Sconsiglio vivamente
e non lo rileggerei

Divieto di soggiorno

scritto da Jebreal Rula
  • Pubblicato nel 2007
  • Edito da Rizzoli
  • Letto in Italiano
  • Finito di leggere il 21 marzo 2008

Il libro è un racconto-inchiesta e si tratta di una serie di interviste a immigrati.
Si passa dalla prostituta proveniente dell’Est Europa a persone che hanno avuto successo, nel campo economico e in quello sociale e politico.
Ne emerge una visione molto variegata, da cui risulta che, paradossalmente, sia stato più facile integrarsi e salire nella scala sociale per gli immigrati arrivati nell’Italia degli anni ’70 rispetto a quelli di più recente provenienza.
In realtà l’immigrazione rispecchia il deterioramento della società italiana: una crescente chiusura verso l’esterno, l’indifferenza verso la novità e quindi la tendenza alla politica dello "struzzo", che non vuole vedere che l’Italia sta cambiando.
Ci sono due aspetti del libro di notevole interesse:il primo è sintetizzato nella citazione al libro stesso: "volevamo braccia, sono arrivate persone" (Max Frisch).
Come dice l’autrice, è l’impianto culturale e ideologico alla base della normativa italiana, che non funziona: "è ancora l’utilità economica del lavoro del migrante a sancirne il diritto a vivere nel nostro Paese".
O come dice con altre parole una colf somala: sono trattata "sostanzialmente bene, anche se quando raccontavo la mia storia sentivo una generale indifferenza.
È un rapporto di affari: io garantisco un servizio e loro mi pagano".
In termini politici, Jean-Léonard Touadi, assessore al Comune di Roma, "uscire dalla logica del sociale, smetterla di accostarsi alla categoria degli immigrati, per quanto fragile sia, con l’ottica dell’intervento sociale di emergenza.
Ognuno di noi ha bisogno invece di pari opportunità, di accesso alla cultura, accesso alla casa, agevolazioni di accesso al credito".
Ma questi non sono problemi anche degli italiani?il secondo aspetto riguarda la visione degli italiani vista dagli immigrati.
Si tratta di una prospettiva interessante, che fa emergere un mondo triste, nel quale, per esempio, gli anziani hanno perso molto della propria autorità e prevale invece l’abitudine a viziare i bambini, una separazione di ruoli tra l’uomo e la donna, lo squallore della vita affettiva, una generale indifferenza.
"C’è molta cura individuale e poca, anzi nessuna, per lo spazio di tutti".
"Mi è capitato di raccontare che cosa si mangia nel mio Paese, e il più delle volte mi hanno guardato con una faccia schifata".
Prevale l’arte di arrangiarsi, in quanto si scelgono i lavoratori in base alle indicazioni dei parenti e amici e quindi "il lavoratore non viene scelto in base alla qualifica e alla preparazione professionale, ma in quanto membro di una categoria di simili per provenienza".
Il libro è interessante, ma si affida troppo a interviste a persone di successo e a esponenti ufficiali del mondo dell’immigrazione, trascurando l’impegno di scavare sul campo, cioè tra la gente.
All’interno di uno stile pulito e di una buona costruzione del racconto, emergono una debolezza giornalistica e una fragilità dell’inchiesta, che danno l’impressione di artificiosità a quanto viene raccontato.

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