Olive comprese
Siamo nellʼItalia degli anniʼ30 in piena era fascista. In un piccolo paese del lago di Como, quattro balordi trascorrono il tempo in osteria e a fare scherzi. Un giorno, per fare un piacere alla prostituta del villaggio, avvelenano i piccioni che normalmente stazionano nelle piazze e nelle vie. Uno di questi piccioni viene regalato ad una vecchia signora, che muore avvelenata. Da questo episodio prendono le mosse tutta una serie di avvenimenti che hanno come protagonista il maresciallo del paese. Si tratta della classica figura del carabiniere: ligio allʼordine, severo ma nel contempo pragmatico e di buon senso, cerca di risolvere i problemi della gente del paese operando come un «buon padre di famiglia». Il racconto corre veloce, anche perché aiutato da uno stile brioso ed essenziale, tra vicende un poʼ paradossali, come quella del fratello che si preoccupa che la sorella, magrolina e devota, non sposi un amico dotato di attributi sessuali particolarmente esagerati, e personaggi singolari, come la moglie del podestà, che crede di essere tre persone in una e cambia continuamente personalità. Lʼatmosfera ricostruita dallʼautore è quella tipica che ci è stata tramandata riguardo allʼItalia fascista: un regime assurdo, non amato ma subìto, ma nello stesso tempo paternalistico e accondiscendente. Il maggior pregio del libro è che si legge molto bene, ma sia i personaggi che gli ambienti restano superficiali e lontani. I primi diventano quasi delle macchiette, i secondi (il lago di Como e la vita del villaggio) risultano alla fine irrilevanti. lʼabile ritmo narrativo non compensa la vacuità dei contenuti. Perché non leggerlo? Perché ha senso leggerlo solo in treno, quando si è molto stanchi.
Oliver Twist
L’ambiente è l’Inghilterra della seconda metà dell’Ottocento, caratterizzata da una diffusa povertà, da una crescente criminalità e da una borghesia bigotta e spesso ostile ai più poveri. Oliver è un trovatello, che viene prima allevato in uno ospizio per poi essere affidato (o ceduto) a una famiglia per imparare un mestiere. Qui subisce notevoli angherie e quindi decide di fuggire per ritrovarsi poi in mano a un gruppo di delinquenti, che fanno capo ad un ebreo (Fagin), avido e crudele, e a un altro personaggio, violento e paranoico. Oliver deve imparare a rubare, ma, durante una rapina, rimane ferito e viene accolto da una famiglia, che lo cura e conosce quindi la bontà e la generosità della buona borghesia. Si succedono una serie di avventure e un intreccio di personaggi, per cui alla fine si scopre che Oliver è l’erede di una grande fortuna ed era stato rapito dall’ebreo per conto del fratellastro, che voleva impedire che Oliver potesse far valere i propri diritti. Tutto finisce in bene, in quanto i cattivi vengono puniti e Oliver può vivere felice con la sua nuova famiglia. A un certo punto del romanzo, Dickens ricorda come > sia costume sul palcoscenico in tutti i melodrammi sanguigni, di presentare scene comiche e scene drammatiche in un ritmo regolare. Tali cambiamenti appaiono assurdi: ma essi non sono così inusuali come sembrano a prima vista. Il passaggio nella vita reale da una tavola ben apparecchiata al letto di morte, e da abiti da lutto a vestiti da festa non sono di meno incredibili: soltanto, là, noi siamo protagonisti, invece di spettatori passivi e ciò fa una grande differenza . La vita è quindi una continua sorpresa e la storia di Oliver Twist vuole rappresentare la vicenda ottocentesca, dell’era del grande inurbamento, di un eroe. Solo che non c’è niente di fantastico o di avventuroso in ciò che racconta Dickens se non una serie di episodi spesso melensi, intrisi di un facile moralismo, che tende a separare nettamente il bene dal male. Nella prima parte del romanzo, quando si narrano le vicende del piccolo Oliver, ci sono ancora da parte dell’autore una sottile ironia sulla società inglese del suo tempo e una critica all’ipocrisia a un approccio verso la povertà, che nasconde, sotto unʼapparente carità e benevolenza, disprezzo e crudeltà. Molto efficace, da questo punto di vista, è la scena nella quale Oliver bambino, timido e impacciato, si presenta davanti al comitato dell’ospizio per essere valutato ai fini della sua destinazione nel futuro. I diversi personaggi del comitato vengono descritti da Dickens in modo magistrale ed emerge una chiara visione di una borghesia che vede la povertà come la predisposizione verso il male e la disgrazia. Nello stesso modo l’autore porta avanti una critica sociale all’utilizzo dei bambini come manodopera e al mancato rispetto delle loro esigenze, fisiche e intellettuali. Nella seconda parte del romanzo, si cade nel melodramma con una netta separazione tra il «mondo del bene» (la media borghesia gentry che vive di buoni sentimenti) e il «mondo del male», caratterizzato dai bassi fondi della società: l’avido ebreo, la giovane prostituta, che alla fine si redime, il violento e il fratellastro cattivo. Oliver stesso scompare dalla scena ed emerge come personaggio fondamentale Fagin, che trama continuamente alla ricerca della ricchezza e del possesso. Le scene migliori sono proprio quelle che riguardano il gruppo dei criminali e il loro muoversi per le strade di Londra: una città tenebrosa, sporca, in disfacimento e dove la gente vive in case senza finestre, diroccate e maleodoranti. La descrizione di Londra ricorda, per ricchezza ed efficacia espressiva, la poesia di D’Annunzio sulle città mostruose. L’inurbamento viene visto da Dickens come un declino della comunità verso un mondo disumano, a differenza della campagna dove si può vivere felice e sereni. Non per niente Oliver e i suoi amici abbandoneranno Londra per ritornare nei piccoli villaggi dell’Inghilterra agricola. Le vicende sono scontate, predomina eccessivamente un approccio moralistico, lo stile non è sempre fluido, poichè la costruzione della frase si presenta spesso complessa e ridondante: tutti questi elementi rendono il romanzo poco piacevole.
Oltre il fiume
Geeʼs Bend è un braccio di terra, bagnato su tre lati dal fiume Alabama, laddove lʼacqua forma una sorta di grande e inarcuato tornante. Per raggiungere la più vicina cittadina i «benders» devono percorrere un tragitto di un ora e mezzo di macchina o di un quarto dʼora di traghetto, se questo non fosse stato abolito negli anniʼ60 dallo sceriffo della contea, con la seguente ineccepibile motivazione: > non abbiamo chiuso il traghetto perché erano neri, (...) lʼabbiamo chiuso perchè se lʼerano dimenticati, che erano neri . Geeʼs Bend è un enclave unico: tutti i residenti discendono dai sedici schiavi che si insediarono in questa striscia di terra nel 1816; lʼisolamento geografico e la scarsa attrattività del suolo hanno permesso alla piccola comunità di non essere alterata dai grandi sconvolgimenti sociali e politici che hanno interessato la storia americana: la guerra civile, le segregazioni razziali, la grande depressione, il movimento di liberazione di Martin Luther King. Anche quando questʼultimo li coinvolse, assumendoli come paradigma dello sfruttamento del popolo afroamericano, i «benders» andarono «oltre il fiume», come li invitò il grande leader nero, combatterono per lui e soffrirono per la sua morte, ma poi tornarono alla loro terra, perché > per una donna di colore, che discende dagli schiavi, (...) il fiume supplica che lo si attraversi, e al tempo stesso sbarra la strada . Ma oggi la piccola comunità, ridotta ormai a qualche centinaio di sopravvissuti, rischia di scomparire. Il progetto di un nuovo traghetto romperà definitivamente lʼisolamento. Moehringer coglie abilmente questo momento narrandolo con gli occhi e la mente di una piccola donna di Geeʼs Bend. > Mary è tutta fatta di cerchi. Il suo corpo è tondo, la sua faccia è tonda, il suo fiume è tondo. Nel mondo di Mary Lee ogni cosa è tonda, perché è soltanto alla fine di qualcosa, di un secolo, di una storia, di una frase, che se ne capisce veramente lʼinizio. (...) Ha passato lʼintera vita in questo luogo senza tempo. Come ha fatto lʼetà a scovarla? Tramite Mary Lee Moehringer ripercorre la storia di Geeʼs Bend, intrecciando vicende sociali con episodi della vita della donna. È una dolce e malinconica narrazione: ci sono momenti di rivolta, cʼè tanta sopportazione, ma il tutto è intriso di rassegnata benevolenza; e questo non solo perché Mary Lee > è una persona gentile (... se non posso ridere e scherzare con te, se non posso essere carina e amichevole, meglio che lasciamo stare) , ma perché > una vita fa Mary Lee contava sul fiume per proteggerla da quelli che amichevoli non lo erano affatto. (...) Il suo fiume è un forte Dio bruno, (...) Eterno, Silenzioso, Dà la vita, e la prende senza esitare. È la forza che ha plasmato il mondo di Mary Lee. (...) Ci sono persone che passano la vita a opporsi a ciò che le limita. Mary Lee ce lʼhanno battezzata nellʼacqua che la limita. Per lei è un dono, e per ciò che le è dato rende grazie. Questo lungo racconto riporta alla mente un grande romanzo italiano: Il Mulino del Po. Come nel libro di Riccardo Bacchelli, anche qui si parla degli umili, delle vittime, e lo si fa come lo fece il conservatore e cattolico Bacchelli, con nostalgia, quasi per dire: la vita era migliore allora, quando si era isolati, non si poteva andare a scuola, si era poveri e si subivano le prepotenze dei bianchi, ma almeno si viveva protetti dal grande fiume (qui lʼAlabama, là il Po), in una vita tranquilla, senza tempo. Ma la storia avanza, caro Moehringer, e lo sfruttamento dei neri, dei contadini, dei «dannati della terra» non può essere la banale occasione per fare del folclore, per vincere, immeritatamente, un premio Pulitzer con un racconto hollywoodiano. Perché non leggerlo? Banale, meglio il Mulino del Po.
Oracle night
Il protagonista è uno scrittore che esce lentamente da una grave malattia. Nelle sue quotidiane passeggiate entra in una cartoleria, gestita da un cinese, e compra un quaderno. Comincia nuovamente a scrivere ma soprattutto prende avvio una sequenza di vicende, alcune realmente vissute, altre immaginate e risultato di illusioni. È magico il quaderno? Ha la facoltà di far vedere ciò di cui prima lo scrittore non si rendeva conto? Per esempio, la moglie del protagonista aspetta un bambino ma non sembra felice: ma il bambino è veramente suo figlio o il risultato di una relazione tra sua moglie e un vecchio amico di famiglia? La conclusione non è univoca perché la realtà è tutta unʼillusione ed è sempre difficile, se non impossibile, conoscere la verità. Come altri romanzi di questo autore, la lettura corre veloce, favorita da uno stile lineare ed elegante da un lato e da un linguaggio essenziale dallʼaltro, che non lascia spazio all’uso di parole difficili. Prevale però sempre un certo intellettualismo che rende il libro alla lunga pesante.



