Il palio delle contrade morte
È probabile che non sia uno dei libri migliori dei due autori. Al di là dello stile brioso e veloce, la trama è totalmente inconcludente: moglie e marito, con un rapporto coniugale logoro e noioso, si ritrovano per caso in una casa patrizia vicino Siena, dove assistono a un delitto (l’assassinio di un noto fantino del palio), allacciano rispettivamente una relazione con il padrone di casa e la figlia e partecipano al palio, nel quale le contrade morte (quelle escluse dalla gara) si vendicano della loro mancata partecipazione mediante il «fantasma» del fantino ucciso. Romanzo poliziesco, genere fantastico, riflessione sulla desolazione dei rapporti umani o semplicemente ricerca di una storia paradossale: non si capisce e si resta di fatto delusi.
Il passato è una terra straniera
Forse non è il libro migliore dell’autore. Un giovane e brillante studente viene trascinato da un amico in una discesa verso gli inferi: prima il gioco, poi la droga e infine rischia addirittura di essere coinvolto in un stupro. Dinanzi alla violenza estrema reagisce salvando la ragazza e in qualche modo si salva anche lui. Lo spunto narrativo potrebbe essere anche interessante ma si trascina in modo lento, né con colpi di scena né con un approfondimento psicologico delle motivazioni alla base di un comportamento così differente rispetto a quello della vita passata. Sembra, quasi, che il personaggio sia un debole, che abbia sempre subìto quanto si aspettava da lui per fare emergere solo, sotto la pressione dell’amico, la sua vera personalità. Lo stile oscilla da quello tipico dei gialli di ambiente a quello utilizzato nei racconti introspettivi: la sintesi è la noia nella lettura.
Le père Goriot
Balzac vive nella prima metà dell’ottocento e descrive quindi la società di Luigi Filippo. Nel romanzo è raccontata la vicenda di un uomo che per amore delle figlie vive una vita miserabile e disprezzata. Il suo amore paterno è in chiaro contrasto con una società nella quale prevalgono i valori del denaro, dell’apparenza e della salita nella scala sociale a tutti costi. L’approccio è moralistico, lo stile noioso e pesante, il francese difficile: in sintesi un «brutto» romanzo, che non sono riuscito a finire. Se si confronta Balzac (almeno di questo libro) con Stendhal la differenza di qualità è evidente: tanto Stendhal è leggero ma nello stesso tempo profondo nella descrizione dei personaggi (quest’ultimi ricchi di contraddizioni), quanto Balzac appare rigido, pedagogico e scontato. In Stendhal esistono gli "eroi", in Balzac personaggi opachi e condannati già a una vita rinchiusa nei vincoli del denaro e della scalata sociale. Forse è più vera la società di Balzac, ma è senza dubbio più noiosa. Non parliamo poi del francese. In Stendhal fluisce ed è la struttura della frase e il suo ritmo che forniscono il significato al racconto (e non c’è bisogno di troppi aggettivi), in Balzac è necessario ricorrere alla ricchezza dei vocaboli per dare espressione al racconto.
Il pesce elettrico
Il libro narra il viaggio di tre giornalisti in Turchia per incontrare un loro amico, imprigionato in un manicomio dalle autorità in quanto amico dei curdi, che sta per essere rilasciato. Non si capisce se sia una storia intimistica (una ricerca di se stessi), un’ambientazione della Turchia o una storia poliziesca. Di fatto è un libro noioso, povero nelle descrizioni e modesto nei dialoghi. Non sono riuscito a finirlo.
Il pianista
Il libro appartiene a un periodo precedente ai romanzi di stampo «poliziesco» e tratta degli anni immediatamente successivi alla morte di Franco e alle prime delusioni sul sistema democratico e sull’incapacità della sinistra di realizzare un effettivo cambiamento. È un romanzo noioso nei contenuti e nello stile, molto lontano dai romanzi polizieschi del periodo successivo anche in termini di ambientazione e di illustrazione della vita di Barcellona. Prevalgono i dialoghi, spesso ripetitivi e lenti, nei quali i protagonisti sembrano assolvere a ruoli preordinati e portatori di significati generali (ormai legati a dibattiti e vicende lontani) piuttosto che esprimere storie personali.
Il piccolo principe
Il Piccolo Principe è, forse, uno dei libri più famosi e letti nel mondo. Il racconto prende lʼavvio da un episodio dellʼinfanzia del narratore, un pilota come Saint Exupéry. Allʼetà di sei anni aveva disegnato un «boa che aveva digerito un elefante» con la forma apparente di un cappello, per chi, come gli adulti, non hanno immaginazione. Infatti, essi > mi risposero di lasciare da parte i boa, sia di fuori che di dentro, e di applicarmi invece alla geografia, alla storia, allʼaritmetica e alla grammatica . Da allora il narratore trascorse «la vita solo, senza nessuno cui poter parlare» fino a quando, caduto con lʼaereo nel deserto ( un vero episodio della vita di Saint - Exupéry) non incontra un «ometto» ( il piccolo principe), arrivato dallo spazio. Il piccolo principe viveva in un piccolissimo mondo, talmente piccolo che > bastava spostare la tua sedia di qualche passo e guardavi il crepuscolo tutte le volte che lo volevi In questo pianeta il piccolo principe aveva cura di un fiore, il solo del suo mondo,«ma era troppo giovane per saperlo amare». E, come succede spesso a chi non si rallegra di ciò che gli è vicino, si mette in viaggio alla ricerca di qualche cosʼaltro. Nel suo peregrinare incontra sei mondi piccolissimi, sempre con un unico abitante: un re che «esigeva da ciascuno quello che ciascuno poteva dare»; un vanitoso, che voleva essere ammirato come lʼuomo più bello del pianeta, anche se ne era il solo abitante; un ubriacone, che beveva per dimenticare di aver vergogna di bere, un uomo dʼaffari, che contava continuamente; un tizio che accendeva e spegneva continuamente un lampione, perché il suo pianeta girava talmente in fretta che si passava in un istante dal giorno alla notte; ed infine un un geografo che non aveva mai esplorato i fiumi, i monti e i mari che disegnava sulla cartina geografica. Infine arriva sulla Terra e anche qui il piccolo principe compie alcune scoperte interessanti, come una volpe, che gli ricorda che «lʼessenziale é invisibile agli occhi» e, quindi, il suo fiore è unico non perché non ci siano altri fiori ( ed infatti il piccolo principe aveva già incontrato un prato di fiori), ma perché si è preso cura di quel fiore: > gli uomini hanno dimenticato questa verità. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato , ossia ciò a cui ti sei legato con un atto di cura. > Che si tratti di una casa, delle stelle o del deserto, quello che fa la loro bellezza è invisibile ed è la fedeltà a qualche cosa, ad una idea, a qualcuno.Ed infatti Il piccolo principe abbandona la terra perché deve tornare a curare il suo piccolo fiore. Dopo che è andato via, il narratore ( Saint Exupéry) si accorge di aver dimenticato di aggiungere la correggia di cuoio alla museruola della pecora disegnata per il piccolo principe. Ma allora la pecora potrà mangiare anche il fiore!! > Guardate il cielo e domandatevi: la pecora ha mangiato o non ha mangiato il fiore? E vedrete che tutto cambia... Ci si deve porre domande imprevedibili che sono irrazionali ma vogliono sondare i misteri dellʼuniverso e dellʼanimo umano: solo la ricerca dellʼimpossibile può evitare che la vita cada nella prosaicità dellʼesistenza. Il racconto è autobiografico e parla di una vita eccezionale e incompresa. Lʼespediente della favola permette, senza in vincoli della verosimiglianza, di affermare la necessità di avere un sogno, che nel caso di Saint Exupéry sono il volo, lʼesplorazione e lʼavventura. Al di là della dolcezza della narrazione e della soave leggerezza con la quale sono affrontati diversi temi esistenziali ( il fascino della natura e del mistero, lʼamicizia e la fedeltà, i difetti dellʼuomo e la grandezza dellʼuniverso, lʼimmaginazione e la razionalità economica), in realtà emerge una enorme presunzione: lʼidea di essere unici nellʼuniverso, ossia che la ricerca dei propri sogni non deve avere limiti e, quando mi accorgo che non li posso più raggiungere, è meglio la morte. La carrellata dei piccoli mondi é lʼoccasione per fare dellʼironia su figure detestate dallʼautore, ma rispecchia anche una visione individualistica, in quanto solo quando siamo soli la nostra personalità si può pienamente esprimere. Nello stesso modo lʼambientazione nel deserto racchiude il desiderio di una solitudine, nella quale lʼautore sembra compiacersi: é più facile parlare con un bambino ( «lʼometto») che con adulti che non ci capiscono. Il piccolo principe, pur nella sua soavità e delicatezza, é la metafora di un delirio di onnipotenza di un uomo, e di una umanità, che non vuole avere limiti: il canto del cigno del super eroe della cultura del novecento. Perché non leggerlo? Si può leggere perché è molto breve, anche se inutile. Ma mi raccomando: non farlo leggere ai bambini perché non è educativo.
I pirati delle montagne
Secondo Daniel Pennac il secondo diritto del lettore è di non terminare un libro. «Il libro ti cade dalle mani? Lascialo cadere». E continua dicendo che ci sono migliaia di ragioni per abbandonare un libro, la principale è la seguente: non abbiamo mai tempo, è meglio spendere il poco tempo che abbiamo leggendo quello che ci piace. Nel passato ho cercato di finire un romanzo o un saggio, anche se non mi piacevano. Che tortura! Il maggiore dei miei figli persevera in questo errore; per esempio, caparbiamente vuole terminare «All the Pretty Horses», malgrado lo trovi pesante e noioso (si veda la recensione in questo sito del romanzo di Cormac McCarthy). Alcuni anni fa ho deciso che avrei gettato un libro «dalle mie mani» dopo ottanta pagine, se avessi trovato la sua storia non interessante, i suoi personaggi malamente descritti e la sua scrittura poco piacevole, o soltanto se avessi preferito leggere un altro libro. Ho applicato queste superficiali regole in questo caso. Siamo durante la Resistenza. Tra colline non identificate, ma probabilmente nel confine Nord-Est d'Italia, un piccolo contingente di partigiani combatte contro i nazi-fascisti: sono di differenti nazionalità, uniti dalla comune necessità di sopravvivere piuttosto che dall'odio verso i tedeschi e i fascisti. C'è pure un ragazzo di nove anni: Giorgio, soprannominato il Mozzo perché i partigiani immaginano di essere i favolosi pirati della Tortuga e la loro banda simile ai Bucanieri veleggiando per i mari dei Caraibi. Realmente una strana metafora giacché sono in montagna! Perché non un gruppo di alpinisti verso la conquista di una cima o gli alpini nella prima guerra mondiale? Non è chiaro perché Giorgio abbia lasciato la sua casa e i genitori; leggendo veniamo a sapere che > era cominciato, per lui, con dei fascisti collaborazionisti che lo rincorrevano. (...) Con lui che correva come una lepre sul sentiero che, superata Capodistrada, va ancora su ottocento passi, novecento se sei affaticato, prima di infilarsi attraverso le sterpaglie e dentro l'intrico dei rovi, per venir fuori, già a carponi, al fienile e raggiungere così quel nascondiglio. Qui il ragazzo è stato adottato da un gruppo di uomini e donne, già usi alla guerra e alla morte: leali, coraggiosi, profondamente onesti, e protettivi verso Giorgio, come se fossero le Tigri di Mompracem. Giorgio impara a vivere come un partigiano, apprendendo passo per passo a sopportare il freddo e la fame, a nascondersi, a stare all'erta per un improvviso attacco tedesco, a dimenticare la propria famiglia, e infine a combattere. > Stringeva gli occhi, Giorgio detto il Mozzo e, cercando di recuperare quella sensazione di invisibilità, si arrotolava nella coperta di lana ruvida, aspettando l'alba quando > i contorni delle cose sono di più sotto il controllo della mente e quelle stesse cose si ingigantiscono meno. Le prime pagine del romanzo promettevano una storia interessante: un adolescente che diviene adulto affrontando una vita dura e combattendo per la libertà. Sfortunatamente, rapidamente la vicenda è rientrata all'interno delle tre regole auree. Innanzitutto, la narrazione è noiosa, senza colpi di scena e momenti di tensione, una scontata e ripetitiva successione di eventi di guerra e di vita partigiana. In secondo luogo, i personaggi non sono analizzati in profondità, soprattutto la personalità di Giorgio, il quale sembra accettare le nuove e drammatiche esperienze troppo facilmente. Infine, la scrittura è piena di dialoghi inutili e banali, a scapito della descrizione dei luoghi e della creazione di quell' atmosfera, che vorrebbe essere immaginaria, ma è piattamente prosaica. Di conseguenza, ho deciso di far cadere il libro, ne avevo un altro da leggere, e il tempo è così poco! Perché non leggerlo? E' noioso.
Pleading Guilty
La trama del libro è quello tipica di Scott Turow: l’ambiente è uno studio legale, viene affidato al protagonista, ex poliziotto, la ricerca di un avvocato dello studio che è scomparso lasciando un pesante ammanco di denaro di un importante cliente. Il racconto è caratterizzato da frequenti incursioni nella vita del protagonista con il risultato di rendere noiosa la lettura. Inoltre lo stile è molto difficile e involuto e non è caratterizzato da un inglese fluido e piacevole. Ho interrotto il libro a pagina 161 su 464.
Probabilmente mi sono persa
La protagonista è una giovane donna: vive a Tehran con un bambino, è separata, è in cura da uno psicologo, ha una amica: Gandom. La storia si sviluppa nellʼarco di poche ore. Si è svegliata confusa allo squillo del telefono dellʼex marito, si ritrova piena di lividi e con un occhio contuso (è stata picchiata?), si ricorda a mala pena di aver mandato il bambino allʼasilo con il taxi; inizia subito un dialogo immaginario con Gandom. > Perché non le ho mai detto che a volte i sogni accompagnati dalle paure, dalle ansie e dalle preoccupazioni sono più belli della realtà e, a volte, addirittura più reali della realtà... Erano amiche dʼinfanzia, sono cresciute nella stessa città di provincia e insieme lʼhanno lasciata per andare a studiare a Tehran, si sono innamorate dello stesso uomo, ma poi la protagonista ha sposato quello prescelto dalla famiglia. Esce di casa, il traffico è intenso e rumoroso, la radio invade lʼabitacolo dellʼauto con messaggi pubblicitari, notizie infarcite di propaganda politica, richiami religiosi: > Cick, Cick, Cick...il cioccolato per grandi e piccini, (...) I problemi economici sono un complotto del nemico, (...) Le donne e gli uomini sono essenzialmente diversi. Se una donna devia dalla strada della purezza, provoca il disonore del marito ma se lʼuomo..., (...) Quando deve nascere un bambino, viene un angelo da parte di Dio (...). Lʼangelo lo spinge in questo mondo e se ne prende cura per tutta la vita... Continua a parlare con Gandom, così veniamo sapere che le sono morti il padre e i fratelli, è cresciuta in una famiglia rovinata dai debiti, con una madre fredda e severa. > Da quando, da quando mi sono coperta con questo chador nero e pesante?(...) Forse ho lasciato qualcosa in un qualche posto, nel passato. (...) Ah, se fosse possibile con un solo respiro profondo inghiottire il passato e mandarlo giù per sempre.... Ben diversa è Gandom, piena di vita, gioiosa, sicura, con un padre affettuoso, una nonna gentile e tanti soldi da spendere nello shopping. Sono inseparabili, con lʼamica sempre pronta ad affermare la propria superiorità, conoscendola meglio di quanto lei stessa si conosca. > Gandom mi doveva umiliare sempre, sia quando mi rinfacciava le mie paure, sia quando non me le rinfacciava. Tutta la mia vita è andata in merda con questa persona, una persona che sembrava sapesse tutto di me, come se conoscesse i miei angoli nascosti, come se fosse più vicina a me di me... tutta la mia vita... mi viene da ridere... . Non la vede da molti anni, la deve trovare perché non può vivere senza di lei, la cerca presso lʼuomo che entrambe hanno amato. > Ho trentacinque anni. Domani porterò Samiar allʼasilo e, quando uscirò dal portone, vedrò una donna di trentacinque anni ferma lì, in piedi, che mi fissa sorridendo. Questa volta, dopo tutti questi anni, la riconosco, con quegli occhi lucenti neri, con quella pelle liscia, ambrata, con tutti quei capelli che fuoriescono qui e là dal foulard e le incorniciano il viso... con quel sorriso che le fa venire due fossette sul viso... le vado incontro e le stringo forte le mani nelle mie. Dice: come sono calde. Vorrei dirle che non sono le mie mani che sono calde... non dico nulla... soltanto le stringo forte nelle mie e sorrido... dopo tutti questi anni, so che anche a me, quando sorrido, vengono le fossette sul viso . È la storia di una scissione della personalità. Oppressa dagli incubi del passato, ai quali ha tentato invano di sfuggire trasferendosi nella grande città, per ritrovarsi ancora più sola e disperata, la protagonista è scivolata nella schizofrenia. > Misi la mano sulla sua. Il suo essere sempre presente era meglio del suo non esserci. La sua presenza, con tutta la sofferenza che mi provocava, e forse con tutta la sofferenza che mi provocavo...(...) È come se mi fossi persa anni fa, persa in quel cielo pieno di stelle di Zahedan . Per ritrovare sé stessa dovrebbe tornare allʼinfanzia, molti indietro nel passato, e non è possibile. La salverà lʼamore materno? > Piango... Piango a voce alta, (...) Samiar mi accarezza i capelli e io sprofondo nel suo abbraccio... . Il racconto è costruito su diversi livelli: la vicenda reale, insignificante; i dialoghi serrati con Gandom, ovviamente dei soliloqui; le visite dallo psicologo, brevi ed inutili ai fini della comprensione della protagonista; e lʼIran contemporaneo, tra modernità e Islam tradizionalista. Ne deriva una narrazione frammentaria e confusa, anche per lʼuso esasperato dei punti di sospensione, vorrebbero dare il senso del flusso della coscienza, in realtà è un banale espediente letterario per non approfondire il dramma esistenziale della protagonista. Si resta perplessi, si rimane insoddisfatti, con lʼimpressione di un racconto superficiale, artefatto, intellettualistico, e non realmente vissuto. Perché non leggerlo? Inconcludente e inutile.
Proletkult
Aleksandr Bogdanov, pseudonimo del rivoluzionario bolscevico Aleksandr Malinovskij, scrisse nel 1906 Stella Rossa, un romanzo di fantascienza, in cui il socialismo reale era stato realizzato pienamente sul pianeta Marte. Con una capacità profetica eccezionale, immagina che la nuova società modellata secondo l'utopia marxista non si era rivelata estranea all'imperialismo, volendo colonizzare la Terra dopo averne sterminata la popolazione. Leonid, il protagonista di Stella Rossa, si oppone al progetto ed è spedito sulla Terra per punizione; finisce in manicomio. Il collettivo Wu Ming prefigura un possibile sviluppo. Denni, l'esile figlia di Leonid, scende sulla Terra per cercare il padre e va proprio da Bogdanov, il quale, oltre che scrittore, è filosofo e scienziato. L'uomo si trova dinanzi a una > strana ragazza che sembra un ragazzo. Denti bianchissimi e perfetti. Le orecchie molto piccole, ben sagomate. Pallida, forse troppo. Siamo nel 1927 e Bogdanov si è rinchiuso nella sua clinica e non vuole più essere coinvolto in vicende rischiose per le prime purghe staliniane. Si ripara dietro la finzione: sulla base di allucinazioni del povero Leonid, ha inventato una storia di fantascienza, ambientata su Marte perché é il pianeta rosso. Da qui il romanzo potrebbe prendere tante direzioni: libro nostalgicamente ideologico di una utopia, quella comunista, che si può costruire solo in un altro pianeta; ricerca di Denni del padre in questa Terra sconvolta dalle guerre, dalle repressioni e dalle carestie; presa di coscienza di Bogdanov che Leonid non era matto e il suo libro rispecchiava una società reale. Quest'ultima strada sarebbe stata la più interessante e avrebbe portato alle visioni inquietanti di Philip Dick. E invece i Wu Ming proseguono tra disgressioni storiche e un'esile trama, non sorretta da colpi di scena e da efficaci descrizioni degli ambienti e dei personaggi. Dispiace che nel 2018 questi bravi scrittori siano ancora inviluppati dentro le delusioni della mancata rivoluzione mondiale e avvinti dal fascino di protagonisti ormai svaniti dopo un secolo di storia. Il collettivo Wu Ming è formato da cinque scrittori: in molti casi riescono ad amalgamarsi, dando origine a una narrazione unitaria sotto il profilo storico e narrativo (si veda la recensione in questo sito di «L'Armata dei Sonnambuli»). Qui l'operazione non è riuscita, forse perché le vicende e i personaggi sono troppo vicini a noi in termini emotivi e politici rispetto a quelli narrati nell' Armata dei Sonnambuli, racconto ambientato durante la rivoluzione francese. Il pregio del romanzo è di spingerci a leggere Stella Rossa. Perché non leggerlo? Noioso.
I Promessi Sposi
I Promessi Sposi sono ambientati nel Seicento, nel Ducato di Milano allora possedimento della Spagna; non è un romanzo storico, anche se molti avvenimenti sono realmente accaduti; parla, invece, al presente, con un messaggio di chiaro stampo conservatore: ci dobbiamo affidare alla Divina Provvidenza, perché siamo parte di un grande disegno, a noi incomprensibile. Così spiega il cardinale Federigo Borromeo a Lucia, appena liberata dallʼInnominato: > Povera giovine, Dio ha permesso che foste messa a una gran prova; ma vʼha anche fatto vedere che non aveva levato lʼocchio da voi, che non vʼaveva dimenticata. Vʼha rimessa in salvo; e sʼè servito di voi per una grandʼopera, per fare una gran misericordia a uno, e per sollevar molti nello stesso tempo . La trama, i personaggi, la scrittura non hanno una loro autonomia, sono al servizio di una «morale», di una visione della società, che vuole che il popolo stia quieto, in attesa dellʼintervento salvifico di Dio, e della sua Chiesa. A ciascuna delle parti del libro corrisponde uno slogan. Il primo blocco di capitoli, dal I allʼVIII, è ambientato in un piccolo paese vicino Lecco, parla della vita degli umili, loro malgrado travolti dai guai, di cui non hanno alcuna colpa. Facciamo conoscenza dei due protagonisti, Renzo e Lucia, il giovane un miscuglio di furbizia contadina e di irruenza popolana, la ragazza un insieme di devozione superstiziosa e di apparente docilità; ci sono poi gli altri personaggi: Agnese, la madre di Lucia, che incarna il buon senso contadino, Don Abbondio, il curato del villaggio, rappresentativo della fragilità morale e caratteriale del basso clero, fra Cristoforo, un padre cappuccino dal passato travagliato, che a sua volta personifica il tormento di una fede faticosamente raggiunta, tra volontà di ribellione e ubbidienza al Signore; ed infine il cattivo, Don Rodrigo, simbolo del sopruso e del capriccio, di un uso del potere senza giustizia. La vicenda è quella di sempre, nella campagne dʼItalia come di tanti altri paesi. Lucia è oggetto del desiderio di Don Rodrigo e a nulla valgono le astuzie di Agnese e gli accorgimenti di fra Cristoforo: Renzo e Lucia devono separarsi ed abbandonare il paesello nativo. Così come il romanzo si apre con la famosa descrizione delle montagne di Lecco, selvagge ed amene ad un tempo, i primi capitoli si concludono con uno dei brani più suggestivi dellʼintero libro. > Addio, monti sorgenti dallʼacque, ed elevati al cielo, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia lʼaspetto deʼ suoi più familiari; (...) Quanto è triste il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana! (...) Chi, staccato a un tempo dalle più care abitudini, e disturbato nelle più care speranze, lascia queʼmonti, per avviarsi in traccia di sconosciuti che non ha mai desiderato di conoscere, e non può con lʼimmaginazione arrivare a un momento stabilito per il ritorno! Se avessimo un poʼ di questa affettuosa compassione, forse riusciremmo ad affrontare lʼimmigrazione con umanità, e non ci faremmo sovrastare dalla paura e dallʼodio! I due capitoli successivi, IX e X, narrano della Monica di Monza: una giovane costretta a farsi suora di clausura e che non accetta il proprio destino. Manzoni ci parla della virtù cristiana della rassegnazione: non essersi affidata alla fede, e quindi al volere di Dio, condurrà la disgraziata allʼempietà, al punto di tradire Lucia, che le era stata affidata, consegnandola ai bravi dellʼInnominato. Talvolta sembra che Manzoni stia per approfondire i sentimenti, senza dubbio controversi, della povera donna; poi, lo scrittore si limita ad una arida biografia della monaca e a vaghi cenni psicologici, non si sofferma perché è inutile al suo scopo, non gli interessa la vita reale, ciò che gli preme è fornire una morale universale. Nei capitoli dallʼXI al XVIII il racconto ha come oggetto la grande rivolta per il pane, che sconvolse Milano nel 1628, e del ruolo che ne ebbe Renzo, trasformatosi ingenuamente in capo popolo. È una lunga digressione, che serve a questo: è inutile e dannoso ribellarsi, non porta a nulla e soprattutto il popolo, nella sua dabbenaggine e volubilità, si lascia ingannare e viene di fatto manipolato. Come dirà Renzo, > per governarsi meglio in avvenire. Ho imparato a non mettermi nei tumulti: ho imparato a non predicare in piazza, ho imparato a guardare con chi parlo... Siamo arrivati a quella che dovrebbe essere la parte centrale del romanzo: la conversione dellʼInnominato, un uomo talmente iniquo e potente, che non si osava persino pronunziarne il nome, > significava qualcosa dʼirresistibile, di strano, di favoloso... la sua vita era un soggetto di racconti popolari . I capitoli che lo riguardano sono quelli che vanno dal XIX al XXVII; la trama li vorrebbe il punto di svolta, la lotta tra il bene e il male, con il bene trionfante: niente di tutto questo. Il colloquio di Federigo Borromeo con lʼ Innominato non è altro che una lunga e stucchevole predica del primo, con il secondo che ascolta, già sconfitto prima ancora di presentarsi allʼincontro. Dʼaltra parte la crisi dellʼInnominato non è di origine etica (la coscienza del male che ha fatto) né prende le mosse da un atto di amore (verso la misera Lucia); alla sua base ci sono il terrore di Dio e la paura della morte. > Invecchiare! morire, e poi? (...) ora, gli rinasceva ogni tanto nellʼanima lʼidea confusa, ma terribile, dʼun giudizio individuale, dʼuna ragione indipendente dallʼesempio, (...) il sentimento dʼuna solitudine tremenda. (...) Quel Dio di cui aveva sentito parlare, ma che, da gran tempo, non si curava di negare né di riconoscere, (...) gli pareva di sentirlo gridar dentro di sé. Io sono però . Ed è questo il senso dei lunghi capitoli che riguardano la conversione dellʼInnominato: affermare che Dio esiste. Attenzione! Non Cristo, che ha sofferto sulla Croce, ma il Dio del Vecchio Testamento, implacabile e inafferrabile, al quale non resta che piegarsi. Lʼastratto moralismo sottostante allʼincontro tra Federigo e lʼInnominato è evidente se si confronta questo colloquio con la drammaticità e la profondità del capitolo dei Fratelli Karamazov «il Grande Inquisitore»; qui la fede è un tormento tra libertà di giudizio e tutela imposta dalla Chiesa. Come il Grande Inquisitore, Manzoni pensa che > non è la libera decisione (...) quello che importa e neppure lʼamore, ma il mistero al quale (gli uomini) devono inchinarsi ciecamente, anche contro la loro coscienza . Torniamo ai Promessi Sposi. > Finalmente nuovi casi, più generali, più forti, più estremi, arrivarono anche fino a loro, fino agli infimi di loro, secondo la scala del mondo: come un turbine vasto, incalzante, vagabondo, scoscendendo e sbarbando alberi, arruffando tetti... (...) va a cercare negli angoli le foglie passe e leggieri, che un minor vento vi aveva confinate, e le porta in giro involte nella sua rapina . È la peste (capitoli dal XXVIII al XXXV). Il capitolo fondamentale è il Trentaquattresimo, che andrebbe letto e riletto, per la sua forza evocativa e il crudo realismo. Manzoni lo fa precedere da una interessante digressione storica, nella quale spiega le cause dellʼepidemia (la carestia, la guerra, lʼindifferenza e lʼincapacità delle autorità, la superstizione) e approfondisce i meccanismi politici, culturali ed individuali, che travolsero una società apparentemente ben ordinata. Sono > un ronzio confuso di voci supplichevoli, (...) una massa enorme e confusa di pubblica follia , nella quale solo la Chiesa è capace di farsi carico dei derelitti, dei malati e dei moribondi. Ed arriviamo, finalmente, al capolavoro: Renzo entra in Milano alla ricerca di Lucia, che troverà sana nel lazzaretto; la descrizione del suo vagare nella città lombarda è lʼoccasione per un commosso affresco della peste e delle sue vittime. > Scendeva dalla soglia dʼuno di quegli usci (...) una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa, (...) La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan il segno dʼaverne sparse tante; cʼera in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava unʼanima tutta consapevole e presente a sentirlo. (...) Portava essa in collo una bambina di forse novʼanni, morta, ma tutta ben accomodata, coʼ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani lʼavessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio.(...) Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, (...) No, disse, non me la toccate per ora; devo metterla io sul carro . Questo passaggio, ed molti altri ancora, testimoniano una tale empatia da travolgere lʼalgido moralismo; ci conduce, senza filtri ideologici, alla sofferenza di tanti popoli, nel passato come nel presente: in Siria, nei campi profughi sparsi dappertutto, con i milioni di persone in fuga dalla crudeltà e dalla violenza. Manzoni, qui veramente, si erge nellʼuniversale, al di là del tempo e dello spazio, come unʼidea platonica, che racchiude in sé il dolore di tutto i miserabili del mondo. Dopo la peste i capitoli successivi (gli ultimi dal XXXVI al XXXVIII) sono veramente poca cosa. Come una bella fiaba tutto si conclude per il meglio: Renzo e Lucia si sposano e vivranno felici e contenti. I guai ci vengono addosso, ma > la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore . È proprio vero? Come tanti, lessi i Promessi Sposi a scuola e non mi piacque. Diedi la colpa allʼobbligo e alle interrogazioni. Rileggendolo dopo molti anni mi sono confermato nel giudizio di allora: è un romanzo veramente brutto. Il suo moralismo asfissiante toglie ritmo narrativo, rendendolo noioso e prolisso, non dà vita ai personaggi, che sono degli stereotipi e cadono spesso nella macchietta ( come Don Abbondio), ed infine rinsecchisce la scrittura. Il famoso italiano di Manzoni, preso a riferimento dalle grammatiche, è una lingua artefatta. Non mi riferisco tanto al fatto che contadini, come Lucia e Renzo, parlino un italiano perfetto (scappare dal dialetto è purtroppo una costante della nostra letteratura), quanto allʼuso estremo della punteggiatura, che spezzetta le frasi, appesantisce il periodare, impedisce di creare atmosfera: la scrittura riduce il discorso a cronaca, accentua lʼalterigia, non è fonte di suggestioni. Non parliamo dei giudizi moralistici, dei quali è impregnato il romanzo: diciamo sinceramente che Manzoni poteva evitarli, perché sono veramente irritanti. Se è un romanzo così brutto, perché è diventato un pilastro della letteratura? Perché non porre al centro Fogazzaro, Ippolito Nievo, Federico Tozzi, Collodi, Matilde Serao e la grande Deledda? Sarebbe interessante che i critici rispondessero a queste domande. Azzardo una spiegazione: i Promessi Sposi rispecchiano la visione della classe dirigente post unitaria, un élite ristretta che voleva un popolo assente e supino. Il romanzo di Manzoni ha contribuito a consolidare questa visione, facendola diventare una corrente sotterranea nella nostra cultura, della quale non ci siamo più liberati. Perché non leggerlo? Noioso, arido, insopportabile.










