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L'ultimo amore di Baba Dunja
RecensioneItaliano

L'ultimo amore di Baba Dunja

> Ha un viso piccolo e rugoso e occhi stretti castano scuro. E' minuscola e rotonda, arriva a stento a un metro e mezzo . E' Baba Dunja e così la descrive un giornalista, ma basterebbe il nome che l'autrice le ha dato: baba sinonimo di vecchia e dunja un vezzeggiativo che nello slavo meridionale sta per «mela cotogna». A differenza di Baba Jaga, la strega nelle fiabe russe, Baba Danja è buona, pronta a farsi carico della sua piccola comunità, Cernovo, il paese della morte. Solo avanti nella lettura scopriamo che Cernovo è vicino alla centrale di Cernobyl e si trova in una zona radioattiva, un villaggio abbandonato e abitato da uno sparuto gruppo di esuli, in cerca della solitudine e della morte. > Il paese ha una sua storia, che si accavalla alla mia, come due ciocche di capelli in un'unica treccia . Ci sono i vivi, pochi: Marja, la grassa e pigra vicina di casa ( > la sua bellezza di un tempo non è del tutto svanita, è ancora in questa stanza come uno spettro ), Sidorov, un vecchio matto innamorato di Marja, Petrov, un giovane con poco tempo da vivere, Lenocka, «che da dietro sembra una ragazzina e davanti una bambola», e i Granilov, marito e moglie, «passando davanti al loro terreno si sente profumo di miele e olio di rosa». E ci sono i morti: > il vecchio liquidatore con la camicia a righe, (...) il bambino nato morto nelle mie mani, (...) la madre ha sollevato un lembo dell'asciugamano e ha sorriso. (...) Presto l'avrebbe seguito. (... La ragazzina con la treccia rossa....(...) Sono questi i miei morti che mi hanno seguito fino a Cernovo e ce ne sono altri ancora che mi sono passati davanti, a dozzine, insieme ai lori gatti e cani e capre . In questo paesaggio sospeso tra i vivi e i morti il tempo pare non scorrere, nell'attesa serena della morte. Quando irrompe nella piccola comunità un uomo con una bambina, quest'ultima destinata inevitabilmente a morire a causa degli effetti delle radiazioni sul fragile sistema immunitario. Quando Baba Dunja lo invita ad andarsene in fretta l'uomo reagisce con violenza, gettando a terra la vecchia. Interviene Petrov a difesa della donna, uccidendo l'uomo. A questo punto tutti gli abitanti vengono arrestati o chiamati come testimoni. Basterebbe dire che è stato Petrov, ma ancora una volta la strega buona delle fiabe si fa carico del piccolo gruppo dei vivi di Cernovo: si dichiara solo lei colpevole del delitto. Baba Dunja del paese dei morti diviene famosa, ha salvato una bambina, facciamola morire in pace povera vecchina! Mandiamola in Germania dalla figlia! Graziata dal presidente, l'attende l'aereo per andare dalla figlia, lontana dal paese dei morti. > Alla fine ho imparato pure io (dice Baba Dunja alla figlia). (...) In effetti ho imparato a sorridere dopo essere tornata a Cernovo. (...) Cammino per più di tre ore. E come se la strada si fosse allungata, come se Cernovo fosse indietreggiata durante la mia assenza . (...) Le case di Cernovo emergono all'orizzonte, come sparuti denti storti all'interno di una bocca. (...) Speriamo almeno che ci sia qualcuno, penso, se non c'è nessuno, vorrà dire che vivrò da sola, con tutti gli spiriti e gli animali.«Baba Dunja ricorda la protagonista di un recente romanzo di Alina Bronsky:»la treccia della nonna > (vedi recensione in questo sito): qui però la nonna è dolcissima, intrisa di amore per tutti gli esseri viventi e pure per i morti. Viene da chiedersi perché tanta forza interiore Baba Dunja non l'abbia messa per dare aiuto alla figlia e alla nipote, sperse nella solitudine delle grandi città.  Per me il motivo è chiaro: Baba Dunja può stare in pace con sé stessa e con gli altri solo a Cernovo, nel suo luogo. E' vero, la fabbrica è abbandonata, nessuno lavora i campi da decenni, al di sopra di tutto crescono rigogliose erbacce verdi e piante dalle foglie grandi, con leggeri riflessi violetti > , ma Cernovo è dove si è sposata, ha cresciuto i propri figli, dove mangiavano i dolci di cioccolato donati dalla fabbrica per il Capodanno.  Si può  crescere a Capri o nel quartiere Tamburi a Taranto, a ridosso dei veleni della grande acciaieria, aver trascorso l'infanzia o avere figli in un posto splendido o schifoso, ma sempre si vuole tornare nel proprio luogo. Cernovo, proprio perché paese della morte > , per le sue condizioni estreme è la metafora di quanto sia importante per noi il nostro spazio fisico: il paesaggio, gli odori e i rumori, le vie e le piazze, gli abitanti e gli animali con le loro facce quotidiane., usuali tanto da essere parti di noi stessi. In nessuna parte di terra mi posso accasare, (...) Cerco un paese innocente«, così canta Ungaretti in»Girovago" (dalla raccolta Allegria). Dapprima la scrittura è fatta di frasi brevi, elementari, quasi tronche, tanto da dare l'impressione di una penna insicura. Poi lo stile narrativo prende il volo: emerge il paesaggio, prendono intensità i ricordi e i sentimenti, i personaggi sono descritti con tinte soffuse ma efficaci tanto rimanere impressi, i dialoghi danno ritmo narrativo. Se si può fare un appunto è che alla fine il racconto assume toni melodrammatici e dolciastri di cui si avrebbe fatto volentieri a meno. Perché leggerlo? Affascinante nella sua dolcezza la figura di Baba Dunja, una bella metafora dell'importanza dei luoghi

Alina BronskyKeller Editore
A un cerbiatto somiglia il mio amore
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A un cerbiatto somiglia il mio amore

In un libro del 2011 ( «Caduto fuori dal tempo: storia a più voci») Grossman osserva come il dolore per la perdita di un figlio sia talmente grande da rendere un padre > capace di concepirlo... chi perde un figlio è immancabilmente donna . Sarebbe quindi facile concludere come lʼautore abbia voluto porsi dal punto di vista della madre,scrivendo questo romanzo. Orah teme di perdere Ofer, il figlio minore andato in guerra, e spera di non dimenticarlo. Approfitta di una lunga camminata per raccontare la vita di Ofer ed anche la sua (gli amori per i suoi uomini, lʼinfanzia e il progressivo distacco dei figli) e squarciare in tal modo > tutti quei fili visibili e invisibili...che si muovevano in quel momento intorno a lei e sopra di lei, (e che) si intrecciavano in una fitta rete, gigantesca.... (ma) come si può descrivere e far rivivere una persona soltanto a parole? Dio mio, soltanto a parole? Ricorda lo stesso Grossman, tuttavia, come il romanzo sia stato in gran parte scritto prima della morte del figlio dellʼautore, deceduto nellʼagosto 2006. Dʼaltra parte il racconto di Orah è talmente impregnato di angoscia esistenziale e di pessimismo epocale da andare oltre al tema del lutto, anche se sconvolgente come quello di un figlio per una madre. Ciò di cui parla Orah è la storia di Israele, nel quale non cʼè futuro, per gli individui, per i legami famigliari e sentimentali, per lʼintero popolo, perché paese sempre in conflitto con le nazioni arabe > Ecco, la dolce illusione nella quale erano vissuti fino a quel momento si era frantumata, la loro cellula clandestina era stata scoperta. Per ventʼanni avevano camminato sospesi in aria, sullʼorlo di un precipizio, consapevoli di farlo, e adesso vi cadevano dentro. Sarebbero caduti allʼinfinito . Orah si è appena separata dal marito ed è in procinto di compiere un percorso di trekking con Ofer, che si è congedato dalla lunga leva militare, alla quale sono destinati tutti i giovani israeliani. Scoppia lʼennesima guerra ed il giovane decide di tornare a combattere. Orah non intende attendere a casa la notizia della morte del figlio e intraprende comunque la gita a piedi, insieme con un vecchio amico, Avram. In un paesaggio incantato, pieno di luce, fiori e foreste, si sviluppa il lento e denso racconto di Orah. Può essere letto su quattro livelli. Nel primo cʼè il mondo degli adulti, costituito da Orah stessa e dai suoi due uomini, Ilan e Avram. Ilan è alto, vigoroso, sicuro e positivo. Avram è basso, grassottello, un pò poeta e scrittore,amante delle parole. Orah li ama entrambi. Sposa Ilan, da cui avrà Adam, ma concepisce Ofer con Avram, anche se questʼultimo rifiuta di fare da padre. È distrutto dalle torture subite dagli egiziani, che lo avevano fatto prigioniero in una delle tante guerre. Il lungo cammino è lʼoccasione per Orah di far conoscere Ofer al vero padre, e pure di rivitalizzare il profondo legame che la unisce ad Avram. Tornare indietro nei ricordi riporta alla luce fatti dolorosi, ferite profonde, incubi, sempre generati ed alimentati dalle guerre, che si succedono senza soluzione di continuità. Parlare di Ofer permette di ritrovare il vecchio amore, lʼaffetto reciproco, lʼattrazione mai dimenticata. Un messaggio telefonico, con la quale la nuova compagna di Avram gli annuncia il «falso allarme» di una possibile maternità, distrugge il legame riscoperto. Orah > balzò in piedi, gli si piantò davanti, incredula: e forse avrai una figlia, Avram, una bambina... Ti ricorderai... ricorderai Ofer, la sua vita, tutta la sua vita, è vero? Il secondo livello è il mondo dei giovani, qui rappresentati da Adam ed Ofer. Il tema è sicuramente quello del distacco, così spesso vissuto dai genitori, che vedono i figli diventare adulti. Bellissima è la descrizione dellʼabbraccio tra Orah ed Ofer, che dà il senso della progressiva lontananza fisica. > Potevo abbracciarlo solo se lui lo voleva... Ofer era solito stringerla a sé con cautela, distanziando attentamente il proprio corpo dal suo seno, chinandosi verso di lei in un arco ridicolo . Ma cʼè qualche cosa di più. I due ragazzi sono pronti a servire il proprio paese con entusiasmo, sino allʼestremo sacrificio. Un episodio apre uno squarcio inquietante in questa apparente sicurezza. Quando Orah accompagna Ofer al raduno militare, insieme con il figlio viene brevemente ripresa dalla televisione israeliana. Il ragazzo è spavaldo, la madre sorpresa ed incerta. Ma, appena si allontana la telecamera, Ofer bisbiglia alla mamma: > se rimango ucciso andatevene da Israele. Andatevene via. Non avete niente da fare qui... se questa maledizione si trasmette di generazione in generazione, allora non avete niente da cercare qui . E poi cʼè il terzo livello: lʼinfanzia di Adam ed Ofer. Le pagine dedicate ai primi anni dei due figli sono le più belle. Con una sensibilità ed una delicatezza tutta materna Grossman riesce a cogliere pienamente il legame profondo tra una madre e le sue creature. La crescita dei «due germogli» è anche il perno della relazione tra Orah e Ilan, così come succede per tutti i genitori. > Si deliziavano con schegge di ricordi e piccoli momenti che solo tra lui e lei acquistavano importanza, si indoravano, si impreziosivano: le miniere dʼoro della loro vita . Ma piccoli fatti, come, per esempio, i tic nervosi di Adam e la decisione di Ofer di essere un inglese (ingenuo sotterfugio per difendersi dallʼodio degli arabi che lo opprime e lo spaventa, lui ancora bambino), mostrano come lʼincubo delle guerre senza fine irrompa nellʼinfanzia stessa, ne impedisca la piena serenità, ne scandisca la progressiva lontananza dei figli dalla madre, che non aveva saputo salvarli. > Il ricordo del lampo di paura balenato in suo figlio minore, il timore che lei potesse divorarlo, era scolpito nella sua mente come un antico graffito. Và a spiegare ad Avram un momento simile tra madre e figlio, pensò. Eppure lo fece, glielo descrisse in dettaglio, perché lui sapesse, soffrisse, vivesse, ricordasse . Ed infine cʼè la perdita della dignità dellʼuomo: il quarto livello del racconto, quello che tutto travolge. La pattuglia di Ofer si è dimenticata di aver rinchiuso un uomo in una cella frigorifera. «Ma come avete fatto a dimenticarvi un essere umano?» È inutile che razionalmente si rendesse conto che non può essere responsabilità di Ofer, semplice soldato, ma lʼidea che la disumanità abbia avvinto anche suo figlio, rendendolo indifferente, la sommerge e > crepe e fratture si ampliavano e si diffondevano con grande rapidità nei tessuti più delicati, intimi... la loro famiglia si stava sfaldando a una velocità incredibile, travolta da una forza schiacciante che sembrava essere stata in agguato dentro di loro in tutti quegli anni e ora li assaliva con una foga incomprensibile, persino con una strana gioia di vendetta . Anche in tempo di guerra si vorrebbe trascorrere > una vita privata, tranquilla. Capisci? Unʼesistenza piccola, non eroica, tenendoci fuori il più possibile da questa maledetta mischia :svolgere, come dice Tolstoj in Guerra e Pace, «la vera vita degli uomini.... indipendentemente» dai rivolgimenti politici e militari. Non è possibile. La guerra invade la pace, distruggendo anche i sentimenti più intimi, le relazioni più profonde. Il romanzo di Grossman è una sorta di «Guerra e Pace» israeliana, con una differenza significativa: non cʼè soluzione per Israele, non è possibile cacciare il nemico (è troppo numeroso, troppo marcati ormai sono gli odi e i morti di entrambe le parti), si è condannati a combattere per sempre. Dinanzi ad un destino così atroce il lettore vorrebbe perdersi, ed estraniarsi, nelle meravigliose immagini del romanzo, così dolci e delicate, rivelatrici di una conoscenza sottile, affettuosa e partecipe del mondo dellʼinfanzia e di quello della donna. Perché leggerlo? Un grande capolavoro!

David GrossmanOscar Mondadori