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Componimento Poetico

Presso il Bisenzio da "Nel Magma" 1966

La nebbia ghiacciata affumica la gora della concia
e il viottolo che segue la proda. Ne escono quattro
non so se visti o non mai visti prima,
pigri nell’andatura, pigri anche nel fermarsi fronte
a fronte.
Uno, il più lavorato da smanie e il più indolente,
mi si fa incontro, mi dice: “Tu? Non sei dei nostri.
Non ti sei bruciato come noi al fuoco della lotta
quando divampava e ardevano nel rogo bene e male”.
Lo fisso senza dar risposta nei suoi occhi vizzi, deboli,
e colgo mentre guizza lungo il labbro di sotto
un’inquietudine.
Ci fu solo un tempo per redimersi” qui il tremito
si torce in tic convulso” o perdersi, e fu quello”.
Gli altri costretti a una sosta impreveduta
dànno segni di fastidio, ma non fiatano,
muovono i piedi in cadenza contro il freddo
e masticano gomma guardando me o nessuno.
“Dunque sei muto?” imprecano le labbra tormentate
mentre lui si fa sotto e retrocede
frenetico, più volte, finché è là
fermo, addossato a un palo, che mi guarda
ironico e furente. E aspetta. Il luogo,
quel poco ch’è visibile, è deserto;
la nebbia stringe dappresso le persone
e non lascia apparire che la terra fradicia dell’argine
e il cigaro, la pianta grassa che stilla muco.
E io: “E’ difficile spiegarti. Ma sappi che il cammino
per me era più lungo che per voi
e passava da altre parti”. “Quali parti?”
Come io non vado avanti,
mi fissa a lungo ed aspetta. “Quali parti?”
I compagni, uno si dondola, uno molleggia il corpo sui
garetti
e tutti masticano gomma e mi guardano, me oppure il
vuoto.
“E’ difficile, difficile spiegarti”.
C’è silenzio a lungo,
mentre tutto è fermo,
mentre l’acqua della gora fruscia.
Poi mi lasciano lì e io li seguo a distanza.
Ma uno d’essi, il più giovane, mi pare, e il più malcerto,
si fa da un lato, s’attarda sul ciglio erboso ad aspettarmi
mentre seguo lento loro inghiottiti dalla nebbia. A un
passo
ormai, ma senza ch’io mi fermi, ci guardiamo,
poi abbassando gli occhi lui ha un sorriso da infermo.
“O Mario” dice e mi si mette al fianco
per quella strada che non è una strada
ma una traccia tortuosa che si perde nel fango
“guardati, guardati d’attorno. Mentre pensi
e accordi le sfere d’orologio della mente
sul moto dei pianeti per un presente eterno
che non è il nostro, che non è qui né ora,
volgiti e guarda il mondo come è divenuto,
poni mente a che cosa questo tempo ti richiede,
non la profondità, né l’ardimento,
ma la ripetizione di parole,
la mimesi senza perché né come
dei gesti in cui si sfrena la nostra moltitudine
morsa dalla tarantola della vita, e basta.
Tu dici di puntare alto, di là dalle apparenze,
e non senti che è troppo. Troppo, intendo,
per noi che siamo dopo tutto i tuoi compagni,
giovani ma logorati dalla lotta e più che dalla lotta, dalla
sua mancanza umiliante”.
Ascolto insieme i passi della nebbia dei compagni che
si eclissano
e questa voce venire a strappi rotta da un ansito.
Rispondo: “lavoro anche per voi, per amor vostro”.
Lui tace per un po’ quasi a ricever questa pietra in cambio
del sacco doloroso vuotato ai miei piedi e spanto.
E come io non dico altro, lui di nuovo” O Mario,
com’è triste esser ostili, dirti che rifiutiamo la salvezza,
né mangiamo del cibo che ci porgi, dirti che ci offende”.
Lascio placarsi a poco a poco il suo respiro mozzato
dall’affanno
mentre i passi dei compagni si spengono
e solo l’acqua della gora fruscia di quando in quando.
“E’ triste, ma è il nostro destino: convivere in uno stesso
tempo e luogo
e farci guerra per amore. Intendo la tua angoscia,
ma sono io che pago tutto il debito. E ho accettato
questa sorte.”
E lui, ora smarrito ed indignato. ”Tu? tu solamente?
E piange, e anche io .piangerei
se non fosse che devo mostrarmi uomo a lui che pochi
ne ha veduti.
Poi corre via succhiato dalla nebbia del viottolo.
Rimango a misurare il poco detto,
il molto udito, mentre l’acqua della gora fruscia,
mentre ronzano fili alti nella nebbia sopra pali e antenne.
“Non potrai giudicare di questi anni vissuti a cuore duro,
mi dico, potranno altri in un tempo diverso.
Prega che la loro anima sia spoglia
e la loro pietà sia più perfetta”.

Commento del 13 dicembre 2021

Così scrive Cesare Pavese in “La casa in collina”, “si ha l’impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noi inchiodati a vederli, a riempircene gli occhi”. E perché sono morti ? “ Io non saprei cosa rispondere. Non adesso almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e per loro la guerra è finita per davvero”.

In questo capolavoro Luzi pare condividere il giudizio di Pavese, peraltro in una prospettiva di religiosa speranza. “E’ triste ma è il nostro destino: convivere in uno stesso/ tempo e luogo/ (…) Non potrai giudicare di questi anni vissuti a cuore duro/, mi dico, potranno altri in tempi diversi./ Prega che la loro anima sia spoglia/ e la loro pietà sia più perfetta.”

Il racconto è un intercalare di dialoghi serrati e di evocazioni di un’atmosfera di montagna, quasi metafisica quanto è indifferente alle sofferenze umane. Il poeta incontra un gruppo di partigiani, ”non se visti o mai visti prima”, viene accusato da uno di essi di non aver combattuto e cerca di spiegare ma in realtà dice solo che “il cammino per lui (…) passava da altre parti”. Poi è un amico, non certo ostile, che lo implora ad unirsi a loro fino al punto di dirgli schiettamente che delle alte idee loro, i partigiani, non se ne fanno nulla, anzi li offendono. La risposta del poeta è così distante dalla vita quotidiana dell’amico in lotta che “Lui tace per un po’ quasi a ricever questa pietra in cambio/ del sacco doloroso vuotato ai miei piedi e spanto./ (…) Poi corre via succhiato dalla nebbia del viottolo”. Sono versi splendidi che da soli giustificano la lettura di questa poesia.

E’ una grande poesia sulla Resistenza. C’è da chiedersi se in questo sofferto distacco non ci sia un equivoco di fondo che plasmerà la vita e la poetica di Luzi: credere che comprendere la sofferenza senza partecipare, “misurare il troppo detto,/il molto udito” permetta di affermare che ci si fa carico del “debito”, del dolore del mondo e della vita. Forse, questa poesia, nella sua bellezza, è per il poeta uno spartiacque tra partecipazione e comprensione, tra voler essere attore e invece semplice doloroso spettatore.

E’ senza dubbio una delle più poesie più belle della letteratura italiana: il suo verso libero, prosa-poesia, è un punto di arrivo irraggiungibile nel percorso dallo stucchevole lirismo italiano alla narrativa moderna.