Tra i migliori che ho letto!
ma non lo rileggerei

We need new names

scritto da Bulawayo Noviolet
  • Pubblicato nel 2013
  • Edito da Chatto & Windus
  • Letto in Italiano
  • Finito di leggere il 22 febbraio 2015

Lʼautrice è nata in Zimbabwe e vive negli Stati Uniti dallʼetà di diciottʼanni.
Il romanzo si sviluppa in questi due mondi, così diversi ma nella sostanza simili, perché in entrambi lʼindividuo è lacerato ed oppresso dalla violenza delle circostanze e degli uomini.
La prima parte del racconto, senza dubbio la più riuscita, è ambientata in un villaggio dello Zimbabwe: "Paradise è un insieme di lattine distese al sole come una pelle di pecora bagnata e fissata sul terreno ad asciugarsi; le baracche hanno il colore fangoso di sporche pozzanghere dopo le piogge.
Le baracche stesse sono orrende ma da qui esse sembrano molto meglio, quasi belle persino, come se guardassi un dipinto".
Darling, protagonista e narratrice, ci accompagna in una susseguirsi di episodi, scene della distruzione materiale e morale del paese.
È un racconto con gli occhi di una banda di ragazzini, i quali ritraggono con il gioco le drammatiche circostanze alle quali devono assistere.
Quando due reporter della Bbc chiedono stupiti cosa stanno facendo, tra le tombe del cimitero del villaggio simulando la morte e la sepoltura, il capo della piccola banda risponde con altrettanto stupore: "non vedete che è la realtà ? " Dʼaltra parte tramite il gioco i bambini riescono a liberarsi della rabbia, che opprime gli adulti, impotenti, come "un grosso, terribile cane senza denti".
Ad un certo punto non resta che la fuga.
"Guardali lasciare in frotte, i figli della terra, soltanto guardali lasciare in frotte.
(...) Muoversi, correre, emigrare, andare, abbandonare, camminare, lasciare, in volo, in fuga; dovunque, in paesi vicini e lontani, in paesi mai sentiti, in paesi i cui nomi non sanno pronunciare.
(...) Guardali lasciare in frotte malgrado sappiano che saranno accolti con diffidenza in quelle strane terre alle quali non appartengono, sapendo che dovranno sedersi su una sola natica perché non devono sedersi comodamente, per essere pronti ad alzarsi e andarsene, sapendo che dovranno parlare sottovoce perché le loro voci non devono sovrastare quelle dei nativi".
Darling va in America, accolta da una zia.
È sempre lei a raccontarci le vicende di una bambina, che diviene adolescente in un mondo che non è il suo ma lo deve diventare, per forza.
Non è lʼ America che aveva sognato, quando viveva in Zimbabwe.
"Questo posto non sembra la mia America, non è persino reale, E come se noi fossimo in una terribile storia, come se fossimo in qualche parte pazzesca della Bibbia, laddove Dio è occupato a punire gli uomini per i loro peccati e a renderli miserabili.(...) In America le strade sono come le mani del diavolo, come lʼamore di Dio, che raggiunge tutti, soltanto che la cosa triste è che queste strade non mi portano realmente a casa".
La giovane Darling cresce come qualsiasi teenager americana di colore: si integra benissimo ma gli episodi che la coinvolgono, le amicizie e le persone che incontra, la riportano continuamente allʼ infanzia, ai compagni di gioco, alla sua terra natale.
Un giorno, per tornare a casa, anche se solo via internet, si mette in contatto tramite Skype con sua madre, in Zimbabwe; risponde invece unʼ amica dʼinfanzia.
Darling assume lʼatteggiamento tipico di noi occidentali verso lʼAfrica, che esprimiamo da lontano, comodi e tranquilli, la nostra solidarietà per le sofferenze di questi popoli.
"Ma non sei tu quella che soffre (reagisce lʼamica).
Pensi che guardare sulla Bbc significa che tu sai quello che accade ? No non lo sai; (...) siamo noi che stiamo qui che sentiamo veramente la sofferenza, dunque siamo noi che abbiamo il diritto di dire qualche cosa (...) Se fosse il tuo paese, lo avresti amato per viverci e non lasciarlo.
Dovevi combattere per esso (...) Tu lo lasciasti, Darling, mia cara, lasciasti la casa bruciare e hai il coraggio di dirmi con questo stupido accento (...) che questo è il tuo paese ? (...) Il suo tono sarcastico (...) mi schiaffeggia in faccia, prendendomi di sorpresa.
Sono così scioccata che non so cosa dire".

Bisogna appartenere a qualche luogo, non si può restare in bilico fra troppi mondi, da estranei.
Dobbiamo avere nuovi nomi, vivere intensamente nuove esperienze, farsi coinvolgere, sentirsi parte di qualche cosa.
"Quando qualcuno parla della propria casa, devi ascoltarlo con attenzione perché così sai esattamente chi è".
Questo libro, complesso e profondo, vuol dire anche qualcosʼaltro.
Nelle ultime pagine Darling ricorda (o forse solo sogna) di quando bambini giocavano a prendere Bin Laden.
Non era un gioco molto divertente per cui ad un certo punto la piccola banda si era interessata a un vecchio cane, solitario e scorbutico, e che stava al centro della strada.
Quando improvvisamente sopravvenne un camion che investì lʼanimale, spappolandolo ma non uccidendolo subito.
Ed è con questa terribile immagine, di lacerazione e di incomprensibile morte, che lʼautrice chiude il libro.
Allora comprendiamo cosa significa il titolo del romanzo: abbiamo bisogno di nuovi nomi per parlare di popoli in fuga, per integrarci con altre culture e costumi, ma ci servono anche nuove parole per narrare la cieca violenza, che ci opprime e divide tutti, occidentali e non, accumunandoci in un comune destino.

La scrittura è il pregio fondamentale di questo splendido libro.
Lʼautrice si muove su due mondi, che sono distinti anche dal punto di vista stilistico.
Nella prima parte la lingua inglese è mescolata con vocaboli e modi di dire della lingua nativa, per cui il lettore è portato ad immedesimarsi con i luoghi e la gente non solo dalla storia, ma soprattutto dallʼuso delle parole.
Quando invece ci racconta dellʼadolescente Darling in America, lʼautrice ricorre spesso al gergo giovanile, senza trascurare anche la promiscuità linguistica delle differenti etnie che compongono il grande popolo degli immigranti.
Cʼè, poi, una chicca stilistica, che indica la grande cura nella scrittura.
Quando Darling parla in America della sua terra, non usa più il miscuglio creativo di parole inglesi e di quelle native: la graduale separazione dalla sua terra si rispecchia nella lingua, sempre più distante ed asettica.
Si riflette quindi nella sua coscienza.

Perché leggerlo ? È un libro di grande livello, bellissimo.

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