Tra i migliori che ho letto!
ma non lo rileggerei

Bilal

scritto da Gatti Fabrizio
  • Pubblicato nel 2007
  • Edito da Rizzoli
  • 493 pagine
  • Letto in Italiano
  • Finito di leggere il 19 febbraio 2009

Il libro fa parte di un genere letterario, che ha la sua maggiore espressione in Gomorra e che può costituire un occasione di rinascita per una letteratura esangue, quale quella italiana.
Si tratta di un mix tra il romanzo e lʼinchiesta sociale.
Fabrizio Gatti è un giornalista che compie le sue indagini sullʼimmigrazione, fingendosi un immigrato e quindi vivendone le condizioni di vita.
Il romanzo nasce di per sé, in quanto lʼautore vive in prima persona le vicende narrate e le persone incontrate.

Nella prima parte del libro lʼautore ha percorso il cammino tra Dakar e il confine della Libia descrivendo le condizioni disumane e soprattutto la violenza che caratterizza questi viaggi.
Di fatto, le persone sono in mano ad organizzazioni criminali, colluse con le polizie locali, che colgono tutte le occasioni per taglieggiare i disperati.
Il trasporto avviene con mezzi di fortuna ( vecchi camion, fuori strada), che spesso si rompono lungo il percorso, abbandonando i passeggeri ad una morte certa, nel deserto.
La mancanza di soldi per proseguire il viaggio riduce gli immigranti in una sorta di schiavitù nelle zone di passaggio, costretti a lavorare per avere almeno qualche cosa da mangiare.
Si tratta della parte più bella del libro, sia per le descrizioni dei luoghi (in certi momenti diviene quasi un racconto di viaggi), sia, soprattutto, per le amicizie che lʼautore stringe con alcuni dei compagni.
E qui emerge in modo chiaro la spinta dellʼautore a compiere queste esperienze, ricerca dellʼavventura e nel contempo delle ragioni di una delle più grandi disperazioni del nostro tempo: " e stanotte mentre sto aggiornando il diario, chiuso nel sacco a pelo con la mini torcia elettrica stretta tra il collo e la spalla, sento che sono in balìa dellʼimmenso fiume di braccia.
Mi accordo che non esistono approdi.
Non sono più io a fare questo viaggio.
È il viaggio, nella sua crudeltà infinita, a plasmare me".

Nella seconda parte del libro, lʼautore riporta la corrispondenza via e-mail con due amici, conosciuti nel precedente viaggio, che sono rimasti bloccati in Libia.
È la parte meno valida del romanzo, ma fornisce comunque una visione della Libia e della condizione degli immigranti in questo paese, che non è solo di transito, come pensiamo in Italia, ma è già spesso una destinazione di lavoro.
Sotto la pressione dellʼItalia, la Libia porta avanti una vera e propria persecuzione degli immigranti, spesso concentrati in campi ai margini del deserto e poi abbandonati ad una morte certa.

Ci sono poi due parti del libro, che non ci permettono di stare lontani dal problema, pensando che si tratti di questioni di altri paesi.
Innanzitutto, Fabrizio Gatti riesce a farsi accettare come un curdo e si fa " imprigionare" nel campo di accoglienza di Lampedusa.
Emerge un quadro vergognoso delle condizioni materiali di vita e del comportamento della polizia italiana, in evidente contrasto con i principi della nostra costituzione.
Poi, il giornalista descrive la sua inchiesta, sempre fingendosi un immigrante, sulle condizioni di lavoro e di vita della raccolta dei pomodori in Puglia.
La sintesi dellʼimpatto sul lettore è data da una riflessione dellʼautore: " li avresti lasciati ammazzare ? La risposta è uno spartiacque.
Non esiste via di mezzo.
Non cʼè possibilità di mediazione tra un mondo di battaglie civili e i suoi surrogati di violenza".

Infine nella parte finale, lʼautore ripercorre il viaggio " a ritroso" dalla Libia a Dakar, in parte per descrivere la cacciata degli immigranti dalla Libia e in parte alla ricerca degli amici dispersi.
È una parte confusa, nella quale emergono in modo evidente i limiti della scrittura di Fabrizio Gatti, troppo giornalistica per reggere un libro così lungo e complesso.

La domanda che ci si deve porre è come mai un libro così " forte" abbia avuto una risonanza così modesta.
Una prima risposta può derivare, certo, dai limiti dello stile e del ritmo narrativo, il primo troppo frammentato per essere scorrevole, il secondo spesso ripetitivo e prolisso.
Una seconda ragione è da ricondurre al modesto coinvolgimento degli italiani verso le condizioni dellʼimmigrazione.
Siamo di fronte ad una generale indifferenza verso il " mercato dei nuovi schiavi".
Purtroppo, caro Fabrizio Gatti, esiste una possibilità di mediazione tra un mondo di battaglie civili e i suoi surrogati di violenza: mettere la testa sotto la sabbia e rinchiudersi nel proprio condominio.

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