacramento del bufalo" (un chiaro riferimento al nazismo che non viene mai citato) e picchiavano gli "agnelli di dio", quelli che si rifiutavano di aderire all'ideologia nazista. << Colpiva una palla con un colpo ora dolce ora duro, in apparenza senza ragione e senza scopo; (...) cinque volte, sei volte, quando la palla colpita urtava la sponda o le altre palle. (...) La giostra delle linee era sempre ancorata agli angoli, docile alle leggi della geometria e della fisica>>. Il quotidiano e solitario gioco del biliardo è il divertimento di un uomo amante delle leggi della statica o nasconde un qualche mistero che l'ingegner Robert Fahmel si porta con sé? Per un po' la domanda non trova risposta, in un romanzo caratterizzato da un continuo cambio di narratore, dalla terza persona all'io, e da sempre nuove finestre sul passato e sul presente, come vogliono le leggi della rimembranza. Per lunghe pagine seguiamo il racconto del padre di Robert; di quando, nel 1909, arrivò in città dalla campagna per partecipare a un importante concorso: la costruzione dell'Abbazia di Sant'Antonio. La descrizione delle ore trascorse in un café a preparare gli elaborati progettuali, mangiando formaggio allo zenzero, è una parentesi leggera e divertente in un romanzo cupo e senza speranza. D'altra parte il padre di Robert ha grandi aspettative, confermate dall'aggiudicazione della costruzione dell'Abbazia, che gli aprirà un futuro di successo e di fama come grande architetto, e che gli permetterà un matrimonio importante, con la promessa di una grande famiglia, di figli, nipoti e pronipoti. Ma proprio nel momento in cui consegnava gli elaborati il padre di Robert percepì un presagio del futuro: << socchiudendo gli occhi mi sembrava di avere davanti, già reale, l'intera massiccia costruzione, come se la guardassi da una finestra: i monaci chini al lavoro, i pellegrini che si dissetavano e le lavoranti che già sotto cantavano, attendendo trepide la fine del lavoro, con voci chiare e cupe, che mi giungevano quassù come un canto di morte. Allora chiusi gli occhi e già provai quel senso di gelo che solo cinquant'anni più tardi avrei sentito, uomo maturo, in mezzo al brulicare di vita>>. Le malattie, il nazismo e la seconda guerra mondiale gli porteranno via molti dei figli e la giovane nuora, sino alla pazzia della moglie; pure l'Abbazia sarà distrutta, demolita dai tedeschi stessi per fare terra bruciata agli alleati. Dal passato torniamo al presente, nel 1958, con una scena apparentemente marginale. Joseph, il figlio di Robert, è insieme alla fidanzata, ma è taciturno, chiuso in sé stesso, non vuole parlare e non vorrebbe andare a un pranzo di famiglia. Pure lui architetto, Joseph lavora alla costruzione della nuova Abbazia e ha scoperto alcuni numeri scritti dal padre in diversi punti dei resti del vecchio edificio: sono le indicazioni dove collocare la dinamite per demolire l'Abbazia. E' stato quindi Robert, ufficiale dei genieri, a distruggere quel capolavoro, che tanto rappresentava nella vita del nonno. Le palle, <<rosse sul verde, bianche sul verde, la musica monotona delle palle, come un ritmo di un canto gregoriano, (...) quasi segni di una severa poesia>>, sono la metafora della ricerca di un ordine che sani, nella sua quotidiana liturgia, le ferite inguaribili di una Germania, in cui le colpe di un popolo si intrecciano a quelle dei singoli, i destini familiari lacerati al delirio di potenza di una nazione.
"Perché perché perché", questa espressione interrogativa torna spesso nel romanzo. Come è possibile che un popolo intelligente e colto abbia generato tanta morte? Ed è possibile una conciliazione con il passato? Attraverso una storia familiare, che ruota attorno alla razionalità meticolosa dell'ingegneria nella costruzione così come nella demolizione, Boll riesce a trasmetterci il dolore e la confusione, il disorientamento e la disperazione di un popolo. In "Non disse nemmeno una parola" del 1952 Boll ha narrato la condizione di un popolo ridotto alla fame, tra le macerie della Germania postbellica; più avanti nel 1963, in "Opinioni di un clown", Boll disegnerà i guasti morali del miracolo economico (si vedano le recensioni in questo sito); in questo romanzo lo scrittore pare voler prendere le distanze dalla follia nazista, ma senza riuscirvi: il passato riaffiora di continuo e i personaggi sono come comparse, che brancolano tra la pazzia e l'indifferenza, forse l'unico modo per metabolizzare il lutto. Quali che siano i risultati, Boll fa i conti con la storia, senza nascondersi dietro una facile autoassoluzione. Noi italiani abbiamo fatto altrettanto? I Moravia, i Calvino e gli altri scrittori del dopoguerra hanno scritto delle nostre colpe, o si sono rinchiusi nel familismo, nell'astrattismo o nel vittimismo, come nella "Storia" di Elsa Morante (si veda la recensione di questo romanzo in questo sito)?
Non dobbiamo aspettarci una trama lineare, per apprezzare il romanzo bisogna lasciarci avvincere dalla scrittura, dal fascino di una prosa che ricorda a tratti Thomas Mann (si veda la recensione dei "I Buddenbrook" in questo sito) e in altri la musicalità di Laszlò Krasznahorkai (si veda la recensione di " Melanconia della resistenza" in questo sito). Peccato che alla fine il romanzo si sia perso in uno scivolamento delirante verso il nulla.
Perché leggerlo? Un capolavoro sofferente, su cui noi italiani dovremmo riflettere.