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I vecchi e i giovani
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I vecchi e i giovani

Il 1893, anno in cui si svolge gran parte del romanzo, fu denso di avvenimenti gravi per lʼItalia e la Sicilia in particolare. Il governo fu coinvolto nello scandalo della Banca Romana. In Sicilia lʼesplosione rivoluzionaria del movimento dei Fasci, che aveva convogliato gran parte del sottoproletariato ( contadini e lavoratori delle solfatare) venne represso nel sangue da un corpo dʼarmata inviato dal continente. La paura di una rivoluzione sociale consolidò lʼalleanza tra le parti borboniche e quelle patriottiche della classe dirigente isolana, e tra questʼultima e la borghesia del Nord. Fu un anno determinante per la storia del Meridione, che pose fine alle ultime speranze di rinascimento del Sud, generate dallʼUnità dʼItalia. In questo contesto, Pirandello, ancora sotto lʼinfluenza del verismo, ha scritto un romanzo apparentemente storico, ma in realtà intessuto di ricordi, della propria terra e della propria famiglia, e denso di un amaro senso di avvilimento, che solo lʼestraniazione dai fatti della vita permette di sostenere. Il romanzo è distinto in due parti. La prima, senza dubbio la più felice, è ambientata ad Agrigento, che, > nei resti miserevoli della sua antichissima vita raccolti lassù, si levava silenziosa e attonita superstite nel vuoto di un tempo senza vicende, nellʼabbandono di una miseria senza riparo . Il divario tra la grandezza del passato e il decadimento del presente non è dato solo dal paesaggio ma anche dal contrasto tra i vecchi e i giovani. I primi sono rappresentati in modo emblematico dalla figure del principe Ippolito ( irriducibile borbonico) e da Mauro Mortara, un vecchio garibaldino, che vive nel ricordo glorioso delle imprese risorgimentali. Mentre i vecchi sono bloccati nel ruolo che gli è stato affidato dalla storia e quindi si muovono sicuri e convinti, i giovani sono invece incerti, oppressi da una vita presente sempre più lontana dagli ideali risorgimentali, non sapendo su quali valori mettere le radici. Tra i vecchi e i giovani si muovono gli opportunisti, quelli che per tornaconto o semplicemente per pigrizia, approfittano del decadimento morale della società italiana. Esiste, poi, un altro gruppo, che ha capito «la vanità del tempo» e si é isolato ponendosi ai bordi della follia. Man mano che si procede nella lettura, ci si rende conto dellʼattualità del racconto. Si parla della Sicilia dellʼottocento o dellʼItalia di oggi? Il divario tra i vecchi e i giovani è lʼeterno conflitto generazionale o invece la conseguenza di una eredità avvilente e sconfortante che le generazioni passate lasciano a quelle successive? > Che poteva la gioventù, se lʼavara paurosa prepotente gelosia dei vecchi la schiacciava così, col peso della più vile prudenza e di tante umiliazioni e vergogne? Se toccava a lei lʼespiazione rabbiosa, nel silenzio, di tutti gli errori e le transazioni indegne, la macerazione di ogni orgoglio e lo spettacolo di tante brutture? Ma fino a quando la situazione sociale è immutabile, ciascuno può agire tranquillamente secondo il ruolo che gli è stato affidato o che ha deciso di assumere: i rivoluzionari possono gridare slogan contro i potenti, questʼultimi possono tramare traffici e nefandezze, i vecchi possono restare ancorati ai propri valori mentre i giovani lasciarsi trascinare e in fondo comandare dagli opportunisti. È una commedia la cui tragicità non emerge dalla consapevolezza dei protagonisti ma dalla desolazione del paesaggio e dallʼaccecante povertà del popolo. Che differenza tra la scrittura di Pirandello, dalla quale traspare un profondo coinvolgimento con la sua terra, e quella di Camilleri, dove la Sicilia diviene occasione di folclore e di una scontata ironia! Anche questo è un segno del declino del nostro paese. La rivoluzione sociale e i fatti politici immettono in modo prepotente la realtà nel gioco delle finzioni. La seconda parte del romanzo, ambientata in gran parte a Roma, è il racconto di come si rompono i ruoli e di come ciascuno si deve misurare con la verità. Tutti i protagonisti si trovano nella situazione di Corrado Selmi, un eroe risorgimentale diventato un vacuo e corrotto deputato: > il sorriso schietto e lieve, che aveva accompagnato sempre tutti gli atti della sua vita, sʼera tramutato in quella triste smorfia dura ed amara. Ebbe di nuovo paura di sé: paura di assumere coscienza precisa di un certo che oscuro e orrendo che gli si era cacciato allʼimprovviso nel fondo dellʼessere e glielo scompaginava, dandogli quellʼimpressione dʼesser come squarciato dentro, irrimediabilmente . E ciascuno reagisce secondo le proprie forze, ormai fuori dalla finzione: Corrado Selmi si uccide. Nel disperato tentativo di dichiararsi estraneo agli inganni del potente Flaminio Salvo, il bravo ma succube Aurelio Costa viene trucidato dai lavoratori delle solfatare, insieme con Nicoletta Capolino, che era stata sino allora una arrampicatrice sociale, pronta ad usare le proprie grazie femminili per arrivare al successo. Dianella, lʼunica figlia del ricco Flaminio Salvo, impazzisce dinanzi alle nefandezze del padre. Lando, il figlio del principe Ippolito, riconosce, dinanzi alla violenza delle rivolte, che le sue idee socialiste erano mere aspirazioni intellettuali. Lo stesso Flaminio Salvo ammette che la sua avidità si è tradotta in nulla, in vanità. Ma allora chi ha ragione? Forse aveva ragione Don Cosmo, lo zio di Lando, quando diceva > Passerà, con gli angoli della bocca contratti in giù, la fronte increspata come da onde di pensieri ricacciati indietro dal riflusso della sua sconsolata saggezza e con quegli occhi che pareva allontanassero e disperdessero nella vanità del tempo tutte le contingenze amare e fastidiose della vita. Passerà, cari miei.... passerà . Pirandello romanziere è interamente in funzione di Pirandello autore di teatro. Questa sua caratteristica è particolarmente evidente nella seconda parte del romanzo, dove il racconto esplode in dialoghi logici, serrati e concitati tra personaggi, che sembrano recitare sul palcoscenico. Nella prima parte, se non si può parlare di un Pirandello verista né tantomeno scrittore sociale, alla Zola, la scrittura riesce mirabilmente a dare il senso tragico della Sicilia, un sentimento di tristezza infinita per una terra desolata, un tempo così sonora di vita e di cultura. Perché leggerlo? È un libro attuale, in quanto narra anche lʼItalia di oggi.

Luigi PirandelloOscar Mondadori
Venere Privata
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Venere Privata

Duca Lamberti è un medico espulso dall'ordine per avere dato la morte ad una malata terminale; è uscito dal carcere e gli viene proposto un singolare lavoro: liberare dall'alcolismo il giovane rampollo di un grande industriale: Davide Auseri. > Era un dolce viso, da paggio, eppure virile, che l'alcol non aveva ancora toccato.(...) Che espressione aveva quel viso? La cercò, e allora ricordò che espressione era: quella di un ragazzo a un esame importante, che non sa rispondere a una domanda: espressione di angoscia e di timidezza, e qualche misero tentativo di apparire naturale . Anche se perplesso, Lamberti accetta l'incarico perché > è il principe delle imprese di redenzione sociale, il duca, ah, quale humour: liberare l'umanità (...) dal flagello dell'alcolismo; liberare l'umanità dalla paura della morte . C'è pure un secondo motivo, che si annida nel profondo dell'animo, in quel mondo interno dal quale cerchiamo sempre di sfuggire: > l'assalto dei pensieri, dei ricordi, ma quando la marea arrivava, lo sommergeva e lo squassava sempre di più di quanto avesse temuto. E va bene avanti, Aveva sbagliato tutto . La prima parte del romanzo sembra ridondante rispetto ad un "noir > , che ci racconta della Milano della prostituzione, del ricatto immorale e della violenza spietata alle quali sono sottoposte ragazze ingenue e fragili. La premessa inquadra la figura di Duca Lamberti, ex medico che si improvvisa investigatore e trova nell'indagine poliziesca la soluzione alle cause dell'alcolismo del giovane Davide e, insieme,  scopre un senso per la propria vita. Nasce un personaggio che si sprofonda nell'abisso della Milano rampante, ricca e apparentemente felice. Andava tutto sudiciamente male come i paciosi, efficienti ambrosiani (...) non potevano supporre, anche se tutti i giorni leggevano sul Corriere grosse storie del genere, esse appartenevano però, per loro, a una quarta dimensione di un Einstein del crimine, ancora più incomprensibile dell'Einstein della fisica«. A questo punto può iniziare il»noir > , del quale non racconteremo certo la trama né, tanto meno, la conclusione. Scerbanenco ricorda Raymond Chandler (si veda la recensione The Long Good- by). Come nel grande scrittore americano il noir«è un non»noir > . Non c' è l'ordine che contraddistingue il giallo, non siamo in presenza di una solida trama che si evolve in un trionfo del bene sul male. Tutto resta opaco. Pensiamo all'eroina del romanzo: Livia Ussaro. Duca ne è attratto ( segni particolari: il modo in cui lo guardava, non era per niente leale > ), eppure la espone al punto che la ragazza verrà fregiata dai criminali e Lamberti aspetta, non interviene a salvarla. Adesso basta, pensava anche lui a Livia, o era un pregare, più che pensare. (...) Dobbiamo stare proprio qui ad aspettare > . (...) Sta' zitta, sta' zitta, perché lui doveva mettersi sempre in storie senza via d'uscita, in eterni principi. (...) Quando uno aveva la testa malata come lui non conosceva limiti . Come scrive Luca Doninelli nella prefazione, in Duca Lamberti c' è una malinconia > che nasce da uno sguardo più disincantato (oserei dire persino: più cinico) di quello dei criminali. (...) Egli non è buono, grazie a Dio: solo, vede più lontano e non ha paura di guardare. Vede fin dove c'è da vedere. Il fascino del romanzo risiede nella scrittura: è sufficiente leggere alcune pagine per lasciarsi avvincere dall'eleganza della lingua e dalla malinconica dolcezza dell'italiano di Scerbanenco. Consiglio vivamente il racconto dell'adescamento della povera ragazza, vittima dell'azione criminale. Come dice il poeta parlando del triste destino di un ragno, adescato da una rondine, > le stelle ornate a festa,/lo chiamano pian piano,/ e fan cadere tracce/visibili al pianto,/ mentre velan l'incanto/nivale delle facce . (Enrico Cavacchioli Il ragno). Con lo stesso tono poetico Scerbanenco crea un'atmosfera soffusa, una tristezza che ci sommerge e ci affascina. (Su questo sito si può leggere la recensione dell'Isola degli Idealisti). Perché leggerlo? Lasciamoci avvincere dalla scrittura.

I ventitre giorni della città di Alba
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I ventitre giorni della città di Alba

> Fu la più selvaggia parata della storia moderna: solamente di divise ce nʼera per cento carnevali. (...) Cogli uomini sfilarono le partigiane, in abiti maschili, e qui qualcuno tra la gente cominciò a mormorare - Ahi, povera Italia! - perché queste ragazze avevano delle facce e unʼandatura che i cittadini presero tutti a strizzar lʼocchio . La conquista di Alba da parte dei partigiani durò neanche un mese e Fenoglio ne traccia una cronistoria realistica, senza retorica; al centro è la contradditoria natura dellʼuomo. > Ma non erano tutti a puttane, naturalmente, anzi i più erano in giro a requisir macchine, gomme e benzina. Non senza litigare tra loro con lʼarmi fuor di sicura, scovarono e si presero una quantità dʼautomobili con le quali iniziarono una emozionante scuola di guida nel viale della circonvallazione . Ma perché si diviene partigiani? Per comprendere la risposta di Fenoglio a questa domanda è necessario rovesciare la successione dei racconti, partendo dagli ultimi, apparentemente lontani dalle vicende della guerra di liberazione. In «Pioggia e la Sposa» un bambino viene trascinato dalla zia ad un matrimonio, malgrado la pioggia torrenziale, che lo costringe (lui «bambino vestito da città») a coprirsi con il cappello del cugino prete. Capiamo che il bambino è senza la mamma, è solo e la zia, severa e scorbutica, è lʼunico affetto: > vidi che gli occhi di lei insieme con la sua mano sfioravano i miei capelli fradici, e la sua mano era distesa e tenera stavolta come sempre la mano di mia madre, e pure gli occhi mi apparivano straordinariamente buoni per me, e meno neri . La solitudine diviene attesa della morte in «Lʼodore della morte»: il protagonista, ormai uomo, sʼimbatte in una ragazza e comincia a seguirla, così per passare il tempo. Viene aggredito dal fidanzato ma nella lotta sentì > quellʼodore (...) già dovunque dentro, passato per le narici la bocca e i pori, inarrestabile come la potenza stessa che lo distillava, doveva già avergli avviluppato il cervello perché si sentiva pazzo . Negli altri racconti che non parlano di lotta partigiana, la solitudine, la prosaicità e inutilità della vita sono temi ricorrenti; la fuga, lʼaccettazione di un destino infelice, in certi casi anche il suicidio sembrano essere gli unici possibili sbocchi della condizione umana. Ma allora la scelta partigiana non è frutto di ideali, è invece una rivolta contro una esistenza senza prospettive. Nel racconto «Un altro muro» Max è stato catturato dai fascisti, sogna «la faccia del suo cadavere» e al compagno di cella urla: > tu te la senti di morire per lʼidea? Io no. E poi che idea? Se ti cerchi dentro, tu te la trovi lʼidea? Io no. E nemmeno tu . In quel momento > odiava i suoi amici e compagni, li vedeva in quella notte girare per le alte colline liberi e padroni della loro vita, armati tranquilli e superbi, vedeva le colline illuminate come a giorno per via del lume della luna sulla neve gelata, sentiva il vento arrivare dal mare passando per il grande varco tra gli Appennini e le Alpi . Non sono gli ideali di Giustizia e di Libertà a muovere i partigiani, ma è il desiderio di una libertà primordiale, un miscuglio indecifrabile di energia troppo repressa, di voglia di cambiare, di stare con gli altri dalla parte giusta. Ma la vita partigiana non risolve i problemi esistenziali: o perché la morte arriva troppo presto o perché la guerra porta con sé altra violenza e distruzione. E alla fine, a liberazione avvenuta, non si è più capaci di ritornare ad una vita normale e, come in «Ettore va al lavoro», si sa solo abbracciare di nuovo la pistola e andare a derubare gli ex fascisti. Tutti i racconti sono molto belli, ma uno lo è in modo particolare: «Gli inizi del partigiano Raoul». > Aveva in mente di mettersi nome di battaglia Raoul. Per una strada tutta deserta camminava a cuor leggero; a dispetto del fatto che al paese aveva lasciata sola sua madre vedova, si sentiva figlio di nessuno, e questa è la condizione ideale per fare le due cose veramente gravi e dure per un individuo: andare in guerra ed emigrare . Lʼirruente coraggio si tramuta presto in repulsione per la vita che lo aspetta: > a cosa mi serve aver studiato? Qui per resistere bisogna diventare una bestia! E io non me la sento, io sono buono! O mamma, mamma! Ripensò allʼalba di quello stesso giorno, possibile che si trattasse di sole otto ore fa? Di notte riprende confidenza facendo la sentinella, ma quando finisce il suo turno di guardia e si ritrova in uno stanzone lurido, sopraggiunge di nuovo il senso di miseria e poi la paura. > Come facevano gli altri a dormire con quellʼabbandono? Erano sicuri dʼarrivare a vedere il mattino? (...) La porta della stalla si spalancava con un colpo rimbombante e il vano si riempiva dʼuomini tutti neri come mascherati dalla testa ai piedi. (...) I fasci di luce finivano in circoletti bianchi simili a tante piccolissime lune e centravano una per una le facce di tutti i partigiani. Fosse quella luce artificiale o altro, eran già tutte facce di cadaveri, con le palpebre immote e gli occhi sbarrati. (...) Delio gli domandò - Dormito bene per la prima volta. Cʼera un poʼ di malignità nella sua voce.... È lʼincubo di un semplice ragazzo, non di un eroe. La scrittura di Fenoglio è perfetta, ormai matura e sicura. Perde alcuni tratti originali, come la ricchezza delle espressioni e la ricerca di neologismi. A tratti pare di leggere Cesare Pavese. Perché leggerlo? Bellissimi racconti: specchio della condizione umana.

Beppe FenoglioGiulio Einaudi