Immaginiamo che un marziano sia inviato sulla Terra per capire cosa stanno facendo gli Umani: se dobbiamo aspettarci la guerra o possiamo sperare nella pace, che permetta ancora i commerci interstellari. Da un lato questo visitatore, sconcertato ma indifferente (sono problemi dei Terrestri!), ne trarrebbe un'idea confusa; dall'altro sarebbe forse un viaggiatore curioso, un po' inorridito dalle nostre miserie e un po' affascinato dagli antichi monumenti e dalle belle donne. Tra metafora e storia, Barbero racconta le vicende di un gentiluomo americano, Mr. Robert Pyle, in viaggio nella Prussia del 1806, in piene guerre napoleoniche, con il compito di spedire dispacci settimanali all'ambasciatore statunitense a Londra. La prima evidenza è che viaggiando da Amsterdam a Berlino incontra di continuo tante frontiere, alcune all'interno della stessa Prussia, da far pensare che <<la geografia degli stati europei ricordi un rompicapo lasciato incompiuto da un bambino capriccioso che non un prodotto della ragione umana, e non c'è da sorprendersi che la lora politica sia guidata prima di ogni altra cosa dalla paura dei vicini>>. Che stia parlando della nostra Europa? E poi, con <<quella libertà che il viaggiatore ha di scegliere le strade da percorrere, i cibi da assaggiare, le ragazze da accarezzare>>,Mr. Pyle può <<passare il pomeriggio nel palazzo di un gran signore conversando in francese>>, e finire <<la serata nel cortile dell'albergo, ascoltando le chiacchiere della padrona e osservando la sguattera che lavava i piatti in cucina alla luce della lanterna>>. Il nostro gentiluomo non si limita ad osservare, appena può, coglie i frutti di amori fuggitivi, che siano prostitute e giovani serve o contadine, convinte da pochi talleri, o che siano fugaci relazioni alla Byron, con nobildonne della corte berlinese. A trattenerlo è solo il rischio di contrarre qualche malattia venerea. Ci sono altri piacevoli passatempi: le conversazioni con ufficiali prussiani, <<perfino capaci di considerazioni filosofiche>>, le partite a carte e il nostro Pyle perde sempre un bel gruzzolo di talleri, i salotti eleganti dove si parla francese e si è per la guerra o contro di essa, sempre però ammirando il Bonaparte. Il nostro gentiluomo riesce pure a incontrare Fichte e Goethe, il primo come ci arriva dalla storia della filosofia, il secondo deludente: un logorroico ubriacone. E' la missione che gli è stata affidata? Tra bordelli, viaggi faticosi per alberghi di posta, lunghe chiacchere, il nostro Robert riesce pure a incontrare i ministri prussiani, lo stesso Federico Guglielmo III e i sonnolenti sovrani dei piccoli stati della Germania del Nord, come l'Hannover e la Sassonia. E quando non ha notizie da riportare, non importa: basta leggere il "Moniteur" parigino, anche vecchio di giorni, o inventarsi presunte informazioni da smentire o correggere nel dispaccio successivo. Per Mr. Pyle è un viaggio faticoso ma in fondo piacevole; per noi un bell'affresco della Germania di primo Ottocento, in attesa di una guerra inevitabile, perché ne va dell'orgoglio di una casta militare forgiata dal grande Federico II e dal nazionalismo nascente della nazione germanica. A distruggere il bel tour, a rendere fatue e sconsiderate le suggestioni di guerra, sono le disastrose sconfitte di Jena e Auerstedt, in cui sono evidenti l'impreparazione dell'esercito prussiano e l'arretratezza strategica dei suoi generali. Con il dettaglio dello storico Barbero ci racconta la parte oscura della guerra: i soldati andati a morire male equipaggiati e in disordine, eppure mossi da un fatalismo ancestrale di servi ubbidienti; le case incendiate e saccheggiate, con la popolazione uccisa, violentata o disperatamente in fuga; i generali che si spostano in carrozza, ligi alle forme e attenti alle loro comodità; gli ufficiali stretti tra la disciplina e la solidarietà verso i loro soldati, ai quali non riescono a garantire neanche il pane, d'altra parte i soldati sono contadini abituati a soffrire la fame. <<E' tutto scritto in un libricino rilegato in pelle>>, dice nel prologo Mr. Pyle, <<che è rimasto a ingiallire da allora, nel cassetto di una scrivania zoppicante, esiliata da molti anni nel cassetto, (...) un deplorevole racconto di cose fatte molti anni fa, e fatte male>>.
Già in "Romanzo russo", scritto nel 1998 e ambientato nella Russia di Gorbaciov (si veda la recensione in questo sito) si percepisce una sorta di estraniazione rispetto al dissolvimento morale e istituzionale dell'Unione Sovietica; qui la sensazione è ancora più forte, forse perché gli avvenimenti sono così distanti nel tempo. Robert Pyle è in fondo uno spettatore, persino durante la sanguinosa battaglia di Jena la sua preoccupazione è quella di salvarsi, stupito di essere rimasto coinvolto in questa tragedia, malgrado tutto. D'altra parte Barbero è innanzitutto uno storico e la sua professione lo costringe ad essere distaccato, sottilmente ironico talvolta, ma mai coinvolto nei personaggi e nelle loro dolorose vicende. Certo, sono chiare le opinioni dello scrittore: è facile parlare di guerra da lontano, bisogna viverla da parte degli umili e allora si scopre che c'è una bella differenza tra le belle ordinate manovre in un piazzale e quanto succede in un campo di battaglia. Non lasciarsi affascinare dalla tecnologia, ricordiamoci sempre che ci sono gli uomini e le donne, i bambini e i vecchi, e sono loro i protagonisti della guerra. Più che in "Romanzo Russo" traspare un'intensa dimensione etica, un giudizio severo sulla fatuità della classe dirigente e intellettuale, che siano Fichte e Goethe o il nostro gentiluomo americano.
Si potrebbe dire che Barbero scrive come parla: fluido, ricco di incisi, preciso ed evocativo nelle descrizioni. Si legge bene, se non fosse che troppo spesso ci si perde, in una trama ripetitiva e prolissa. La lunga descrizione della battaglia di Jena riscatta l'intera narrazione, che rischiava di sfilacciarsi sino a sbrodolarsi.
Perché leggerlo? Per chi ama la storia è un gioiello, romanzo attualissimo.