Sconsiglio vivamente
e non lo rileggerei

Star of the Sea: Farewell to Old Ireland

scritto da O'Connor Joseph
  • Pubblicato nel 2002
  • Edito da Vintage Books
  • Letto in Inglese
  • Finito di leggere il 15 agosto 2015

Tra il 1845 e il 1849 una carestia colpì lʼIrlanda, dando vita ad una grande emigrazione verso la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e il Canada.
Fu una massa enorme di gente allo stremo delle forze, denutrita e afflitta da tifo, tubercolosi e colera, già ridotta alla povertà e alla fame negli anni precedenti dalle avide politiche dei proprietari terrieri.
Il romanzo vorrebbe raccontare questa tragedia umana e lo fa in modo originale ed intrigante: nel rigido inverno del 1847 una nave salpa per New York con a bordo centinaia di persone in fuga da una terra devastata.
"La nave non era diretta in America, ma in qualsiasi paese o territorio che non fosse il Regno Unito; non importa quanto ostile e freddo potesse essere".
Con toni che richiamano Conrad se non persino Melville, lʼautore presenta la nave come "una colossale bestia di un peso opprimente, le sue vertebre scricchiolanti come se potessero spaccarsi, trascinate da una divinità in una loro ultima tribolazione, lʼossatura già a metà priva di vita e noi passeggeri suoi parassiti.
(...) un organo a pezzi di una cattedrale un tempo maestosa"; la metafora, insomma, di unʼIrlanda distrutta, di un popolo disperato.
Seducono pure le molte voci narrative, come il giornale di bordo del capitano, il quale scandisce i giorni del viaggio con lʼelenco dei deceduti per malattia e deperimento; oppure le lettere di alcuni passeggeri, che testimoniano la speranza, ma anche la fatica e la disperazione degli emigranti.
Peccato che la trama e i personaggi non sorreggono lʼapproccio narrativo né tanto meno rispecchiano la tragicità storica ed esistenziale che si intende narrare.
A bordo, insieme con centinaia di emigranti, ci sono una cameriera con un segreto devastante, un proprietario terriero in bancarotta con la sua famiglia, uno scrittore alla ricerca di un successo che non arriva, un assassino desideroso di vendetta.
Le vite di questi personaggi sono tra loro intrecciate.
Dissolvendo ogni cosa la grande carestia ha rotto le convenzioni e le gerarchie, liberando ad un tempo energie potenziali e desideri repressi: si è liberi finalmente ma questa libertà porta anche allʼauto distruzione.
Al centro della storia cʼè la figura del proprietario terriero, David Merridith: innamorato della cameriera, che scopriremo essere sua sorella, deve limitarsi ad una relazione platonica, che non ha più senso nella nuova situazione; attratto dal sesso più torbido ed ambiguo ha contratto matrimonio per convenzione, e non certo per amore, e rimpiange la vita che avrebbe potuto avere; animato da aspirazioni sociali ha assunto, suo malgrado, il ruolo del "cattivo" verso i suoi contadini, tanto da alimentare lʼodio e il desiderio di vendetta.
Alla fine David Merridith muore misteriosamente (assassinato ? suicida ?), liberando della sua presenza ormai ingombrante gli altri protagonisti, che possono rifarsi una vita in America.
Personalizza la vecchia società e la sua scomparsa testimonia la rottura con il passato ?

Iniziato con grande aspettative il romanzo si riduce ben presto allʼennesimo zibaldone: si dilunga nella vita dei personaggi, abbandonando la nave e i suoi passeggeri per raccontare le premesse con dovizia di particolari, facendoci perdere la sorpresa; si sofferma a lungo su scene scabrose, violente, persino sulla sifilide del misero David Merridith; si sforza di fornire un ampio ma scontato affresco dellʼIrlanda e dellʼInghilterra della metà dellʼottocento.
Volendo mettere insieme troppi argomenti e troppe situazioni lʼautore rende la trama noiosa e prolissa, sfilaccia lo stile narrativo, che perde le suggestioni immaginifiche alla Conrad per divenire banale e ridondante.

Perché non leggerlo ? È lungo e noioso.

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